
NC-411
10.04.2026
Edoardo Winspeare, classe 1965, è uno dei più importanti esponenti del cinema indipendente italiano. “Sono un miscuglio di razze e sebbene non abbia nemmeno una goccia di sangue pugliese, culturalmente mi sento tale”. All’anagrafe Edoardo Carlo Winspeare Guicciardi, primogenito del barone Guicciardi e della principessa del Liechtenstein Elisabeth Winspeare, è nato a Klagenfurt, in Austria, il 14 settembre 1965 ma è cresciuro in Salento, nella frazione di Depressa del comune di Tricase. Dopo gli studi di cinema in Germania, ha dedicato all’esplorazione cinematografica e antropologica del Salento e della Puglia praticamente tutto il suo percorso registico, tra lungometraggi, cortometraggi e documentari. A pochi anni dalla pubblicazione della prima monografia in volume a lui dedicata, Bellezza è verità. Il cinema di Edoardo Winspeare scritto dal regista e docente universitario Marco Rossitti e pubblicato da Mimesis Edizioni, esce adesso nelle sale il nuovo film Vita mia, presentato già a Torino e a Bari, prodotto dalla Saietta Film di Winspeare, dalla Stemal di Donatella Palermo, dalla società francese Les Films d'Ici, e distribuito dalla Draka Film. Vita mia vede come protagonista assoluta la grande attrice francese Dominique Sanda, felicemente ritornata nel circuito del cinema italiano dopo Il paradiso del pavone (2023) di Laura Bispuri, rinnovando una collaborazione che, tra il 1970 e il 1990, l’aveva vista diretta da maestri nostrani come Bernardo Bertolucci, Vittorio De Sica, Liliana Cavani, Mauro Bolognini, Lina Wertmüller e Dino Risi.
La lettura di Bellezza è verità - titolo piacevolmente keatsiano - prepara al meglio per la visione del nuovo Vita mia. Nella sua prefazione al volume Emiliano Morreale evidenzia “le costanti e le evoluzioni” del cinema di Winspeare, fra cui “l’oscillazione tra realismo e fantastico, l’influenza costante del melodramma (mediato, come ammette lo stesso regista, dalla lezione di Luchino Visconti; a cui, diremmo, sembra sostituirsi negli ultimi piccoli liberi film quella di Roberto Rossellini), e più indietro la presenza dei ritmi e delle strutture della tragedia e di una vocazione stilistica espressionista”: tutti elementi che si ritrovano in Vita mia, che pur essendo ambientato nella contemporaneità, sia pure nella contemporaneità sospesa dell’entroterra pugliese, cala attentamente le backstories della sua protagonista sullo sfondo delle tragedie storiche del Novecento europeo.

La copertina del volume
Bellezza è verità di Rossitti è strutturato innanzitutto come una approfondita biofilmografia che copre tutto il percorso del regista fino al 2020. Influenzato dal padre ad iniziare la pratica della scrittura quando era ancora bambino, dopo gli studi all’Università del Cinema e della Televisione di Monaco di Baviera, Edoardo Winspeare visse un momento di innamoramento passionale per la pizzica arrivando così alla realizzazione del lungometraggio Pizzicata, “dichiarazione d’amore al Salento” secondo le parole dello stesso regista. Il primo film di Winspeare, datato 1996, fu produttivamente il frutto, come ricostruito da Rossitti, di “una sorta di vero e proprio azionariato cinematografico popolare” per cui all’investimento personale del regista e a fondi tedeschi si sono aggiunti centocinquanta piccoli sponsor locali e un contributo della Provincia di Lecce. Come scrisse Winspeare in una sorta di lettera aperta a Nuove Opinioni che riletta retrospettivamente suona come una dichiarazione di intenti valida per tutto il suo percorso, “il mio cinema si deve sempre ricordare di avere un senso morale, la comunicazione delle emozioni non deve passare attraverso il cinismo, la ricerca di verità nei sentimenti non deve subire condizionamenti dovuti al denaro, i compromessi devono avere un limite ed essere intelligenti e il fine ultimo è solo la poesia e la bellezza”.
