
di Lorenzo Sartor
NC-436
10.06.2026
“Io la fine la percepisco, giorno per giorno. Ma faccio anche teatro giorno per giorno. E ogni gesto artistico è per forza qualcosa di vitale. Come attore avverto la necessità fisiologica di oppormi alla catastrofe”
Così disse l’innovatore del teatro palermitano Carlo Cecchi, recentemente scomparso il 23 gennaio di quest’anno, nella sua intervista con Umberto Cantone del 2 dicembre 1995. La necessità di opporsi alla catastrofe - la fine del teatro e dell’illusione della rappresentazione come la intendeva Beckett- e di lavorare alle prove della sua trilogia shakespeariana, lo portò sul concludersi del vecchio millennio a chiudersi con un gruppo di giovani attori in ciò che rimaneva del Teatro Garibaldi e tra le mura dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo.
In quegli stessi Cantieri mutati dal passare del tempo, si tiene ormai da sedici anni il Sicilia Queer Filmfest, che quest’anno ha dedicato all’attore siciliano la proiezione del restauro di Shakespeare a Palermo (1998), opera in cui la regista Francesca Comencini segue Cecchi e i suoi compagni nella messa in scena del testo Sogno di una notte d’estate tradotto da Patrizia Cavalli. Come spettri rimasti soli nell’attesa dell’apocalisse, nella scena più importante del film gli attori della compagnia passano la notte a recitare le loro battute al buio, mentre una tempesta li obbliga a farsi luce solo con le poche candele restanti.

Il poster ufficiale del Sicilia Queer Filmfest 2026

A Useful Ghost (2025) di Ratchapoom Boonbunchachoke
I ruderi di una Palermo abbandonata a se stessa filmati da Comencini sono lo stesso luogo in cui oggi prende vita il Sicilia Queer: una bolla comunitaria e di ricerca legata ai suoi fantasmi, che nasce dalle macerie, dal passato di una città di cui sono rimasti solo archivi e documenti. Consapevolmente o meno, questa vicinanza alle possibili declinazioni della spettralità ha tracciato una linea nel programma dell’ultima edizione del festival diretto da Andrea Inzerillo, fortemente segnata da presenze fantasmatiche e dal rapporto con la catastrofe e con oggetti non identificabili.
Gli spettri hanno costituito innanzitutto un filo narrativo in molti film del concorso: i morti di A Useful Ghost (Ratchapoom Boonbunchachoke, 2025) sono residui della storia thailandese, presenze metafisiche che, ritornando tra i vivi, resistono alle pratiche di cancellazione della memoria, in un’allegoria dei tentativi della politica di sottrarre le lotte delle comunità queer nell’orizzonte della Storia e dell’identità nazionale; la camera POV che infesta l’abitazione dei protagonisti di Room Temperature (Zac Farley e Dennis Cooper, 2025) è lo sguardo di un defunto che perlustra la casa teatrale degli orrori allestita dalla famiglia, vedendo nei membri del suddetto nucleo una presenza aliena che già esibisce l’assenza più rumorosa, quella dei crimini di sangue compiuti dall’America e seppelliti sotto la sua stessa terra; infine, Estrany Riu (Jaume Claret Muxart, 2025) declina lo spettro in un’accezione allegorica, come presenza fantasmatica che diventa proiezione di un desiderio soffocato.
Ma se in questi film i concetti di manifestazione incorporea e alterità possono ancora essere analizzati secondo canoni narrativi, è più interessante vedere come altre opere ragionino su suggestioni fantasmatiche, in particolare sulla transizione dell’umano in presenza spettrale. L’idea di mutazione, di transito verso una condizione di alterità, è già di suo un’affermazione di queerness, in cui lo statuto della singola identità vacilla a favore di una materia fluida e indefinibile.

