
di Pier Giovanni Adamo
NC-344
08.10.2025
Perdere tempo, anzi lasciare che il tempo si perda, non è cosa da tutti. Al di là della vocazione o del talento, serve un lungo e caotico apprendistato, lo stesso che è al centro del film di cui qui si scrive e che - credo io, almeno - ancora permette al cinema contemporaneo di ricomparire, imprevisto e frontale, dove aveva fatto perdere le proprie tracce da tempo e non lo si aspettava più. In provincia, nel Nord-Est, davanti e dietro il paesaggio ostacolato dalle fabbriche, dall’edilizia in copia conforme, dagli interni sconsolatamente rassicuranti delle case ereditate, dalle pareti scrostate delle ville derelitte. Nel Veneto di Francesco Sossai, passato al setaccio di una pellicola che lascia in piena vista, persino sui volti dei protagonisti picchiettati dai troppi o dai troppo pochi anni, la grana del cemento armato e dell’asfalto: Le città di pianura, epos tascabile dell’anti-itinerario alcolico tra laguna e altopiani di Carlobianchi e Doriano, due reduci degli anni Novanta, e di Giulio, studente di architettura refrattario alla realtà.
Mentre attraversano senza meta una regione ridotta a un cantiere perpetuo, in beckettiana attesa che dall’Argentina finalmente faccia ritorno il loro amico Genio, depositario delle memorie di una giovinezza mitica, questi ex-operai parecchio appannati coinvolgono suo malgrado Giulio nel loro vagabondare etilico e sentimentale dopo averlo incontrato a Venezia. Avendo rinunciato a praticamente tutto tranne che al passato, dal cui eroico e ossessivo racconto non riescono a staccarsi, provano a fargli scoprire il valore intrinseco del perdere qualcosa: il tempo, le coordinate, la strada, il controllo. Sulle tracce della fantasmatica autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, dall’Adriatico al Piave - Requiescat in Piavem è l’adeguatissimo titolo del primo disco di Krano, autore della colonna sonora che dondola le immagini col suo folk a singhiozzi dialettali e farinosi - tutto il film è un inno alla deriva.

Giulio (Filippo Scotti), Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pier Paolo Capovilla), i tre protagonisti di Le città di pianura (2025)
Sicuramente psicogeografica, come l’avrebbe voluta Debord nelle metropoli, ma praticata in questo caso tra gli alienati centri urbani di periferia e i resti di una Storia gloriosa e al più museificata, prossimi a scomparire per fare posto, come predice il Conte proprietario della villa affrescata col capriccio veronesiano, a un’unica enorme infrastruttura. Ma anche scanzonata deriva dell’immaginazione cinematografica in sé, considerata la libertà narrativa intrinseca agli andirivieni dei personaggi da una città all’altra, nonché la complicità che si è chiaramente instaurata tra il regista e i suoi attori - ripenso ai sorrisi conclusivi di Filippo Scotti sul treno, mentre non si accorge che Carlobianchi e Dori lo inseguono in macchina strillandogli qualcosa. D’altra parte quel che conta davvero è che alla fine loro gridino ancora, e non tanto cosa gridano. Deriva insomma umana e piena di aporie (appunto, le urla gioiose coperte dallo sferragliare del treno in conclusione, diametralmente opposte alle parole rivolte dal Cavaliere all’operaio Sossai nella “leggenda” di paese dell’incipit, rese inudibili dall’elicottero del padrone), da condividere tanto con l’amico di una vita intera quanto con un giovane sconosciuto intercettato per via di una bottiglia in prestito; e quindi in fondo salvifica. Bere l’ultima diventa così una missione in cui perseverare con tenera e testarda fedeltà a cose, persone e luoghi (l’osteria della Mery e le sue indimenticabili lumache all’aglio) inghiottiti dalla proverbiale e forse oramai irreale costante veneta per eccellenza: la nebbia.