Il successivo Sangue Vivo, del 2000, fu il primo film italiano in assoluto ad essere selezionato dal Sundance Film Festival; tre anni dopo arrivò Il miracolo (2003) - presentato dal cineasta come un “film a Taranto e non su Taranto” per ribadire l’universalità della storia - e nel 2008 Galantuomini, che si differenziava dai precedenti titoli della filmografia di Winspeare per la presenza nel cast di nomi noti come Fabrizio Gifuni, Donatella Finocchiaro e Beppe Fiorello. Il successivo In grazia di Dio (2014) fu uno dei maggiori successi di pubblico e di critica della filmografia dell'auotre, anche grazie a un endorsement di Roberto Saviano sui social. Dopo La vita in comune (2017), su cui sostanzialmente si chiude la trattazione del saggio Bellezza è verità, si è dovuto attendere ben otto anni per un nuovo lungometraggio diretto da Winspeare, ma il libro di Rossitti approfondisce anche titoli brevi della sua filmografia, anche quelli apparentemente realizzati su commissione, e soprattutto opera interessanti considerazioni sul complesso della sua filmografia, tracciando anche suggestivi confronti tra le singole opere.
Punto centrale della trattazione di Bellezza è verità è il rapporto viscerale, antropologico e “geografico” che lega il percorso registico di Winspeare al territorio che ha eletto come ambientazione di tutti i suoi film: il regista italo-austriaco, secondo Rossitti, “osserva spesso la propria terra attraverso lo sguardo stupefatto di uno straniero, che con il Salento tuttavia mantiene un legame indissolubile”. Tra le prime testimonianze cinematografiche sul Salento bisogna andare a cercare nel filone antropologico del documentario italiano degli anni Cinquanta e Sessanta, in particolare ne La taranta di Gianfranco Mingozzi del 1962, ispirato dalle ricerche etnografiche di Ernesto de Martino del decennio precedente; al di fuori del documentario, ed entrando in un territorio particolarissimo del cinema di finzione, forse non è forzato rinvenire in Nostra Signora dei Turchi del 1968, esplosivo e debordante debutto alla regia cinematografica dell’artista teatrale Carmelo Bene premiato con il Leone d’Argento a Venezia, il momento del primo exploit cinematografico del Salento, calato in una struttura barocca e post-modernista.

L’esordio di Carmelo Bene al cinema fu però un’opera unica e irripetibile: il merito di Winspeare è stato quello di tracciare un percorso organico e continuativo sul Salento che è stato da apripista a un vero e proprio rinascimento cinematografico pugliese, ben prima che i fondi della locale Apulia Film Commission rendessero la Puglia una regione addirittura cinematograficamente inflazionata. “Vero e proprio limes tra il mondo greco e il mondo latino, il Salento è terra ‘meticcia’, modellata nel corso dei secoli da un incessante avvicendamento di stimoli e impronte culturali: Atene, Roma e Bisanzio, certo, ma anche l’Islam, la Spagna, i Balcani, e poi ancora le civiltà nomadi e gli antichi Messapi, fino ai mitici uomini della civiltà dei menhir”, scrive Rossitti nel libro. “La straordinaria vocazione cosmopolita di questa terra diventa spesso, nel cinema di Edoardo Winspeare, spunto di una riflessione peraltro attualissima su quanto la salvaguardia dell’identità, invece di arroccarsi su antistoriche posizioni di difesa e, talora, di ostilità, passi necessariamente attraverso la sua disponibilità a sperimentare qualitativamente l’apporto di un dialogo con la differenza”.
Il cinema di Winspeare peraltro dimostra un’importante filiazione nei confronti da un lato del melodramma, dall’altro della tragedia classico - ma se già Winspeare a suo tempo aveva dichiarato di essere “un massimalista e non un minimalista, mi interessano il conflitto e anche i sentimenti, ma che siano forti”, Rossitti fa notare che “La tragedia e il melodramma – così come l’elaborazione estetica che essi reclamano e, anzi, istituiscono come proprio necessario apparato retorico – non assumono mai, nel cinema di Winspeare, una posizione antagonistica rispetto al naturalismo e allo scavo etnografico. Sono accolte e rappresentate, viceversa, come dimensioni esistenziali antropologicamente connaturate all’uomo salentino”. Rilevante peraltro il rapporto tra location e drammaturgia dei personaggi: in film come Sangue vivo, Il miracolo e in misura minore nei Galantuomini, nell’analisi di Rossitti, “il conflitto s’irradia sul paesaggio”. Una folgorazione interpretativa di Bellezza è verità di Rossitti sta nel risultato dell’analisi comparativa dei titoli principali della filmografia di Winspeare, i cui lungometraggi sono accomunati anche dall’avere diversi incipit ma sempre lo stesso excipit: il cinema di Winspeare “chiude sempre, invariabilmente, sul primo piano di un volto umano”. Parafrasando il tout est grâce del Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos e - cinematograficamente - di Robert Bresson, Marco Rossitti arriva alla conclusione che, agli occhi di Winspeare, “tutto è cinema”.
