

Una storia di famiglia,
recensione di Nicolò Bellon
RV-128
24.01.2026
Quasi tutto quello che c’è da dire su Sentimental Value si trova in una scena che quasi chiude il film, scena ripresa in alcune versioni del poster promozionale della pellicola, tra cui quella italiana... quindi parlarne non rappresenta uno spoiler perché sanno, tutti coloro che hanno intercettato la locandina, che a un certo punto le due sorelle protagoniste - Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) - si abbracciano. Ecco, poco prima di questo abbraccio, Nora chiede a Agnes come sia sopravvissuta alla loro infanzia riuscendo poi a tirar su una casa, una famiglia, una carriera mentre lei cadeva a pezzi. Agnes le dice che le cose non sono state facili, ma sapeva di poter contare su di lei. C’era Nora, quando papà se n’era andato e mamma stava male, c’era Nora a lavarle i capelli, e preparle i vestiti, e accompagnarla a scuola. E Agnes si sentiva al sicuro.
Questo vuol dirci che Sentimental Value è un piccolo e grande dramma familiare, certo, ma soprattutto che non capiamo nulla delle persone che amiamo, e che quando e se lo capiamo poi non sappiamo comunque come dirlo. Il padre fallace di questo "gruppo di famiglia in un interno" è il regista settantenne Gustav (Stellan Skarsgård) che dopo aver divorziato dalla moglie, la psicoterapista Sissel, quando le figlie erano ancora bambine, ha lasciato la Norvegia per concentrarsi sulla sua carriera in Svezia.
Nora, un’attrice teatrale che soffre di attacchi di panico prima di entrare in scena e ha una relazione con un collega sposato, è uno splendido disastro, basta un soffio di vento per farla cadere giù. Agnes è una storica, ha un figlio, un marito, una casa, è la più piccola ma la più forte. Gustav e le figlie si ritrovano, dopo anni, nella casa di famiglia, al funerale di Sissel, perché questa è una storia di fantasmi e sono sempre i morti, anzi, le morte (perché questa è anche una storia di donne) a muovere i protagonisti, e come ogni storia di fantasmi, è anche la storia di una casa, delle sue stufe, delle sue crepe, delle sue librerie, dei suoi sgabelli, delle sue stanze.
Gustav è tornato (sì) per salutare un’ultima volta l’amata (male) ex moglie, ma anche per proporre a Nora un ruolo - il ruolo - nel suo nuovo film (secondo lui il suo lavoro più riuscito e personale) ispirato alla madre, sopravvissuta all’occupazione e alle violenze naziste, morta suicida quando Gustav era bambino nella stessa casa di famiglia dove i tre si ritrovano, casa che le sorelle vogliono vendere e che Gustav vuole adoperare come set per il film. Nora recalcitra, Gustav allora offre il ruolo a una giovane attrice americana, Rachel Kemp (Elle Fanning), conosciuta al festival del cinema di Deauville, e con lei si ripresenta a Oslo per provare le scene del film, mentre il rapporto con le figlie si spiega e riaccartoccia.
Sentimental Value è una storia di cinema perché quello è l’unico linguaggio che parla Gustav: per dire a Nora che lui c’era, anche se distante, anche se silente, lui c’era, lui sapeva, lui ha visto tutto, le scrive addosso un personaggio che dice tutto di lei (e del senso di colpa di lui); per tenersi stretto Agnes, la fa recitare, giovanissima, in uno dei suoi grandi successi di gioventù; per legarsi al nipote Erik lo rende protagonista dei suoi filmati amatoriali, gli insegna a girare, gli regala i dvd di La pianiste (La pianista, 2001) e Irréversible (2002) dicendo che molto gli diranno delle donne e del mondo, e offre anche a lui un ruolo nel suo nuovo film, vuole che sia il bambino che era stato, quello che un giorno ha salutato la madre con un fastidio nello stomaco perché sentiva che qualcosa non andava, e quella infatti ha aspettato che Gustav uscisse, si è chiusa nella lavanderia, si è legata una corda al collo e l’ha fatta finita.