Condividendo nella resa memoriale degli ambienti lo stesso effetto di autenticità costruttivista che già animava sinistramente il cortometraggio Il compleanno di Enrico (2023), queste Città mantengono le promesse e le premesse del primo lungo di Sossai e della scrittura del co-sceneggiatore Adriano Candiago, frastagliata di ironia e malinconico amore per i penultimi del mondo. In Altri cannibali (2021), esordio con Tondelli nel titolo e Haneke-Ferreri nelle atmosfere, i protagonisti Fausto e Ivan aspirano, da altitudini diverse, al punto di non ritorno di un annientamento a due, che prendendo le mosse da un inquietante accordo antropofago, si arrende infine a un rispecchiamento domestico, familiare: lì il progetto di sparizione individuale, ovvero di mimetismo digerito dall’assurdo vuoto della provincia, è costretto a fare i conti con le tante deviazioni del caso, che finiscono per far emergere, se non speranze, almeno desideri cui l’homo veneticus normalmente si sottrae e a cui non sa come abbandonarsi. A certi abissi orizzontali si affaccia, dall’angolatura di uno scetticismo sì radicale, ma meno nichilista e più funambolico, anche la coppia di sconfitti che nelle Città fa da guida alcolemica a un ragazzo di questi tempi, bloccato negli schemi idiosincratici (o virtuali) che usa per difendersi da quell’inatteso e sregolato accadere che Carlobianchi e Doriano, autoesiliatisi dalla normalità del lavoro, dei mutui, delle relazioni, hanno invece scelto come patria d’elezione.

l compleanno di Enrico (2023)
Per tutti e quattro, Genio compreso, è questione di prospettiva, di un punto di vista alterato (anzitutto dall’alcol) o rinunciatario o semplicemente sbagliato - e difatti un senso di felicità mancata o smarrita si trasmette dalle figure allo spazio e viceversa, a partire dall’uso prettamente architettonico di movimenti di macchina (bellissime le carrellate laterali) e profondità di campo con cui Sossai inquadra i volumi dei viadotti che sovrastano le vecchie chiese, le facciate delle case in sequenza e persino un luminescente e già iconico cocktail di gamberi. Durante la visita alla Tomba Brion, però, quando tocca a Giulio mostrare ai suoi compagni di débauche esistenziale che c’è ancora qualcosa di incontaminato da vedere, la lezione della leggerezza prevale. Oltre il muro del Memoriale, che per una volta non nega ma prosegue in altre forme e altri materiali le linee della pianura, l’opera di Carlo Scarpa e il trascinarsi di Carlobianchi e Doriano - memorabili le occhiate sbilenche di Sergio Romano, il goffo e stupefatto arrampicarsi di Pierpaolo Capovilla - si incontrano e sembrano scambiarsi le parti. Poi si ricomincia a bere.
Dalla prima scena all’ultima, segnate entrambe dai confusi tentativi di Charliewhite e Dori di ricordare il segreto del (loro) mondo, scoperto subito prima di andare a bere l’ennesima ultima, e da quei primi, primissimi piani di due facce che sognano nonostante e contro tutto, sembra di essere capitati in uno stravolgimento da Italian Far East della Gran bevuta di René Daumal (ecco l’incipit): “Era tardi, quando ci mettemmo a bere. Pensavamo tutti che era ormai tempo di cominciare. Quel che c’era stato prima, non lo si ricordava più. Solo ci dicevamo che era già tardi. Sapere da dove ciascuno veniva, in qual punto del globo si era, o se era veramente un globo (in ogni caso non era un punto), e il giorno del mese di quale anno, tutto ciò era troppo per noi. Non si sollevano questioni simili quando si ha sete. Quando si ha sete, si spiano le occasioni per bere e, quanto al resto, si fa solo finta di stare attenti. Per questo è così difficile, dopo, raccontare esattamente quello che si è vissuto”.
È proprio così, più che mai, più che altrove in quel punto del globo che si chiama Veneto e la cui unica mappa affidabile è quella che si contraddice da sé, disegnata dai tre protagonisti sui tovaglioli di un bar in un momento di cinema forte e vero, imbevuto di quell’allegro spaesamento che è poi la dominante tanto del loro notturno detour dalla vita solita e da ogni presente incombere, quanto del film stesso. Allora, che ci si lasci andare all’ostinatezza dello sguardo di Sossai, conficcato nel suo territorio fino a dove le fondamenta delle villette anni Zero hanno preso il posto delle radici degli alberi, come accade nella scena più palesemente metaforica e quindi riconducibile a una linea veneta anzitutto letteraria, da Parise a Trevisan. Si veda e riveda a ogni latitudine questo film, capace di reagire al disorientamento di chi è stato lasciato indietro dalla realtà e dalle sue crisi immaginando una mappa di appunti sparsi, fatta per imparare a perdersi e a perdere. E, soprattutto, facendo venire ancora una simile interminabile sete.

