

Labirinti temporali e immagini cristallo,
una lotta poetica alla modernità accelerata,
di Antonio Orrico
TR-148
25.04.2026
Il tempo. Un problema per molti cineasti, una soluzione per molti altri. Se nel cinema classico, il tempo era prevalentemente subordinato alla narrazione e corrispondeva ad una logica pienamente lineare, già a partire dagli anni ’50, con la modernità cinematografica del secondo dopoguerra, esso diventa progressivamente oggetto di riflessione formale, attraverso cineasti come Tarkovskij, Antonioni e Resnais, i quali dissolvono la causalità narrativa a favore di una configurazione dell’immagine-tempo, secondo la nota formulazione deleuziana. Struttura che, inevitabilmente, caratterizza anche il cinema contemporaneo, che però evolve il dibattito confrontandosi con una condizione ulteriore, ovvero quella di una temporalità accelerata, frammentata, spesso subordinata alle logiche del consumo e della circolazione globale delle immagini.
In questo contesto, negli ultimi anni, nel cinema cinese emerge prepotentemente una figura eccentrica come quella di Bi Gan, cineasta prodigio in grado di riconfigurare il tempo nella poetica filmica, dandogli l’opportunità di essere un flusso stratificato di memorie e soprattutto un’esperienza sensoriale attraverso i suoi tre film, Kaili Blues (2015), Long Day’s Journey Into Night (2018) e Resurrection (2025). Tre opere che già fanno comprendere la visione periferica di un cineasta giovanissimo - parliamo di un uomo di 36 anni - eppure già abile e capace nel riproporre universi liminali e decisamente ipnotici, ponendosi in netta controtendenza. Per comprendere meglio il suo operato, infatti, è necessario collocarlo nel contesto del cinema cinese contemporaneo. Da un lato, il sistema industriale privilegia narrazioni lineari e ritmi accelerati, in cui il tempo è funzionale al consumo. Dall’altro, il cinema d’autore ha spesso affrontato la temporalità in chiave realista o documentaria.

Bi Gan vince il Premio della Giuria per Resurrection a Cannes 2026
Se si pensa a registi chiave della Sesta Generazione, come Jia Zhang-ke e Wang Bing, emerge una discrepanza piuttosto interessante. Il primo, infatti, esplora il tempo storico della trasformazione sociale attraverso storie che mettono in evidenza un universo cinese diventato ormai simulacrale con notevole sensibilità e realismo, mentre il secondo radicalizza la durata attraverso pratiche documentarie estreme e tramite una messa in scena delle realtà più marginali che circondano la madrepatria cinese. Bi Gan, invece, si colloca in una posizione dissonante e alternativa rispetto a entrambe le tendenze.
Il suo cinema non rappresenta direttamente la storia, né documenta il reale, ma opta piuttosto per una dislocazione temporale, trasformando l’esperienza del tempo in sogno, memoria e percezione. In questo senso, la sua opera può essere letta come una risposta indiretta ma profonda alla modernità cinese: invece di mostrarne l’accelerazione, ne sospende gli effetti, restituendo uno spazio di riflessione e smarrimento in cui lo spettatore, spesso e volentieri, si perde in uno stadio limbico, tra veglia e sonno, tra realtà e sogno. Uno spazio in cui anche l’elemento del tempo, tradizionalmente incalzante, perde il suo valore.

