

L'universo di Edward Yang:
crepe della modernità e vertigine del cambiamento,
di Andrea Ferraiuolo
TR-155
11.07.2026
Oggi non ricorre alcuna data particolare, nessun anniversario di nascita o morte, nessun restauro, evento o almeno niente che riguardi questo regista. Non c’è sempre bisogno di appigliarsi a delle date per dover ricordare un artista. Ogni tanto, d’improvviso, e apparentemente senza un vero motivo, se ne sente l’assoluta necessità. La necessità di fissare nero su bianco alcuni pensieri o sensazioni che ci sembrano cose vive, perché mantenere viva la memoria di qualcuno o qualcosa è in fondo esercizio comune e umano.
La memoria si perde in una qualsiasi luminosa (o la più luminosa) giornata di sole, e alle volte il dramma di certe persone sta nell’impossibilità di concretizzare per una seconda volta l’immediatezza della vita se non attraverso quel sostituto annebbiato che è il ricordo. Ci sono autori che su questo dramma hanno costruito intere tragedie e commedie della loro opera. E questo è un dramma che si sente vivo quando c’è di mezzo una lontananza, e una mancanza.
Quando nel 1949, in Cina, a seguito dell’ascesa di Mao Tse-tung, l’oppositore anticomunista Chiang Kai-shek si impossessa dell’isola di Taiwan – ribattezzandola Repubblica di Cina – tantissimi cinesi Han lo seguono in una vera migrazione di massa. In molti di questi immigrati si crea come una frattura identitaria per cui devono conti-nuare a sentirsi cinesi Han pur vivendo a Taiwan (la quale è appena uscita dall’occupazione giapponese durata mezzo secolo), convivendo al contempo con i popoli nativi dell’isola che, nel corso del Novecento, vengono pesantemente discriminati e perseguitati, sia dai giapponesi che dai cinesi.
Gli anni che vanno dal massacro del 28 febbraio 1947 alla morte di Chiang Kai-shek, avvenuta nel ’75, e che comprende il cosiddetto “terrore bianco”, rappresentano il periodo più drammatico della storia recente di Taiwan e rimangono violentemente stampati nella memoria dei suoi abitanti (cinesi Han compresi). Il continuo nesso tra passato e presente rimanda, nel cinema taiwanese, ad un complesso quanto doloroso lavoro di ricostruzione della memoria collettiva e individuale. Specchio di questo processo sono i film di uno dei più grandi registi attivi a cavallo tra Novecento e Duemila: Edward Yang.

Edward Yang
Nato a Shanghai nel 1947, Yang, come molti della sua generazione, si trasferisce a Taiwan durante l’ondata di migrazione. Con il suo partito, il Kuomintang, Chiang Kai-shek governa l’isola per trent’anni, con l’obiettivo di riunirsi nel futuro con la Cina continentale, scacciando per sempre il comunismo. Yang cresce perciò nel clima del “terrore bianco” e della Legge marziale. Seppure abbastanza giovane, si trasferisce negli Stati Uniti, dove comincia a lavorare come informatico e al contempo frequenta un corso di cinema.
Tornato a Taipei dopo undici anni, decide di intraprendere la carriera di regista. Così, è con il film a episodi In Our Time (Yang, Chang Yi, Ko I-chen, Jim Tao, 1982) che Yang dà inizio alla sua carriera, e con essa a un nuovo modello di cinema taiwanese. Nel suo segmento, Expecta-tions, il regista ripercorre la Taiwan degli anni Sessanta durante il “miracolo economico”, vale a dire una lunga fase di industrializzazione orientata allo sviluppo e all’esportazione di tecnologia, grazie anche all’enorme capitale ricevuto dagli USA.
Hsiao-fang è un’adolescente che sta vivendo una fase di scoperta di sé, misurandosi con la sorella maggiore, già matura, e con i sentimenti che prova per un ragazzo. La prima opera di Yang è già una “prova” virtuosa rispetto a quello che poi realizzerà in maniera ancora più matura e profonda. Tutto il film, anche nella sua interezza a episodi, si presenta come un lavoro pienamente proiettato verso un’idea precisa di cinema: rinuncia ad attori professionisti e attenzione al quotidiano e al frivolo, alle psicologie dei personaggi e al rapporto con la storia.
Lo sguardo del nuovo cinema taiwanese si posa già sulle esperienze europee e giapponese in primis. L’uso raffinato di musica classica e una regia molto delicata richiamano chiaramente il cinema moderno europeo (principalmente italiano e francese). Yang evidenzia anche come negli anni Sessanta la cultura occidentale – in particolare quella statunitense – sia già integrata tra i giovani (la fascinazione per il basket, le motociclette, i Beatles).

Yang dirige il giovane Chang Chen in A Brighter Summer Day (1991)
Ma uno dei temi centrali del suo cinema, e che di fatto manca in Expectations, viene appena accennato tra le righe di uno degli ultimi dialoghi. Colpisce molto, infatti, la frase pronunciata dall’amichetto di Hsiao-fang, il quale ha appena imparato ad andare in biciletta: “Sai, ho sempre desiderato andare in bicicletta. Pensavo di poter andare ovunque volessi. Ma ora non so dove andare”.
Questa modernità stilistica e concettuale si arricchisce col successivo film, il lungometraggio That Day on the Beach (1983). Due amiche si rivedono in un ristorante di Taipei dopo tredici anni. Una, Weiqing, è divenuta pianista di fama mondiale, l’altra, Jialin, ha appena cominciato un proprio business. La storia si concentra principalmente sui racconti di Jialin, sulla sua vita da casalinga borghese, sul suo matrimonio lentamente arenato e sull’apparente morte del marito avvenuta tre anni prima.
Qui, Yang torna nuovamente indietro negli anni e lo fa attraverso i ricordi delle due donne. Seppure il montaggio sia abbastanza canonico, è interessante l’uso del flashback, che dal principio si mostra in blocchi ridotti, poi sempre più densi, ma soprattutto narratologicamente in maniera piuttosto imprevedibile. Jialin sente come la necessità di (ri)vivere quei ricordi e condividerli con l’amica, con l’obiettivo catartico e in parte consolatorio di riaffrontare il proprio vissuto nei suoi dolori e nelle sue gioie.
Allo stesso tempo Yang sembra voler avanzare un ritratto a tutto tondo della nuova società taiwanese, una società industriale, competitiva, cinica. Se Jialin ha vissuto una vita relativamente agiata, qualcuno le ricorda che c’è anche chi cresce in un mondo senza amore: è il doppio mondo in cui si è sviluppata la Taiwan moderna, una parte privilegiata e arricchita, l’altra repressa e violentata. Quelli di Jialin potranno sembrare tutto sommato dei capricci borghesi; tuttavia, di fondo si staglia quella che è la situazione della donna taiwanese – tema che torna spesso nel nuovo cinema dell’isola.

That Day on the Beach (1983)
In That Day on the Beach emerge altresì una memoria del passato – lontana anche tredici anni – legata indissolubilmente al presente. È il passato dell’isola che si è impresso come una cicatrice nelle menti dei suoi abitanti. Quel giorno sulla spiaggia è morto qualcuno, o è morto qualcosa, ma proprio per questo esiste ancora la possibilità di andare oltre e lasciarsi dietro ogni ricordo logorante.
Edward Yang è un regista difficile da definire. Come infatti notava Alberto Pezzotta in un articolo per Bianco e Nero, da una parte è profondamente legato alla storia e alla cultura di Taiwan; dall’altra, è un intellettuale che si nutre di culture diverse – come possono essere quella statunitense ed europea, o cinese e giapponese. Il vero protagonista dei film di Yang è la sua Taipei. In un’epoca in cui ci sono sempre meno registi che raccontano la propria terra, e anzi spesso sentono la necessità di dover produrre i propri film negli Stati Uniti (come se ambire agli USA fosse in qualche modo doveroso e apicale), quella di Yang risulta, ancora oggi, una posizione decisamente spregiudicata e anticonformista.
Il suo cinema, come quello di Hou Hsiao-hsien, di Tsai Ming-liang o Ko I-chen, è un cinema essenzialmente taiwanese e non un cinema “cinese tout court", o vagamente asiatico. Chiaramente, bisogna ammettere una cosa: senza le “nouvelle vague” europee, così come quella giapponese e di Hong Kong, il nuovo cinema taiwanese – come è stato spesso chiamato – forse non sarebbe lo stesso, o forse, addirittura, non esisterebbe. D’altronde è lo stesso Yang a sottolineare come, ad esempio, il nuovo cinema di Hong Kong sia stato una forza propulsiva determinante per la sua generazione.
Ma le novità, in film come i già citati In Our Time e That Day on the Beach, o I ragazzi di Fengkuei (Hou Hsiao-hsien, 1983) e Growning Up (Chen Kun-hou, 1983), sono lampanti e si trovano in una restituzione diversa del modernismo legato alle “nuove ondate”: c’è il richiamo al cinema di Michelangelo Antonioni, ma anche a quello di Yasujirō Ozu – che, ad esempio, il cinema giapponese degli anni Sessanta e Settanta cerca in qualche modo di ignorare; c’è François Truffaut, Werner Herzog, Patrick Tam, c’è il romanticismo spensierato e poetico, il rapporto con la ruralità e con la storia della Nazione, ma c’è anche uno sguardo inedito e personale sulle trasformazioni della provincia e della metropoli che risulta fortemente identitario.

