
di Omar Franini
NC-381
14.01.2026
Nella notte tra il 10 e l’11 gennaio si è svolta l’83ª edizione dei Golden Globes, una serata che, come da tradizione, ha saputo riservare piacevoli sorprese, conferme attese e anche alcuni momenti di autentico sgomento.
Ma, (non) seguendo un ordine rigoroso, è impossibile non partire da quelli che sono stati due dei momenti più emozionanti dell’intera cerimonia: le vittorie di O Agente Secreto di Kleber Mendonça Filho, nella categorie di miglior film internazionale, e di Wagner Moura, come miglior attore in un film drammatico. Già lo scorso anno il Brasile aveva iniziato a sognare un possibile trionfo del proprio candidato agli Oscar proprio a partire dai Golden Globes, grazie alla storica vittoria di Fernanda Torres per Ainda Estou Aqui - un successo che avrebbe poi condotto l'opera anche alla conquista del premio per il miglior film internazionale.
Se inizialmente la vittoria della Torres era sembrata sorprendente, un’analisi più attenta del contesto ne aveva rapidamente chiarito l'invevitabilità: un’interpretazione costruita secondo i canoni del classico “ruolo da Oscar” e una competizione interna che vedeva protagoniste attrici del calibro di Nicole Kidman, Angelina Jolie e Tilda Swinton in film poco valorizzati dal circuito dei premi. In quel quadro, la sua affermazione appariva come la scelta più logica.

Golden Globes 2026

Wagner Moura, miglior attore in un film drammatico per O Agente Secreto
Wagner Moura, al contrario, non aveva goduto della stessa fortuna. A differenza della protagonista del film di Walter Salles, l’interpretazione portata sullo schermo dall’attore brasiliano, un vero capolavoro di recitazione minimalista, non è immediatamente catturante, né facilmente spendibile sul piano mediatico. Inoltre, si è trovato a competere direttamente con Michael B. Jordan per Sinners, una delle performance più premiate di questa awards season. Considerando anche lo status di “secondo favorito” attribuito all’opera di Ryan Coogler, alle spalle soltanto di One Battle After Another, il trionfo di Moura assume un peso e un valore ancora maggiori. A completare il cerchio contribuisce anche il fatto che un’interpretazione non in lingua inglese abbia raggiunto un traguardo simile in un’industria sempre più restia a dare spazio al cinema internazionale al di fuori della sua “categoria” di riferimento.
È vero che i Golden Globes hanno spesso incluso interpreti e registi non americani nelle categorie principali, ma restano comunque un’eccezione più che la norma. Basti pensare agli snub dello stesso Moura nella shortlist dei BAFTA o alla mancata nomination agli Screen Actors Guild Awards (siamo ben consapevoli che ora si chiamano The Actor Awards, ma è un nome talmente ridicolo che è difficile chiamarlo così), che hanno completamente ignorato anche il cast di Sentimental Value, episodi sorprendenti che avevano fatto vacillare le sue possibilità di vittoria ai Globes. E non stiamo parlando di un attore appena “scoperto” da Hollywood. Moura è un interprete con una carriera ormai più che affermata nell’industria americana, e O Agente Secreto rappresenta, di fatto, il suo primo ritorno a un ruolo “in patria” dopo oltre dieci anni.
Sul palcoscenico, l’attore brasiliano ha pronunciato uno dei pochi discorsi apertamente politici della serata, coerentemente con il forte spessore sociopolitico che accompagna l’opera di Mendonça Filho. «If trauma can be passed along generations, values can too.»: una frase che racchiude perfettamente il messaggio del film, un’opera sulla memoria che invita a vigilare affinché il passato non si ripeta e non si instauri nuovamente un clima politico instabile. Lo stesso Mendonça Filho, salito sul palco, si è dovuto limitare a rivolgere un messaggio ai giovani registi americani e brasiliani, incoraggiandoli a fare cinema proprio in questo momento storico così fragile. Avrebbe probabilmente voluto continuare, ma i Golden Globes non erano d’accordo, bisogna pur sempre trovare il tempo per presentare Mackenzie Dern e Brian Ortega, stelle della UFC, facendoli sfilare sul palco senza concedere loro nemmeno una parola. Solo uno dei tanti piccoli episodi imbarazzanti che hanno costellato la serata.
Detto questo, per citare le parole di Moura: «Viva a cultura brasileira!» Forse il nostro affiatamento nei confronti di questa Nazione è dovuto al fervore emotivo che trasmette. C’è davvero la credenza che il cinema possa aiutare a rendere un luogo più conosciuto. Il cinema brasiliano, da ormai più di un anno, è diventato uno dei settori più in via di sviluppo nell’economia del Paese, e vedere che lo stesso presidente Lula ha chiamato direttamente Wagner Moura per congratularsi per la vittoria è qualcosa di gratificante. Per quanto riguarda l’Italia, pare che il Ministero della Cultura abbia concesso ottocentomila euro di fondi pubblici per la produzione della docuserie su Fabrizio Corona… bisogna aggiungere altro?

Kleber Mendonça Filho e Emilie Lesclaux (in rosso), sul palcoscenico a ritirare il premio di miglior film internazionale
Passando ora a uno dei grandi vincitori della serata, One Battle After Another non solo non ha deluso le aspettative, ma è riuscito a imporsi anche in alcune categorie inaspettate, confermando il suo status di favorito assoluto in vista degli Oscar e iniziando a mettere seriamente gli occhi su più fronti per una possibile sweep.
Il primo dei quattro riconoscimenti per l’opera di Paul Thomas Anderson è arrivato già a inizio serata, con la sorprendente vittoria di Teyana Taylor sulla presunta favorita Amy Madigan. L’avvio dell’awards season aveva mostrato con grande evidenza il sostegno della critica statunitense nei confronti della veterana (interprete di Zia Gladys), il classico esempio di un’attrice amata che non sempre ha ricevuto i giusti riconoscimenti dall’industria, e che qui viene celebrata per un ruolo diventato in breve tempo non solo un’icona horror, ma anche queer. La vittoria, più che meritata, di Taylor la porta momentaneamente in vantaggio, anche se la corsa potrebbe riaprirsi in caso di un successo ai SAG di Madigan. Ciò che rende il confronto particolarmente interessante è il fatto che si tratti di due interpretazioni diametralmente opposte.
Taylor domina la prima mezz’ora di One Battle After Another e, anche dopo l’uscita di scena del suo personaggio, continua a incombere sulla narrazione come un vero e proprio "fantasma ideologico". Madigan, dal canto suo, appare solo nella sezione finale di Weapons, dopo una lunga e calibrata costruzione orchestrata da Zach Cregger, e prende completamente il controllo del film fino alla sua conclusione grottesca. A pesare ulteriormente sul confronto è anche il contesto produttivo; da una parte c’è il film di PTA, destinato con ogni probabilità a raggiungere la doppia cifra nelle nomination agli Oscar; dall’altra, Weapons, che sembra avere come unica reale possibilità aggiuntiva una candidatura per il miglior casting. Una sfida che si preannuncia avvincente, anche se al momento l’ago della bilancia sembra pendere dalla parte di Taylor.
Sempre a inizio serata, Paul Thomas Anderson ha conquistato, fatto che può sembrare quasi paradossale, il suo primo Golden Globe della carriera, vincendo il premio per la miglior sceneggiatura. Un riconoscimento che ha ulteriormente rafforzato la posizione del film. Si trattava di una categoria particolarmente competitiva, nella quale non sarebbe stato azzardato immaginare una vittoria anche per Sinners o Sentimental Value. I dubbi iniziali, legati all’assenza di una distinzione tra sceneggiature originali e adattate, non fanno che rendere questo successo ancora più significativo, confermando la concreta possibilità che questo sia finalmente l’anno del primo Oscar per PTA. Discorso analogo vale per il premio alla miglior regia, un riconoscimento che Anderson ha già conquistato una ventina di volte nel corso di questa stagione. In un mondo ideale, questo Golden Globe avrebbe dovuto rappresentare almeno il quarto o quinto della sua carriera, ma la sua definitiva “consacrazione” agli occhi dell’industria americana sembra destinata ad arrivare solo tra qualche mese, sul palco degli Academy Awards.

