
NC-366
18.11.2025
C’è un bel libro di qualche anno fa che si intitola Maternità. L’ha scritto Sheila Heti e racconta con ironia e disincanto i dubbi dell’autrice riguardo la scelta, arrivata alla soglia dei quarant’anni, di fare o non fare un figlio col suo compagno. Istinto, desiderio, costrutto culturale, miraggio, obbligo, colpa: diventare madre è ancora un rito e un mistero, una domanda di continuo irrisolta, una questione che interroga i corpi delle donne e il controllo che su di essi esercita la società.
Uno smarrimento simile a quello provato da Heti innesca la narrazione di Tua Madre, docufilm diretto da Leonardo Malaguti e prodotto da EXA, casa di produzione nata a Napoli nel 2024 con l’obiettivo di raccontare storie complesse attraverso un gusto popolare e la combinazione di cinema di finzione e documentario d’autore. Se nel suo diario la scrittrice canadese chiedeva lumi alle stelle, ai dadi e persino all’I Ching, la venticinquenne Dania decide che sarà girando un film che capirà se proseguire o meno la sua inaspettata gravidanza. Solo ascoltando chi di maternità è esperta, se così si può dire, chi madre lo è, ha scelto o le è capitato di non diventarlo, Dania potrà capirci qualcosa, dare una prospettiva al tumulto che le cresce in grembo e scegliere oltre la paura.

Rosa (Nadia Tereszkiewicz) e Santino (Alessandro Borghi)
Si può parlare di maternità, un’esperienza così intima e tramortente, senza cadere in pudori o semplificazioni, avendo cura di evitare sentenze universali, pregiudizi, stereotipi? Per Malaguti la risposta è senz’altro affermativa, a patto che si ibridino le modalità del racconto, si esplorino punti di vista liminali e tra di loro disorientanti, avendo l’umiltà e l’intelligenza di adattare il proprio linguaggio al pubblico che si vuole raggiungere. Quello di Tua Madre è un linguaggio variegato, ora rigoroso come un’indagine giornalistica ora leggero come lo sono i montaggi social, che fa dell’umorismo in prima persona da stand up dramedy alla Fleabag la chiave per arrivare al cuore della sua ricerca. D’altronde è da quei palchi che viene Dania Rendano, protagonista e anima tuttofare del film, sensibile intervistatrice, nonché soggetto e guida di questo eccentrico viaggio al termine dell’essere madri. Un percorso ricco di divaricazioni, incontri e scoperte, che mette in discussione i tradizionali concetti di famiglia e genitorialità, tentando di unire lo sguardo scientifico a quello quotidiano attraverso il dialogo tra generazioni, storia e antropologia, natura e cultura.
Le possibili trappole per un prodotto di questo tipo erano molte, eppure Tua Madre le schiva in gran parte grazie alla scelta di ascoltare voci davvero interessanti, a un tono e a un’estetica più o meno apprezzabili ma tra loro coerenti, e soprattutto grazie alla lucida consapevolezza di come e a chi vuole comunicare il suo messaggio. L’aspetto più problematico del film, la decisione di dare ampio spazio alle parole della ministra Roccella – espressione di un governo le cui ideologie sono contestate da più parti come ostili all’autodeterminazione delle donne – mette in crisi ma non rovina l’autenticità dell’operazione. Ciò che poteva connotare il film in maniera irrimediabilmente propagandistica viene infatti sabotato dall’interno dalle altre persone intervistate e che qui invitiamo a conoscere, portatrici di visioni divergenti, esempi luminosi di vita che concepiscono la maternità come un fare e non solo come un essere, come un dono e una scelta, come un paesaggio in perenne mutamento piuttosto che come una definizione che esclude e categorizza.
Ha un finale bellissimo questo piccolo film, che comincia il suo tour nelle sale il prossimo 19 novembre al Cinema delle Provincie di Roma e che sarebbe un’ottima iniziativa far vedere nelle classi ai ragazzi e alle ragazze, se solo chi è al potere smettesse di fare la guerra all’educazione sentimentale dei giovani. Dania è in camera con le sue migliori amiche. Ancora non ha capito se vuole tenere il bambino. A turno le giovani donne si confidano le loro speranze, i loro desideri, le loro idee di maternità. Parlano di precarietà lavorativa, aspettative sociali, disuguaglianze, corpi, sogni, ricordi. Una ride, poi piange. Le altre la abbracciano, riempiendo il fotogramma. Un’immagine di pura sorellanza politica, l’ennesima delle infinite forme tramite cui si può volere bene come una madre.