Room Temperature (2025) di Zac Farley e Dennis Cooper
Ne è un esempio A Ma Manière (Gaël Teicher, 2026), opera segnata dal motivo dell’assenza, in primo luogo quella del regista Laurent Achard, scomparso nel 2024. La mancanza di Achard viene compensata dalla centralità data al suo sguardo, all’occhio della macchina da presa che si infiltra come un fantasma nella quotidianità dei registi ripresi, ma che in altri momenti si limita a filmare altre forme di assenza: una distesa di sedie vuote trasformate in performance, una poltrona che attende l’arrivo del regista Leos Carax, i silenzi di un set di un film che in quell’attesa sta assistendo al suo stesso farsi.
Una dialettica tra presenza e assenza che si può trovare anche in À la dure (Pascale Bodet, 2025), mediometraggio solo superficialmente definito da sguardi e da corpi che abitano il luogo fisico della libreria, in cui però si parla solo dell’editoria e dell’arte del passato, di apocalisse, della fine del vecchio mondo, in un confronto generazionale tra nuovo e obsoleto, dove la rappresentante del vecchio preferisce rivendicare esplicitamente il suo statuto di defunta e vivere in mezzo ai fantasmi dei libri che la circondano.
Una condizione più vicina alla spettralità che inevitabilmente riguarda anche i mondi virtuali e i loro fantasmi digitali, come è possibile osservare in N’s Last Game (Desirée Alagna, 2026) - lavoro definito da un viaggio che passa dal materiale d’archivio alla post-realtà del videogioco, che svuota i corpi della loro tangibilità e carnalità, relegandoli all’indefinitezza del simulacro - e in Lloyd Wong, Unfinished (Lesley Loksi Chan, 2025), che attingendo al materiale del film mai concluso dal videoartista cino-canadese finisce per realizzare un altro film su una presenza-assenza che infesta le immagini, consegnando il corpo di Wong al mondo dell’immateriale, che necessita di più schermi in split-screen per essere rappresentato in forme a noi comprensibili.

À la dure (2025) di Pascale Bodet
Immaterialità restituita pure dal film più divisivo del concorso, Camp (2025) di Avalon Fast: tormentata dai suoi traumi e accolta all’interno di una comunità di individui attraversata da tormenti simili, la giovane Emily (Zola Grimmer) vede la sua realtà deformarsi, sfuggire alle logiche razionali, diventare sempre più simile a quelle delle immagini di un vecchio film fantasy di serie B registrato in videocassetta. Sotto lo sguardo eccessivo e teatrale della regista, l’isolamento della protagonista nei suoi traumi non porta a un superamento della sofferenza, ma a un lento degradarsi di ciò che la circonda nel trauma stesso. Nelle immagini finali la realtà di Emily diventa posticcia e indefinita come quella stessa videocassetta che aveva preannunciato l’inizio del suo trauma e con essa pure lei diventa fantasma, entità indistinta destinata a vagare tra immagini e reminiscenze di morte.
Un rapporto tra lo sguardo del presente e le immagini del cinema del passato che inevitabilmente riguarda anche la protagonista di Teenage Sex and Death at Camp Miasma (Jane Schoenbrun, 2026), talmente segnata dai fantasmi che vivono nelle immagini della saga slasher da lei amata da ritrovarsi attratta sessualmente dal simulacro, possibile risoluzione di una pulsione scopica che ne ha segnato l’identità e la sessualità.
Queste ultime due opere ci portano a un quesito fondamentale che il Sicilia Queer ha inevitabilmente lanciato: come mai così tante opere queer, fortemente legate alla sperimentazione e alle nuove frontiere del linguaggio cinematografico, vivono in un eterno presente così tormentato dalle immagini del passato? Come mai, similmente ai personaggi di Fast e Schoenbrun, si torna sempre a ridare vita a un immaginario ormai in stato di decomposizione pur di non figurarsi ciò che può venire dopo?