È una storia di cinema perché usa il finto per dire il vero, dentro e fuori il film. C’è infatti un fatto tutto personale dietro a Sentimental Value. Il nonno materno di Trier era un regista, si chiamava Erik Løchen, e come la madre di Gustav, è stato prigioniero dei nazisti, per dieci mesi.Trier aveva otto anni quando Løchen è morto (più o meno l’età di Gustav alla morte della madre, più o meno l’età di Erik quando il nonno gli chiede di partecipare al film). Parlando con la madre, anni dopo la scomparsa del nonno, Trier ha scoperto che Løchen era stato torturato durante la sua prigionia ed era un uomo più tormentato di quel che ricordava. Un uomo che ha cercato per tutta la vita di fare i conti con un trauma inscalfibile attraverso l’arte.
È una storia di cinema perché c’è Bergman, certo (in una sequenza che è una dichiarazione d’amore, i volti dei tre protagonisti si sovrappongono l’uno all’altro, si confondono, si amalgamano), c’è Ibsen (la sua Nora, la sua casa senza bambole), c’è Checov (come sempre in Trier, in quel prendere qualcosa di piccolo, quotidiano, senza trama e senza finale), e c’è Fellini, per questo film che non s’ha da fare e forse poi si fa, un film che vuole essere sulla madre e sulla figlia e che alla fine racconta di lui, di Gustav, che quel giorno è uscito di casa (quando aveva otto anni, o quando aveva appena divorziato), sapendo che qualcosa non andava, e non è riuscito a salvare nè la madre, nè la figlia. Non ha salvato nessuna di loro - nemmeno la moglie. È uscito di casa, e ha visto le donne che amava andare a pezzi, e ora attraverso il cinema, che è l’unica lingua che parla, cerca di recuperare il recuperabile, di salvarle tutte, di amare ancora, di nuovo, e più forte, ogni donna della sua vita.

Una storia di famiglia,
recensione di Nicolò Bellon
RV-128
24.01.2026
Quasi tutto quello che c’è da dire su Sentimental Value si trova in una scena che quasi chiude il film, scena ripresa in alcune versioni del poster promozionale della pellicola, tra cui quella italiana... quindi parlarne non rappresenta uno spoiler perché sanno, tutti coloro che hanno intercettato la locandina, che a un certo punto le due sorelle protagoniste - Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) - si abbracciano. Ecco, poco prima di questo abbraccio, Nora chiede a Agnes come sia sopravvissuta alla loro infanzia riuscendo poi a tirar su una casa, una famiglia, una carriera mentre lei cadeva a pezzi. Agnes le dice che le cose non sono state facili, ma sapeva di poter contare su di lei. C’era Nora, quando papà se n’era andato e mamma stava male, c’era Nora a lavarle i capelli, e preparle i vestiti, e accompagnarla a scuola. E Agnes si sentiva al sicuro.
Questo vuol dirci che Sentimental Value è un piccolo e grande dramma familiare, certo, ma soprattutto che non capiamo nulla delle persone che amiamo, e che quando e se lo capiamo poi non sappiamo comunque come dirlo. Il padre fallace di questo "gruppo di famiglia in un interno" è il regista settantenne Gustav (Stellan Skarsgård) che dopo aver divorziato dalla moglie, la psicoterapista Sissel, quando le figlie erano ancora bambine, ha lasciato la Norvegia per concentrarsi sulla sua carriera in Svezia.
Nora, un’attrice teatrale che soffre di attacchi di panico prima di entrare in scena e ha una relazione con un collega sposato, è uno splendido disastro, basta un soffio di vento per farla cadere giù. Agnes è una storica, ha un figlio, un marito, una casa, è la più piccola ma la più forte. Gustav e le figlie si ritrovano, dopo anni, nella casa di famiglia, al funerale di Sissel, perché questa è una storia di fantasmi e sono sempre i morti, anzi, le morte (perché questa è anche una storia di donne) a muovere i protagonisti, e come ogni storia di fantasmi, è anche la storia di una casa, delle sue stufe, delle sue crepe, delle sue librerie, dei suoi sgabelli, delle sue stanze.