The Terrorizers (1986)
Immagini della città, ma soprattutto dell’individuo all’interno del teatro metropolitano, come quelle di Taipei Story (1985), The Terrorizers (1986) o Mahjong (1996) si erano raramente viste in altre precedenti filmografie.
Con Taipei Story Yang racconta una metropoli e la sua società nel momento di massima mutazione. Grattacieli enormi, insegne luminose, strade zeppe di macchine. Chin compra una casa per viverci con il suo amore dell’infanzia Lung, con la speranza di partire in futuro per gli Stati Uniti. Ma la loro relazione s’incrina: Lung è rimasto legato a un passato forse più radioso del presente (o almeno così crede), e finisce per vagare da solo per Taipei senza una vera meta; Qin è una donna insoddisfatta e non comprende a fondo le frustrazioni di Lung, anche perché il lavoro, la famiglia e le nuove conoscenze la distraggono.
È come se Qin si lasciasse a poco a poco alle spalle il fidanzato, che rappresenta un passato stagnante. Mentre Lung, che non riesce a sfidare il presente, finisce per morire esangue dopo essere stato accoltellato da un giovane innamorato di Qin, per strada, tra vecchi rottami e allucinazioni che si dissolvono come fumo nell’aria. In Taipei Story il passato viene presentato come qualcosa verso cui si provano naturalmente dei sentimenti romantici, ma anche come qualcosa di fatale.
Nei film di Yang i ricordi si riflettono in quanto fenomeno “agglutinante” – per dirla con Giorgio Colli – si saldano in un oggetto che però non ha niente di concreto e immediato (vedi l’allucinazione della televisione, durante la lenta e “nostalgica” dipartita di Lung), poiché il dramma della memoria è anche quello della sua sparizione perpetua, della sua tragica e naturale incertezza. Perché dunque questi personaggi sono dei completi inetti? Perché troppo spesso rimangono ancorati a desideri o passioni ardenti che sono oramai delle astrazioni, rappresentano ciò che (forse) non era, né è, né sarà, e per tale motivo si ritrovano ingabbiati in una coscienza deprimente.

Taipei Story (1985)
Ecco perciò che il tema dell’abbandono risulta una chiave di lettura importante per il cinema del regista taiwanese. L’idea di ripararsi in un sistema di pensieri che in fondo sono deprimenti con lo scopo di abbandonare (consciamente o inconsciamente) un presente angusto è il motivo sostanziale delle paranoie dei suoi personaggi.
C’è poi una grossa incertezza che aleggia all’interno di tutti questi campi lunghi e totali, tra le vie fittamente trafficate e gli interni modernisti delle abitazioni, come un’espressione crudele del vuoto della società piccolo e medio borghese del boom progressista. Da una parte, infatti, si insinua l’Occidente degli Stati Uniti e dall’altra il Giappone, la grande potenza democratica non comunista dell’Asia. La presenza di entrambi i Paesi e delle rispettive culture è un leitmotiv assiduo nei film di Yang.
Lung, interpretato da un bravissimo Hou Hsiao-hsien, ha bisogno di un cambiamento e desidera trasferirsi negli USA, ma è ironico che sia proprio lui a rinunciare all’“illusione di poter ricominciare”. Perché in fondo i personaggi di Yang sono incapaci di prendere grandi decisioni, si sentono persi, immersi come in un grande palazzo di vetro prosciugato d’ogni emozione – come racconta, appunto, il finale di Taipei Story.
Sospesa tra la cultura statunitense, quella giapponese e quella cinese – oltre che quella aborigena dell’isola – la Taiwan di Yang sembra delle volte una nazione priva di una vera identità dove, tra una canzone di Elvis Presley, una casa dagli interni nipponici e le tradizioni cinesi promosse dalle istituzioni, sembra di osservare una popolazione alquanto disorientata. E ciò spesso si traduce proprio con la volontà di abbandonare la stessa Taipei, la propria quotidianità, la propria vita.

L'attrice/cantante Tsai Chin nel ruolo di Quin
Ma i personaggi si scontrano sempre (o quasi) con qualcosa. È l’insicurezza, la paura, il lavoro, la famiglia, la morte. Yang racconta tale tormento sia per l’adolescenza (vedi l’amichetto di Hsiao-fang, che non "sapeva dove andare" con la bicicletta), sia per l’età adulta, e per ogni età ci sono dei codici evidenti, vale a dire tutto un mondo drammaticamente strutturato il cui peso grava d’improvviso sulle spalle di chi decide di cambiare la propria vita.
Naturalmente Yang torna di continuo nella storia, e non può che insinuarvisi anche autobiograficamente. Si ricorda di quando aveva tredici anni e frequentava le scuole medie e ci fu un omicidio che sconvolse tutta l’isola: un ragazzo aveva ucciso la sua fidanzata, la quale era coinvolta con un altro coetaneo adolescente capo di una gang. In A Brighter Summer Day (1991) siamo nella Taipei a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, sempre più militarizzata, con un governo sempre più autoritario, in pieno sviluppo agricolo e lanciata verso il settore tecnologico.
Il cartello mostrato all’inizio del film recita così: “Milioni di cinesi fuggirono a Taiwan nel 1949, dopo la sconfitta dei nazionalisti durante la guerra civile per mano della Cina comunista. I loro figli crebbero in un’atmosfera disagevole per via dei timori verso il futuro che manifestavano i genitori. Molti formarono delle gang di strada per identificarsi e per rafforzare il loro senso di sicurezza”. S’ir è figlio di una modesta e numerosa famiglia immigrata da Shanghai e frequenta una scuola serale. I suoi amici e compagni di classe fanno parte di una gang, i Little Park Boys, la quale si trova in una faida con un’altra banda, i 217. S’ir fa amicizia con Ming, la fidanzata del capobanda dei Little Park.
Yang ritrae una Taipei provinciale e rurale, dove le istituzioni dominanti sono la scuola – che ha più le sembianze di un carcere – e l’esercito – costantemente attivo e presente. Torna alle fondamenta del grande “miracolo economico”, l’educazione dei futuri statisti, burocrati e industriali che abbiamo visto in Taipei Story: è come se con una sorta di analessi interna alla sua filmografia ci avesse fatto viaggiare indietro, per circa quattro ore, per comprendere come l’isola sia arrivata alla sua contemporaneità alienante.