Teenage Sex and Death at Camp Miasma (2026) di Jane Schoenbrun
Dell’impossibilità del cinema contemporaneo di avere uno sguardo orientato verso il futuro aveva già disquisito Mark Fisher in Spettri della mia vita (2019), in cui, appropriandosi della definizione di hauntology coniata dal filosofo Jacques Derrida, l’autore descrive il presente delle immagini come fortemente radicato nell’attesa di un avvenire che non si è mai materializzato, di un nuovo millennio che è iniziato senza recidere i legami con quello che l’ha preceduto. Il cinema non vive solo nella nostalgia del suo passato, ma la sua attualità viene plasmata dai fantasmi di un futuro perduto e nelle sue immagini vivi e morti convivono in un presente permanente, nell’attesa di un non-ancora che impedisce di fare i conti con i traumi della nostra epoca.
Pur essendo impossibile pensare il futuro del cinema, negli sguardi indagati dal Sicilia Queer è stato comunque possibile trovare una forma di resistenza al disfattismo nichilista dei nostri tempi, perché proprio come il festival nasce in mezzo ai residui del passato, anche nei film che attraversano i suoi schermi dalle macerie nascono nuovi spazi di comunità, come fiori che crescono tra le fessure delle strade.
Fiorire, resistere è infatti il nome della selezione di cortometraggi curata da Letizia Granata, Bianca Arnold, Matteo Giampietruzzi e Daniele Ambrosini, composta da tre opere accomunate dal motivo floreale, non solo inteso come presenza che si oppone allo sterminio di matrice colonialista, ma anche come assenza, in quanto definizione di uno stato di alterità. Nelle tre opere questa dialettica tra presenza e assenza si risolve nell’indagine sui materiali d’archivio e nella ricontestualizzazione di immagini in un nuovo orizzonte espressivo.

Daria’s Night Flowers (2025) di Maryam Tafakory
Se in The Flowers Stand Silently, Witnessing (Theo Panagopoulos, 2024) l’assenza da risolvere è quella dei palestinesi nei filmati girati dopo la Nakba, in The Secret Garden (Nour Ouayda, 2023) i fantasmi sono i cittadini libanesi presenti solo come voice-over extradiegetici, in contrasto alla visione su schermo delle piante, presenti ma mute, oggetto alieno che si compenetra pian piano all’interno della metropoli; infine, è il corto Daria’s Night Flowers (Maryam Tafakory, 2025) a dialogare maggiormente con l’hauntology fisheriana, perché le immagini-fantasma sono quelle dei film iraniani del passato, ripescate e risemantizzate, retaggio del passato violento della nazione che continua a vivere nelle strutture patriarcali del presente.
Mentre il potere coloniale continua ad alimentarsi cercando di sottrarre alle culture dominate la loro presenza nella storia, la memoria collettiva dei tre popoli di questi corti sopravvive nel lavoro dei registi sulle immagini, consapevoli che non esiste una documentazione imparziale nell’atto del ricordare.Lo sguardo del programma del Sicilia Queer ha rappresentato quindi una presa di posizione politica sulla memoria, consapevole di come il presente del capitalismo non possa fare a meno di dialogare costantemente con l’assenza. Uno spazio di ricerca e comunità consapevole del suo stato di continua mutazione, di essere un contenitore di immagini non identificate che non può fare a meno di confrontarsi con i suoi fantasmi.
A dimostrazione di come una realtà politica e comunitaria non possa sopravvivere senza dialogare con chi ha contribuito a costruire il suo passato e il suo presente, l’ultima serata del festival si è chiusa nel segno del ricordo di Chiar* Volpes, giovane programmer che ha contribuito negli anni a rafforzare la comunità del festival, dell’attivista Gino Campanella e dell’attore Charlie Abbadessa, scomparsi nel corso dell’ultimo anno. Le vite di quest'ultimi erano già state omaggiate al Sicilia Queer 2025 con la proiezione di Quir (Nicola Bellucci, 2024), ma in queste sequenze inedite, presentate sul concludersi dell’edizione, la loro presenza sullo schermo si è fatta testimonianza dell’irrisolvibile dialettica tra il singolo e la sua icona, tra una comunità e i suoi simboli di riferimento, ormai cristallizzati nella loro immagine.
Come gli attori della compagnia di Cecchi rimangono da soli con le luci delle candele ad aspettare l’arrivo dell’apocalisse, la comunità creata dal Sicilia Queer pazienta nel buio del Cinema De Seta, illuminata dallo schermo della sala, mentre risuonano le parole dell’artista Ernesto Tomasini dedicate all’amico scomparso: “E ora, caro Charlie, sono rimasto da solo con i miei fantasmi”.
di Lorenzo Sartor
NC-436
10.06.2026

