

Immaginare la fine per continuare
ad abitare il presente
di Alessio Agostini
TR-159
03.10.2026
Il nostro senso di apocalisse deriva principalmente dalle religioni giudaica e cristiana, che basano la propria concezione del mondo su unāidea lineare del tempo: esso si consuma fino ad arrivare a un evento prestabilito, preferibilmente disastroso. Il mito dellāapocalisse ĆØ funzionale a consolare chi sarĆ salvato in quanto essere speciale, eletto da Dio, ed ĆØ quindi stato interpretato nel passato come la premessa di una grande ricompensa. Lāapocalisse, quindi, non ĆØ soltanto la fine di qualcosa, ma anche una forma di rivelazione: il mondo in cui viviamo non coincide con tutta la realtĆ e, dietro gli eventi apparentemente caotici della nostra contemporaneitĆ , esiste un ordine o un destino ancora invisibile.
Lāattesa dellāapocalisse nasce da una nostra particolare esperienza del tempo, in quanto il presente non viene considerato autosufficiente, anzi, ĆØ attraversato dal male e costantemente orientato verso una trasformazione futura. La catastrofe, allora, ĆØ desiderata perchĆ© interrompe il dominio dellāingiustizia e prepara la liberazione dei giusti, unendo cosƬ elementi apparentemente opposti: paura e speranza, distruzione e salvezza, sventura e promessa. Questa struttura attraversa anche lāApocalisse di Giovanni, composta alla fine del I secolo d.C., dove una successione interminabile di visioni, sigilli, trombe, piaghe, bestie, battaglie e giudizi costituisce una cronaca di eventi presenti che devono essere mondati. Lāapocalisse diventa contemporaneamente un evento futuro e una domanda rivolta alla coscienza individuale.
Con la modernitĆ , lāapocalisse si secolarizza. Il linguaggio religioso si indebolisce e la rivoluzione politica e sociale prende il posto del giudizio divino: la societĆ futura può sostituire il regno di Dio. Hegel e Marx, diversamente da Agostino o Gioacchino da Fiore, interpretano la storia come un processo intelligibile, nel quale le contraddizioni presenti concorrono a una progressiva manifestazione della libertĆ . Il presente comincia a cambiare segno, perchĆ© da definitivo e negativo si tramuta in una positiva possibilitĆ di qualcosa.
Cambia cosƬ anche la domanda: la catastrofe libera lāumanitĆ da un ordine ingiusto oppure offre il pretesto per ripensarsi e costruire qualcosa di nuovo? Walter Benjamin parla infatti di unāapocalisse non come āesplosione conclusivaā, ma come condizione giĆ presente, che la societĆ non riesce o non vuole vedere. Questa intuizione completa la panoramica del pensiero moderno e risulta fondamentale per comprendere le narrazioni contemporanee, nelle quali la fine ĆØ diffusa e quasi invisibile: il collasso climatico, lāesaurimento delle risorse, la progressiva perdita delle libertĆ o la disgregazione dei legami sociali.

Il filosofo Walter Benjamin
Anche se nel Novecento le minacce ecologica, pandemica e tecnologica sono precedute da quella nucleare, lāumanitĆ non possiede soltanto la capacitĆ di distruggersi, in un contesto dove i giusti probabilmente non verranno salvati e la distruzione potrebbe non portare a un ordine migliore, ma ha lāopportunitĆ di sperare, proprio in virtù del fatto che, come afferma Benjamin, lāapocalisse ĆØ una condizione della nostra coscienza presente. La minaccia nucleare ĆØ stata rappresentata variamente nel tempo, ma sicuramente Watchmen (2009) di Alan Moore e Dave Gibbons ĆØ lāopera che più ha centrato la questione dei rapporti umani e della spada di Damocle sulla testa dellāumanitĆ .