Teyana Taylor, miglior attrice non protagonista per One Battle After Another
Ma prima di commentare la quarta vittoria di One Battle After Another, è impossibile non soffermarsi su uno dei siparietti più discutibili della serata, capace di far storcere il naso a più di uno spettatore. Judd Apatow, salito sul palco per consegnare il premio per la miglior regia (una scelta già di per sé piuttosto discutibile) si è reso protagonista di un monologo lungo e poco ispirato, incentrato sull’ennesima rievocazione della sconfitta subita nel 2016 nella categoria di miglior film commedia contro The Martian (2015) di Ridley Scott.
Una battuta che forse poteva risultare divertente nel 2017 o 2018, ma che oggi appare decisamente fuori tempo massimo. Oltre ad aver inutilmente dilatato i tempi della cerimonia, scelta imputabile all’organizzazione più che ad Apatow, non è mancata anche una battuta che, dal nostro punto di vista, si sarebbe tranquillamente potuta evitare. Alla presenza di due registi con film internazionali all’interno del sestetto delle nomination, l’uscita «I’m not sure how to pronounce this.» prima di annunciare il vincitore scontato è sembrata quantomeno fuori luogo. Il momento è risultato ancora più imbarazzante se si considera che, per un breve istante, era sembrato possibile un clamoroso successo di Jafar Panahi per It Was Just An Accident. L’espressione visibilmente infastidita del cineasta iraniano ha finito per racchiudere tutta la delusione e l’amarezza di questo segmento. Senza voler insistere oltre sulle polemiche, quando tra i nominati c’è un regista che andrà concretamente in carcere per il solo fatto di fare cinema, forse sarebbe stato opportuno misurare meglio toni e battute. È vero che i Golden Globes restano una celebrazione hollywoodiana, ma anche in contesti di festa esistono tempi e modi, e certi siparietti di infimo livello, semplicemente, possono attendere.
La conclusione della serata per One Battle After Another è arrivata con il premio al miglior film commedia/musicale, una scelta piuttosto scontata visti i trionfi precedenti. Nulla ha potuto Marty Supreme di Josh Safdie, il contendente che più si avvicinava a PTA per numero di nomination, ma il film è comunque tornato a casa con un riconoscimento prestigioso, e fortemente “voluto” dal suo interprete, quello di miglior attore in un film commedia/musicale.

Paul Thomas Anderson, vincitore dei premi di miglior sceneggiatura e regia per One Battle After Another
Dopo quello che si può definire, senza esagerare, un capolavoro di marketing e presentazione, Timothée Chalamet ha conquistato il suo secondo premio televisivo della stagione per questa interpretazione. E con questa ennesima vittoria, il nostro Timmy Tim, che dal 2017 sta vivendo il suo sogno hollywoodiano, si avvicina sempre di più a quell’Oscar che brama da anni. E se qualcuno dovesse mettere in dubbio la sua dedizione o l’intensità emotiva… beh, come dice in 4 Raws, “bitch, you guessed it”. È comunque estremamente affascinante osservare i discorsi e gli atteggiamenti di Chalamet in queste ultime due settimane. L’immagine del giovane strafottente, colmo di ambizione e deciso a diventare il GOAT del cinema, figura consolidata dopo il discorso ai SAG Awards per A Complete Unknown dello scorso anno, sembra iniziare a cedere. La maschera è stata tolta, lasciando spazio a una persona più umile, che ringrazia costantemente la partner Kylie Jenner e cerca di riconoscere il valore della competizione.
Cambio di atteggiamento autentico o l’ennesima geniale campagna di marketing, perfettamente allineata al viaggio di redenzione del giovane Marty Mauser nel film di Safdie? In fondo, non è nemmeno così importante conoscere la risposta. Ciò che resta evidente è che Timothée Chalamet è forse l’unica vera stella di Hollywood capace di richiamare, anche solo in parte, il carisma dei grandi divi delle epoche passate. C’è fascino, mistero, aura, ma soprattutto c’è la bravura di un attore che ha saputo costruire con intelligenza la propria immagine agli occhi dei media.
“My life is an opera, look at the Oscars
Look at the groupies, look at the movies”
Citando ancora una volta il virale remix virale di 4 Raws con EsDeeKid, possiamo concludere che questo è il momento di Chalamet. Ha tra le mani l’interpretazione giusta, il film è diventato un fenomeno al botteghino soprattutto grazie a lui ed è nel pieno del picco per quanto riguarda le possibili nomination. Il suo personaggio viene persino “sculacciato” pubblicamente dallo “shark”, o forse sarebbe meglio dire vampiro, Kevin O’Leary… cos’altro deve fare questo ragazzo per portarsi a casa quella statuetta?

Jennifer Lopez e Timothée Chalamet nel backstage dei Golden Globes
Forse tutte queste congetture su marketing, interpretazione eccellente e timing perfetto sono solo dettagli. Forse, per vincere il premio di miglior interpretazione in un film commedia/musicale, basta semplicemente avere un personaggio scritto da uno dei due coniugi Bronstein. Per anni, infatti, i film dei fratelli Safdie sono stati celebrati per il loro effetto adrenaline-inducing, capace di trascinare lo spettatore nelle stressanti vicissitudini dei protagonisti, ma raramente viene messo in primo piano il lavoro fondamentale di Ronald Bronstein alla scrittura e al montaggio.
Quando il film di sua moglie Mary Bronstein, If I Had Legs I’d Kick You, è stato presentato prima al Sundance e poi alla Berlinale, le influenze erano più che evidenti. Mary Bronstein non si discosta più di tanto dallo stile del marito, ma lo contestualizza in una chiave più quirky, più affine alla commedia indipendente americana, seguendo in questo caso le vicissitudini di una madre “sull’orlo di una crisi di nervi”, giusto per citare il classico di Almodóvar, schiacciata dalle continue difficoltà che la vita le pone davanti. Nonostante If I Had Legs I’d Kick You presenti alcuni limiti che gli impediscono di raggiungere i livelli del film di Josh Safdie, lo stesso non si può dire della straordinaria Rose Byrne, che con questa interpretazione raccoglie uno dei riconoscimenti più importanti, e forse più complessi, della stagione. Non essendo inserita nella stessa categoria drammatica della frontrunner Jessie Buckley, le possibilità di Byrne erano cresciute esponenzialmente; Emma Stone per Bugonia e Chase Infiniti per One Battle After Another potevano contare soprattutto sulla forza dei film che le accompagnavano, mentre Byrne rappresentava l’unica nomination per il film di Mary Bronstein.
Con questa vittoria si può finalmente chiudere anche il “capitolo” Kate Hudson. Per mesi, diverse testate, e non nascondiamoci dietro un dito, Variety in primis, hanno cercato di costruire una campagna forzata attorno all’attrice di Almost Famous (2000), arrivando persino a ipotizzarne la vittoria agli Oscar. Certo, il mondo del giornalismo e degli awards vive anche di queste dinamiche di visibilità, ma resta comunque curioso, e per certi versi affascinante, osservare certi atteggiamenti da parte di quelli che dovrebbero essere i pundit più credibili di Hollywood. Questo non vuole essere un dissing nei confronti di Kate Hudson, che offre comunque una buona interpretazione, né una condanna della qualità di Song Sung Blue. Tuttavia, è difficile ignorare come un film che sembra uscito vent’anni fa fatichi a contenere una performance capace di connettere con il pubblico quanto quella di Rose Byrne.
Una volta salita sul palco, l’attrice australiana ha conquistato la platea prendendo ironicamente in giro il nome della categoria, sostenendo di non cantare nel film (affermazione, peraltro, non del tutto vera) e raccontando il motivo dell’assenza del marito, il noto attore Bobby Cannavale. Impossibilitato a essere presente per tifare per lei e per il co-protagonista Ethan Hawke in Blue Moon, Cannavale si trovava nel New Jersey per adottare un bearded dragon (una pogona). Non resta che sperare che questo animale non faccia la stessa fine dell’“adorabile” criceto del film…