Il poster ufficiale del Sicilia Queer Filmfest 2026
“Io la fine la percepisco, giorno per giorno. Ma faccio anche teatro giorno per giorno. E ogni gesto artistico è per forza qualcosa di vitale. Come attore avverto la necessità fisiologica di oppormi alla catastrofe”
Così disse l’innovatore del teatro palermitano Carlo Cecchi, recentemente scomparso il 23 gennaio di quest’anno, nella sua intervista con Umberto Cantone del 2 dicembre 1995. La necessità di opporsi alla catastrofe - la fine del teatro e dell’illusione della rappresentazione come la intendeva Beckett- e di lavorare alle prove della sua trilogia shakespeariana, lo portò sul concludersi del vecchio millennio a chiudersi con un gruppo di giovani attori in ciò che rimaneva del Teatro Garibaldi e tra le mura dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo.
In quegli stessi Cantieri mutati dal passare del tempo, si tiene ormai da sedici anni il Sicilia Queer Filmfest, che quest’anno ha dedicato all’attore siciliano la proiezione del restauro di Shakespeare a Palermo (1998), opera in cui la regista Francesca Comencini segue Cecchi e i suoi compagni nella messa in scena del testo Sogno di una notte d’estate tradotto da Patrizia Cavalli. Come spettri rimasti soli nell’attesa dell’apocalisse, nella scena più importante del film gli attori della compagnia passano la notte a recitare le loro battute al buio, mentre una tempesta li obbliga a farsi luce solo con le poche candele restanti.

A Useful Ghost (2025) di Ratchapoom Boonbunchachoke
I ruderi di una Palermo abbandonata a se stessa filmati da Comencini sono lo stesso luogo in cui oggi prende vita il Sicilia Queer: una bolla comunitaria e di ricerca legata ai suoi fantasmi, che nasce dalle macerie, dal passato di una città di cui sono rimasti solo archivi e documenti. Consapevolmente o meno, questa vicinanza alle possibili declinazioni della spettralità ha tracciato una linea nel programma dell’ultima edizione del festival diretto da Andrea Inzerillo, fortemente segnata da presenze fantasmatiche e dal rapporto con la catastrofe e con oggetti non identificabili.
Gli spettri hanno costituito innanzitutto un filo narrativo in molti film del concorso: i morti di A Useful Ghost (Ratchapoom Boonbunchachoke, 2025) sono residui della storia thailandese, presenze metafisiche che, ritornando tra i vivi, resistono alle pratiche di cancellazione della memoria, in un’allegoria dei tentativi della politica di sottrarre le lotte delle comunità queer nell’orizzonte della Storia e dell’identità nazionale; la camera POV che infesta l’abitazione dei protagonisti di Room Temperature (Zac Farley e Dennis Cooper, 2025) è lo sguardo di un defunto che perlustra la casa teatrale degli orrori allestita dalla famiglia, vedendo nei membri del suddetto nucleo una presenza aliena che già esibisce l’assenza più rumorosa, quella dei crimini di sangue compiuti dall’America e seppelliti sotto la sua stessa terra; infine, Estrany Riu (Jaume Claret Muxart, 2025) declina lo spettro in un’accezione allegorica, come presenza fantasmatica che diventa proiezione di un desiderio soffocato.
Ma se in questi film i concetti di manifestazione incorporea e alterità possono ancora essere analizzati secondo canoni narrativi, è più interessante vedere come altre opere ragionino su suggestioni fantasmatiche, in particolare sulla transizione dell’umano in presenza spettrale. L’idea di mutazione, di transito verso una condizione di alterità, è già di suo un’affermazione di queerness, in cui lo statuto della singola identità vacilla a favore di una materia fluida e indefinibile.