Queste minacce sconvolgono e confondono il chronos, il tempo ordinario e continuo, e il kairos, il momento decisivo. La bomba atomica o i missili balistici potrebbero cadere da un momento allāaltro per un colpo di testa di qualcuno ai vertici di uno Stato; la catastrofe ambientale avviene invece attraverso un accumulo di trasformazioni, a volte piccole e impercettibili, ma ĆØ giĆ annunciata dai dati scientifici.Ā
Ne deriva una condizione paradossale: sappiamo che qualcosa sta accadendo, ma dobbiamo continuare a comportarci come se il mondo fosse ancora stabile. Frank Kermode ci dice infatti che la narrazione sulla conclusione di tutto agisce allāindietro, trasformando o dando un nuovo significato alle nostre azioni. Lāuomo, trovandosi inevitabilmente in mezzo al tempo (ricordiamo le pagine che scandiscono le ore del conto alla rovescia di Watchmen), necessita di immaginare una conclusione per comprendersi e le narrazioni costituiscono delle finzioni di concordanza: costruiscono collegamenti tra eventi separati e rendono possibile pensarli come parti di un insieme. La finzione realizza una costruzione interpretativa della quale abbiamo bisogno per abitare il tempo e agire al suo interno.

Watchmen (2009)
Gli anni ā20 del XXI secolo: il cinema racconta la fine
La JetĆ©e (1962) di Chris Marker può essere considerato una sorta di manuale della narrazione cinematografica dellāapocalisse, perfettamente in linea con quanto osservato finora sul rapporto tra fine, tempo e rivelazione. Il film mostra infatti che lāapocalisse non coincide soltanto con la distruzione del mondo, ma costituisce in particolare una struttura narrativa attraverso cui presente, passato e futuro diventano ucronia, che immagina ciò che sarebbe potuto accadere, utopia, che rappresenta ciò in cui potremmo sperare, e distopia, che rende visibile ciò che dovremmo temere. Dal 1962, i film hanno poi scelto di volta in volta una di queste direzioni: lāucronia modifica retroattivamente la Storia in Fatherland (Delitto di stato, 1994) o in Inglourious Basterds (Bastardi senza gloria, 2009); lāutopia proietta nel futuro la possibilitĆ di una societĆ vagamente riconciliata, come in Star Trek: First Contact (Star Trek: Primo Contatto,Ā 1996) o in Megalopolis (2024); la distopia trasforma invece le contraddizioni del presente in un mondo futuro nel quale esse hanno raggiunto il proprio sviluppo estremo, come in Soylent Green (2022: i sopravvissuti, 1974), La decima vittima (1965) o Children of Men (I figli degli uomini, 2006).Ā
CosƬ lāevento apocalittico modifica il rapporto tra passato, presente e futuro, ma le narrazioni sono solitamente ferme a un preciso tempo dāazione. Marker, consapevole di tutto il vortice di analisi e ragionamenti intorno allāapocalisse, trasforma questāultima in una forma di conoscenza. Il protagonista ĆØ ossessionato da unāimmagine-ricordo; il finale riorganizza il racconto, secondo quella funzione della fine descritta da Frank Kermode, e la morte del narratore appartiene contemporaneamente a tutte e tre le dimensioni temporali: era giĆ accaduta nel passato, si realizza nel presente del racconto ed era inscritta nel futuro verso cui egli si ĆØ diretto. Non ĆØ possibile sottrarsi al tempo, congelato in un fotogramma, ma ĆØ possibile, per tentare almeno di ritrovare il tempo dello spirito (Edgar Morin) e quello del mondo, fare uso del montaggio per ricreare il movimento.
Una parte del cinema contemporaneo, quello degli anni ā20 del XXI secolo, ha cosƬ utilizzato questo immaginario apocalittico per comprendere la nostra epoca. La fine non ĆØ più unāesplosione improvvisa e spettacolare, propria del cinema che va dai primi anni ā90 ai nostri anni ā10, e non ĆØ nemmeno più tesa verso una certa epoca tra passato e futuro, ma diventa un processo dāattesa, nel quale il tempo presente ritorna protagonista, come insegna Walter Benjamin. La JetĆ©e ha mostrato a queste opere della contemporaneitĆ lāimportanza del montaggio, della risemantizzazione costante del tempo da parte dellāevento catastrofico, della finzione narrativa e del molo (traduzione letterale di La JetĆ©e) del presente. Esso contiene giĆ tutto quello che oggi continuiamo a non riconoscere, ma che ci può servire per cambiare.