Una sequenza di Rescurrection (2026)
Flussi temporali
Lo si può notare fin dal suo film d’esordio, Kaili Blues, che nel raccontare una ricerca del nipote di un medico nella provincia di Kaili, costruisce una forma di temporalità che si sottrae a ogni segmentazione. Il tempo si manifesta come esperienza percettiva continua, in cui passato e presente coesistono senza soluzione di continuità. I ricordi non sono evocati attraverso flashback convenzionali, ma si presentano come ambienti attraversabili, luoghi che il protagonista percorre fisicamente, dissolvendo la distinzione tra memoria e percezione immediata.
Il road movie di Bi Gan, prima di essere fisico, è anche e soprattutto mentale, configurandosi come un percorso di ridefinizione identitaria attraverso il rapporto spazio-temporale che si crea nel corso del film, in cui la Cina stessa, da opprimente, assume pian piano una dimensione fantastica, cristallizzando di fatto la sua storia per riproporla in modo del tutto personale. Fulcro di quest’intuizione davvero interessante e a dir poco coinvolgente è, sicuramente, l’uso del piano sequenza da parte del regista, che regala una parte centrale da manuale, vero e proprio snodo teorico per comprendere elementi fondamentali del suo cinema.
Nel corso, infatti, della mezz’ora centrale di Kaili Blues, attraverso un piano sequenza in travelling della durata di 41 minuti ambientati perlopiù a Dangmai, il regista crea un dispositivo ontologico in cui la continuità dello sguardo coincide con la continuità del tempo. In tal senso, il film si avvicina a una concezione bergsoniana della durata, in cui il tempo non è una successione di istanti discreti, ma un flusso qualitativo e indivisibile. All’interno di queste riprese continue, lo spettatore è a contatto con il paesaggio di Guizhou, che con i suoi treni, tunnel e villaggi assolve al compito di topografia della memoria.
Ogni spazio è già carico di temporalità. Il cinema, in questa fase, resta ancorato a una dimensione intima e locale, in quanto il tempo, in Kaili Blues, è ancora tempo vissuto, radicato in una geografia affettiva. Condizione che si trasforma radicalmente già a partire dal successivo atto della filmografia “biganniana”, ovvero Long Day’s Journey Into Night.

Kaili Blues (2015)
Il labirinto
Con Long Day’s Journey Into Night, la concezione fluida del tempo si complica, assumendo una forma labirintica. La memoria diventa oggetto di indagine, in quanto il protagonista, Luo Hongwu, nel corso del suo ritorno a Kaili - che, ancora una volta, rappresenta per il regista cinese l’unica vera casa - ricerca una figura del passato, una donna che ha amato e che non ha mai dimenticato. Questo continuo pellegrinare, però, non conduce a una verità stabile. Il tempo non è più un flusso perpetuo, ma una struttura stratificata e instabile, in cui ogni ricordo è già contaminato dal desiderio e dall’immaginazione.
Il dispositivo noir, apparentemente orientato verso una ricostruzione narrativa, si rivela progressivamente fallace, destinato a rappresentare delle anime in pena consumate da una persistenza irrisolta del passato. Il film destabilizza ogni tentativo di linearizzazione, fino a culminare nel celebre piano-sequenza finale dalla durata monstre di 59 minuti, girato in 3D attraverso una steadycam in perenne movimento, che manifesta visivamente il flusso temporale incessante e immerge lo spettatore in uno spazio-tempo sospeso. In questa sequenza, emblematica della poetica labirintica del regista cinese, il tempo non è più oggetto di rappresentazione, ma esperienza immersiva. Lo spettatore vi è ormai assorbito, completamente inglobato e, così, perde ogni punto di riferimento stabile, abbandonandosi totalmente alla forza dell’immagine e del racconto da essa generato.
È qui che il cinema di Bi Gan si colloca pienamente nel regime di quell'immagine-tempo di deleuziana memoria, in quanto la distinzione tra reale e immaginario si dissolve, e il tempo si manifesta come cristallo, in cui presente e passato si riflettono reciprocamente. Rispetto a Kaili Blues, il mondo si è fatto più urbano, più artificiale, più notturno, ma non per questo è meno “comatoso”. Non è un caso che qui il tempo abbandoni completamente ogni scorrimento e ogni riferimento, aggrovigliandosi definitivamente in un’alternanza tra passato, presente e futuro che arrivano allo spettatore attraverso le riprese continuate, costruendo un tempo mobile, instabile, aperto alla deriva e alla trasformazione.
Una continuità che assume ulteriore significato all’interno della sua ultima creatura, Resurrection, in grado di alzare definitivamente l’asticella.