Vita mia, il nuovo film di Winspeare presentato a partire da novembre 2025 in ambito festivaliero e in sala dal 9 marzo con Draka, riprende i sentieri interrotti di questa poetica andando ancora più a fondo nella storia famigliare dei Winspeare. “L’idea di Vita mia mi è venuta osservando, negli ultimi anni, il rapporto che mia madre, malata di Parkinson, ha sviluppato con una signora salentina che si è presa cura di lei. È passata da un iniziale sentimento di frustrazione e rabbia per il suo stato di salute, a uno di tenerezza quasi materna verso questa donna semplice, intelligente e molto buona”, ha scritto Edoardo Winspeare nelle sue note di regia. “La mia esperienza personale mi ha spinto a scrivere una storia di fantasia che, tuttavia, presenta molti punti in comune con quella reale, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente familiare, l’esperienza della malattia e il rapporto tra le due protagoniste".

Tuttavia, il film non è solo il racconto di un’esperienza umana, ma anche un pretesto per riflettere sull’Europa. La piccola storia di Didi e Vita diventa metafora della grande Storia d’Europa. Il Vecchio Continente, infatti, con tutta la sua cultura, la sua storia, le sue lingue e le sue società, oltre a fare da sfondo alla nostra storia, ne influenza lo stile, la forma e il pensiero, al punto da diventare il protagonista nascosto del film”. Ambientato in una Puglia poco turistica e molto interiore, in cui il mare fa la sua apparizione quasi solo alla fine, con un significativo détour in una Transilvania anch’essa al di fuori di ogni stereotipo visivo, Vita mia è un film innanzitutto composto da grandi interpretazioni, in cui spiccano, accanto al conclamato gigantismo attoriale della Sanda, anche Celeste Casciaro, moglie di Winspeare e volto ricorrente del suo cinema, e Ninni Bruschetta nei panni di uno squallido avvocato.
È una forma di cinema di prosa che ormai non si fa più, quella che troviamo in Vita mia. Co-sceneggiato dal regista assieme ad Alessandro Valenti, il settimo lungometraggio di Winspeare attraverso la sua protagonista riesce a tracciare un discorso storiografico interessante, che dal Salento in cui la donna, al pari della “vera” Elisabeth Winspeare famigliarmente soprannominata Guky, vive gli ultimi decenni di vita, in una delle ultime – almeno per il personaggio cinematografico - proprietà rimastele. Il tema della decadenza della nobiltà ha una sua lunga tradizione nella letteratura soprattutto francese, da Balzac a Proust, ed è stata cinematograficamente consacrata da Luchino Visconti, ma Winspeare sa trovare una sua personalissima chiave per riprendere questo motif.
E se la Didi interpretata da Dominique Sanda si ostina a voler conservare le proprietà pugliesi della famiglia dicendo ai figli che “già in Transilvania ho perso tutto... Questo palazzo è della tua famiglia da cinquecento anni e ho promesso a tuo padre che fino alla morte lo custodirò”, in una visita al convento sua nipote suora le dice, parafrasando santa Teresa d’Avila, che “l’unico castello che conta è quello interiore”. Tra le principali linee narrative del film – il motivo per cui l’ambientazione si sposta momentaneamente in Transilvania - c’è quello del processo di beatificazione del padre di Didi, che inizialmente se la prende con la figlia attrice che non la accompagna ad assistervi per partecipare a quello che Didi definisce un "film idiota" di Roman Polański in Francia.