Un'immagine dal film
di Pier Giovanni Adamo
NC-344
08.10.2025
Perdere tempo, anzi lasciare che il tempo si perda, non è cosa da tutti. Al di là della vocazione o del talento, serve un lungo e caotico apprendistato, lo stesso che è al centro del film di cui qui si scrive e che - credo io, almeno - ancora permette al cinema contemporaneo di ricomparire, imprevisto e frontale, dove aveva fatto perdere le proprie tracce da tempo e non lo si aspettava più. In provincia, nel Nord-Est, davanti e dietro il paesaggio ostacolato dalle fabbriche, dall’edilizia in copia conforme, dagli interni sconsolatamente rassicuranti delle case ereditate, dalle pareti scrostate delle ville derelitte. Nel Veneto di Francesco Sossai, passato al setaccio di una pellicola che lascia in piena vista, persino sui volti dei protagonisti picchiettati dai troppi o dai troppo pochi anni, la grana del cemento armato e dell’asfalto: Le città di pianura, epos tascabile dell’anti-itinerario alcolico tra laguna e altopiani di Carlobianchi e Doriano, due reduci degli anni Novanta, e di Giulio, studente di architettura refrattario alla realtà.
Mentre attraversano senza meta una regione ridotta a un cantiere perpetuo, in beckettiana attesa che dall’Argentina finalmente faccia ritorno il loro amico Genio, depositario delle memorie di una giovinezza mitica, questi ex-operai parecchio appannati coinvolgono suo malgrado Giulio nel loro vagabondare etilico e sentimentale dopo averlo incontrato a Venezia. Avendo rinunciato a praticamente tutto tranne che al passato, dal cui eroico e ossessivo racconto non riescono a staccarsi, provano a fargli scoprire il valore intrinseco del perdere qualcosa: il tempo, le coordinate, la strada, il controllo. Sulle tracce della fantasmatica autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, dall’Adriatico al Piave - Requiescat in Piavem è l’adeguatissimo titolo del primo disco di Krano, autore della colonna sonora che dondola le immagini col suo folk a singhiozzi dialettali e farinosi - tutto il film è un inno alla deriva.

Giulio (Filippo Scotti), Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pier Paolo Capovilla), i tre protagonisti di Le città di pianura (2025)
Sicuramente psicogeografica, come l’avrebbe voluta Debord nelle metropoli, ma praticata in questo caso tra gli alienati centri urbani di periferia e i resti di una Storia gloriosa e al più museificata, prossimi a scomparire per fare posto, come predice il Conte proprietario della villa affrescata col capriccio veronesiano, a un’unica enorme infrastruttura. Ma anche scanzonata deriva dell’immaginazione cinematografica in sé, considerata la libertà narrativa intrinseca agli andirivieni dei personaggi da una città all’altra, nonché la complicità che si è chiaramente instaurata tra il regista e i suoi attori - ripenso ai sorrisi conclusivi di Filippo Scotti sul treno, mentre non si accorge che Carlobianchi e Dori lo inseguono in macchina strillandogli qualcosa. D’altra parte quel che conta davvero è che alla fine loro gridino ancora, e non tanto cosa gridano. Deriva insomma umana e piena di aporie (appunto, le urla gioiose coperte dallo sferragliare del treno in conclusione, diametralmente opposte alle parole rivolte dal Cavaliere all’operaio Sossai nella “leggenda” di paese dell’incipit, rese inudibili dall’elicottero del padrone), da condividere tanto con l’amico di una vita intera quanto con un giovane sconosciuto intercettato per via di una bottiglia in prestito; e quindi in fondo salvifica. Bere l’ultima diventa così una missione in cui perseverare con tenera e testarda fedeltà a cose, persone e luoghi (l’osteria della Mery e le sue indimenticabili lumache all’aglio) inghiottiti dalla proverbiale e forse oramai irreale costante veneta per eccellenza: la nebbia.