Una sorpresa Rose Byrne nel backstage dei Golden Globes
Prima di passare a commentare le vittorie di Hamnet e Sinners, è doveroso soffermarsi sul premio come miglior attore “non protagonista” assegnato a Stellan Skarsgård per Sentimental Value. Le virgolette sono tutt’altro che decorative, perché se nella categoria di attrice non protagonista ci si poteva lamentare di un solo caso di category fraud, l’interpretazione da protagonista di Ariana Grande nella seconda parte di Wicked, con due vere performance secondarie a contendersi il premio, lo stesso non si può dire per la controparte maschile.
Per essere chiari: Hollywood e le case di distribuzione, in ottica awards, hanno da tempo questa pessima abitudine di collocare interpretazioni nelle categorie “sbagliate” per massimizzare nomination e possibilità di vittoria. Il Gustav Borg interpretato da Skarsgård nel film di Joachim Trier è a tutti gli effetti un coprotagonista, al pari del personaggio di Renate Reinsve. Tuttavia, consapevoli che una candidatura da protagonista sarebbe stata poco credibile, si è optato per la strategia del “non protagonista”. Un discorso analogo si potrebbe fare anche per Paul Mescal in Hamnet e Jacob Elordi in Frankenstein; pur non avendo lo stesso screen time di Jessie Buckley e Oscar Isaac, i loro punti di vista dominano il racconto in modo quasi equivalente. Si potrebbe persino discutere del personaggio di Lockjaw, che in One Battle After Another si muove sullo stesso livello di Bob e Willa Ferguson, ma quello è uno dei rari casi in cui un’interpretazione potrebbe essere collocata in entrambe le categorie senza sollevare particolari obiezioni.
Chiuso questo necessario preambolo, la categoria di miglior attore non protagonista resta semplicemente caotica. Sin dalla presentazione a Cannes, Skarsgård era considerato il favorito, ma l’“inconveniente” Sean Penn si è manifestato subito dopo le prime reazioni a One Battle After Another. All’inizio della stagione, però, il momentum si è spostato dal villain Lockjaw al Sensei Sergio di Benicio Del Toro. Più quest’ultimo guadagnava terreno, più Skarsgård sembrava sparire nell’ombra, almeno fino alla vittoria di Elordi ai Critics Choice Awards, una curveball che nessuno aveva previsto.
Cosa dire, quindi, della vittoria di Skarsgård? Semplicemente che lo rimette pienamente in corsa per l’Oscar, ora bisognerà aspettare gli sviluppi dei prossimi premi. Mentre si avvicinava al palco per ritirare il riconoscimento, si è materializzato uno degli scenari più discutibili della serata. Come da tradizione, i Golden Globes hanno relegato i contendenti internazionali ai tavoli più lontani, preferendo tenere al centro della sala Dwayne “The Rock” Johnson, che, con tutto il rispetto, non avrebbe mai potuto vincere per The Smashing Machine, lasciando Moura e il cast di Sentimental Value (film candidato in ben otto categorie) negli angoli più remoti.

Stellan Skarsgard, miglior attore non protagonista per Sentimental Value
L’attesa quasi infinita per vedere Skarsgård raggiungere il palco, mentre Yeah! di Usher risuonava in sottofondo, è stata un’esperienza surreale, talmente fuori luogo da diventare involontariamente iconica. Le scelte musicali del DJ hanno distratto per tutta la serata; basti pensare a Good Times degli Chic mentre Noah Wyle e il team di The Pitt si avvicinavano a ritirare il premio per miglior serie drammatica, o ad APT mentre Apatow saliva sul palco.
Tornando ai premi, il discorso di Skarsgård è stato piuttosto diretto e si è concentrato sull’importanza dell’esperienza in sala cinematografica, dichiarazioni particolarmente “delicate” in questa fase di transizione e tensione tra Warner, Paramount e Netflix. A proposito di quest’ultimo, nonostante l’insuccesso di Frankenstein di Guillermo del Toro, il colosso dello streaming può comunque ritenersi soddisfatto grazie alle due vittorie di KPop Demon Hunters per miglior film d’animazione e miglior canzone originale (Golden). Due trionfi tutt’altro che sorprendenti, visto che il film sta accumulando premi da mesi. Non esiste uno scenario realistico in cui perderà i due Oscar, e solo I Lied to You, il brano di Sinners, avrebbe potuto impensierire Ejae e il suo team.
Restando in ambito musicale, Sinners si è aggiudicato il premio per la miglior colonna sonora, avvicinando ulteriormente Ludwig Göransson al suo terzo Oscar in meno di dieci anni, dopo le vittorie per Black Panther (2018) e Oppenheimer (2023), un risultato impressionante. Avremmo voluto ascoltare le sue parole sul palco, anche perché il film di Ryan Coogler non è esente da critiche, ma la musica di Göransson non rientra certo tra queste. C’era grande attesa per la categoria, vista la presenza di Jonny Greenwood (One Battle After Another) e del DJ Kangding Ray, autore del lavoro sonoro di Sirāt di Oliver Laxe; curiosità però rimasta insoddisfatta, dato che il premio non è stato incluso nel broadcast ufficiale. Il motivo? Mancanza di tempo. Tempo che, evidentemente, va riservato a star della UFC, sketch imbarazzanti con Apatow, karaoke sulle note di Golden, e, soprattutto, alle nuove categorie di stand-up comedy e miglior podcast.
Una scelta francamente ridicola. Relegare un premio come quello per la miglior colonna sonora alla pubblicità danneggia l’arte e il cinema molto più di quanto non lo “salvaguardi”. Lo stesso era accaduto ai Critics Choice Awards, quando il premio per il miglior film internazionale fu consegnato a Kleber Mendonça Filho sul red carpet, un segnale di quanto l’industria americana sembri talvolta intenzionata a mettersi in ridicolo davanti a ciò che dovrebbe rappresentare il meglio della Settima Arte. E con tutto il rispetto per Hudson Williams e Connor Storrie, di cui siamo diventati fan dopo la visione di Heated Rivalry, la loro overexposure sta diventando controproducente. Il loro segmento sul palco è risultato piuttosto piatto, complice anche una citazione di scena fin troppo prevedibile.