Long Day’s Journey Into Night (2018)
Le mille forme del cinema
Nell’attualità cinematografica, si assiste sempre di più a prodotti orientati verso una fruizione immediata, identificati soprattutto da due caratteristiche fondamentali: la compressione temporale e l’incapacità di incastonare le immagini all’interno di una collocazione ben precisa. Il cinema è ormai liquido, capace di assumere varie forme ma, proprio per questo motivo, molte volte vittima di una perdita dell’identità che si verifica in modo quasi elementare. Resurrection di Bi Gan porta a riflettere proprio su questa dissoluzione della memoria storica, sull’importanza fondamentale di donare un carattere storicizzato alle mille forme che attraversano la Settima Arte.
Nei cinque segmenti che compongono l’ultima opera del regista cinese non vi è solamente un puro vezzo stilistico, quanto l’idea di coniugare alla riflessione temporale una dimensione universale, che garantisca una portata universale attraverso il mezzo che più ci è vicino, ovvero quello cinematografico. Resurrection affronta epoche e forme del cinema diverse, dal cinema muto/espressionista del primo segmento al noir urbano del secondo allo sci-fi distopico del quarto fino ad approdare all’horror decadente contemporaneo, non per una questione puramente citazionista/cinefila, quanto per elaborare un archivio vivente di immagini, in cui la storia del cinema e la storia culturale si sovrappongono.
Il tempo, infatti, in Resurrection, non è più soltanto memoria individuale, ma memoria collettiva, sedimentazione di forme e immaginari. Ma è, soprattutto, uno strumento a cui non si può minimamente rinunciare, in quanto impossibile da recuperare - una massima sottolineata attraverso un dialogo splendido nell’ultimo segmento. In questo senso, il lungometraggio rappresenta un passaggio decisivo della precoce carriera di Bi Gan, portando la quarta dimensione ad essere pura stratificazione, accumulo di epoche, linguaggi e percezioni.
Se nei lavori precedenti del regista asiatico, dunque, il tempo era qualcosa in cui perdersi, qui diventa qualcosa da ricostruire, addirittura da preservare e mantenere, in un mondo che ha smarrito la capacità di sognare. E dunque Resurrection non è solamente un puro pamphlet nostalgico, quanto una forma di resistenza estetica, in cui il sogno e la memoria diventano strumenti di conoscenza e dove proprio lo smarrimento che questi ultimi comportano rappresentano la possibilità di una nuova relazione con il tempo e con il cinema stesso.

Resurrection (2026)

Labirinti temporali e immagini cristallo,
una lotta poetica alla modernità accelerata,
di Antonio Orrico
TR-148
25.04.2026
Il tempo. Un problema per molti cineasti, una soluzione per molti altri. Se nel cinema classico, il tempo era prevalentemente subordinato alla narrazione e corrispondeva ad una logica pienamente lineare, già a partire dagli anni ’50, con la modernità cinematografica del secondo dopoguerra, esso diventa progressivamente oggetto di riflessione formale, attraverso cineasti come Tarkovskij, Antonioni e Resnais, i quali dissolvono la causalità narrativa a favore di una configurazione dell’immagine-tempo, secondo la nota formulazione deleuziana. Struttura che, inevitabilmente, caratterizza anche il cinema contemporaneo, che però evolve il dibattito confrontandosi con una condizione ulteriore, ovvero quella di una temporalità accelerata, frammentata, spesso subordinata alle logiche del consumo e della circolazione globale delle immagini.
In questo contesto, negli ultimi anni, nel cinema cinese emerge prepotentemente una figura eccentrica come quella di Bi Gan, cineasta prodigio in grado di riconfigurare il tempo nella poetica filmica, dandogli l’opportunità di essere un flusso stratificato di memorie e soprattutto un’esperienza sensoriale attraverso i suoi tre film, Kaili Blues (2015), Long Day’s Journey Into Night (2018) e Resurrection (2025). Tre opere che già fanno comprendere la visione periferica di un cineasta giovanissimo - parliamo di un uomo di 36 anni - eppure già abile e capace nel riproporre universi liminali e decisamente ipnotici, ponendosi in netta controtendenza. Per comprendere meglio il suo operato, infatti, è necessario collocarlo nel contesto del cinema cinese contemporaneo. Da un lato, il sistema industriale privilegia narrazioni lineari e ritmi accelerati, in cui il tempo è funzionale al consumo. Dall’altro, il cinema d’autore ha spesso affrontato la temporalità in chiave realista o documentaria.