A Brighter Summer Day (1991)
S’ir si trova messo al centro, tra le scorribande dei suoi compagni e il moralismo della famiglia. Così come all’interno delle gang si creano spaccature per azioni e ideali divergenti, così avviene anche nella famiglia: è la Taiwan degli immigrati Han che si scontra con quella dei nativi, con lo sviluppo accelerato e in parte forzato, con la tecnologia, con gli ideali politici differenti (Cina vs USA). Yang mostra una società corrosa dalla violenza e da espressioni masnadiere, se non mafiose.
Ci mostra come l’impronta della violenza derivi dalla politica austera e inconcludente, mentre un certo immaginario che comincia a radicarsi proviene dai media di massa, come i film statunitensi o giapponesi (vedi il mito del fucile, o della katana). Il regista taiwanese dimostra di essere lui per primo affascinato da un certo cinema di azione (western, jidaigeki, mafia movie e yakuza eiga), come lo conferma la sequenza dell’agguato alla banda 217, una sequenza in notturna, quasi muta, abbagliata da guizzi di luce solo nel momento di violenza.Una sequenza che non può che ricordare quelle dei più bei film di cowboy e samurai degli anni Cinquanta.
Ancora una volta, Yang si rivela, come detto, cinefilo dell’estero e del passato, oltre che attento calcolatore delle più complesse dinamiche di regia. Le lunghe scene di silenzio – come ce ne sono tante in A Brighter Summer Day – sono eccezionalmente drammatiche, malinconiche, espressioniste e cariche di suspence allo stesso tempo o a seconda dei casi.
Così come una trovata stilistica particolarmente affascinante dei film di Yang sono le domande “a vuoto”, cioè quei dialoghi in cui la domanda posta da un personaggio non riceve la risposta dell’altro – che è poi un espediente tipico di molto cinema asiatico, soprattutto dagli anni Ottanta in poi. Talvolta le risposte sono sottintese e, per questo, non c’è bisogno di riportarle; ma altre volte – e sono questi i casi più interessanti – la risposta non è affatto scontata, può essere al più ipotizzata dallo spettatore.

A Brighter Summer Day (1991)
Questa tecnica – se così si può definire – contribuisce a evidenziare un clima di insicurezza, di instabilità e, in fondo, di incomunicabilità. E questi sono effetti ricercati anche dal buio: esterne notturne, interne dalle luci soffuse, bui pesti. È ironico che un film come A Brighter Summer Day si immerga, per molto della sua durata, nell’oscurità. Il buio nel cinema di Yang (e si veda anche The Terrorizers) è quello spazio che riflette i timori e le instabilità dei personaggi e del popolo taiwanese.
In un certo senso, ha un significato simile a quello che ha l’acqua per Tsai Ming-liang. Ma il buio è anche quell’intreccio di ricordi annebbiati che vengono evocati dal regista; il buio è la condizione a cui viene associato metaforicamente il passato, e allo stesso tempo il presente. È S’ir a uccidere Ming, la ragazza di cui si era innamorato, nel buio della notte, tra la quasi totale indifferenza dei presenti, finendo in un abisso di prigionia che durerà quindici anni.
Anche per i successivi A Confucian Confusion (1994) e Mahjong (1996) è nell’oscurità che si svolgono i momenti risolutivi delle due storie. Nel 1986 nasce il primo partito di opposizione dell’isola (DPP), mentre nell’87 viene finalmente revocata la legge marziale. Attraverso importanti riforme politiche e sociali, Taiwan si sta gradualmente trasformando in una democrazia e lo sviluppo economico che negli anni Settanta l’aveva resa la seconda economia in più rapida crescita in Asia prosegue generando ricchezza e rendendo Taipei meta per affaristi e industriali esteri.
In apertura di A Confucian Confusion, Yang propone subito una domanda “a vuoto”, la cui risposta – lo si può intuire – tenterà di formularla con il film stesso. La didascalia recita un dialogo tra Confucio e i suoi discepoli:
Confucio: "La città è troppo affollata!"
Discepoli: "Cosa possiamo farci?"
Confucio: "Arricchite il popolo"
Discepoli: "E dopo che sono stati arricchiti?"
Poi una seconda didascalia:
"2000 anni di povertà e lotte dopo, ci sono voluti solo 20 anni a una città chiamata Taipei per diventare una delle città più ricche del mondo"
Yang si riferisce al grande miracolo economico.

A Confucian Confusion è una commedia particolarmente cinica. Non è di gran lunga il miglior film di Yang; tuttavia è un film che descrive benissimo lo stato della cultura e, di fondo, della società taiwanese. Come dimostra Birdy, l’“artista” in rollerblade che vediamo nella prima scena, la cultura e i suoi esponenti – a maggior ragione quelli del mainstream – entrano in una fase di crisi o, per meglio dire, in uno stato di profonda contraddizione, per cui quell’artista che un tempo – durante la dittatura, peraltro – si professava d’avanguardia o indipendente, oggi, nello stato di benessere che vent’anni di crescita economica hanno portato, si è trasformato in un filisteo conformista senza alcuna identità.
In un certo senso questo film è il sequel concettuale di Taipei Story, quasi dieci anni dopo. Vediamo una Taipei assorta nei suoi lavori burocratici e di capitalizzazione, dove le relazioni personali vengono commercializzate e l’arte è vincolata all’egemonia del denaro (visione, quest’ultima, che manca nel film dell’85, forse perché Yang si riserva ancora un po’ di fiducia, considerando anche che in quegli anni nasce proprio il nuovo cinema taiwanese).
Yang vede in Taiwan – ma in generale in tutta l’area di lingua cinese – una confusione che nasce dalla crisi dei valori confuciani, i quali però permangono nella cultura del popolo, confluendo nei nuovi principi occidentali di democrazia e capitalismo. Una confusione tutta confuciana, in quanto Confucio non contemplò mai il sistema economico-sociale capitalistico: Yang evidenzia ironicamente l’ipocrisia di quella fetta di suoi connazionali che, ottusamente, affronta il progresso con disciplina confuciana e reazionaria.
Ma, essendo un paradosso, di confuciano a Taipei non è rimasto più nulla. E si cominciano a ravvisare le ceneri di Confucio con il successivo Mahjong, un film in cui si parlano quattro lingue, in cui si mischiano i generi (dal dramma generazionale al gangster movie, dalla commedia al crime, fino al grottesco e al dramma romantico), in cui piani sequenza convivono con inquadrature statiche. Nuovamente un film di/sulla confusione, sull’equivoco, sull’incomunicabilità.

In Mahjong vediamo per la prima volta nel cinema di Yang degli stranieri come personaggi principali (ad esempio, l’inglese Markus e la francese Marthe). Il regista taiwanese si dimostra nuovamente un osservatore meticoloso del presente. È notoriamente emblematico il discorso che Markus – l’arredatore d’interni più richiesto della città – fa all’amante Marthe: “Sai, tra dieci anni questo posto sarà il centro del mondo. Il futuro della civiltà occidentale è proprio qui”.
Se per Markus il XIX secolo è stata la “gloriosa” era dell’imperialismo, il XXI sarà qualcosa dalla portata ancora più ampia. E non ha tutti i torti. Taiwan già dai primi anni Ottanta diventa meta di moltissimi investitori nel campo dell’industria tecnologica, principalmente cinesi, giapponesi e statunitensi. Oggi, la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company è la più grande azienda al mondo nell’industria dei semiconduttori, da cui dipendono Apple, AMD, Nvidia e molte altre società.
Oltre questo, la Repubblica Popolare Cinese continua a destabilizzare le politiche interne dell’isola, dove la Coalizione pan-verde – guidata dal DPP – propone l’indipendenza di Taiwan, e la Coalizione pan-blu – guidata dal KMT – un’apertura verso la Cina. Questo dibattito prende forma nel contesto della nuova Legge “anti-secessione” varata a Beijing nel 2005, nella quale il parlamento cinese autorizza l’uso di “mezzi non pacifici” per contrastare l’indipendenza dell’isola.
Nel frattempo, la Taiwan rurale – raccontata dal cinema di Hou Hsiao-hsien, per intenderci – quella altresì piccolo borghese, ma soprattutto quella delle popolazioni indigene rischia di trasformarsi o estinguersi fatalmente. Questo è il tema per Yang: la dissoluzione progressiva di Taiwan.