Hudson Williams e Connor Storrie durante il loro segmento di presentazione
A chiudere le note di demerito della cerimonia, la discutibile decisione di inserire dei commentatori fissi. E quando tra questi c’è Marc Malkin, il disastro è praticamente garantito. Il senior editor di Variety si è costruito negli anni una reputazione per la sua abilità nel mettere a disagio gli intervistati. Solo la settimana scorsa ha chiesto a Janelle James cosa stesse pensando mentre guardava le scene più “chiacchierate” in Heated Rivalry davanti allo stesso Storrie. Viene spontaneo chiedersi se avrebbe posto la stessa domanda a David Harbour su The Housemaid, con Sydney Sweeney seduta accanto. Sentire Malkin commentare i vincitori e promuovere a ripetizione una piattaforma di criptovalute per scommettere in tempo reale non ha fatto altro che infastidire e, in definitiva, danneggiare l’intera serata.
Continuando con i premi, se c’è un vero grande sconfitto della serata quello è senza dubbio Sinners. Dopo la vittoria “fantasma” per la miglior colonna sonora, assegnata fuori dal broadcast, è arrivata quella per il miglior achievement al box office, l’ennesimo premio artificiale e mal definito. Perché? Perché i criteri di eleggibilità non si basano nemmeno su dati certi, ma su proiezioni. In teoria, per essere nominati bisognerebbe aver superato i 100 milioni di dollari al botteghino nazionale; tuttavia, al momento delle nomination l’ultimo Avatar non aveva ancora raggiunto quella cifra. Lo stesso vale per KPop Demon Hunters, film uscito direttamente in streaming; secondo gli “esperti”, avrebbe tranquillamente superato i cento milioni se fosse stato distribuito in sala, ed ecco quindi giustificata la candidatura. A questo punto sorge spontanea la domanda: visto il successo inatteso di Marty Supreme, che si sta avvicinando proprio a quella soglia, perché gli stessi “esperti” non sono riusciti a prevederlo e quindi a inserirlo tra i nominati? Troppi se e pochissime risposte.
Almeno resta la soddisfazione di vedere un prodotto originale come Sinners imporsi in questa categoria dominata da remake e sequel, anche se il bottino della serata si è fermato lì. Nonostante la sconfitta di Jordan per mano di Wagner Moura, il film di Ryan Coogler restava il grande favorito per la vittoria come miglior film drammatico. Di fatto, Sinners è stato l’unico titolo capace di mettere realmente in discussione il dominio incontrastato di One Battle After Another. La vittoria a sorpresa di Hamnet di Chloé Zhao, però, ha riportato Coogler con i piedi per terra. Considerando l’ampia componente internazionale del corpo votante dei Golden Globes, è naturale arrivare alla conclusione che Sinners non goda dello stesso supporto compatto che riceve dal pubblico e dalla critica statunitense a livello globale.
Probabilmente il sentimentalismo al limite del manipolatorio della cineasta, già premio Oscar, ha fatto breccia in maniera più immediata rispetto al film di genere di Ryan Coogler. È infatti difficile non lasciarsi abbindolare dalla visione di Hamnet; come resistere al fiume di lacrime quando il piccolo Hamnet attraversa la porta dell’aldilà e incrocia, per l’ultima volta, lo sguardo straziante della madre Agnes? Eppure, a distanza di settimane dalla visione, la delusione non fa che aumentare. Dal fallito connubio tra Zhao e il rigore formale di Lukasz Zal, alla costruzione dei personaggi affidata quasi esclusivamente all’emotività, fino a sfiorare il misery porn nel trattamento riservato ad Agnes, per non citare le musiche di Max Richter, Hamnet rivela tutte le sue fragilità. A questo si aggiunge una gestione poco chiara della figura di Shakespeare, marginale e irrisolta all’interno di una storia che dovrebbe ruotare intorno allo sguardo della moglie.

Jessie Buckley sul palco mentre ritira il premio di miglior attrice in un film drammatico
La vittoria dell’opera di Zhao lascia quindi l’amaro in bocca. Non che gli altri due contendenti in lingua inglese, Sinners e Frankenstein, avrebbero necessariamente migliorato la situazione. E allora perché non osare davvero? Perché non puntare su uno dei tre titoli internazionali rimasti in gara: Jafar Panahi, come riconoscimento concreto a una stagione logorante per il regista iraniano, che si appresta a scontare una pena detentiva; Joachim Trier, come alternativa credibile al dramma americano tradizionale; o Kleber Mendonça Filho, che, dopo i due premi già conquistati, avrebbe potuto chiudere la serata con un terzo riconoscimento pienamente meritato.
Il premio a Hamnet come miglior film drammatico non è stato l’unico della serata, ad accompagnarlo è arrivato anche quello per la miglior attrice a Jessie Buckley, uno dei momenti più celebrati dell’intera cerimonia. Una vittoria che, tuttavia, continua a lasciare qualche perplessità. Da anni Buckley dimostra di essere non solo una delle attrici più talentuose della sua generazione, ma di possedere la stoffa per diventare una delle migliori in assoluto. Proprio per questo, vederla salire sul palco per un’interpretazione che difficilmente rientrerebbe anche solo in un’ipotetica top ten della sua carriera risulta piuttosto scoraggiante. Sia chiaro, l’interpretazione di Jessie Buckley è eccellente. Il problema non è la performance, ma il materiale a sua disposizione. Chloé Zhao le offre quasi esclusivamente momenti di emotività estrema, e Buckley, dal canto suo, riesce comunque a costruire un ritratto credibile e sentito di Agnes.
Tuttavia, la scrittura e la messa in scena non le consentono di andare oltre. Con un regista più ambizioso e capace di lavorare sulle sfumature, Jessie Buckley avrebbe potuto consegnare un’interpretazione destinata a segnare il decennio. Ci si deve invece accontentare di un lavoro impeccabile sul piano tecnico ed emotivo, ma lontano da quel livello di grandezza che il talento dell’attrice lascerebbe legittimamente immaginare. Nonostante ciò, è difficile immaginare possibili sconfitte per l’attrice irlandese da qui alla notte degli Oscar; come nel caso di Chalamet, la sua affermazione sta diventando sempre più inevitabile.
Nonostante i successi di Hamnet, questa edizione dei Golden Globes sembra rafforzare ulteriormente One Battle After Another e offrire un panorama più chiaro su quelli che potrebbero essere i vincitori agli Oscar. Nel complesso, la serata ha fatto soprattutto chiarezza, più che alimentare sorprese. Tra conferme ormai difficili da scalfire e qualche categoria ancora aperta, la corsa agli Oscar appare sempre più incanalata verso esiti prevedibili. Resta da capire se, da qui alla notte delle statuette, ci sarà ancora spazio per ribaltare una narrazione che l’industria sembra aver già deciso.

