

Sull'orlo del sogno,
recensione di Maurizio Encari
RV-142
23.04.2026
Per una volta tanto, cominciamo dalla fine. L’ultimo capitolo di Resurrection si svolge la notte di Capodanno del 1999, in quelle ore in cui il mondo intero attendeva di scoprire se i computer sarebbero sopravvissuti al nuovo millennio. Un piano sequenza di oltre trenta minuti attraversa i vicoli di un porto, entra ed esce da karaoke bar illuminati di rosso, da bordelli sotto la pioggia fino ai moli, seguendo due giovani - pronti a innamorarsi - lungo quella linea impossibile tra la fine di un secolo e l’inizio del successivo, sospesi sull’orlo del tempo.
Chi ha visto i precedenti lungometraggi di Bi Gan, ovvero Un lungo viaggio nella notte (Dìqiú zuìhòu de yèwǎn, 2018) - distribuito anche da noi - e l’inedito ma altrettanto seminale Kaili Blues (Lu bian ye can, 2015), sa già cosa il regista cinese sia in grado di fare nella gestione del piano sequenza. Resurrection è pronto a dimostrare ancora una volta che nel cinema non esistono limiti, in un viaggio esistenziale dalle origini di tutto che affascina e respinge, che trasuda passione pura, tra continui cambi di stile e di tono, “giocando” con la storia della Settima Arte e con la filosofia buddista.
Dalla fine al principio, in due ore e mezzo di visione che ingannano apertamente la percezione dello spettatore, tradendone aspettative e certezze, spiazzandolo ma al tempo stesso seducendolo con una malia irresistibile. Resurrection si apre con un’immagine potente: gli spettatori di una sala cinematografica di inizio Novecento guardano verso di noi attraverso uno schermo in fiamme, in una catena di sguardi che funge da preambolo. A questo prologo fa seguito un futuro indeterminato in cui l’umanità ha scoperto che sognare consuma la vita, come una candela che brucia, e ha scelto di rinunciarvi per vivere indefinitamente. I pochi che resistono vengono chiamati “delirianti”, in un background raccontato attraverso didascalie da film muto, nel solco dell’Espressionismo tedesco.
Questa scelta non è casuale: il lungometraggio è infatti una riflessione sul percorso storico del cinema e comincia laddove esso ha mosso i primi passi. Le citazioni visive richiamano apertamente capolavori come Nosferatu (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens, 1922) e Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari, 1920), accanto a rimandi più sottili come L’innaffiatore innaffiato (Le jardinier, 1895), in un’atmosfera che arriva a dialogare anche con il surrealismo buñueliano.
È da questo immaginario di ombre, mostri e scenografie oblique che prende forma il deliriante interpretato da Jackson Yee: una figura deforme, dal volto vampiresco, tributo diretto al cinema horror delle origini. Questa apertura, dedicata al senso della vista - primo dei sei sensi nella filosofia buddista - è priva di dialoghi, immersa in una monocromia quasi pittorica, con un montaggio che richiama le tecniche degli albori. Si parte dalla genesi, dalle magie mélièsiane, per spingersi oltre i limiti dello sguardo umano.
La figura salvifica interpretata da Shu Qi - attrice simbolo del cinema asiatico contemporaneo che ha fatto innamorare milioni di cinefili da Millennium Mambo (2001) in poi - entra in scena per aiutare il deliriante: gli impianta un proiettore nel petto, permettendogli di vivere i suoi ultimi sogni dall’interno. Da quel dispositivo prendono vita i successivi cinque episodi che compongono il cuore del racconto, ciascuno legato a un senso, a un’epoca e a una grammatica cinematografica specifica.
Il secondo capitolo, dedicato all’udito, segna l’ingresso del sonoro. Jackson Yee diventa un agente segreto in una cupa città degli anni Quaranta, immerso in un intrigo spionistico che guarda al noir classico. Ogni inquadratura diventa un enigma di colori e ombre, mentre la trama comincia a sfilacciarsi, a far comprendere la distinzione che da lì segnerà l'arco narrativo a venire. La parola è ora un qualcosa di nuovo e potente, che cambia le regole del gioco e di tutto ciò che lo circonda. La valigetta misteriosa al centro della vicenda è ovviamente una citazione del classico MacGuffin, nell'ennesima serie di rimandi e specchi - a tal proposito, seminale la citazione a La signora di Shanghai (The Lady from Shanghai, 1947) e al celeberrimo trucco dei riflessi.
Il terzo capitolo, dedicato all'olfatto, è ambientato in un tempio buddista innevato e la dimensione esistenzialista prende il sopravvento più esplicitamente. Il deliriante è ora un ex monaco che guida dei saccheggiatori verso questa costruzione abbandonata e, rimasto solo per la notte, si trova a dover fare i conti con uno "Spirito dell'Amarezza" nato da un dente rotto. Una parabola morale, fiabesca nella struttura e profonda nella sostanza, dove il soprannaturale e il quotidiano convivono in equilibrio. Gli odori si intuiscono attraverso i comportamenti dei personaggi, costituendo un'esperienza unica.