Mahjong (1996)
In Mahjong si attraversano i grandi campi lunghi – quelli sgombri e avvilenti, come quelli colmi di turbe eterogenee – e i più intimi primi piani, dai fondali nebulosi e astrattamente colorati. La macchina da presa si sofferma fissamente sui personaggi marcandone la loro solitudine e angoscia, ma anche i loro dubbi e amori. Allo stesso tempo, Yang serpeggia tra la folla con morbidi e lenti piani sequenza, restituendo un senso di confusione a tutto tondo.
Un po’ come in A Brighter Summer Day, la violenza a cui assistiamo è quella di una gioventù considerata “bruciata”, che non ha fiducia in niente. Questa volta, però, il regista sostituisce i burocrati con i truffatori e i gangster, altre due grandi incarnazioni del capitalismo moderno: non c’è dubbio sul fatto che le truffe di Cho e di Piccolo Buddha siano equiparabili all’opportunismo neocolonialista di Markus.
Tutti i personaggi si ritrovano in qualche modo all’interno di un sistema malsano che li costringe l’uno contro l’altro, come nel vecchio Far West, mentre nessuno sa cosa vuole veramente. Eppure, notiamo come l’inguaribile cinismo del regista non ci sottragga a mo-menti di romanticismo e umanità: la dolcezza del finale del film – un lungo e ricercato bacio tra Marthe e il giovane Luen-Luen – è paragonabile forse solo a quella delle ultime scene di Yi Yi (2000).
In sostanza, l’identità del cinema di Yang è sintomatica della condizione frammentata della sua Taiwan. Per il pubblico internazionale questi potranno sembrare film “difficili”, perché insistono nel voler osservare l’isola, la sua vita quotidiana e la sua storia contemporanea, aspetti destinati a rimanere naturalmente inafferrabili per un pubblico generalista, che crederà di non poter comprendere neanche cos’è stato il “terrore bianco”, né cosa significhi essere un taiwanese nativo rispetto ad un taiwanese im-migrato dalla terra ferma.

Mahjong (1996)
Tuttavia, l’approccio moderno, empatico e, di fondo, assolutamente unico, ha reso il cinema di Edward Yang oltre che riconoscibile e amato, anche in qualche modo più accessibile. L’ultima e gigantesca sua opera riparte proprio dalla dolcezza, un po’ sprovveduta e fanciullesca. È con Yi Yi che la maggioranza della critica e del pubblico occidentale conosce Yang. Forse proprio perché è il suo film più “occidentale” – anche se in realtà si respira molto più un’influenza nipponica.
La famiglia Jian di Taipei vive un momento di profonda fragilità. La nonna cade in coma a seguito di un ictus; la madre Min-Min è colpita da una crisi di nervi e si ripara in montagna con dei monaci; il padre NJ – interpretato da un altro magnifico artista, lo sceneggiatore più prolifico del nuovo cinema taiwanese, Wu Nien-jen – lavora in un’azienda tecnologica in difficoltà finanziarie e ritrova, al matrimonio del cognato, la sua vecchia fidanzata; la figlia maggiore, l’adolescente Ting-Ting, sta scoprendo cos’è l’amore e l’amicizia; e infine il piccolo Yang-Yang è alla ricerca di un proprio modo di osservare la realtà.
Yi Yi è probabilmente il miglior film, registicamente parlando, di Edward Yang. È un film estremamente corale, più di quanto lo fosse A Brighter Summer Day, per la diversità di soggetti messi in scena (sia per profilo psicologico, sia per età anagrafica). Yi Yi è anzitutto un film sulla vita, e non tanto un film sulla famiglia, sull’alienazione, su questo o quel tema, com’è per le altre opere di Yang.
Oltre alle decine di personaggi più o meno rilevanti, ce n’è uno che rimane impresso, ed è il giapponese Ota, proprietario dell’omonima azienda. Yang è riuscito a tracciare il perfetto ritratto del tipico tecno-genio dei tempi moderni, ovvero di quella figura – tipicamente statunitense, ma talvolta anche giapponese – la cui ambigua moralità viene puntualmente messa in ombra dall’apparente genialità; figura che oramai abbiamo imparato a conoscere perfettamente e di cui Yang, nel 2000, ne coglie già l’ascesa come essere dalla bontà e saggezza divine.

La famiglia protagonista di Yi Yi (2000)
Così come il cognato A-Di non fa altro che pensare all’oroscopo per ogni cosa che riguardi la sua quotidianità, NJ rimane ammaliato dalla figura di Ota, come fosse una divinità, proietta in lui ogni sua insicurezza; allo stesso modo – nonostante l’iniziale rifiuto – sembra voler tornare anche dalla sua ex fidanzata, dopo aver nostalgicamente rievocato con lei la gioventù andata per sempre.
Yang continua a descrivere una Taipei insicura e nostalgica, agganciata ai ricordi, con l’aggiunta questa volta dell’emergente misticismo e dei suoi santoni (vedi la terapia “monacale” di Min-Min). Il regista mostra questa insicurezza con tono dolce e riflessivo. Osserviamo gli occhi inquieti e l’espressione malinconica di NJ mentre Ota suona Piano Sonata No. 14 di Beethoven; o sempre NJ che fuma nervosamente al buio nella sua stanza d’albergo a Tokyo, mentre una fosca luce blu lo illumina da dietro.
La macchina da presa spesso scruta i personaggi parlare o fissare il proprio sguardo altrove attraverso i vetri tersi delle finestre, nei quali appare riflesso il mondo che incurante si muove intorno. Torna valido ciò che ho scritto sopra per Taipei Story: personaggi immersi come in un grande palazzo di vetro prosciugato d’ogni emozione. Le geometrie ingabbiano i personaggi, incapaci di uscire, di parlare tra di loro.
Yang tratta lo schermo come un vetro nel quale si riflettono altri spazi; oltre a ciò che osserviamo come soggetto, la ripresa si estende ad altre attività. Quest’idea di uno sguardo sensibile alle trasparenze coinvolge anche il piccolo Yang-Yang e la sua macchina fotografica, attraverso la quale immagina un mondo tutto suo, oggettivamente fantasioso. La realtà che si nasconde alle spalle delle persone è metà della verità, osserva il bambino.

Yi Yi (2000)
Quella metà che lui fotografa metodicamente e che Yang rintraccia attraverso le finestre. Quella metà che NJ non può vedere fin quando i suoi pensieri rimangono ancorati a una vita e un lavoro che non lo appagano. Sono i più giovani (Yang-Yang con la sua curiosità, Ting-Ting con la sua visione romantica e ingenua della vita) ad elaborare quelle attività fantasmatiche che li portano fuori dai binari del realismo del regista.
Il mondo di Yi Yi è una sostanza riverberante dove si esprime qualcosa di nascosto ma profondamente importante, qualcosa di sottratto alla stanca coscienza industriale. Yang esprime allora il desiderio, talvolta inconscio, dell’essere umano di sfuggire alla solitudine che gli si impone; a quel senso di infinito struggimento, di vera irraggiungibilità, che altro non è che la manifestazione della vita come cosa più grande di noi.
Yi Yi si apre con il felice e spensierato festeggiamento del matrimonio di A-Di, per poi concludersi con il toccante e delicato funerale di sua madre. Yang-Yang, che fin quando la nonna era in coma si era rifiutato di parlarle, si avvicina alla bara per leggerle il suo ultimo messaggio. Il bambino comprende qualcosa in apparenza molto banale: lui non sa molte cose, così come non può sapere dove sua nonna sia andata. Perciò si promette di poter un giorno dire alle persone ciò che forse loro non sanno o reputano insignificante.

Yi Yi (2000)
Questo magari gli permetterà di vedere la verità attraverso le finestre intorpidite della realtà, come solamente un poeta può fare. Riconoscere nella vita (la nascita del nuovo cuginetto, figlio di A-Di) il valore della morte e viceversa rende il bambino consapevole di cosa significhi invecchiare. Il messaggio di Yang-Yang alla nonna è quindi sì un arrivederci, ma anche una forte presa di coscienza di ogni manifestazione concreta di finitudine; è quella capacità, tipica dell’età infantile, di accogliere saggiamente l’insensatezza della vita.
Durante l’intenso corso di tutto il suo cinema, spentosi in un inizio d’estate del 2007, Edward Yang si è curato anzitutto della situazione dei taiwanesi e della loro isola, della rapida crescita economica e dell’apertura all’Occidente, del rapporto di drammatica oggettivazione con la loro storia. Tra chi si lancia nel domani con l’angoscia di ieri e chi, nella sfiducia nel futuro, si incaglia in un passato evanescente.Tra chi cancella la memoria in nome di un avanzamento e chi non avanza per paura degli esiti del presente.
Ora, quando l’immediatezza di qualcosa o qualcuno è perduta per sempre, cancellata dal tempo – di nuovo – mantenerne viva la memoria è in fondo esercizio comune e umano. E quando anche solo un attimo del vissuto fluisce e si conserva con pace nel ricordo – il piccolo Yang-Yang se ne rende conto – si può affermare finalmente di essere più vecchi di quel che si era appena un minuto prima.