La JetƩe (1962)
Lāapocalisse ludica: Fumer fait tousser e The Monkey
Se lāapocalisse può essere utilizzata dal cinema come dispositivo per riorganizzare il tempo, una parte del cinema dei nostri anni Venti sembra compiere un passaggio ulteriore: trasforma la fine in qualcosa di ludico. Non parlo necessariamente di un gioco nel senso letterale del termine, semmai di una forma cinematografica che assume dal gioco la presenza di regole, ripetizioni, attese, variazioni, possibilitĆ e, soprattutto, dellāincertezza rispetto allāesito. Il gioco presuppone una cornice spaziotemporale, ruoli e mosse riconoscibili e un esito misurabile, mentre il ludico indica una modalitĆ performativa più libera, non irrigidita in una struttura normativa.
Lāapocalisse ludica di Fumer fait tousser (Fumare fa tossire, 2022) di Quentin Dupieux e The Monkey (2025) di Osgood Perkins sta tra queste due possibilitĆ . Il primo modifica e ridicolizza costantemente le regole che il genere sembra dargli; il secondo sembra tendere verso il gioco, in quanto costruisce quasi tutto il proprio universo intorno a una regola elementare e immodificabile, ma termina in maniera inaspettata. Tramite la riflessione e lāesperienza di Edoardo Sanguineti - Il giuoco dellāoca (1967), Il giuoco del Satyricon. Unāimitazione da Petronio (1970), Alfabeto apocalittico (1984) e Rebus (19849) - la narrazione può essere concepita come Ā«un diverso modo di giocareĀ», dove lāinvenzione non starebbe più soltanto nel testo, ma nella regola che lo genera. Nel caso del cinema-gioco di Dupieux e Perkins, infatti, ciò che conta non ĆØ soltanto che cosa accade, ma quale dispositivo permette agli eventi di continuare ad accadere. Non ci limitiamo a seguire una storia, ma siamo invitati a comprenderne il funzionamento, a riconoscerne le regole, a prevedere la prossima mossa e a comprendere la fine.
Fumer fait tousser presenta, almeno apparentemente, la struttura più elementare del racconto apocalittico cinematografico: un gruppo di eroi, una minaccia e un tempo che conduce verso la distruzione dellāumanitĆ . Tuttavia, il film, che dovrebbe procedere verso lo scontro finale, si ferma: i supereroi non combattono, si siedono, mangiano, sono coinvolti dai propri sentimenti e, soprattutto, si raccontano delle storie. Come nel testo di Giovanni Boccaccio, il Decameron, qui la catastrofe determina una sospensione del tempo ordinario e, allāinterno di questa sospensione, nasce un gioco narrativo.
La fine del mondo rimane ai margini, mentre il centro del film viene occupato dallāatto del raccontare, tra lāaltro ripieno di narrazioni di morte: il casco per pensare che conduce Agathe a massacrare i propri compagni; il pesce che racconta lāinquinamento del lago; Michael ridotto a una massa di carne ancora parlante e infine mangiata dal cane; lāeffettiva e centrale narrazione apocalittica del perfido LĆ©zardin, divinitĆ cattiva che finisce strozzata per colpa di una zuppa. Il racconto della catastrofe generale viene cosƬ frammentato in una successione di piccole catastrofi private, spesso monche e spezzate. Dalla fine singolare si passa al plurale, perchĆ© ogni racconto produce una piccola āconclusioneā e immediatamente cede il posto a un altro racconto. La fine non conclude più la narrazione, la fa continuare.
Se per Kermode la fine permette di riconfigurare retroattivamente ciò che la precede, Dupieux costruisce invece un mondo nel quale la conclusione viene continuamente rimandata e possiamo continuare ad aspettarla anche quando non arriverĆ più, semplicemente perchĆ© si rompe il dispositivo-giocattolo che permette lāapocalisse e il suo racconto. La costrizione linguistica sanguinetiana e lo stile da pulp anni ā80 e ā90 di Dupieux evocano un mondo caotico, grottesco e irrimediabilmente in crisi, che non deve essere salvato, ma āattraversatoā nelle sue macerie culturali.