Da sinistra a destra, il team di Hamnet; Joe Alwyn, Noah Jupe, Chloe Zhao, Jessie Buckley, Paul Mescal e Jacobi Jupe
di Omar Franini
NC-381
14.01.2026

Golden Globes 2026
Nella notte tra il 10 e l’11 gennaio si è svolta l’83ª edizione dei Golden Globes, una serata che, come da tradizione, ha saputo riservare piacevoli sorprese, conferme attese e anche alcuni momenti di autentico sgomento.
Ma, (non) seguendo un ordine rigoroso, è impossibile non partire da quelli che sono stati due dei momenti più emozionanti dell’intera cerimonia: le vittorie di O Agente Secreto di Kleber Mendonça Filho, nella categorie di miglior film internazionale, e di Wagner Moura, come miglior attore in un film drammatico. Già lo scorso anno il Brasile aveva iniziato a sognare un possibile trionfo del proprio candidato agli Oscar proprio a partire dai Golden Globes, grazie alla storica vittoria di Fernanda Torres per Ainda Estou Aqui - un successo che avrebbe poi condotto l'opera anche alla conquista del premio per il miglior film internazionale.
Se inizialmente la vittoria della Torres era sembrata sorprendente, un’analisi più attenta del contesto ne aveva rapidamente chiarito l'invevitabilità: un’interpretazione costruita secondo i canoni del classico “ruolo da Oscar” e una competizione interna che vedeva protagoniste attrici del calibro di Nicole Kidman, Angelina Jolie e Tilda Swinton in film poco valorizzati dal circuito dei premi. In quel quadro, la sua affermazione appariva come la scelta più logica.

Wagner Moura, miglior attore in un film drammatico per O Agente Secreto
Wagner Moura, al contrario, non aveva goduto della stessa fortuna. A differenza della protagonista del film di Walter Salles, l’interpretazione portata sullo schermo dall’attore brasiliano, un vero capolavoro di recitazione minimalista, non è immediatamente catturante, né facilmente spendibile sul piano mediatico. Inoltre, si è trovato a competere direttamente con Michael B. Jordan per Sinners, una delle performance più premiate di questa awards season. Considerando anche lo status di “secondo favorito” attribuito all’opera di Ryan Coogler, alle spalle soltanto di One Battle After Another, il trionfo di Moura assume un peso e un valore ancora maggiori. A completare il cerchio contribuisce anche il fatto che un’interpretazione non in lingua inglese abbia raggiunto un traguardo simile in un’industria sempre più restia a dare spazio al cinema internazionale al di fuori della sua “categoria” di riferimento.
È vero che i Golden Globes hanno spesso incluso interpreti e registi non americani nelle categorie principali, ma restano comunque un’eccezione più che la norma. Basti pensare agli snub dello stesso Moura nella shortlist dei BAFTA o alla mancata nomination agli Screen Actors Guild Awards (siamo ben consapevoli che ora si chiamano The Actor Awards, ma è un nome talmente ridicolo che è difficile chiamarlo così), che hanno completamente ignorato anche il cast di Sentimental Value, episodi sorprendenti che avevano fatto vacillare le sue possibilità di vittoria ai Globes. E non stiamo parlando di un attore appena “scoperto” da Hollywood. Moura è un interprete con una carriera ormai più che affermata nell’industria americana, e O Agente Secreto rappresenta, di fatto, il suo primo ritorno a un ruolo “in patria” dopo oltre dieci anni.
Sul palcoscenico, l’attore brasiliano ha pronunciato uno dei pochi discorsi apertamente politici della serata, coerentemente con il forte spessore sociopolitico che accompagna l’opera di Mendonça Filho. «If trauma can be passed along generations, values can too.»: una frase che racchiude perfettamente il messaggio del film, un’opera sulla memoria che invita a vigilare affinché il passato non si ripeta e non si instauri nuovamente un clima politico instabile. Lo stesso Mendonça Filho, salito sul palco, si è dovuto limitare a rivolgere un messaggio ai giovani registi americani e brasiliani, incoraggiandoli a fare cinema proprio in questo momento storico così fragile. Avrebbe probabilmente voluto continuare, ma i Golden Globes non erano d’accordo, bisogna pur sempre trovare il tempo per presentare Mackenzie Dern e Brian Ortega, stelle della UFC, facendoli sfilare sul palco senza concedere loro nemmeno una parola. Solo uno dei tanti piccoli episodi imbarazzanti che hanno costellato la serata.
Detto questo, per citare le parole di Moura: «Viva a cultura brasileira!» Forse il nostro affiatamento nei confronti di questa Nazione è dovuto al fervore emotivo che trasmette. C’è davvero la credenza che il cinema possa aiutare a rendere un luogo più conosciuto. Il cinema brasiliano, da ormai più di un anno, è diventato uno dei settori più in via di sviluppo nell’economia del Paese, e vedere che lo stesso presidente Lula ha chiamato direttamente Wagner Moura per congratularsi per la vittoria è qualcosa di gratificante. Per quanto riguarda l’Italia, pare che il Ministero della Cultura abbia concesso ottocentomila euro di fondi pubblici per la produzione della docuserie su Fabrizio Corona… bisogna aggiungere altro?

Kleber Mendonça Filho e Emilie Lesclaux (in rosso), sul palcoscenico a ritirare il premio di miglior film internazionale
Passando ora a uno dei grandi vincitori della serata, One Battle After Another non solo non ha deluso le aspettative, ma è riuscito a imporsi anche in alcune categorie inaspettate, confermando il suo status di favorito assoluto in vista degli Oscar e iniziando a mettere seriamente gli occhi su più fronti per una possibile sweep.
Il primo dei quattro riconoscimenti per l’opera di Paul Thomas Anderson è arrivato già a inizio serata, con la sorprendente vittoria di Teyana Taylor sulla presunta favorita Amy Madigan. L’avvio dell’awards season aveva mostrato con grande evidenza il sostegno della critica statunitense nei confronti della veterana (interprete di Zia Gladys), il classico esempio di un’attrice amata che non sempre ha ricevuto i giusti riconoscimenti dall’industria, e che qui viene celebrata per un ruolo diventato in breve tempo non solo un’icona horror, ma anche queer. La vittoria, più che meritata, di Taylor la porta momentaneamente in vantaggio, anche se la corsa potrebbe riaprirsi in caso di un successo ai SAG di Madigan. Ciò che rende il confronto particolarmente interessante è il fatto che si tratti di due interpretazioni diametralmente opposte.
Taylor domina la prima mezz’ora di One Battle After Another e, anche dopo l’uscita di scena del suo personaggio, continua a incombere sulla narrazione come un vero e proprio "fantasma ideologico". Madigan, dal canto suo, appare solo nella sezione finale di Weapons, dopo una lunga e calibrata costruzione orchestrata da Zach Cregger, e prende completamente il controllo del film fino alla sua conclusione grottesca. A pesare ulteriormente sul confronto è anche il contesto produttivo; da una parte c’è il film di PTA, destinato con ogni probabilità a raggiungere la doppia cifra nelle nomination agli Oscar; dall’altra, Weapons, che sembra avere come unica reale possibilità aggiuntiva una candidatura per il miglior casting. Una sfida che si preannuncia avvincente, anche se al momento l’ago della bilancia sembra pendere dalla parte di Taylor.
Sempre a inizio serata, Paul Thomas Anderson ha conquistato, fatto che può sembrare quasi paradossale, il suo primo Golden Globe della carriera, vincendo il premio per la miglior sceneggiatura. Un riconoscimento che ha ulteriormente rafforzato la posizione del film. Si trattava di una categoria particolarmente competitiva, nella quale non sarebbe stato azzardato immaginare una vittoria anche per Sinners o Sentimental Value. I dubbi iniziali, legati all’assenza di una distinzione tra sceneggiature originali e adattate, non fanno che rendere questo successo ancora più significativo, confermando la concreta possibilità che questo sia finalmente l’anno del primo Oscar per PTA. Discorso analogo vale per il premio alla miglior regia, un riconoscimento che Anderson ha già conquistato una ventina di volte nel corso di questa stagione. In un mondo ideale, questo Golden Globe avrebbe dovuto rappresentare almeno il quarto o quinto della sua carriera, ma la sua definitiva “consacrazione” agli occhi dell’industria americana sembra destinata ad arrivare solo tra qualche mese, sul palco degli Academy Awards.