Il quarto tassello è quello del gusto, con il delirante nei panni di un truffatore di nome Jia che ingaggia una bambina orfana per truffare un gangster in cerca di qualcuno in possesso di poteri psichici. La ragazzina che comunica con Jia attraverso un linguaggio segreto è uno dei personaggi più toccanti dell'intera pellicola, con un finale ad altissima tensione emotiva e non, dove Bi Gan le costruisce intorno qualcosa di più intimo e sentito, in una sorta di rude e dolce coming-of-age sui generis, in un mondo dove crescere è tutt'altro che semplice.
L'episodio conclusivo è il piano sequenza già menzionato all'inizio. Apollo, un teppista del porto, incontra l'affascinante Tai Zhaomei, una coetanea dallo spirito libero, la notte di Capodanno del 1999, la lunga sequenza senza stacchi che ne segue è una delle più sconvolgenti che si siano viste su schermo negli anni recenti. I trent'anni della Hong Kong New Wave si condensano in trenta minuti: c'è Wong Kar-wai, c'è John Woo, c'è la malinconia di chi sa che tutto finirà con l'alba e c'è quell'elemento fantastico a speziare il tutto di note horror. I due amanti in divenire si inseguono, si perdono e si ritrovano, attraversando locali notturni e ritrovi criminali, mentre la sequenza non si interrompe mai. Il mondo cambia colore ed emozioni, per un cinema che respira e ci fa respirare insieme a lui.
Resurrection è un ingranaggio complesso come un sogno lucido: non rifiuta lo spettatore, ma richiede un abbandono alle sue regole. Ogni episodio possiede una propria coerenza interna, ma è nell’insieme che si costruisce il disegno più ampio.
Un’opera dall'enorme portata simbolica, costruita da uno dei registi più importanti e significativi del cinema contemporaneo. Bi Gan firma il suo lavoro più ambizioso, un’elegia alla storia della Settima Arte che parla direttamente a un pubblico cinefilo, al tempo stesso riflessione sulla coscienza buddista e atto d’amore verso il sogno, gli albori dello schermo e la magia della pellicola. Un omaggio volutamente disomogeneo, tra epoche e stili, attuazione dei sensi e del loro significato, dove si gioca e si sperimenta con linguaggi e tecniche, fino a quel piano sequenza finale di inusitata bellezza. Un oggetto unico, irriducibile e difficilmente catalogabile, capace di colpire prima lo sguardo e poi il cuore, tra emozione e ragione, amore e perdizione.

RV-142
23.04.2026
Per una volta tanto, cominciamo dalla fine. L’ultimo capitolo di Resurrection si svolge la notte di Capodanno del 1999, in quelle ore in cui il mondo intero attendeva di scoprire se i computer sarebbero sopravvissuti al nuovo millennio. Un piano sequenza di oltre trenta minuti attraversa i vicoli di un porto, entra ed esce da karaoke bar illuminati di rosso, da bordelli sotto la pioggia fino ai moli, seguendo due giovani - pronti a innamorarsi - lungo quella linea impossibile tra la fine di un secolo e l’inizio del successivo, sospesi sull’orlo del tempo.
Chi ha visto i precedenti lungometraggi di Bi Gan, ovvero Un lungo viaggio nella notte (Dìqiú zuìhòu de yèwǎn, 2018) - distribuito anche da noi - e l’inedito ma altrettanto seminale Kaili Blues (Lu bian ye can, 2015), sa già cosa il regista cinese sia in grado di fare nella gestione del piano sequenza. Resurrection è pronto a dimostrare ancora una volta che nel cinema non esistono limiti, in un viaggio esistenziale dalle origini di tutto che affascina e respinge, che trasuda passione pura, tra continui cambi di stile e di tono, “giocando” con la storia della Settima Arte e con la filosofia buddista.
Dalla fine al principio, in due ore e mezzo di visione che ingannano apertamente la percezione dello spettatore, tradendone aspettative e certezze, spiazzandolo ma al tempo stesso seducendolo con una malia irresistibile. Resurrection si apre con un’immagine potente: gli spettatori di una sala cinematografica di inizio Novecento guardano verso di noi attraverso uno schermo in fiamme, in una catena di sguardi che funge da preambolo. A questo prologo fa seguito un futuro indeterminato in cui l’umanità ha scoperto che sognare consuma la vita, come una candela che brucia, e ha scelto di rinunciarvi per vivere indefinitamente. I pochi che resistono vengono chiamati “delirianti”, in un background raccontato attraverso didascalie da film muto, nel solco dell’Espressionismo tedesco.
Questa scelta non è casuale: il lungometraggio è infatti una riflessione sul percorso storico del cinema e comincia laddove esso ha mosso i primi passi. Le citazioni visive richiamano apertamente capolavori come Nosferatu (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens, 1922) e Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari, 1920), accanto a rimandi più sottili come L’innaffiatore innaffiato (Le jardinier, 1895), in un’atmosfera che arriva a dialogare anche con il surrealismo buñueliano.