Bi Gan vince il Premio della Giuria per Resurrection a Cannes 2026
Se si pensa a registi chiave della Sesta Generazione, come Jia Zhang-ke e Wang Bing, emerge una discrepanza piuttosto interessante. Il primo, infatti, esplora il tempo storico della trasformazione sociale attraverso storie che mettono in evidenza un universo cinese diventato ormai simulacrale con notevole sensibilità e realismo, mentre il secondo radicalizza la durata attraverso pratiche documentarie estreme e tramite una messa in scena delle realtà più marginali che circondano la madrepatria cinese. Bi Gan, invece, si colloca in una posizione dissonante e alternativa rispetto a entrambe le tendenze.
Il suo cinema non rappresenta direttamente la storia, né documenta il reale, ma opta piuttosto per una dislocazione temporale, trasformando l’esperienza del tempo in sogno, memoria e percezione. In questo senso, la sua opera può essere letta come una risposta indiretta ma profonda alla modernità cinese: invece di mostrarne l’accelerazione, ne sospende gli effetti, restituendo uno spazio di riflessione e smarrimento in cui lo spettatore, spesso e volentieri, si perde in uno stadio limbico, tra veglia e sonno, tra realtà e sogno. Uno spazio in cui anche l’elemento del tempo, tradizionalmente incalzante, perde il suo valore.

Una sequenza di Rescurrection (2026)
Flussi temporali
Lo si può notare fin dal suo film d’esordio, Kaili Blues, che nel raccontare una ricerca del nipote di un medico nella provincia di Kaili, costruisce una forma di temporalità che si sottrae a ogni segmentazione. Il tempo si manifesta come esperienza percettiva continua, in cui passato e presente coesistono senza soluzione di continuità. I ricordi non sono evocati attraverso flashback convenzionali, ma si presentano come ambienti attraversabili, luoghi che il protagonista percorre fisicamente, dissolvendo la distinzione tra memoria e percezione immediata.
Il road movie di Bi Gan, prima di essere fisico, è anche e soprattutto mentale, configurandosi come un percorso di ridefinizione identitaria attraverso il rapporto spazio-temporale che si crea nel corso del film, in cui la Cina stessa, da opprimente, assume pian piano una dimensione fantastica, cristallizzando di fatto la sua storia per riproporla in modo del tutto personale. Fulcro di quest’intuizione davvero interessante e a dir poco coinvolgente è, sicuramente, l’uso del piano sequenza da parte del regista, che regala una parte centrale da manuale, vero e proprio snodo teorico per comprendere elementi fondamentali del suo cinema.
Nel corso, infatti, della mezz’ora centrale di Kaili Blues, attraverso un piano sequenza in travelling della durata di 41 minuti ambientati perlopiù a Dangmai, il regista crea un dispositivo ontologico in cui la continuità dello sguardo coincide con la continuità del tempo. In tal senso, il film si avvicina a una concezione bergsoniana della durata, in cui il tempo non è una successione di istanti discreti, ma un flusso qualitativo e indivisibile. All’interno di queste riprese continue, lo spettatore è a contatto con il paesaggio di Guizhou, che con i suoi treni, tunnel e villaggi assolve al compito di topografia della memoria.
Ogni spazio è già carico di temporalità. Il cinema, in questa fase, resta ancorato a una dimensione intima e locale, in quanto il tempo, in Kaili Blues, è ancora tempo vissuto, radicato in una geografia affettiva. Condizione che si trasforma radicalmente già a partire dal successivo atto della filmografia “biganniana”, ovvero Long Day’s Journey Into Night.