Teyana Taylor, miglior attrice non protagonista per One Battle After Another
Ma prima di commentare la quarta vittoria di One Battle After Another, è impossibile non soffermarsi su uno dei siparietti più discutibili della serata, capace di far storcere il naso a più di uno spettatore. Judd Apatow, salito sul palco per consegnare il premio per la miglior regia (una scelta già di per sé piuttosto discutibile) si è reso protagonista di un monologo lungo e poco ispirato, incentrato sull’ennesima rievocazione della sconfitta subita nel 2016 nella categoria di miglior film commedia contro The Martian (2015) di Ridley Scott.
Una battuta che forse poteva risultare divertente nel 2017 o 2018, ma che oggi appare decisamente fuori tempo massimo. Oltre ad aver inutilmente dilatato i tempi della cerimonia, scelta imputabile all’organizzazione più che ad Apatow, non è mancata anche una battuta che, dal nostro punto di vista, si sarebbe tranquillamente potuta evitare. Alla presenza di due registi con film internazionali all’interno del sestetto delle nomination, l’uscita «I’m not sure how to pronounce this.» prima di annunciare il vincitore scontato è sembrata quantomeno fuori luogo. Il momento è risultato ancora più imbarazzante se si considera che, per un breve istante, era sembrato possibile un clamoroso successo di Jafar Panahi per It Was Just An Accident. L’espressione visibilmente infastidita del cineasta iraniano ha finito per racchiudere tutta la delusione e l’amarezza di questo segmento. Senza voler insistere oltre sulle polemiche, quando tra i nominati c’è un regista che andrà concretamente in carcere per il solo fatto di fare cinema, forse sarebbe stato opportuno misurare meglio toni e battute. È vero che i Golden Globes restano una celebrazione hollywoodiana, ma anche in contesti di festa esistono tempi e modi, e certi siparietti di infimo livello, semplicemente, possono attendere.
La conclusione della serata per One Battle After Another è arrivata con il premio al miglior film commedia/musicale, una scelta piuttosto scontata visti i trionfi precedenti. Nulla ha potuto Marty Supreme di Josh Safdie, il contendente che più si avvicinava a PTA per numero di nomination, ma il film è comunque tornato a casa con un riconoscimento prestigioso, e fortemente “voluto” dal suo interprete, quello di miglior attore in un film commedia/musicale.

Paul Thomas Anderson, vincitore dei premi di miglior sceneggiatura e regia per One Battle After Another
Dopo quello che si può definire, senza esagerare, un capolavoro di marketing e presentazione, Timothée Chalamet ha conquistato il suo secondo premio televisivo della stagione per questa interpretazione. E con questa ennesima vittoria, il nostro Timmy Tim, che dal 2017 sta vivendo il suo sogno hollywoodiano, si avvicina sempre di più a quell’Oscar che brama da anni. E se qualcuno dovesse mettere in dubbio la sua dedizione o l’intensità emotiva… beh, come dice in 4 Raws, “bitch, you guessed it”. È comunque estremamente affascinante osservare i discorsi e gli atteggiamenti di Chalamet in queste ultime due settimane. L’immagine del giovane strafottente, colmo di ambizione e deciso a diventare il GOAT del cinema, figura consolidata dopo il discorso ai SAG Awards per A Complete Unknown dello scorso anno, sembra iniziare a cedere. La maschera è stata tolta, lasciando spazio a una persona più umile, che ringrazia costantemente la partner Kylie Jenner e cerca di riconoscere il valore della competizione.
Cambio di atteggiamento autentico o l’ennesima geniale campagna di marketing, perfettamente allineata al viaggio di redenzione del giovane Marty Mauser nel film di Safdie? In fondo, non è nemmeno così importante conoscere la risposta. Ciò che resta evidente è che Timothée Chalamet è forse l’unica vera stella di Hollywood capace di richiamare, anche solo in parte, il carisma dei grandi divi delle epoche passate. C’è fascino, mistero, aura, ma soprattutto c’è la bravura di un attore che ha saputo costruire con intelligenza la propria immagine agli occhi dei media.
“My life is an opera, look at the Oscars
Look at the groupies, look at the movies”
Citando ancora una volta il virale remix virale di 4 Raws con EsDeeKid, possiamo concludere che questo è il momento di Chalamet. Ha tra le mani l’interpretazione giusta, il film è diventato un fenomeno al botteghino soprattutto grazie a lui ed è nel pieno del picco per quanto riguarda le possibili nomination. Il suo personaggio viene persino “sculacciato” pubblicamente dallo “shark”, o forse sarebbe meglio dire vampiro, Kevin O’Leary… cos’altro deve fare questo ragazzo per portarsi a casa quella statuetta?

Jennifer Lopez e Timothée Chalamet nel backstage dei Golden Globes
Forse tutte queste congetture su marketing, interpretazione eccellente e timing perfetto sono solo dettagli. Forse, per vincere il premio di miglior interpretazione in un film commedia/musicale, basta semplicemente avere un personaggio scritto da uno dei due coniugi Bronstein. Per anni, infatti, i film dei fratelli Safdie sono stati celebrati per il loro effetto adrenaline-inducing, capace di trascinare lo spettatore nelle stressanti vicissitudini dei protagonisti, ma raramente viene messo in primo piano il lavoro fondamentale di Ronald Bronstein alla scrittura e al montaggio.
Quando il film di sua moglie Mary Bronstein, If I Had Legs I’d Kick You, è stato presentato prima al Sundance e poi alla Berlinale, le influenze erano più che evidenti. Mary Bronstein non si discosta più di tanto dallo stile del marito, ma lo contestualizza in una chiave più quirky, più affine alla commedia indipendente americana, seguendo in questo caso le vicissitudini di una madre “sull’orlo di una crisi di nervi”, giusto per citare il classico di Almodóvar, schiacciata dalle continue difficoltà che la vita le pone davanti. Nonostante If I Had Legs I’d Kick You presenti alcuni limiti che gli impediscono di raggiungere i livelli del film di Josh Safdie, lo stesso non si può dire della straordinaria Rose Byrne, che con questa interpretazione raccoglie uno dei riconoscimenti più importanti, e forse più complessi, della stagione. Non essendo inserita nella stessa categoria drammatica della frontrunner Jessie Buckley, le possibilità di Byrne erano cresciute esponenzialmente; Emma Stone per Bugonia e Chase Infiniti per One Battle After Another potevano contare soprattutto sulla forza dei film che le accompagnavano, mentre Byrne rappresentava l’unica nomination per il film di Mary Bronstein.
Con questa vittoria si può finalmente chiudere anche il “capitolo” Kate Hudson. Per mesi, diverse testate, e non nascondiamoci dietro un dito, Variety in primis, hanno cercato di costruire una campagna forzata attorno all’attrice di Almost Famous (2000), arrivando persino a ipotizzarne la vittoria agli Oscar. Certo, il mondo del giornalismo e degli awards vive anche di queste dinamiche di visibilità, ma resta comunque curioso, e per certi versi affascinante, osservare certi atteggiamenti da parte di quelli che dovrebbero essere i pundit più credibili di Hollywood. Questo non vuole essere un dissing nei confronti di Kate Hudson, che offre comunque una buona interpretazione, né una condanna della qualità di Song Sung Blue. Tuttavia, è difficile ignorare come un film che sembra uscito vent’anni fa fatichi a contenere una performance capace di connettere con il pubblico quanto quella di Rose Byrne.
Una volta salita sul palco, l’attrice australiana ha conquistato la platea prendendo ironicamente in giro il nome della categoria, sostenendo di non cantare nel film (affermazione, peraltro, non del tutto vera) e raccontando il motivo dell’assenza del marito, il noto attore Bobby Cannavale. Impossibilitato a essere presente per tifare per lei e per il co-protagonista Ethan Hawke in Blue Moon, Cannavale si trovava nel New Jersey per adottare un bearded dragon (una pogona). Non resta che sperare che questo animale non faccia la stessa fine dell’“adorabile” criceto del film…