Fumer fait tousser (Fumare fa tossire, 2022)
The Monkey costruisce al contrario un dispositivo quasi perfetto nella sua semplicitĆ : si gira la chiave della scimmia e qualcuno muore. Nel film di Osgood Perkins, quindi, rimane lāordine. In questo senso dobbiamo identificare il film come vero e proprio cinema-gioco, pieno di quello spirito ludico che Roger Caillois impone come caratteristica costitutiva del gioco: quando il risultato diventa completamente certo, viene meno il gioco. Ogni volta che la scimmia viene caricata, si apre una nuova partita; infatti, il film dispone continuamente gli oggetti nello spazio, mostra personaggi e pericoli, induce lo spettatore a costruire personalmente una catena causale di possibili avvenimenti. La morte diventa quindi variazione su una regola incrollabile. In termini sanguinetiani, lāinvenzione si trasferisce dallāevento al vincolo che permette infinite nuove combinazioni.Ā
Ricordiamoci che, nellāapocalisse religiosa tradizionale, lāuomo non controlla il tempo della fine: può riconoscerne i segni, interpretarli, prepararsi, ma non determinarne il compimento. Analogamente, i nostri protagonisti possono progressivamente comprendere la regola del gioco, ma la conoscenza non concede loro il dominio sulla regola stessa. Dupieux e Perkins serializzano il kairos. La struttura lineare dellāapocalisse viene trasformata in una struttura iterativa. Questi film chiedono allo spettatore, come facevano le antiche narrazioni apocalittiche, di riconoscere i segni, ma non promettono più alcuna rivelazione dietro di essi.
Nella valle di Armageddon
iddio e il diavolo conversano
pacificamente dei loro affari.
Nessuno dei due ha interesse
a uno scontro decisivo.
LāApocalissi sarebbe
da prendersi con le molle?
- EUGENIO MONTALE, Quaderno di quattro anni (1973-6) -
Il cinema-gioco degli anni Venti di questo millennio riprende inevitabilmente quellāironia appartenuta ai grandi letterati del Novecento e porta a compimento la secolarizzazione dellāapocalisse: prima abbiamo perduto Dio (agnosticismo e ateismo sono la conseguenza diretta di tutta la scienza di fine Ottocento e inizio Novecento), poi abbiamo perduto la certezza della salvezza (Seconda guerra mondiale, bombe nucleari), infine stiamo perdendo la sicurezza che la fine possieda un significato.Ā

The Monkey (2025)
The Monkey, pur ridendo della morte, rende visibile la felice possibilitĆ di conviverci e di accettarla, trasformandola in un gioco cinematografico. Ā«We keep it close. We accept that it's oursĀ» (la scimmia, lāorologio/dispositivo che scandisce le ore che precedono lāinevitabile morte, ĆØ inquadrata in primo piano ed ĆØ quindi distaccata dalla contingenza della realtĆ ) ĆØ la frase pronunciata da un padre, che non vuole essere padre, al proprio figlio, e insieme si dirigono verso una terra sconvolta e devastata dalla morte, incontrando cavalieri-fantasma emaciati, il wurdulak de I tre volti della paura (1963), e ragazze che urlano senza motivo, provenienti da Satanās Cheerleaders (Le ragazze di satana, 1977) a All Cheerleaders Die (2013), lasciandosi alle spalle tutta la distruzione. Per questo lāapocalisse di The Monkey e di Montale o di Sanguineti non ĆØ una catastrofe, ma una condizione dellāesistenza: il nostro mondo può anche essere diventato la Ā«valle di ArmageddonĀ», la morte può essere ovunque, ma il movimento non si arresta.
Prima rimanevano le figure salvifiche della mitopoiesi montaliana, mobili, sfuggenti o microscopiche, viventi al posto dellāinesorabilmente inetto poeta. Ora rimane la famiglia, ultima metanarrazione della nostra epoca, che però, psicanaliticamente, ĆØ molto problematica.
Resta lo spiraglio
del quasi fotografico pittore ad ammonirci
che se qualcosa fu non cāĆØ distanza
tra il millennio e lāistante, tra chi apparve
e non apparve, tra chi visse e chi
non giunse al fuoco del suo cannocchiale. Ć poco
e forse ĆØ tutto.