È da questo immaginario di ombre, mostri e scenografie oblique che prende forma il deliriante interpretato da Jackson Yee: una figura deforme, dal volto vampiresco, tributo diretto al cinema horror delle origini. Questa apertura, dedicata al senso della vista - primo dei sei sensi nella filosofia buddista - è priva di dialoghi, immersa in una monocromia quasi pittorica, con un montaggio che richiama le tecniche degli albori. Si parte dalla genesi, dalle magie mélièsiane, per spingersi oltre i limiti dello sguardo umano.
La figura salvifica interpretata da Shu Qi - attrice simbolo del cinema asiatico contemporaneo che ha fatto innamorare milioni di cinefili da Millennium Mambo (2001) in poi - entra in scena per aiutare il deliriante: gli impianta un proiettore nel petto, permettendogli di vivere i suoi ultimi sogni dall’interno. Da quel dispositivo prendono vita i successivi cinque episodi che compongono il cuore del racconto, ciascuno legato a un senso, a un’epoca e a una grammatica cinematografica specifica.
Il secondo capitolo, dedicato all’udito, segna l’ingresso del sonoro. Jackson Yee diventa un agente segreto in una cupa città degli anni Quaranta, immerso in un intrigo spionistico che guarda al noir classico. Ogni inquadratura diventa un enigma di colori e ombre, mentre la trama comincia a sfilacciarsi, a far comprendere la distinzione che da lì segnerà l'arco narrativo a venire. La parola è ora un qualcosa di nuovo e potente, che cambia le regole del gioco e di tutto ciò che lo circonda. La valigetta misteriosa al centro della vicenda è ovviamente una citazione del classico MacGuffin, nell'ennesima serie di rimandi e specchi - a tal proposito, seminale la citazione a La signora di Shanghai (The Lady from Shanghai, 1947) e al celeberrimo trucco dei riflessi.
Il terzo capitolo, dedicato all'olfatto, è ambientato in un tempio buddista innevato e la dimensione esistenzialista prende il sopravvento più esplicitamente. Il deliriante è ora un ex monaco che guida dei saccheggiatori verso questa costruzione abbandonata e, rimasto solo per la notte, si trova a dover fare i conti con uno "Spirito dell'Amarezza" nato da un dente rotto. Una parabola morale, fiabesca nella struttura e profonda nella sostanza, dove il soprannaturale e il quotidiano convivono in equilibrio. Gli odori si intuiscono attraverso i comportamenti dei personaggi, costituendo un'esperienza unica.
Il quarto tassello è quello del gusto, con il delirante nei panni di un truffatore di nome Jia che ingaggia una bambina orfana per truffare un gangster in cerca di qualcuno in possesso di poteri psichici. La ragazzina che comunica con Jia attraverso un linguaggio segreto è uno dei personaggi più toccanti dell'intera pellicola, con un finale ad altissima tensione emotiva e non, dove Bi Gan le costruisce intorno qualcosa di più intimo e sentito, in una sorta di rude e dolce coming-of-age sui generis, in un mondo dove crescere è tutt'altro che semplice.
L'episodio conclusivo è il piano sequenza già menzionato all'inizio. Apollo, un teppista del porto, incontra l'affascinante Tai Zhaomei, una coetanea dallo spirito libero, la notte di Capodanno del 1999, la lunga sequenza senza stacchi che ne segue è una delle più sconvolgenti che si siano viste su schermo negli anni recenti. I trent'anni della Hong Kong New Wave si condensano in trenta minuti: c'è Wong Kar-wai, c'è John Woo, c'è la malinconia di chi sa che tutto finirà con l'alba e c'è quell'elemento fantastico a speziare il tutto di note horror. I due amanti in divenire si inseguono, si perdono e si ritrovano, attraversando locali notturni e ritrovi criminali, mentre la sequenza non si interrompe mai. Il mondo cambia colore ed emozioni, per un cinema che respira e ci fa respirare insieme a lui.
Resurrection è un ingranaggio complesso come un sogno lucido: non rifiuta lo spettatore, ma richiede un abbandono alle sue regole. Ogni episodio possiede una propria coerenza interna, ma è nell’insieme che si costruisce il disegno più ampio.
Un’opera dall'enorme portata simbolica, costruita da uno dei registi più importanti e significativi del cinema contemporaneo. Bi Gan firma il suo lavoro più ambizioso, un’elegia alla storia della Settima Arte che parla direttamente a un pubblico cinefilo, al tempo stesso riflessione sulla coscienza buddista e atto d’amore verso il sogno, gli albori dello schermo e la magia della pellicola. Un omaggio volutamente disomogeneo, tra epoche e stili, attuazione dei sensi e del loro significato, dove si gioca e si sperimenta con linguaggi e tecniche, fino a quel piano sequenza finale di inusitata bellezza. Un oggetto unico, irriducibile e difficilmente catalogabile, capace di colpire prima lo sguardo e poi il cuore, tra emozione e ragione, amore e perdizione.