Una sorpresa Rose Byrne nel backstage dei Golden Globes
Prima di passare a commentare le vittorie di Hamnet e Sinners, è doveroso soffermarsi sul premio come miglior attore “non protagonista” assegnato a Stellan Skarsgård per Sentimental Value. Le virgolette sono tutt’altro che decorative, perché se nella categoria di attrice non protagonista ci si poteva lamentare di un solo caso di category fraud, l’interpretazione da protagonista di Ariana Grande nella seconda parte di Wicked, con due vere performance secondarie a contendersi il premio, lo stesso non si può dire per la controparte maschile.
Per essere chiari: Hollywood e le case di distribuzione, in ottica awards, hanno da tempo questa pessima abitudine di collocare interpretazioni nelle categorie “sbagliate” per massimizzare nomination e possibilità di vittoria. Il Gustav Borg interpretato da Skarsgård nel film di Joachim Trier è a tutti gli effetti un coprotagonista, al pari del personaggio di Renate Reinsve. Tuttavia, consapevoli che una candidatura da protagonista sarebbe stata poco credibile, si è optato per la strategia del “non protagonista”. Un discorso analogo si potrebbe fare anche per Paul Mescal in Hamnet e Jacob Elordi in Frankenstein; pur non avendo lo stesso screen time di Jessie Buckley e Oscar Isaac, i loro punti di vista dominano il racconto in modo quasi equivalente. Si potrebbe persino discutere del personaggio di Lockjaw, che in One Battle After Another si muove sullo stesso livello di Bob e Willa Ferguson, ma quello è uno dei rari casi in cui un’interpretazione potrebbe essere collocata in entrambe le categorie senza sollevare particolari obiezioni.
Chiuso questo necessario preambolo, la categoria di miglior attore non protagonista resta semplicemente caotica. Sin dalla presentazione a Cannes, Skarsgård era considerato il favorito, ma l’“inconveniente” Sean Penn si è manifestato subito dopo le prime reazioni a One Battle After Another. All’inizio della stagione, però, il momentum si è spostato dal villain Lockjaw al Sensei Sergio di Benicio Del Toro. Più quest’ultimo guadagnava terreno, più Skarsgård sembrava sparire nell’ombra, almeno fino alla vittoria di Elordi ai Critics Choice Awards, una curveball che nessuno aveva previsto.
Cosa dire, quindi, della vittoria di Skarsgård? Semplicemente che lo rimette pienamente in corsa per l’Oscar, ora bisognerà aspettare gli sviluppi dei prossimi premi. Mentre si avvicinava al palco per ritirare il riconoscimento, si è materializzato uno degli scenari più discutibili della serata. Come da tradizione, i Golden Globes hanno relegato i contendenti internazionali ai tavoli più lontani, preferendo tenere al centro della sala Dwayne “The Rock” Johnson, che, con tutto il rispetto, non avrebbe mai potuto vincere per The Smashing Machine, lasciando Moura e il cast di Sentimental Value (film candidato in ben otto categorie) negli angoli più remoti.

Stellan Skarsgard, miglior attore non protagonista per Sentimental Value
L’attesa quasi infinita per vedere Skarsgård raggiungere il palco, mentre Yeah! di Usher risuonava in sottofondo, è stata un’esperienza surreale, talmente fuori luogo da diventare involontariamente iconica. Le scelte musicali del DJ hanno distratto per tutta la serata; basti pensare a Good Times degli Chic mentre Noah Wyle e il team di The Pitt si avvicinavano a ritirare il premio per miglior serie drammatica, o ad APT mentre Apatow saliva sul palco.
Tornando ai premi, il discorso di Skarsgård è stato piuttosto diretto e si è concentrato sull’importanza dell’esperienza in sala cinematografica, dichiarazioni particolarmente “delicate” in questa fase di transizione e tensione tra Warner, Paramount e Netflix. A proposito di quest’ultimo, nonostante l’insuccesso di Frankenstein di Guillermo del Toro, il colosso dello streaming può comunque ritenersi soddisfatto grazie alle due vittorie di KPop Demon Hunters per miglior film d’animazione e miglior canzone originale (Golden). Due trionfi tutt’altro che sorprendenti, visto che il film sta accumulando premi da mesi. Non esiste uno scenario realistico in cui perderà i due Oscar, e solo I Lied to You, il brano di Sinners, avrebbe potuto impensierire Ejae e il suo team.
Restando in ambito musicale, Sinners si è aggiudicato il premio per la miglior colonna sonora, avvicinando ulteriormente Ludwig Göransson al suo terzo Oscar in meno di dieci anni, dopo le vittorie per Black Panther (2018) e Oppenheimer (2023), un risultato impressionante. Avremmo voluto ascoltare le sue parole sul palco, anche perché il film di Ryan Coogler non è esente da critiche, ma la musica di Göransson non rientra certo tra queste. C’era grande attesa per la categoria, vista la presenza di Jonny Greenwood (One Battle After Another) e del DJ Kangding Ray, autore del lavoro sonoro di Sirāt di Oliver Laxe; curiosità però rimasta insoddisfatta, dato che il premio non è stato incluso nel broadcast ufficiale. Il motivo? Mancanza di tempo. Tempo che, evidentemente, va riservato a star della UFC, sketch imbarazzanti con Apatow, karaoke sulle note di Golden, e, soprattutto, alle nuove categorie di stand-up comedy e miglior podcast.
Una scelta francamente ridicola. Relegare un premio come quello per la miglior colonna sonora alla pubblicità danneggia l’arte e il cinema molto più di quanto non lo “salvaguardi”. Lo stesso era accaduto ai Critics Choice Awards, quando il premio per il miglior film internazionale fu consegnato a Kleber Mendonça Filho sul red carpet, un segnale di quanto l’industria americana sembri talvolta intenzionata a mettersi in ridicolo davanti a ciò che dovrebbe rappresentare il meglio della Settima Arte. E con tutto il rispetto per Hudson Williams e Connor Storrie, di cui siamo diventati fan dopo la visione di Heated Rivalry, la loro overexposure sta diventando controproducente. Il loro segmento sul palco è risultato piuttosto piatto, complice anche una citazione di scena fin troppo prevedibile.