- E. MONTALE, Quaderno di quattro anni (1973-6) -

I tre volti della paura (1963)
Una civiltĆ mortale: La BĆŖte, 2073 e SirÄt
Nella cultura occidentale contemporanea lāapocalisse non può essere guardata soltanto attraverso il distacco dellāironia e dellāautoironia. Guerre, crisi ambientali, collasso economico, pandemie e sviluppo tecnologico alimentano continuamente lāimmaginazione di un futuro possibile e terribile, ma introducono anche una prospettiva diversa: che cosa accade quando una civiltĆ scopre di non essere eterna? La civiltĆ occidentale, che per secoli ha costruito la propria immagine intorno alla cultura, alla scienza, allāarte e al progresso, può essere pensata a sua volta come una costruzione storica e dunque come qualcosa che può trasformarsi, entrare in crisi e scomparire. Quando scopriamo di essere mortali, tendiamo allora a proiettare nel futuro la mortalitĆ del nostro presente. Ć questa la consapevolezza che Paul ValĆ©ry formula nel 1919, allāindomani della Prima guerra mondiale, quando in La crise de lāesprit scrive che le civiltĆ sono mortali. Ed ĆØ una consapevolezza che ritorna, in forme differenti, anche nel cinema contemporaneo, tra cui Megalopolis e Gladiator II, per esempio, che utilizzano la caduta di Roma come dispositivo attraverso cui interrogare la crisi degli Stati Uniti e, più in generale, della civiltĆ occidentale.
La BĆŖte (2023) di Bertrand Bonello sembra assumere come punto di partenza proprio la scoperta di ValĆ©ry. Il 1910 scelto dal regista precede di pochi anni la consapevolezza della mortalitĆ delle civiltĆ ed ĆØ rappresentato come un momento luminoso, ancora attraversato dalla fiducia nel futuro, tuttavia, lāalluvione di Parigi introduce giĆ la possibilitĆ della catastrofe. Attraversando il 2014 e arrivando al 2044, il film mostra come questa consapevolezza si trasformi progressivamente in unāossessione preventiva. La paura del futuro diventa cosƬ una forza capace di modificare il presente: per sottrarsi alla possibilitĆ della catastrofe, persino lāintelligenza artificiale tenta di eliminare dallāessere umano ciò che lo rende imprevedibile. La minaccia attraversa dunque la Storia e congela il presente in immagini stereotipate, ripetute e contaminate dallāimmobilitĆ (nel futuro le discoteche saranno dedicate a un anno del passato, che sarĆ rivisitato con unāestetica mitizzante; un poā come succede per le serie tv o i film di oggi dove si riprendono nostalgicamente gli anni ā80).Ā
Eppure, proprio questa immobilitĆ costituisce anche un segno di vita, perchĆ© la paura della fine testimonia che qualcosa esiste ancora e che qualcosa può ancora essere perduto. Bonello costruisce cosƬ unāapocalisse che non coincide necessariamente con la scomparsa dellāumanitĆ , ma con la possibilitĆ della scomparsa di una determinata forma di civiltĆ . Il film parte da uno dei centri simbolici della cultura europea della Belle Ćpoque, passa per Los Angeles, luogo fortemente associato alla modernitĆ , allāindustria cinematografica e alla cultura americana, e arriva infine a una Parigi futura svuotata. La catastrofe non ĆØ più soltanto ciò che potrebbe accadere al mondo, ma ĆØ ciò che potrebbe accadere al mondo che conosciamo.

La BĆŖte (2023)
Ora, se La BĆŖte colloca la catastrofe nel regime delle paure preventive, 2073 (2073: ultima chiamata, 2024) di Asif Kapadia compie il movimento opposto: prende ciò che giĆ conosciamo e lo guarda come se provenisse da un futuro nel quale la civiltĆ non fosse riuscita a salvarsi. La nostra epoca diventa cosƬ un reperto e un repertorio di immagini che appartengono alla memoria mediatica contemporanea, ma le risemantizza allāinterno di un futuro distopico. Il paradosso ĆØ che la societĆ occidentale possiede giĆ molte delle informazioni necessarie per riconoscere i processi che la stanno trasformando (ripensiamo al cinema-gioco), ma continua a vivere come se il tempo disponibile fosse illimitato. La crisi climatica, la sorveglianza digitale, la concentrazione del potere e la progressiva erosione di alcune istituzioni democratiche vengono cosƬ presentate come fenomeni contemporaneamente visibili e normalizzati.