NC-366
18.11.2025
C’è un bel libro di qualche anno fa che si intitola Maternità. L’ha scritto Sheila Heti e racconta con ironia e disincanto i dubbi dell’autrice riguardo la scelta, arrivata alla soglia dei quarant’anni, di fare o non fare un figlio col suo compagno. Istinto, desiderio, costrutto culturale, miraggio, obbligo, colpa: diventare madre è ancora un rito e un mistero, una domanda di continuo irrisolta, una questione che interroga i corpi delle donne e il controllo che su di essi esercita la società.
Uno smarrimento simile a quello provato da Heti innesca la narrazione di Tua Madre, docufilm diretto da Leonardo Malaguti e prodotto da EXA, casa di produzione nata a Napoli nel 2024 con l’obiettivo di raccontare storie complesse attraverso un gusto popolare e la combinazione di cinema di finzione e documentario d’autore. Se nel suo diario la scrittrice canadese chiedeva lumi alle stelle, ai dadi e persino all’I Ching, la venticinquenne Dania decide che sarà girando un film che capirà se proseguire o meno la sua inaspettata gravidanza. Solo ascoltando chi di maternità è esperta, se così si può dire, chi madre lo è, ha scelto o le è capitato di non diventarlo, Dania potrà capirci qualcosa, dare una prospettiva al tumulto che le cresce in grembo e scegliere oltre la paura.

Rosa (Nadia Tereszkiewicz) e Santino (Alessandro Borghi)
Si può parlare di maternità, un’esperienza così intima e tramortente, senza cadere in pudori o semplificazioni, avendo cura di evitare sentenze universali, pregiudizi, stereotipi? Per Malaguti la risposta è senz’altro affermativa, a patto che si ibridino le modalità del racconto, si esplorino punti di vista liminali e tra di loro disorientanti, avendo l’umiltà e l’intelligenza di adattare il proprio linguaggio al pubblico che si vuole raggiungere. Quello di Tua Madre è un linguaggio variegato, ora rigoroso come un’indagine giornalistica ora leggero come lo sono i montaggi social, che fa dell’umorismo in prima persona da stand up dramedy alla Fleabag la chiave per arrivare al cuore della sua ricerca. D’altronde è da quei palchi che viene Dania Rendano, protagonista e anima tuttofare del film, sensibile intervistatrice, nonché soggetto e guida di questo eccentrico viaggio al termine dell’essere madri. Un percorso ricco di divaricazioni, incontri e scoperte, che mette in discussione i tradizionali concetti di famiglia e genitorialità, tentando di unire lo sguardo scientifico a quello quotidiano attraverso il dialogo tra generazioni, storia e antropologia, natura e cultura.
Le possibili trappole per un prodotto di questo tipo erano molte, eppure Tua Madre le schiva in gran parte grazie alla scelta di ascoltare voci davvero interessanti, a un tono e a un’estetica più o meno apprezzabili ma tra loro coerenti, e soprattutto grazie alla lucida consapevolezza di come e a chi vuole comunicare il suo messaggio. L’aspetto più problematico del film, la decisione di dare ampio spazio alle parole della ministra Roccella – espressione di un governo le cui ideologie sono contestate da più parti come ostili all’autodeterminazione delle donne – mette in crisi ma non rovina l’autenticità dell’operazione. Ciò che poteva connotare il film in maniera irrimediabilmente propagandistica viene infatti sabotato dall’interno dalle altre persone intervistate e che qui invitiamo a conoscere, portatrici di visioni divergenti, esempi luminosi di vita che concepiscono la maternità come un fare e non solo come un essere, come un dono e una scelta, come un paesaggio in perenne mutamento piuttosto che come una definizione che esclude e categorizza.
Ha un finale bellissimo questo piccolo film, che comincia il suo tour nelle sale il prossimo 19 novembre al Cinema delle Provincie di Roma e che sarebbe un’ottima iniziativa far vedere nelle classi ai ragazzi e alle ragazze, se solo chi è al potere smettesse di fare la guerra all’educazione sentimentale dei giovani. Dania è in camera con le sue migliori amiche. Ancora non ha capito se vuole tenere il bambino. A turno le giovani donne si confidano le loro speranze, i loro desideri, le loro idee di maternità. Parlano di precarietà lavorativa, aspettative sociali, disuguaglianze, corpi, sogni, ricordi. Una ride, poi piange. Le altre la abbracciano, riempiendo il fotogramma. Un’immagine di pura sorellanza politica, l’ennesima delle infinite forme tramite cui si può volere bene come una madre.