Condividendo nella resa memoriale degli ambienti lo stesso effetto di autenticità costruttivista che già animava sinistramente il cortometraggio Il compleanno di Enrico (2023), queste Città mantengono le promesse e le premesse del primo lungo di Sossai e della scrittura del co-sceneggiatore Adriano Candiago, frastagliata di ironia e malinconico amore per i penultimi del mondo. In Altri cannibali (2021), esordio con Tondelli nel titolo e Haneke-Ferreri nelle atmosfere, i protagonisti Fausto e Ivan aspirano, da altitudini diverse, al punto di non ritorno di un annientamento a due, che prendendo le mosse da un inquietante accordo antropofago, si arrende infine a un rispecchiamento domestico, familiare: lì il progetto di sparizione individuale, ovvero di mimetismo digerito dall’assurdo vuoto della provincia, è costretto a fare i conti con le tante deviazioni del caso, che finiscono per far emergere, se non speranze, almeno desideri cui l’homo veneticus normalmente si sottrae e a cui non sa come abbandonarsi. A certi abissi orizzontali si affaccia, dall’angolatura di uno scetticismo sì radicale, ma meno nichilista e più funambolico, anche la coppia di sconfitti che nelle Città fa da guida alcolemica a un ragazzo di questi tempi, bloccato negli schemi idiosincratici (o virtuali) che usa per difendersi da quell’inatteso e sregolato accadere che Carlobianchi e Doriano, autoesiliatisi dalla normalità del lavoro, dei mutui, delle relazioni, hanno invece scelto come patria d’elezione.

l compleanno di Enrico (2023)
Per tutti e quattro, Genio compreso, è questione di prospettiva, di un punto di vista alterato (anzitutto dall’alcol) o rinunciatario o semplicemente sbagliato - e difatti un senso di felicità mancata o smarrita si trasmette dalle figure allo spazio e viceversa, a partire dall’uso prettamente architettonico di movimenti di macchina (bellissime le carrellate laterali) e profondità di campo con cui Sossai inquadra i volumi dei viadotti che sovrastano le vecchie chiese, le facciate delle case in sequenza e persino un luminescente e già iconico cocktail di gamberi. Durante la visita alla Tomba Brion, però, quando tocca a Giulio mostrare ai suoi compagni di débauche esistenziale che c’è ancora qualcosa di incontaminato da vedere, la lezione della leggerezza prevale. Oltre il muro del Memoriale, che per una volta non nega ma prosegue in altre forme e altri materiali le linee della pianura, l’opera di Carlo Scarpa e il trascinarsi di Carlobianchi e Doriano - memorabili le occhiate sbilenche di Sergio Romano, il goffo e stupefatto arrampicarsi di Pierpaolo Capovilla - si incontrano e sembrano scambiarsi le parti. Poi si ricomincia a bere.
Dalla prima scena all’ultima, segnate entrambe dai confusi tentativi di Charliewhite e Dori di ricordare il segreto del (loro) mondo, scoperto subito prima di andare a bere l’ennesima ultima, e da quei primi, primissimi piani di due facce che sognano nonostante e contro tutto, sembra di essere capitati in uno stravolgimento da Italian Far East della Gran bevuta di René Daumal (ecco l’incipit): “Era tardi, quando ci mettemmo a bere. Pensavamo tutti che era ormai tempo di cominciare. Quel che c’era stato prima, non lo si ricordava più. Solo ci dicevamo che era già tardi. Sapere da dove ciascuno veniva, in qual punto del globo si era, o se era veramente un globo (in ogni caso non era un punto), e il giorno del mese di quale anno, tutto ciò era troppo per noi. Non si sollevano questioni simili quando si ha sete. Quando si ha sete, si spiano le occasioni per bere e, quanto al resto, si fa solo finta di stare attenti. Per questo è così difficile, dopo, raccontare esattamente quello che si è vissuto”.
È proprio così, più che mai, più che altrove in quel punto del globo che si chiama Veneto e la cui unica mappa affidabile è quella che si contraddice da sé, disegnata dai tre protagonisti sui tovaglioli di un bar in un momento di cinema forte e vero, imbevuto di quell’allegro spaesamento che è poi la dominante tanto del loro notturno detour dalla vita solita e da ogni presente incombere, quanto del film stesso. Allora, che ci si lasci andare all’ostinatezza dello sguardo di Sossai, conficcato nel suo territorio fino a dove le fondamenta delle villette anni Zero hanno preso il posto delle radici degli alberi, come accade nella scena più palesemente metaforica e quindi riconducibile a una linea veneta anzitutto letteraria, da Parise a Trevisan. Si veda e riveda a ogni latitudine questo film, capace di reagire al disorientamento di chi è stato lasciato indietro dalla realtà e dalle sue crisi immaginando una mappa di appunti sparsi, fatta per imparare a perdersi e a perdere. E, soprattutto, facendo venire ancora una simile interminabile sete.

Un'immagine dal film