Ā Il problema non ĆØ dunque la mancanza di conoscenza, ma la difficoltĆ di trasformare la conoscenza in azione. La catastrofe contemporanea non ha bisogno di essere annunciata, perchĆ© ĆØ giĆ contenuta nelle immagini che vediamo ogni giorno. Il ragionamento di Ulrich Beck calza a pennello quando parla di Ā«societĆ del rischioĀ», ossia una societĆ che produce conseguenze ecologiche, politiche e sociali che oltrepassano la capacitĆ delle istituzioni di governarle. Il rischio, proprio perchĆ© prodotto da una molteplicitĆ di processi e responsabilitĆ , tende a perdere unāorigine facilmente identificabile. Neanche Kapadia riesce a trovare un bersaglio specifico e provvede ad attaccare a tappeto.
Se Bonello si concentra sullāattesa del futuro e Kapadia trasforma il presente in reperto di un futuro possibile, Oliver Laxe sceglie invece di concentrarsi sul presente come spazio da attraversare. In SirÄt lāapocalisse non viene rappresentata come un evento futuro da prevedere o di cui essere coscienti, ma come una soglia attraverso la quale i personaggi sono costretti a passare. Ć in questo senso che i concetti di apocalisse e rito di passaggio condividono una stessa morfologia: entrambi separano un prima da un dopo e introducono una fase intermedia nella quale lāordine precedente viene sospeso senza che quello successivo sia ancora definito. Si va oltre la Ā«societĆ del rischioĀ» di Beck, perchĆ© in SirÄt il nodo sta nel chiedersi che cosa significhi attraversare il limite tra il mondo conosciuto e la sua fine.

2073 (2073: ultima chiamata, 2024)
Seguendo Northrop Frye e la sua analisi dellāimmaginario apocalittico in Anatomia della Critica, lāapprossimarsi della fine può essere associata alla progressiva realizzazione di un desiderio umano di ricomposizione: lāunitĆ (Zardoz, 1974), la cittĆ (The Sisters Brothers - I fratelli Sisters, 2018), il giardino (Mad Max: Fury Road, 2015), la vita (NausicaƤ della Valle del Vento, 1984) dopo una perdita o un trauma.Ā
Anche in SirÄt i personaggi sembrano muoversi verso una possibile forma di ricomposizione emotiva e fisica, ma lāapocalisse dissolve questa promessa. Ć proprio questa incertezza a permettere la formazione di una comunitĆ provvisoria, anche se costantemente attaccata e ferita (questo stesso processo succede anche negli altri due film). I personaggi, diversi per origine e motivazioni, vengono uniti non da un progetto comune, ma dalla necessitĆ di preservare la propria esistenza e di adattarsi a una situazione nella quale le regole della passata civiltĆ non sembrano più sufficienti. La comunitĆ nasce quindi durante lāattraversamento e non in vista di un ordine futuro inconoscibile.
Perciò ĆØ molto stimolante vedere questi tre film e la loro idea di tempo. In La BĆŖte il futuro incombe sul presente, lo immobilizza, lo spezza e rende gli esseri umani incapaci di relazionarsi; in 2073 il futuro ripensa retroattivamente e retrospettivamente il presente in reperto e accumulo di immagini; in SirÄt, infine, il presente viene attraversato fisicamente e dolorosamente. Il kairos apocalittico non coincide più con un istante preciso, in quanto ĆØ ormai una condizione prolungata, una soglia, un āmoloā che si estende nel tempo e nello spazio. In questa zona intermedia il cinema può interrogarsi sulla possibilitĆ di una civiltĆ diversa.