Room Temperature (2025) di Zac Farley e Dennis Cooper
Ne è un esempio A Ma Manière (Gaël Teicher, 2026), opera segnata dal motivo dell’assenza, in primo luogo quella del regista Laurent Achard, scomparso nel 2024. La mancanza di Achard viene compensata dalla centralità data al suo sguardo, all’occhio della macchina da presa che si infiltra come un fantasma nella quotidianità dei registi ripresi, ma che in altri momenti si limita a filmare altre forme di assenza: una distesa di sedie vuote trasformate in performance, una poltrona che attende l’arrivo del regista Leos Carax, i silenzi di un set di un film che in quell’attesa sta assistendo al suo stesso farsi.
Una dialettica tra presenza e assenza che si può trovare anche in À la dure (Pascale Bodet, 2025), mediometraggio solo superficialmente definito da sguardi e da corpi che abitano il luogo fisico della libreria, in cui però si parla solo dell’editoria e dell’arte del passato, di apocalisse, della fine del vecchio mondo, in un confronto generazionale tra nuovo e obsoleto, dove la rappresentante del vecchio preferisce rivendicare esplicitamente il suo statuto di defunta e vivere in mezzo ai fantasmi dei libri che la circondano.
Una condizione più vicina alla spettralità che inevitabilmente riguarda anche i mondi virtuali e i loro fantasmi digitali, come è possibile osservare in N’s Last Game (Desirée Alagna, 2026) - lavoro definito da un viaggio che passa dal materiale d’archivio alla post-realtà del videogioco, che svuota i corpi della loro tangibilità e carnalità, relegandoli all’indefinitezza del simulacro - e in Lloyd Wong, Unfinished (Lesley Loksi Chan, 2025), che attingendo al materiale del film mai concluso dal videoartista cino-canadese finisce per realizzare un altro film su una presenza-assenza che infesta le immagini, consegnando il corpo di Wong al mondo dell’immateriale, che necessita di più schermi in split-screen per essere rappresentato in forme a noi comprensibili.

À la dure (2025) di Pascale Bodet
Immaterialità restituita pure dal film più divisivo del concorso, Camp (2025) di Avalon Fast: tormentata dai suoi traumi e accolta all’interno di una comunità di individui attraversata da tormenti simili, la giovane Emily (Zola Grimmer) vede la sua realtà deformarsi, sfuggire alle logiche razionali, diventare sempre più simile a quelle delle immagini di un vecchio film fantasy di serie B registrato in videocassetta. Sotto lo sguardo eccessivo e teatrale della regista, l’isolamento della protagonista nei suoi traumi non porta a un superamento della sofferenza, ma a un lento degradarsi di ciò che la circonda nel trauma stesso. Nelle immagini finali la realtà di Emily diventa posticcia e indefinita come quella stessa videocassetta che aveva preannunciato l’inizio del suo trauma e con essa pure lei diventa fantasma, entità indistinta destinata a vagare tra immagini e reminiscenze di morte.
Un rapporto tra lo sguardo del presente e le immagini del cinema del passato che inevitabilmente riguarda anche la protagonista di Teenage Sex and Death at Camp Miasma (Jane Schoenbrun, 2026), talmente segnata dai fantasmi che vivono nelle immagini della saga slasher da lei amata da ritrovarsi attratta sessualmente dal simulacro, possibile risoluzione di una pulsione scopica che ne ha segnato l’identità e la sessualità.
Queste ultime due opere ci portano a un quesito fondamentale che il Sicilia Queer ha inevitabilmente lanciato: come mai così tante opere queer, fortemente legate alla sperimentazione e alle nuove frontiere del linguaggio cinematografico, vivono in un eterno presente così tormentato dalle immagini del passato? Come mai, similmente ai personaggi di Fast e Schoenbrun, si torna sempre a ridare vita a un immaginario ormai in stato di decomposizione pur di non figurarsi ciò che può venire dopo?