Kaili Blues (2015)
Il labirinto
Con Long Day’s Journey Into Night, la concezione fluida del tempo si complica, assumendo una forma labirintica. La memoria diventa oggetto di indagine, in quanto il protagonista, Luo Hongwu, nel corso del suo ritorno a Kaili - che, ancora una volta, rappresenta per il regista cinese l’unica vera casa - ricerca una figura del passato, una donna che ha amato e che non ha mai dimenticato. Questo continuo pellegrinare, però, non conduce a una verità stabile. Il tempo non è più un flusso perpetuo, ma una struttura stratificata e instabile, in cui ogni ricordo è già contaminato dal desiderio e dall’immaginazione.
Il dispositivo noir, apparentemente orientato verso una ricostruzione narrativa, si rivela progressivamente fallace, destinato a rappresentare delle anime in pena consumate da una persistenza irrisolta del passato. Il film destabilizza ogni tentativo di linearizzazione, fino a culminare nel celebre piano-sequenza finale dalla durata monstre di 59 minuti, girato in 3D attraverso una steadycam in perenne movimento, che manifesta visivamente il flusso temporale incessante e immerge lo spettatore in uno spazio-tempo sospeso. In questa sequenza, emblematica della poetica labirintica del regista cinese, il tempo non è più oggetto di rappresentazione, ma esperienza immersiva. Lo spettatore vi è ormai assorbito, completamente inglobato e, così, perde ogni punto di riferimento stabile, abbandonandosi totalmente alla forza dell’immagine e del racconto da essa generato.
È qui che il cinema di Bi Gan si colloca pienamente nel regime di quell'immagine-tempo di deleuziana memoria, in quanto la distinzione tra reale e immaginario si dissolve, e il tempo si manifesta come cristallo, in cui presente e passato si riflettono reciprocamente. Rispetto a Kaili Blues, il mondo si è fatto più urbano, più artificiale, più notturno, ma non per questo è meno “comatoso”. Non è un caso che qui il tempo abbandoni completamente ogni scorrimento e ogni riferimento, aggrovigliandosi definitivamente in un’alternanza tra passato, presente e futuro che arrivano allo spettatore attraverso le riprese continuate, costruendo un tempo mobile, instabile, aperto alla deriva e alla trasformazione.
Una continuità che assume ulteriore significato all’interno della sua ultima creatura, Resurrection, in grado di alzare definitivamente l’asticella.

Long Day’s Journey Into Night (2018)
Le mille forme del cinema
Nell’attualità cinematografica, si assiste sempre di più a prodotti orientati verso una fruizione immediata, identificati soprattutto da due caratteristiche fondamentali: la compressione temporale e l’incapacità di incastonare le immagini all’interno di una collocazione ben precisa. Il cinema è ormai liquido, capace di assumere varie forme ma, proprio per questo motivo, molte volte vittima di una perdita dell’identità che si verifica in modo quasi elementare. Resurrection di Bi Gan porta a riflettere proprio su questa dissoluzione della memoria storica, sull’importanza fondamentale di donare un carattere storicizzato alle mille forme che attraversano la Settima Arte.
Nei cinque segmenti che compongono l’ultima opera del regista cinese non vi è solamente un puro vezzo stilistico, quanto l’idea di coniugare alla riflessione temporale una dimensione universale, che garantisca una portata universale attraverso il mezzo che più ci è vicino, ovvero quello cinematografico. Resurrection affronta epoche e forme del cinema diverse, dal cinema muto/espressionista del primo segmento al noir urbano del secondo allo sci-fi distopico del quarto fino ad approdare all’horror decadente contemporaneo, non per una questione puramente citazionista/cinefila, quanto per elaborare un archivio vivente di immagini, in cui la storia del cinema e la storia culturale si sovrappongono.
Il tempo, infatti, in Resurrection, non è più soltanto memoria individuale, ma memoria collettiva, sedimentazione di forme e immaginari. Ma è, soprattutto, uno strumento a cui non si può minimamente rinunciare, in quanto impossibile da recuperare - una massima sottolineata attraverso un dialogo splendido nell’ultimo segmento. In questo senso, il lungometraggio rappresenta un passaggio decisivo della precoce carriera di Bi Gan, portando la quarta dimensione ad essere pura stratificazione, accumulo di epoche, linguaggi e percezioni.
Se nei lavori precedenti del regista asiatico, dunque, il tempo era qualcosa in cui perdersi, qui diventa qualcosa da ricostruire, addirittura da preservare e mantenere, in un mondo che ha smarrito la capacità di sognare. E dunque Resurrection non è solamente un puro pamphlet nostalgico, quanto una forma di resistenza estetica, in cui il sogno e la memoria diventano strumenti di conoscenza e dove proprio lo smarrimento che questi ultimi comportano rappresentano la possibilità di una nuova relazione con il tempo e con il cinema stesso.

Resurrection (2026)