SirÄt (2025)
Prima della fine: Mission Impossible - The Final Reckoning
Dopo aver studiato lāapocalisse come attesa, gioco, ripetizione e condizione dellāesistenza, il cinema contemporaneo continua a porsi domande sul tema tramite due film apparentemente allāopposto. In un caso ĆØ forte la struttura della QuĆŖte cavalleresca, lāimportanza dellā Honneur e la presenza dellāincrollabile Courtois di stampo medievale, nellāaltro, invece, questa grammatica entra in crisi, perchĆ© la catastrofe ĆØ ormai sistemica; non cāĆØ un duello da vincere o unāimpresa individuale capace di sciogliere la situazione.
La figura del cavaliere nasce allāinterno di un mondo nel quale il disordine può ancora essere affrontato attraverso una prova e nel quale il valore individuale può manifestarsi nellāazione. The Final Reckoning (2025) conserva questa possibilitĆ e porta a compimento una trasformazione di Ethan Hunt in figura cavalleresca contemporanea che la saga aveva iniziato giĆ molto tempo prima, almeno a partire dal secondo capitolo. Nel corso dei film, tuttavia, la tradizionale relazione tra cavaliere e destriero si ĆØ progressivamente estesa fino a comprendere lāintero universo tecnico che circonda il personaggio. Ora ĆØ il corpo stesso dellāeroe (e, insieme, quello divistico e divinizzato di Tom Cruise) a incorporare gli oggetti che ne prolungano le capacitĆ : automobili, aeroplani, paracadute, sistemi di respirazione, cavi, valvole e dispositivi tecnici vengono assunti dallāazione umana senza soluzione di continuitĆ .Ā
Persino quando Ethan penetra fisicamente nel "sarcofagoā dellāEntitĆ , sembra prodursi un rovesciamento simbolico: il corpo umano viene inglobato dallāapparato tecnologico, ma riesce a sua volta a incorporarlo nella propria azione, trasformando il luogo nel quale avrebbe dovuto essere neutralizzato in quello dal quale può ancora agire. Il vero antagonismo del film non ĆØ dunque semplicemente quello fra uomo e macchina, ma fra due differenti rapporti con la tecnologia e lāoggetto (il finale ĆØ emblematico). In Vita activa Hannah Arendt afferma che il Ā«chiĀ» dellāindividuo non coincide con lāinsieme delle sue qualitĆ o competenze, ma emerge attraverso lāazione; quando lāeroe gira una valvola, afferra un oggetto, tende il corpo nello spazio o entra in relazione fisica con un altro personaggio, lāimmagine filmica registra immediatamente una trasformazione.

Mission Impossible - The Final Reckoning (2025)
Ā In questo senso la missione assume una funzione analoga alla quĆŖte cavalleresca, dove lāazione deve diventare visibile. Alla realtĆ virtuale e predittiva dellāEntitĆ il film oppone quindi una realtĆ fatta di corpi che agiscono gli uni sugli altri e sulla realtĆ dello spettatore. Questa centralitĆ dellāazione rende necessario che McQuarrie mostri continuamente anche il costo corporeo dellāeroismo (ĆØ necessario rimandare alla locandina del film dove Cruise si presenta ferito ed emaciato). Ma il corpo dell'eroe ĆØ anche benedetto, oltre se stesso, come scrive ChrĆ©tien de Troyes. Prima ancora che Perceval comprenda chi abbia davanti, lāapparizione della cavalleria viene costruita attraverso una combinazione di suono, colore e luminositĆ . Il fragore dellāequipaggiamento inizialmente incute paura, mentre lo splendore delle armature trasforma successivamente quegli uomini in esseri quasi sovrannaturali:
Ā Et quant il les vit en apert,
Ā Que del bois furent descovert,
Ā Et vit les haubers fremĆÆanz
Ā Et les hiaumes clers et luisanz,
Ā les lances et les escuz
Ā onques mes nāavoit veüz
Ā vit le vert et le vermoil
Reluire contre le soloil,
āazur et lāargent,
Ā mout et bel et gent.
 dist: «Ha! sire Dex, merci!
Ā sont ange que je voi ciĀ».