Gustav è tornato (sì) per salutare un’ultima volta l’amata (male) ex moglie, ma anche per proporre a Nora un ruolo - il ruolo - nel suo nuovo film (secondo lui il suo lavoro più riuscito e personale) ispirato alla madre, sopravvissuta all’occupazione e alle violenze naziste, morta suicida quando Gustav era bambino nella stessa casa di famiglia dove i tre si ritrovano, casa che le sorelle vogliono vendere e che Gustav vuole adoperare come set per il film. Nora recalcitra, Gustav allora offre il ruolo a una giovane attrice americana, Rachel Kemp (Elle Fanning), conosciuta al festival del cinema di Deauville, e con lei si ripresenta a Oslo per provare le scene del film, mentre il rapporto con le figlie si spiega e riaccartoccia.
Sentimental Value è una storia di cinema perché quello è l’unico linguaggio che parla Gustav: per dire a Nora che lui c’era, anche se distante, anche se silente, lui c’era, lui sapeva, lui ha visto tutto, le scrive addosso un personaggio che dice tutto di lei (e del senso di colpa di lui); per tenersi stretto Agnes, la fa recitare, giovanissima, in uno dei suoi grandi successi di gioventù; per legarsi al nipote Erik lo rende protagonista dei suoi filmati amatoriali, gli insegna a girare, gli regala i dvd di La pianiste (La pianista, 2001) e Irréversible (2002) dicendo che molto gli diranno delle donne e del mondo, e offre anche a lui un ruolo nel suo nuovo film, vuole che sia il bambino che era stato, quello che un giorno ha salutato la madre con un fastidio nello stomaco perché sentiva che qualcosa non andava, e quella infatti ha aspettato che Gustav uscisse, si è chiusa nella lavanderia, si è legata una corda al collo e l’ha fatta finita.
È una storia di cinema perché usa il finto per dire il vero, dentro e fuori il film. C’è infatti un fatto tutto personale dietro a Sentimental Value. Il nonno materno di Trier era un regista, si chiamava Erik Løchen, e come la madre di Gustav, è stato prigioniero dei nazisti, per dieci mesi.Trier aveva otto anni quando Løchen è morto (più o meno l’età di Gustav alla morte della madre, più o meno l’età di Erik quando il nonno gli chiede di partecipare al film). Parlando con la madre, anni dopo la scomparsa del nonno, Trier ha scoperto che Løchen era stato torturato durante la sua prigionia ed era un uomo più tormentato di quel che ricordava. Un uomo che ha cercato per tutta la vita di fare i conti con un trauma inscalfibile attraverso l’arte.
È una storia di cinema perché c’è Bergman, certo (in una sequenza che è una dichiarazione d’amore, i volti dei tre protagonisti si sovrappongono l’uno all’altro, si confondono, si amalgamano), c’è Ibsen (la sua Nora, la sua casa senza bambole), c’è Checov (come sempre in Trier, in quel prendere qualcosa di piccolo, quotidiano, senza trama e senza finale), e c’è Fellini, per questo film che non s’ha da fare e forse poi si fa, un film che vuole essere sulla madre e sulla figlia e che alla fine racconta di lui, di Gustav, che quel giorno è uscito di casa (quando aveva otto anni, o quando aveva appena divorziato), sapendo che qualcosa non andava, e non è riuscito a salvare nè la madre, nè la figlia. Non ha salvato nessuna di loro - nemmeno la moglie. È uscito di casa, e ha visto le donne che amava andare a pezzi, e ora attraverso il cinema, che è l’unica lingua che parla, cerca di recuperare il recuperabile, di salvarle tutte, di amare ancora, di nuovo, e più forte, ogni donna della sua vita.