L'universo di Edward Yang:
crepe della modernità e vertigine del cambiamento,
di Andrea Ferraiuolo
TR-155
11.07.2026
Oggi non ricorre alcuna data particolare, nessun anniversario di nascita o morte, nessun restauro, evento o almeno niente che riguardi questo regista. Non c’è sempre bisogno di appigliarsi a delle date per dover ricordare un artista. Ogni tanto, d’improvviso, e apparentemente senza un vero motivo, se ne sente l’assoluta necessità. La necessità di fissare nero su bianco alcuni pensieri o sensazioni che ci sembrano cose vive, perché mantenere viva la memoria di qualcuno o qualcosa è in fondo esercizio comune e umano.
La memoria si perde in una qualsiasi luminosa (o la più luminosa) giornata di sole, e alle volte il dramma di certe persone sta nell’impossibilità di concretizzare per una seconda volta l’immediatezza della vita se non attraverso quel sostituto annebbiato che è il ricordo. Ci sono autori che su questo dramma hanno costruito intere tragedie e commedie della loro opera. E questo è un dramma che si sente vivo quando c’è di mezzo una lontananza, e una mancanza.
Quando nel 1949, in Cina, a seguito dell’ascesa di Mao Tse-tung, l’oppositore anticomunista Chiang Kai-shek si impossessa dell’isola di Taiwan – ribattezzandola Repubblica di Cina – tantissimi cinesi Han lo seguono in una vera migrazione di massa. In molti di questi immigrati si crea come una frattura identitaria per cui devono conti-nuare a sentirsi cinesi Han pur vivendo a Taiwan (la quale è appena uscita dall’occupazione giapponese durata mezzo secolo), convivendo al contempo con i popoli nativi dell’isola che, nel corso del Novecento, vengono pesantemente discriminati e perseguitati, sia dai giapponesi che dai cinesi.
Gli anni che vanno dal massacro del 28 febbraio 1947 alla morte di Chiang Kai-shek, avvenuta nel ’75, e che comprende il cosiddetto “terrore bianco”, rappresentano il periodo più drammatico della storia recente di Taiwan e rimangono violentemente stampati nella memoria dei suoi abitanti (cinesi Han compresi). Il continuo nesso tra passato e presente rimanda, nel cinema taiwanese, ad un complesso quanto doloroso lavoro di ricostruzione della memoria collettiva e individuale. Specchio di questo processo sono i film di uno dei più grandi registi attivi a cavallo tra Novecento e Duemila: Edward Yang.

Edward Yang
Nato a Shanghai nel 1947, Yang, come molti della sua generazione, si trasferisce a Taiwan durante l’ondata di migrazione. Con il suo partito, il Kuomintang, Chiang Kai-shek governa l’isola per trent’anni, con l’obiettivo di riunirsi nel futuro con la Cina continentale, scacciando per sempre il comunismo. Yang cresce perciò nel clima del “terrore bianco” e della Legge marziale. Seppure abbastanza giovane, si trasferisce negli Stati Uniti, dove comincia a lavorare come informatico e al contempo frequenta un corso di cinema.
Tornato a Taipei dopo undici anni, decide di intraprendere la carriera di regista. Così, è con il film a episodi In Our Time (Yang, Chang Yi, Ko I-chen, Jim Tao, 1982) che Yang dà inizio alla sua carriera, e con essa a un nuovo modello di cinema taiwanese. Nel suo segmento, Expecta-tions, il regista ripercorre la Taiwan degli anni Sessanta durante il “miracolo economico”, vale a dire una lunga fase di industrializzazione orientata allo sviluppo e all’esportazione di tecnologia, grazie anche all’enorme capitale ricevuto dagli USA.
Hsiao-fang è un’adolescente che sta vivendo una fase di scoperta di sé, misurandosi con la sorella maggiore, già matura, e con i sentimenti che prova per un ragazzo. La prima opera di Yang è già una “prova” virtuosa rispetto a quello che poi realizzerà in maniera ancora più matura e profonda. Tutto il film, anche nella sua interezza a episodi, si presenta come un lavoro pienamente proiettato verso un’idea precisa di cinema: rinuncia ad attori professionisti e attenzione al quotidiano e al frivolo, alle psicologie dei personaggi e al rapporto con la storia.
Lo sguardo del nuovo cinema taiwanese si posa già sulle esperienze europee e giapponese in primis. L’uso raffinato di musica classica e una regia molto delicata richiamano chiaramente il cinema moderno europeo (principalmente italiano e francese). Yang evidenzia anche come negli anni Sessanta la cultura occidentale – in particolare quella statunitense – sia già integrata tra i giovani (la fascinazione per il basket, le motociclette, i Beatles).

Yang dirige il giovane Chang Chen in A Brighter Summer Day (1991)
Ma uno dei temi centrali del suo cinema, e che di fatto manca in Expectations, viene appena accennato tra le righe di uno degli ultimi dialoghi. Colpisce molto, infatti, la frase pronunciata dall’amichetto di Hsiao-fang, il quale ha appena imparato ad andare in biciletta: “Sai, ho sempre desiderato andare in bicicletta. Pensavo di poter andare ovunque volessi. Ma ora non so dove andare”.
Questa modernità stilistica e concettuale si arricchisce col successivo film, il lungometraggio That Day on the Beach (1983). Due amiche si rivedono in un ristorante di Taipei dopo tredici anni. Una, Weiqing, è divenuta pianista di fama mondiale, l’altra, Jialin, ha appena cominciato un proprio business. La storia si concentra principalmente sui racconti di Jialin, sulla sua vita da casalinga borghese, sul suo matrimonio lentamente arenato e sull’apparente morte del marito avvenuta tre anni prima.
Qui, Yang torna nuovamente indietro negli anni e lo fa attraverso i ricordi delle due donne. Seppure il montaggio sia abbastanza canonico, è interessante l’uso del flashback, che dal principio si mostra in blocchi ridotti, poi sempre più densi, ma soprattutto narratologicamente in maniera piuttosto imprevedibile. Jialin sente come la necessità di (ri)vivere quei ricordi e condividerli con l’amica, con l’obiettivo catartico e in parte consolatorio di riaffrontare il proprio vissuto nei suoi dolori e nelle sue gioie.
Allo stesso tempo Yang sembra voler avanzare un ritratto a tutto tondo della nuova società taiwanese, una società industriale, competitiva, cinica. Se Jialin ha vissuto una vita relativamente agiata, qualcuno le ricorda che c’è anche chi cresce in un mondo senza amore: è il doppio mondo in cui si è sviluppata la Taiwan moderna, una parte privilegiata e arricchita, l’altra repressa e violentata. Quelli di Jialin potranno sembrare tutto sommato dei capricci borghesi; tuttavia, di fondo si staglia quella che è la situazione della donna taiwanese – tema che torna spesso nel nuovo cinema dell’isola.

That Day on the Beach (1983)
In That Day on the Beach emerge altresì una memoria del passato – lontana anche tredici anni – legata indissolubilmente al presente. È il passato dell’isola che si è impresso come una cicatrice nelle menti dei suoi abitanti. Quel giorno sulla spiaggia è morto qualcuno, o è morto qualcosa, ma proprio per questo esiste ancora la possibilità di andare oltre e lasciarsi dietro ogni ricordo logorante.
Edward Yang è un regista difficile da definire. Come infatti notava Alberto Pezzotta in un articolo per Bianco e Nero, da una parte è profondamente legato alla storia e alla cultura di Taiwan; dall’altra, è un intellettuale che si nutre di culture diverse – come possono essere quella statunitense ed europea, o cinese e giapponese. Il vero protagonista dei film di Yang è la sua Taipei. In un’epoca in cui ci sono sempre meno registi che raccontano la propria terra, e anzi spesso sentono la necessità di dover produrre i propri film negli Stati Uniti (come se ambire agli USA fosse in qualche modo doveroso e apicale), quella di Yang risulta, ancora oggi, una posizione decisamente spregiudicata e anticonformista.
Il suo cinema, come quello di Hou Hsiao-hsien, di Tsai Ming-liang o Ko I-chen, è un cinema essenzialmente taiwanese e non un cinema “cinese tout court", o vagamente asiatico. Chiaramente, bisogna ammettere una cosa: senza le “nouvelle vague” europee, così come quella giapponese e di Hong Kong, il nuovo cinema taiwanese – come è stato spesso chiamato – forse non sarebbe lo stesso, o forse, addirittura, non esisterebbe. D’altronde è lo stesso Yang a sottolineare come, ad esempio, il nuovo cinema di Hong Kong sia stato una forza propulsiva determinante per la sua generazione.
Ma le novità, in film come i già citati In Our Time e That Day on the Beach, o I ragazzi di Fengkuei (Hou Hsiao-hsien, 1983) e Growning Up (Chen Kun-hou, 1983), sono lampanti e si trovano in una restituzione diversa del modernismo legato alle “nuove ondate”: c’è il richiamo al cinema di Michelangelo Antonioni, ma anche a quello di Yasujirō Ozu – che, ad esempio, il cinema giapponese degli anni Sessanta e Settanta cerca in qualche modo di ignorare; c’è François Truffaut, Werner Herzog, Patrick Tam, c’è il romanticismo spensierato e poetico, il rapporto con la ruralità e con la storia della Nazione, ma c’è anche uno sguardo inedito e personale sulle trasformazioni della provincia e della metropoli che risulta fortemente identitario.