Affidandosi soprattutto ai dialoghi tra Didi e Vita, ma inscenando anche un vero e proprio teatro della memoria che rimette in scena una conversazione spiata dalla protagonista da bambina tra il padre e un ufficiale nazista, Vita mia sa rievocare tanti diversi periodi storici e latitudini geografiche europee: l’Est Europa degli anni trenta; l’occupazione nazista dell’intera area slava, e il compromesso con i militari del Terzo Reich accettato obtorto collo, solo per vedere le stesse proprietà faticosamente conservate durante la Seconda Guerra Mondiale essere brutalmente espropriate subito dopo l’instaurazione del regime comunista; le soffocanti prigioni della Securitate in Romania, da cui la protagonista deriva un’insofferenza per ogni confronto con i figli da lei liquidato come “interrogatorio comunista”, e la scintillante Parigi degli anni cinquanta, quando Didi ebbe una breve esperienza come modella per Christian Dior; l’Italia della Prima Repubblica e del boom economico; il grigiore dell’Italia, della Puglia e del Salento negli ultimi decenni, che corrispondono alla vecchiaia della protagonista; occasionali ritorno del sacro, come la processione fotografata da Didi e da Vita, che condividono la passione della fotografia che l’anziana aveva ereditato da una giovane ebrea momentaneamente protetta in clandestinità in una baita nei Carpazi dalla famiglia della donna ai tempi dello sterminio nazista.
Tutti i fili e gli intrecci di questa Grande Storia, evocata più che altro a parole e con singoli oggetti di scena come un album di foto che rappresenta uno scrigno dei ricordi con cui la protagonista mantiene un rapporto ambivalente, confluiscono e conflagrano nella scena della testimonianza di Didi al processo di beatificazione del padre, con una sconvolgente rivelazione che obbliga gli spettatori, più che gli ufficiali ecclesiastici già d’accordo sui risultati, a una rivalutazione complessiva dell’idealizzata storia famigliare raccontata fino a quel momento. Tendenzialmente statico, teatrale e crepuscolare, e tutti e tre gli aggettivi vanno intesi in accezione positiva, Vita mia è il film più marcatamente “europeo” di Edoardo Winspeare, e la rinnovata conferma che si tratta di un regista con ancora molto da dire.
NC-411
10.04.2026
Edoardo Winspeare, classe 1965, è uno dei più importanti esponenti del cinema indipendente italiano. “Sono un miscuglio di razze e sebbene non abbia nemmeno una goccia di sangue pugliese, culturalmente mi sento tale”. All’anagrafe Edoardo Carlo Winspeare Guicciardi, primogenito del barone Guicciardi e della principessa del Liechtenstein Elisabeth Winspeare, è nato a Klagenfurt, in Austria, il 14 settembre 1965 ma è cresciuro in Salento, nella frazione di Depressa del comune di Tricase. Dopo gli studi di cinema in Germania, ha dedicato all’esplorazione cinematografica e antropologica del Salento e della Puglia praticamente tutto il suo percorso registico, tra lungometraggi, cortometraggi e documentari. A pochi anni dalla pubblicazione della prima monografia in volume a lui dedicata, Bellezza è verità. Il cinema di Edoardo Winspeare scritto dal regista e docente universitario Marco Rossitti e pubblicato da Mimesis Edizioni, esce adesso nelle sale il nuovo film Vita mia, presentato già a Torino e a Bari, prodotto dalla Saietta Film di Winspeare, dalla Stemal di Donatella Palermo, dalla società francese Les Films d'Ici, e distribuito dalla Draka Film. Vita mia vede come protagonista assoluta la grande attrice francese Dominique Sanda, felicemente ritornata nel circuito del cinema italiano dopo Il paradiso del pavone (2023) di Laura Bispuri, rinnovando una collaborazione che, tra il 1970 e il 1990, l’aveva vista diretta da maestri nostrani come Bernardo Bertolucci, Vittorio De Sica, Liliana Cavani, Mauro Bolognini, Lina Wertmüller e Dino Risi.