Teenage Sex and Death at Camp Miasma (2026) di Jane Schoenbrun
Dell’impossibilità del cinema contemporaneo di avere uno sguardo orientato verso il futuro aveva già disquisito Mark Fisher in Spettri della mia vita (2019), in cui, appropriandosi della definizione di hauntology coniata dal filosofo Jacques Derrida, l’autore descrive il presente delle immagini come fortemente radicato nell’attesa di un avvenire che non si è mai materializzato, di un nuovo millennio che è iniziato senza recidere i legami con quello che l’ha preceduto. Il cinema non vive solo nella nostalgia del suo passato, ma la sua attualità viene plasmata dai fantasmi di un futuro perduto e nelle sue immagini vivi e morti convivono in un presente permanente, nell’attesa di un non-ancora che impedisce di fare i conti con i traumi della nostra epoca.
Pur essendo impossibile pensare il futuro del cinema, negli sguardi indagati dal Sicilia Queer è stato comunque possibile trovare una forma di resistenza al disfattismo nichilista dei nostri tempi, perché proprio come il festival nasce in mezzo ai residui del passato, anche nei film che attraversano i suoi schermi dalle macerie nascono nuovi spazi di comunità, come fiori che crescono tra le fessure delle strade.
Fiorire, resistere è infatti il nome della selezione di cortometraggi curata da Letizia Granata, Bianca Arnold, Matteo Giampietruzzi e Daniele Ambrosini, composta da tre opere accomunate dal motivo floreale, non solo inteso come presenza che si oppone allo sterminio di matrice colonialista, ma anche come assenza, in quanto definizione di uno stato di alterità. Nelle tre opere questa dialettica tra presenza e assenza si risolve nell’indagine sui materiali d’archivio e nella ricontestualizzazione di immagini in un nuovo orizzonte espressivo.

Daria’s Night Flowers (2025) di Maryam Tafakory
Se in The Flowers Stand Silently, Witnessing (Theo Panagopoulos, 2024) l’assenza da risolvere è quella dei palestinesi nei filmati girati dopo la Nakba, in The Secret Garden (Nour Ouayda, 2023) i fantasmi sono i cittadini libanesi presenti solo come voice-over extradiegetici, in contrasto alla visione su schermo delle piante, presenti ma mute, oggetto alieno che si compenetra pian piano all’interno della metropoli; infine, è il corto Daria’s Night Flowers (Maryam Tafakory, 2025) a dialogare maggiormente con l’hauntology fisheriana, perché le immagini-fantasma sono quelle dei film iraniani del passato, ripescate e risemantizzate, retaggio del passato violento della nazione che continua a vivere nelle strutture patriarcali del presente.
Mentre il potere coloniale continua ad alimentarsi cercando di sottrarre alle culture dominate la loro presenza nella storia, la memoria collettiva dei tre popoli di questi corti sopravvive nel lavoro dei registi sulle immagini, consapevoli che non esiste una documentazione imparziale nell’atto del ricordare.Lo sguardo del programma del Sicilia Queer ha rappresentato quindi una presa di posizione politica sulla memoria, consapevole di come il presente del capitalismo non possa fare a meno di dialogare costantemente con l’assenza. Uno spazio di ricerca e comunità consapevole del suo stato di continua mutazione, di essere un contenitore di immagini non identificate che non può fare a meno di confrontarsi con i suoi fantasmi.
A dimostrazione di come una realtà politica e comunitaria non possa sopravvivere senza dialogare con chi ha contribuito a costruire il suo passato e il suo presente, l’ultima serata del festival si è chiusa nel segno del ricordo di Chiar* Volpes, giovane programmer che ha contribuito negli anni a rafforzare la comunità del festival, dell’attivista Gino Campanella e dell’attore Charlie Abbadessa, scomparsi nel corso dell’ultimo anno. Le vite di quest'ultimi erano già state omaggiate al Sicilia Queer 2025 con la proiezione di Quir (Nicola Bellucci, 2024), ma in queste sequenze inedite, presentate sul concludersi dell’edizione, la loro presenza sullo schermo si è fatta testimonianza dell’irrisolvibile dialettica tra il singolo e la sua icona, tra una comunità e i suoi simboli di riferimento, ormai cristallizzati nella loro immagine.
Come gli attori della compagnia di Cecchi rimangono da soli con le luci delle candele ad aspettare l’arrivo dell’apocalisse, la comunità creata dal Sicilia Queer pazienta nel buio del Cinema De Seta, illuminata dallo schermo della sala, mentre risuonano le parole dell’artista Ernesto Tomasini dedicate all’amico scomparso: “E ora, caro Charlie, sono rimasto da solo con i miei fantasmi”.