The Terrorizers (1986)
Immagini della città, ma soprattutto dell’individuo all’interno del teatro metropolitano, come quelle di Taipei Story (1985), The Terrorizers (1986) o Mahjong (1996) si erano raramente viste in altre precedenti filmografie.
Con Taipei Story Yang racconta una metropoli e la sua società nel momento di massima mutazione. Grattacieli enormi, insegne luminose, strade zeppe di macchine. Chin compra una casa per viverci con il suo amore dell’infanzia Lung, con la speranza di partire in futuro per gli Stati Uniti. Ma la loro relazione s’incrina: Lung è rimasto legato a un passato forse più radioso del presente (o almeno così crede), e finisce per vagare da solo per Taipei senza una vera meta; Qin è una donna insoddisfatta e non comprende a fondo le frustrazioni di Lung, anche perché il lavoro, la famiglia e le nuove conoscenze la distraggono.
È come se Qin si lasciasse a poco a poco alle spalle il fidanzato, che rappresenta un passato stagnante. Mentre Lung, che non riesce a sfidare il presente, finisce per morire esangue dopo essere stato accoltellato da un giovane innamorato di Qin, per strada, tra vecchi rottami e allucinazioni che si dissolvono come fumo nell’aria. In Taipei Story il passato viene presentato come qualcosa verso cui si provano naturalmente dei sentimenti romantici, ma anche come qualcosa di fatale.
Nei film di Yang i ricordi si riflettono in quanto fenomeno “agglutinante” – per dirla con Giorgio Colli – si saldano in un oggetto che però non ha niente di concreto e immediato (vedi l’allucinazione della televisione, durante la lenta e “nostalgica” dipartita di Lung), poiché il dramma della memoria è anche quello della sua sparizione perpetua, della sua tragica e naturale incertezza. Perché dunque questi personaggi sono dei completi inetti? Perché troppo spesso rimangono ancorati a desideri o passioni ardenti che sono oramai delle astrazioni, rappresentano ciò che (forse) non era, né è, né sarà, e per tale motivo si ritrovano ingabbiati in una coscienza deprimente.

Taipei Story (1985)
Ecco perciò che il tema dell’abbandono risulta una chiave di lettura importante per il cinema del regista taiwanese. L’idea di ripararsi in un sistema di pensieri che in fondo sono deprimenti con lo scopo di abbandonare (consciamente o inconsciamente) un presente angusto è il motivo sostanziale delle paranoie dei suoi personaggi.
C’è poi una grossa incertezza che aleggia all’interno di tutti questi campi lunghi e totali, tra le vie fittamente trafficate e gli interni modernisti delle abitazioni, come un’espressione crudele del vuoto della società piccolo e medio borghese del boom progressista. Da una parte, infatti, si insinua l’Occidente degli Stati Uniti e dall’altra il Giappone, la grande potenza democratica non comunista dell’Asia. La presenza di entrambi i Paesi e delle rispettive culture è un leitmotiv assiduo nei film di Yang.
Lung, interpretato da un bravissimo Hou Hsiao-hsien, ha bisogno di un cambiamento e desidera trasferirsi negli USA, ma è ironico che sia proprio lui a rinunciare all’“illusione di poter ricominciare”. Perché in fondo i personaggi di Yang sono incapaci di prendere grandi decisioni, si sentono persi, immersi come in un grande palazzo di vetro prosciugato d’ogni emozione – come racconta, appunto, il finale di Taipei Story.
Sospesa tra la cultura statunitense, quella giapponese e quella cinese – oltre che quella aborigena dell’isola – la Taiwan di Yang sembra delle volte una nazione priva di una vera identità dove, tra una canzone di Elvis Presley, una casa dagli interni nipponici e le tradizioni cinesi promosse dalle istituzioni, sembra di osservare una popolazione alquanto disorientata. E ciò spesso si traduce proprio con la volontà di abbandonare la stessa Taipei, la propria quotidianità, la propria vita.

L'attrice/cantante Tsai Chin nel ruolo di Quin
Ma i personaggi si scontrano sempre (o quasi) con qualcosa. È l’insicurezza, la paura, il lavoro, la famiglia, la morte. Yang racconta tale tormento sia per l’adolescenza (vedi l’amichetto di Hsiao-fang, che non "sapeva dove andare" con la bicicletta), sia per l’età adulta, e per ogni età ci sono dei codici evidenti, vale a dire tutto un mondo drammaticamente strutturato il cui peso grava d’improvviso sulle spalle di chi decide di cambiare la propria vita.
Naturalmente Yang torna di continuo nella storia, e non può che insinuarvisi anche autobiograficamente. Si ricorda di quando aveva tredici anni e frequentava le scuole medie e ci fu un omicidio che sconvolse tutta l’isola: un ragazzo aveva ucciso la sua fidanzata, la quale era coinvolta con un altro coetaneo adolescente capo di una gang. In A Brighter Summer Day (1991) siamo nella Taipei a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, sempre più militarizzata, con un governo sempre più autoritario, in pieno sviluppo agricolo e lanciata verso il settore tecnologico.
Il cartello mostrato all’inizio del film recita così: “Milioni di cinesi fuggirono a Taiwan nel 1949, dopo la sconfitta dei nazionalisti durante la guerra civile per mano della Cina comunista. I loro figli crebbero in un’atmosfera disagevole per via dei timori verso il futuro che manifestavano i genitori. Molti formarono delle gang di strada per identificarsi e per rafforzare il loro senso di sicurezza”. S’ir è figlio di una modesta e numerosa famiglia immigrata da Shanghai e frequenta una scuola serale. I suoi amici e compagni di classe fanno parte di una gang, i Little Park Boys, la quale si trova in una faida con un’altra banda, i 217. S’ir fa amicizia con Ming, la fidanzata del capobanda dei Little Park.
Yang ritrae una Taipei provinciale e rurale, dove le istituzioni dominanti sono la scuola – che ha più le sembianze di un carcere – e l’esercito – costantemente attivo e presente. Torna alle fondamenta del grande “miracolo economico”, l’educazione dei futuri statisti, burocrati e industriali che abbiamo visto in Taipei Story: è come se con una sorta di analessi interna alla sua filmografia ci avesse fatto viaggiare indietro, per circa quattro ore, per comprendere come l’isola sia arrivata alla sua contemporaneità alienante.