Hudson Williams e Connor Storrie durante il loro segmento di presentazione
A chiudere le note di demerito della cerimonia, la discutibile decisione di inserire dei commentatori fissi. E quando tra questi c’è Marc Malkin, il disastro è praticamente garantito. Il senior editor di Variety si è costruito negli anni una reputazione per la sua abilità nel mettere a disagio gli intervistati. Solo la settimana scorsa ha chiesto a Janelle James cosa stesse pensando mentre guardava le scene più “chiacchierate” in Heated Rivalry davanti allo stesso Storrie. Viene spontaneo chiedersi se avrebbe posto la stessa domanda a David Harbour su The Housemaid, con Sydney Sweeney seduta accanto. Sentire Malkin commentare i vincitori e promuovere a ripetizione una piattaforma di criptovalute per scommettere in tempo reale non ha fatto altro che infastidire e, in definitiva, danneggiare l’intera serata.
Continuando con i premi, se c’è un vero grande sconfitto della serata quello è senza dubbio Sinners. Dopo la vittoria “fantasma” per la miglior colonna sonora, assegnata fuori dal broadcast, è arrivata quella per il miglior achievement al box office, l’ennesimo premio artificiale e mal definito. Perché? Perché i criteri di eleggibilità non si basano nemmeno su dati certi, ma su proiezioni. In teoria, per essere nominati bisognerebbe aver superato i 100 milioni di dollari al botteghino nazionale; tuttavia, al momento delle nomination l’ultimo Avatar non aveva ancora raggiunto quella cifra. Lo stesso vale per KPop Demon Hunters, film uscito direttamente in streaming; secondo gli “esperti”, avrebbe tranquillamente superato i cento milioni se fosse stato distribuito in sala, ed ecco quindi giustificata la candidatura. A questo punto sorge spontanea la domanda: visto il successo inatteso di Marty Supreme, che si sta avvicinando proprio a quella soglia, perché gli stessi “esperti” non sono riusciti a prevederlo e quindi a inserirlo tra i nominati? Troppi se e pochissime risposte.
Almeno resta la soddisfazione di vedere un prodotto originale come Sinners imporsi in questa categoria dominata da remake e sequel, anche se il bottino della serata si è fermato lì. Nonostante la sconfitta di Jordan per mano di Wagner Moura, il film di Ryan Coogler restava il grande favorito per la vittoria come miglior film drammatico. Di fatto, Sinners è stato l’unico titolo capace di mettere realmente in discussione il dominio incontrastato di One Battle After Another. La vittoria a sorpresa di Hamnet di Chloé Zhao, però, ha riportato Coogler con i piedi per terra. Considerando l’ampia componente internazionale del corpo votante dei Golden Globes, è naturale arrivare alla conclusione che Sinners non goda dello stesso supporto compatto che riceve dal pubblico e dalla critica statunitense a livello globale.
Probabilmente il sentimentalismo al limite del manipolatorio della cineasta, già premio Oscar, ha fatto breccia in maniera più immediata rispetto al film di genere di Ryan Coogler. È infatti difficile non lasciarsi abbindolare dalla visione di Hamnet; come resistere al fiume di lacrime quando il piccolo Hamnet attraversa la porta dell’aldilà e incrocia, per l’ultima volta, lo sguardo straziante della madre Agnes? Eppure, a distanza di settimane dalla visione, la delusione non fa che aumentare. Dal fallito connubio tra Zhao e il rigore formale di Lukasz Zal, alla costruzione dei personaggi affidata quasi esclusivamente all’emotività, fino a sfiorare il misery porn nel trattamento riservato ad Agnes, per non citare le musiche di Max Richter, Hamnet rivela tutte le sue fragilità. A questo si aggiunge una gestione poco chiara della figura di Shakespeare, marginale e irrisolta all’interno di una storia che dovrebbe ruotare intorno allo sguardo della moglie.

Jessie Buckley sul palco mentre ritira il premio di miglior attrice in un film drammatico
La vittoria dell’opera di Zhao lascia quindi l’amaro in bocca. Non che gli altri due contendenti in lingua inglese, Sinners e Frankenstein, avrebbero necessariamente migliorato la situazione. E allora perché non osare davvero? Perché non puntare su uno dei tre titoli internazionali rimasti in gara: Jafar Panahi, come riconoscimento concreto a una stagione logorante per il regista iraniano, che si appresta a scontare una pena detentiva; Joachim Trier, come alternativa credibile al dramma americano tradizionale; o Kleber Mendonça Filho, che, dopo i due premi già conquistati, avrebbe potuto chiudere la serata con un terzo riconoscimento pienamente meritato.
Il premio a Hamnet come miglior film drammatico non è stato l’unico della serata, ad accompagnarlo è arrivato anche quello per la miglior attrice a Jessie Buckley, uno dei momenti più celebrati dell’intera cerimonia. Una vittoria che, tuttavia, continua a lasciare qualche perplessità. Da anni Buckley dimostra di essere non solo una delle attrici più talentuose della sua generazione, ma di possedere la stoffa per diventare una delle migliori in assoluto. Proprio per questo, vederla salire sul palco per un’interpretazione che difficilmente rientrerebbe anche solo in un’ipotetica top ten della sua carriera risulta piuttosto scoraggiante. Sia chiaro, l’interpretazione di Jessie Buckley è eccellente. Il problema non è la performance, ma il materiale a sua disposizione. Chloé Zhao le offre quasi esclusivamente momenti di emotività estrema, e Buckley, dal canto suo, riesce comunque a costruire un ritratto credibile e sentito di Agnes.
Tuttavia, la scrittura e la messa in scena non le consentono di andare oltre. Con un regista più ambizioso e capace di lavorare sulle sfumature, Jessie Buckley avrebbe potuto consegnare un’interpretazione destinata a segnare il decennio. Ci si deve invece accontentare di un lavoro impeccabile sul piano tecnico ed emotivo, ma lontano da quel livello di grandezza che il talento dell’attrice lascerebbe legittimamente immaginare. Nonostante ciò, è difficile immaginare possibili sconfitte per l’attrice irlandese da qui alla notte degli Oscar; come nel caso di Chalamet, la sua affermazione sta diventando sempre più inevitabile.
Nonostante i successi di Hamnet, questa edizione dei Golden Globes sembra rafforzare ulteriormente One Battle After Another e offrire un panorama più chiaro su quelli che potrebbero essere i vincitori agli Oscar. Nel complesso, la serata ha fatto soprattutto chiarezza, più che alimentare sorprese. Tra conferme ormai difficili da scalfire e qualche categoria ancora aperta, la corsa agli Oscar appare sempre più incanalata verso esiti prevedibili. Resta da capire se, da qui alla notte delle statuette, ci sarà ancora spazio per ribaltare una narrazione che l’industria sembra aver già deciso.

Da sinistra a destra, il team di Hamnet; Joe Alwyn, Noah Jupe, Chloe Zhao, Jessie Buckley, Paul Mescal e Jacobi Jupe