La lettura di Bellezza è verità - titolo piacevolmente keatsiano - prepara al meglio per la visione del nuovo Vita mia. Nella sua prefazione al volume Emiliano Morreale evidenzia “le costanti e le evoluzioni” del cinema di Winspeare, fra cui “l’oscillazione tra realismo e fantastico, l’influenza costante del melodramma (mediato, come ammette lo stesso regista, dalla lezione di Luchino Visconti; a cui, diremmo, sembra sostituirsi negli ultimi piccoli liberi film quella di Roberto Rossellini), e più indietro la presenza dei ritmi e delle strutture della tragedia e di una vocazione stilistica espressionista”: tutti elementi che si ritrovano in Vita mia, che pur essendo ambientato nella contemporaneità, sia pure nella contemporaneità sospesa dell’entroterra pugliese, cala attentamente le backstories della sua protagonista sullo sfondo delle tragedie storiche del Novecento europeo.

La copertina del volume
Bellezza è verità di Rossitti è strutturato innanzitutto come una approfondita biofilmografia che copre tutto il percorso del regista fino al 2020. Influenzato dal padre ad iniziare la pratica della scrittura quando era ancora bambino, dopo gli studi all’Università del Cinema e della Televisione di Monaco di Baviera, Edoardo Winspeare visse un momento di innamoramento passionale per la pizzica arrivando così alla realizzazione del lungometraggio Pizzicata, “dichiarazione d’amore al Salento” secondo le parole dello stesso regista. Il primo film di Winspeare, datato 1996, fu produttivamente il frutto, come ricostruito da Rossitti, di “una sorta di vero e proprio azionariato cinematografico popolare” per cui all’investimento personale del regista e a fondi tedeschi si sono aggiunti centocinquanta piccoli sponsor locali e un contributo della Provincia di Lecce. Come scrisse Winspeare in una sorta di lettera aperta a Nuove Opinioni che riletta retrospettivamente suona come una dichiarazione di intenti valida per tutto il suo percorso, “il mio cinema si deve sempre ricordare di avere un senso morale, la comunicazione delle emozioni non deve passare attraverso il cinismo, la ricerca di verità nei sentimenti non deve subire condizionamenti dovuti al denaro, i compromessi devono avere un limite ed essere intelligenti e il fine ultimo è solo la poesia e la bellezza”.
Il successivo Sangue Vivo, del 2000, fu il primo film italiano in assoluto ad essere selezionato dal Sundance Film Festival; tre anni dopo arrivò Il miracolo (2003) - presentato dal cineasta come un “film a Taranto e non su Taranto” per ribadire l’universalità della storia - e nel 2008 Galantuomini, che si differenziava dai precedenti titoli della filmografia di Winspeare per la presenza nel cast di nomi noti come Fabrizio Gifuni, Donatella Finocchiaro e Beppe Fiorello. Il successivo In grazia di Dio (2014) fu uno dei maggiori successi di pubblico e di critica della filmografia dell'auotre, anche grazie a un endorsement di Roberto Saviano sui social. Dopo La vita in comune (2017), su cui sostanzialmente si chiude la trattazione del saggio Bellezza è verità, si è dovuto attendere ben otto anni per un nuovo lungometraggio diretto da Winspeare, ma il libro di Rossitti approfondisce anche titoli brevi della sua filmografia, anche quelli apparentemente realizzati su commissione, e soprattutto opera interessanti considerazioni sul complesso della sua filmografia, tracciando anche suggestivi confronti tra le singole opere.
Punto centrale della trattazione di Bellezza è verità è il rapporto viscerale, antropologico e “geografico” che lega il percorso registico di Winspeare al territorio che ha eletto come ambientazione di tutti i suoi film: il regista italo-austriaco, secondo Rossitti, “osserva spesso la propria terra attraverso lo sguardo stupefatto di uno straniero, che con il Salento tuttavia mantiene un legame indissolubile”. Tra le prime testimonianze cinematografiche sul Salento bisogna andare a cercare nel filone antropologico del documentario italiano degli anni Cinquanta e Sessanta, in particolare ne La taranta di Gianfranco Mingozzi del 1962, ispirato dalle ricerche etnografiche di Ernesto de Martino del decennio precedente; al di fuori del documentario, ed entrando in un territorio particolarissimo del cinema di finzione, forse non è forzato rinvenire in Nostra Signora dei Turchi del 1968, esplosivo e debordante debutto alla regia cinematografica dell’artista teatrale Carmelo Bene premiato con il Leone d’Argento a Venezia, il momento del primo exploit cinematografico del Salento, calato in una struttura barocca e post-modernista.