A Brighter Summer Day (1991)
S’ir si trova messo al centro, tra le scorribande dei suoi compagni e il moralismo della famiglia. Così come all’interno delle gang si creano spaccature per azioni e ideali divergenti, così avviene anche nella famiglia: è la Taiwan degli immigrati Han che si scontra con quella dei nativi, con lo sviluppo accelerato e in parte forzato, con la tecnologia, con gli ideali politici differenti (Cina vs USA). Yang mostra una società corrosa dalla violenza e da espressioni masnadiere, se non mafiose.
Ci mostra come l’impronta della violenza derivi dalla politica austera e inconcludente, mentre un certo immaginario che comincia a radicarsi proviene dai media di massa, come i film statunitensi o giapponesi (vedi il mito del fucile, o della katana). Il regista taiwanese dimostra di essere lui per primo affascinato da un certo cinema di azione (western, jidaigeki, mafia movie e yakuza eiga), come lo conferma la sequenza dell’agguato alla banda 217, una sequenza in notturna, quasi muta, abbagliata da guizzi di luce solo nel momento di violenza.Una sequenza che non può che ricordare quelle dei più bei film di cowboy e samurai degli anni Cinquanta.
Ancora una volta, Yang si rivela, come detto, cinefilo dell’estero e del passato, oltre che attento calcolatore delle più complesse dinamiche di regia. Le lunghe scene di silenzio – come ce ne sono tante in A Brighter Summer Day – sono eccezionalmente drammatiche, malinconiche, espressioniste e cariche di suspence allo stesso tempo o a seconda dei casi.
Così come una trovata stilistica particolarmente affascinante dei film di Yang sono le domande “a vuoto”, cioè quei dialoghi in cui la domanda posta da un personaggio non riceve la risposta dell’altro – che è poi un espediente tipico di molto cinema asiatico, soprattutto dagli anni Ottanta in poi. Talvolta le risposte sono sottintese e, per questo, non c’è bisogno di riportarle; ma altre volte – e sono questi i casi più interessanti – la risposta non è affatto scontata, può essere al più ipotizzata dallo spettatore.

A Brighter Summer Day (1991)
Questa tecnica – se così si può definire – contribuisce a evidenziare un clima di insicurezza, di instabilità e, in fondo, di incomunicabilità. E questi sono effetti ricercati anche dal buio: esterne notturne, interne dalle luci soffuse, bui pesti. È ironico che un film come A Brighter Summer Day si immerga, per molto della sua durata, nell’oscurità. Il buio nel cinema di Yang (e si veda anche The Terrorizers) è quello spazio che riflette i timori e le instabilità dei personaggi e del popolo taiwanese.
In un certo senso, ha un significato simile a quello che ha l’acqua per Tsai Ming-liang. Ma il buio è anche quell’intreccio di ricordi annebbiati che vengono evocati dal regista; il buio è la condizione a cui viene associato metaforicamente il passato, e allo stesso tempo il presente. È S’ir a uccidere Ming, la ragazza di cui si era innamorato, nel buio della notte, tra la quasi totale indifferenza dei presenti, finendo in un abisso di prigionia che durerà quindici anni.
Anche per i successivi A Confucian Confusion (1994) e Mahjong (1996) è nell’oscurità che si svolgono i momenti risolutivi delle due storie. Nel 1986 nasce il primo partito di opposizione dell’isola (DPP), mentre nell’87 viene finalmente revocata la legge marziale. Attraverso importanti riforme politiche e sociali, Taiwan si sta gradualmente trasformando in una democrazia e lo sviluppo economico che negli anni Settanta l’aveva resa la seconda economia in più rapida crescita in Asia prosegue generando ricchezza e rendendo Taipei meta per affaristi e industriali esteri.
In apertura di A Confucian Confusion, Yang propone subito una domanda “a vuoto”, la cui risposta – lo si può intuire – tenterà di formularla con il film stesso. La didascalia recita un dialogo tra Confucio e i suoi discepoli:
Confucio: "La città è troppo affollata!"
Discepoli: "Cosa possiamo farci?"
Confucio: "Arricchite il popolo"
Discepoli: "E dopo che sono stati arricchiti?"
Poi una seconda didascalia:
"2000 anni di povertà e lotte dopo, ci sono voluti solo 20 anni a una città chiamata Taipei per diventare una delle città più ricche del mondo"
Yang si riferisce al grande miracolo economico.

A Confucian Confusion è una commedia particolarmente cinica. Non è di gran lunga il miglior film di Yang; tuttavia è un film che descrive benissimo lo stato della cultura e, di fondo, della società taiwanese. Come dimostra Birdy, l’“artista” in rollerblade che vediamo nella prima scena, la cultura e i suoi esponenti – a maggior ragione quelli del mainstream – entrano in una fase di crisi o, per meglio dire, in uno stato di profonda contraddizione, per cui quell’artista che un tempo – durante la dittatura, peraltro – si professava d’avanguardia o indipendente, oggi, nello stato di benessere che vent’anni di crescita economica hanno portato, si è trasformato in un filisteo conformista senza alcuna identità.
In un certo senso questo film è il sequel concettuale di Taipei Story, quasi dieci anni dopo. Vediamo una Taipei assorta nei suoi lavori burocratici e di capitalizzazione, dove le relazioni personali vengono commercializzate e l’arte è vincolata all’egemonia del denaro (visione, quest’ultima, che manca nel film dell’85, forse perché Yang si riserva ancora un po’ di fiducia, considerando anche che in quegli anni nasce proprio il nuovo cinema taiwanese).
Yang vede in Taiwan – ma in generale in tutta l’area di lingua cinese – una confusione che nasce dalla crisi dei valori confuciani, i quali però permangono nella cultura del popolo, confluendo nei nuovi principi occidentali di democrazia e capitalismo. Una confusione tutta confuciana, in quanto Confucio non contemplò mai il sistema economico-sociale capitalistico: Yang evidenzia ironicamente l’ipocrisia di quella fetta di suoi connazionali che, ottusamente, affronta il progresso con disciplina confuciana e reazionaria.
Ma, essendo un paradosso, di confuciano a Taipei non è rimasto più nulla. E si cominciano a ravvisare le ceneri di Confucio con il successivo Mahjong, un film in cui si parlano quattro lingue, in cui si mischiano i generi (dal dramma generazionale al gangster movie, dalla commedia al crime, fino al grottesco e al dramma romantico), in cui piani sequenza convivono con inquadrature statiche. Nuovamente un film di/sulla confusione, sull’equivoco, sull’incomunicabilità.

In Mahjong vediamo per la prima volta nel cinema di Yang degli stranieri come personaggi principali (ad esempio, l’inglese Markus e la francese Marthe). Il regista taiwanese si dimostra nuovamente un osservatore meticoloso del presente. È notoriamente emblematico il discorso che Markus – l’arredatore d’interni più richiesto della città – fa all’amante Marthe: “Sai, tra dieci anni questo posto sarà il centro del mondo. Il futuro della civiltà occidentale è proprio qui”.
Se per Markus il XIX secolo è stata la “gloriosa” era dell’imperialismo, il XXI sarà qualcosa dalla portata ancora più ampia. E non ha tutti i torti. Taiwan già dai primi anni Ottanta diventa meta di moltissimi investitori nel campo dell’industria tecnologica, principalmente cinesi, giapponesi e statunitensi. Oggi, la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company è la più grande azienda al mondo nell’industria dei semiconduttori, da cui dipendono Apple, AMD, Nvidia e molte altre società.
Oltre questo, la Repubblica Popolare Cinese continua a destabilizzare le politiche interne dell’isola, dove la Coalizione pan-verde – guidata dal DPP – propone l’indipendenza di Taiwan, e la Coalizione pan-blu – guidata dal KMT – un’apertura verso la Cina. Questo dibattito prende forma nel contesto della nuova Legge “anti-secessione” varata a Beijing nel 2005, nella quale il parlamento cinese autorizza l’uso di “mezzi non pacifici” per contrastare l’indipendenza dell’isola.
Nel frattempo, la Taiwan rurale – raccontata dal cinema di Hou Hsiao-hsien, per intenderci – quella altresì piccolo borghese, ma soprattutto quella delle popolazioni indigene rischia di trasformarsi o estinguersi fatalmente. Questo è il tema per Yang: la dissoluzione progressiva di Taiwan.