L’esordio di Carmelo Bene al cinema fu però un’opera unica e irripetibile: il merito di Winspeare è stato quello di tracciare un percorso organico e continuativo sul Salento che è stato da apripista a un vero e proprio rinascimento cinematografico pugliese, ben prima che i fondi della locale Apulia Film Commission rendessero la Puglia una regione addirittura cinematograficamente inflazionata. “Vero e proprio limes tra il mondo greco e il mondo latino, il Salento è terra ‘meticcia’, modellata nel corso dei secoli da un incessante avvicendamento di stimoli e impronte culturali: Atene, Roma e Bisanzio, certo, ma anche l’Islam, la Spagna, i Balcani, e poi ancora le civiltà nomadi e gli antichi Messapi, fino ai mitici uomini della civiltà dei menhir”, scrive Rossitti nel libro. “La straordinaria vocazione cosmopolita di questa terra diventa spesso, nel cinema di Edoardo Winspeare, spunto di una riflessione peraltro attualissima su quanto la salvaguardia dell’identità, invece di arroccarsi su antistoriche posizioni di difesa e, talora, di ostilità, passi necessariamente attraverso la sua disponibilità a sperimentare qualitativamente l’apporto di un dialogo con la differenza”.
Il cinema di Winspeare peraltro dimostra un’importante filiazione nei confronti da un lato del melodramma, dall’altro della tragedia classico - ma se già Winspeare a suo tempo aveva dichiarato di essere “un massimalista e non un minimalista, mi interessano il conflitto e anche i sentimenti, ma che siano forti”, Rossitti fa notare che “La tragedia e il melodramma – così come l’elaborazione estetica che essi reclamano e, anzi, istituiscono come proprio necessario apparato retorico – non assumono mai, nel cinema di Winspeare, una posizione antagonistica rispetto al naturalismo e allo scavo etnografico. Sono accolte e rappresentate, viceversa, come dimensioni esistenziali antropologicamente connaturate all’uomo salentino”. Rilevante peraltro il rapporto tra location e drammaturgia dei personaggi: in film come Sangue vivo, Il miracolo e in misura minore nei Galantuomini, nell’analisi di Rossitti, “il conflitto s’irradia sul paesaggio”. Una folgorazione interpretativa di Bellezza è verità di Rossitti sta nel risultato dell’analisi comparativa dei titoli principali della filmografia di Winspeare, i cui lungometraggi sono accomunati anche dall’avere diversi incipit ma sempre lo stesso excipit: il cinema di Winspeare “chiude sempre, invariabilmente, sul primo piano di un volto umano”. Parafrasando il tout est grâce del Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos e - cinematograficamente - di Robert Bresson, Marco Rossitti arriva alla conclusione che, agli occhi di Winspeare, “tutto è cinema”.
Vita mia, il nuovo film di Winspeare presentato a partire da novembre 2025 in ambito festivaliero e in sala dal 9 marzo con Draka, riprende i sentieri interrotti di questa poetica andando ancora più a fondo nella storia famigliare dei Winspeare. “L’idea di Vita mia mi è venuta osservando, negli ultimi anni, il rapporto che mia madre, malata di Parkinson, ha sviluppato con una signora salentina che si è presa cura di lei. È passata da un iniziale sentimento di frustrazione e rabbia per il suo stato di salute, a uno di tenerezza quasi materna verso questa donna semplice, intelligente e molto buona”, ha scritto Edoardo Winspeare nelle sue note di regia. “La mia esperienza personale mi ha spinto a scrivere una storia di fantasia che, tuttavia, presenta molti punti in comune con quella reale, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente familiare, l’esperienza della malattia e il rapporto tra le due protagoniste".

Tuttavia, il film non è solo il racconto di un’esperienza umana, ma anche un pretesto per riflettere sull’Europa. La piccola storia di Didi e Vita diventa metafora della grande Storia d’Europa. Il Vecchio Continente, infatti, con tutta la sua cultura, la sua storia, le sue lingue e le sue società, oltre a fare da sfondo alla nostra storia, ne influenza lo stile, la forma e il pensiero, al punto da diventare il protagonista nascosto del film”. Ambientato in una Puglia poco turistica e molto interiore, in cui il mare fa la sua apparizione quasi solo alla fine, con un significativo détour in una Transilvania anch’essa al di fuori di ogni stereotipo visivo, Vita mia è un film innanzitutto composto da grandi interpretazioni, in cui spiccano, accanto al conclamato gigantismo attoriale della Sanda, anche Celeste Casciaro, moglie di Winspeare e volto ricorrente del suo cinema, e Ninni Bruschetta nei panni di uno squallido avvocato.
È una forma di cinema di prosa che ormai non si fa più, quella che troviamo in Vita mia. Co-sceneggiato dal regista assieme ad Alessandro Valenti, il settimo lungometraggio di Winspeare attraverso la sua protagonista riesce a tracciare un discorso storiografico interessante, che dal Salento in cui la donna, al pari della “vera” Elisabeth Winspeare famigliarmente soprannominata Guky, vive gli ultimi decenni di vita, in una delle ultime – almeno per il personaggio cinematografico - proprietà rimastele. Il tema della decadenza della nobiltà ha una sua lunga tradizione nella letteratura soprattutto francese, da Balzac a Proust, ed è stata cinematograficamente consacrata da Luchino Visconti, ma Winspeare sa trovare una sua personalissima chiave per riprendere questo motif.
E se la Didi interpretata da Dominique Sanda si ostina a voler conservare le proprietà pugliesi della famiglia dicendo ai figli che “già in Transilvania ho perso tutto... Questo palazzo è della tua famiglia da cinquecento anni e ho promesso a tuo padre che fino alla morte lo custodirò”, in una visita al convento sua nipote suora le dice, parafrasando santa Teresa d’Avila, che “l’unico castello che conta è quello interiore”. Tra le principali linee narrative del film – il motivo per cui l’ambientazione si sposta momentaneamente in Transilvania - c’è quello del processo di beatificazione del padre di Didi, che inizialmente se la prende con la figlia attrice che non la accompagna ad assistervi per partecipare a quello che Didi definisce un "film idiota" di Roman Polański in Francia.

Affidandosi soprattutto ai dialoghi tra Didi e Vita, ma inscenando anche un vero e proprio teatro della memoria che rimette in scena una conversazione spiata dalla protagonista da bambina tra il padre e un ufficiale nazista, Vita mia sa rievocare tanti diversi periodi storici e latitudini geografiche europee: l’Est Europa degli anni trenta; l’occupazione nazista dell’intera area slava, e il compromesso con i militari del Terzo Reich accettato obtorto collo, solo per vedere le stesse proprietà faticosamente conservate durante la Seconda Guerra Mondiale essere brutalmente espropriate subito dopo l’instaurazione del regime comunista; le soffocanti prigioni della Securitate in Romania, da cui la protagonista deriva un’insofferenza per ogni confronto con i figli da lei liquidato come “interrogatorio comunista”, e la scintillante Parigi degli anni cinquanta, quando Didi ebbe una breve esperienza come modella per Christian Dior; l’Italia della Prima Repubblica e del boom economico; il grigiore dell’Italia, della Puglia e del Salento negli ultimi decenni, che corrispondono alla vecchiaia della protagonista; occasionali ritorno del sacro, come la processione fotografata da Didi e da Vita, che condividono la passione della fotografia che l’anziana aveva ereditato da una giovane ebrea momentaneamente protetta in clandestinità in una baita nei Carpazi dalla famiglia della donna ai tempi dello sterminio nazista.
Tutti i fili e gli intrecci di questa Grande Storia, evocata più che altro a parole e con singoli oggetti di scena come un album di foto che rappresenta uno scrigno dei ricordi con cui la protagonista mantiene un rapporto ambivalente, confluiscono e conflagrano nella scena della testimonianza di Didi al processo di beatificazione del padre, con una sconvolgente rivelazione che obbliga gli spettatori, più che gli ufficiali ecclesiastici già d’accordo sui risultati, a una rivalutazione complessiva dell’idealizzata storia famigliare raccontata fino a quel momento. Tendenzialmente statico, teatrale e crepuscolare, e tutti e tre gli aggettivi vanno intesi in accezione positiva, Vita mia è il film più marcatamente “europeo” di Edoardo Winspeare, e la rinnovata conferma che si tratta di un regista con ancora molto da dire.