Mahjong (1996)
In Mahjong si attraversano i grandi campi lunghi – quelli sgombri e avvilenti, come quelli colmi di turbe eterogenee – e i più intimi primi piani, dai fondali nebulosi e astrattamente colorati. La macchina da presa si sofferma fissamente sui personaggi marcandone la loro solitudine e angoscia, ma anche i loro dubbi e amori. Allo stesso tempo, Yang serpeggia tra la folla con morbidi e lenti piani sequenza, restituendo un senso di confusione a tutto tondo.
Un po’ come in A Brighter Summer Day, la violenza a cui assistiamo è quella di una gioventù considerata “bruciata”, che non ha fiducia in niente. Questa volta, però, il regista sostituisce i burocrati con i truffatori e i gangster, altre due grandi incarnazioni del capitalismo moderno: non c’è dubbio sul fatto che le truffe di Cho e di Piccolo Buddha siano equiparabili all’opportunismo neocolonialista di Markus.
Tutti i personaggi si ritrovano in qualche modo all’interno di un sistema malsano che li costringe l’uno contro l’altro, come nel vecchio Far West, mentre nessuno sa cosa vuole veramente. Eppure, notiamo come l’inguaribile cinismo del regista non ci sottragga a mo-menti di romanticismo e umanità: la dolcezza del finale del film – un lungo e ricercato bacio tra Marthe e il giovane Luen-Luen – è paragonabile forse solo a quella delle ultime scene di Yi Yi (2000).
In sostanza, l’identità del cinema di Yang è sintomatica della condizione frammentata della sua Taiwan. Per il pubblico internazionale questi potranno sembrare film “difficili”, perché insistono nel voler osservare l’isola, la sua vita quotidiana e la sua storia contemporanea, aspetti destinati a rimanere naturalmente inafferrabili per un pubblico generalista, che crederà di non poter comprendere neanche cos’è stato il “terrore bianco”, né cosa significhi essere un taiwanese nativo rispetto ad un taiwanese im-migrato dalla terra ferma.

Mahjong (1996)
Tuttavia, l’approccio moderno, empatico e, di fondo, assolutamente unico, ha reso il cinema di Edward Yang oltre che riconoscibile e amato, anche in qualche modo più accessibile. L’ultima e gigantesca sua opera riparte proprio dalla dolcezza, un po’ sprovveduta e fanciullesca. È con Yi Yi che la maggioranza della critica e del pubblico occidentale conosce Yang. Forse proprio perché è il suo film più “occidentale” – anche se in realtà si respira molto più un’influenza nipponica.
La famiglia Jian di Taipei vive un momento di profonda fragilità. La nonna cade in coma a seguito di un ictus; la madre Min-Min è colpita da una crisi di nervi e si ripara in montagna con dei monaci; il padre NJ – interpretato da un altro magnifico artista, lo sceneggiatore più prolifico del nuovo cinema taiwanese, Wu Nien-jen – lavora in un’azienda tecnologica in difficoltà finanziarie e ritrova, al matrimonio del cognato, la sua vecchia fidanzata; la figlia maggiore, l’adolescente Ting-Ting, sta scoprendo cos’è l’amore e l’amicizia; e infine il piccolo Yang-Yang è alla ricerca di un proprio modo di osservare la realtà.
Yi Yi è probabilmente il miglior film, registicamente parlando, di Edward Yang. È un film estremamente corale, più di quanto lo fosse A Brighter Summer Day, per la diversità di soggetti messi in scena (sia per profilo psicologico, sia per età anagrafica). Yi Yi è anzitutto un film sulla vita, e non tanto un film sulla famiglia, sull’alienazione, su questo o quel tema, com’è per le altre opere di Yang.
Oltre alle decine di personaggi più o meno rilevanti, ce n’è uno che rimane impresso, ed è il giapponese Ota, proprietario dell’omonima azienda. Yang è riuscito a tracciare il perfetto ritratto del tipico tecno-genio dei tempi moderni, ovvero di quella figura – tipicamente statunitense, ma talvolta anche giapponese – la cui ambigua moralità viene puntualmente messa in ombra dall’apparente genialità; figura che oramai abbiamo imparato a conoscere perfettamente e di cui Yang, nel 2000, ne coglie già l’ascesa come essere dalla bontà e saggezza divine.

La famiglia protagonista di Yi Yi (2000)
Così come il cognato A-Di non fa altro che pensare all’oroscopo per ogni cosa che riguardi la sua quotidianità, NJ rimane ammaliato dalla figura di Ota, come fosse una divinità, proietta in lui ogni sua insicurezza; allo stesso modo – nonostante l’iniziale rifiuto – sembra voler tornare anche dalla sua ex fidanzata, dopo aver nostalgicamente rievocato con lei la gioventù andata per sempre.
Yang continua a descrivere una Taipei insicura e nostalgica, agganciata ai ricordi, con l’aggiunta questa volta dell’emergente misticismo e dei suoi santoni (vedi la terapia “monacale” di Min-Min). Il regista mostra questa insicurezza con tono dolce e riflessivo. Osserviamo gli occhi inquieti e l’espressione malinconica di NJ mentre Ota suona Piano Sonata No. 14 di Beethoven; o sempre NJ che fuma nervosamente al buio nella sua stanza d’albergo a Tokyo, mentre una fosca luce blu lo illumina da dietro.
La macchina da presa spesso scruta i personaggi parlare o fissare il proprio sguardo altrove attraverso i vetri tersi delle finestre, nei quali appare riflesso il mondo che incurante si muove intorno. Torna valido ciò che ho scritto sopra per Taipei Story: personaggi immersi come in un grande palazzo di vetro prosciugato d’ogni emozione. Le geometrie ingabbiano i personaggi, incapaci di uscire, di parlare tra di loro.
Yang tratta lo schermo come un vetro nel quale si riflettono altri spazi; oltre a ciò che osserviamo come soggetto, la ripresa si estende ad altre attività. Quest’idea di uno sguardo sensibile alle trasparenze coinvolge anche il piccolo Yang-Yang e la sua macchina fotografica, attraverso la quale immagina un mondo tutto suo, oggettivamente fantasioso. La realtà che si nasconde alle spalle delle persone è metà della verità, osserva il bambino.

Yi Yi (2000)
Quella metà che lui fotografa metodicamente e che Yang rintraccia attraverso le finestre. Quella metà che NJ non può vedere fin quando i suoi pensieri rimangono ancorati a una vita e un lavoro che non lo appagano. Sono i più giovani (Yang-Yang con la sua curiosità, Ting-Ting con la sua visione romantica e ingenua della vita) ad elaborare quelle attività fantasmatiche che li portano fuori dai binari del realismo del regista.
Il mondo di Yi Yi è una sostanza riverberante dove si esprime qualcosa di nascosto ma profondamente importante, qualcosa di sottratto alla stanca coscienza industriale. Yang esprime allora il desiderio, talvolta inconscio, dell’essere umano di sfuggire alla solitudine che gli si impone; a quel senso di infinito struggimento, di vera irraggiungibilità, che altro non è che la manifestazione della vita come cosa più grande di noi.
Yi Yi si apre con il felice e spensierato festeggiamento del matrimonio di A-Di, per poi concludersi con il toccante e delicato funerale di sua madre. Yang-Yang, che fin quando la nonna era in coma si era rifiutato di parlarle, si avvicina alla bara per leggerle il suo ultimo messaggio. Il bambino comprende qualcosa in apparenza molto banale: lui non sa molte cose, così come non può sapere dove sua nonna sia andata. Perciò si promette di poter un giorno dire alle persone ciò che forse loro non sanno o reputano insignificante.

Yi Yi (2000)
Questo magari gli permetterà di vedere la verità attraverso le finestre intorpidite della realtà, come solamente un poeta può fare. Riconoscere nella vita (la nascita del nuovo cuginetto, figlio di A-Di) il valore della morte e viceversa rende il bambino consapevole di cosa significhi invecchiare. Il messaggio di Yang-Yang alla nonna è quindi sì un arrivederci, ma anche una forte presa di coscienza di ogni manifestazione concreta di finitudine; è quella capacità, tipica dell’età infantile, di accogliere saggiamente l’insensatezza della vita.
Durante l’intenso corso di tutto il suo cinema, spentosi in un inizio d’estate del 2007, Edward Yang si è curato anzitutto della situazione dei taiwanesi e della loro isola, della rapida crescita economica e dell’apertura all’Occidente, del rapporto di drammatica oggettivazione con la loro storia. Tra chi si lancia nel domani con l’angoscia di ieri e chi, nella sfiducia nel futuro, si incaglia in un passato evanescente.Tra chi cancella la memoria in nome di un avanzamento e chi non avanza per paura degli esiti del presente.
Ora, quando l’immediatezza di qualcosa o qualcuno è perduta per sempre, cancellata dal tempo – di nuovo – mantenerne viva la memoria è in fondo esercizio comune e umano. E quando anche solo un attimo del vissuto fluisce e si conserva con pace nel ricordo – il piccolo Yang-Yang se ne rende conto – si può affermare finalmente di essere più vecchi di quel che si era appena un minuto prima.