(CosƬ parlò tra sĆ© e sĆ© il ragazzo prima di averli visti. Ma quando li vide allo scoperto, dopo che furono sbucati dal bosco, e vide gli usberghi scintillanti e gli elmi chiari e lucenti, e le lance e gli scudi che non aveva mai visto prima, e vide il verde e il vermiglio risplendere contro il sole, e lāoro e lāazzurro e lāargento, tutto gli parve molto bello e nobile. Allora esclamò: Ā«Ah, signore Iddio, perdono! Sono dunque angeli questi che vedo.)

Immaginare la fine per continuare
ad abitare il presente
di Alessio Agostini
TR-159
03.10.2026
Il nostro senso di apocalisse deriva principalmente dalle religioni giudaica e cristiana, che basano la propria concezione del mondo su unāidea lineare del tempo: esso si consuma fino ad arrivare a un evento prestabilito, preferibilmente disastroso. Il mito dellāapocalisse ĆØ funzionale a consolare chi sarĆ salvato in quanto essere speciale, eletto da Dio, ed ĆØ quindi stato interpretato nel passato come la premessa di una grande ricompensa. Lāapocalisse, quindi, non ĆØ soltanto la fine di qualcosa, ma anche una forma di rivelazione: il mondo in cui viviamo non coincide con tutta la realtĆ e, dietro gli eventi apparentemente caotici della nostra contemporaneitĆ , esiste un ordine o un destino ancora invisibile.
Lāattesa dellāapocalisse nasce da una nostra particolare esperienza del tempo, in quanto il presente non viene considerato autosufficiente, anzi, ĆØ attraversato dal male e costantemente orientato verso una trasformazione futura. La catastrofe, allora, ĆØ desiderata perchĆ© interrompe il dominio dellāingiustizia e prepara la liberazione dei giusti, unendo cosƬ elementi apparentemente opposti: paura e speranza, distruzione e salvezza, sventura e promessa. Questa struttura attraversa anche lāApocalisse di Giovanni, composta alla fine del I secolo d.C., dove una successione interminabile di visioni, sigilli, trombe, piaghe, bestie, battaglie e giudizi costituisce una cronaca di eventi presenti che devono essere mondati. Lāapocalisse diventa contemporaneamente un evento futuro e una domanda rivolta alla coscienza individuale.
Con la modernitĆ , lāapocalisse si secolarizza. Il linguaggio religioso si indebolisce e la rivoluzione politica e sociale prende il posto del giudizio divino: la societĆ futura può sostituire il regno di Dio. Hegel e Marx, diversamente da Agostino o Gioacchino da Fiore, interpretano la storia come un processo intelligibile, nel quale le contraddizioni presenti concorrono a una progressiva manifestazione della libertĆ . Il presente comincia a cambiare segno, perchĆ© da definitivo e negativo si tramuta in una positiva possibilitĆ di qualcosa.
Cambia cosƬ anche la domanda: la catastrofe libera lāumanitĆ da un ordine ingiusto oppure offre il pretesto per ripensarsi e costruire qualcosa di nuovo? Walter Benjamin parla infatti di unāapocalisse non come āesplosione conclusivaā, ma come condizione giĆ presente, che la societĆ non riesce o non vuole vedere. Questa intuizione completa la panoramica del pensiero moderno e risulta fondamentale per comprendere le narrazioni contemporanee, nelle quali la fine ĆØ diffusa e quasi invisibile: il collasso climatico, lāesaurimento delle risorse, la progressiva perdita delle libertĆ o la disgregazione dei legami sociali.

Il filosofo Walter Benjamin
Anche se nel Novecento le minacce ecologica, pandemica e tecnologica sono precedute da quella nucleare, lāumanitĆ non possiede soltanto la capacitĆ di distruggersi, in un contesto dove i giusti probabilmente non verranno salvati e la distruzione potrebbe non portare a un ordine migliore, ma ha lāopportunitĆ di sperare, proprio in virtù del fatto che, come afferma Benjamin, lāapocalisse ĆØ una condizione della nostra coscienza presente. La minaccia nucleare ĆØ stata rappresentata variamente nel tempo, ma sicuramente Watchmen (2009) di Alan Moore e Dave Gibbons ĆØ lāopera che più ha centrato la questione dei rapporti umani e della spada di Damocle sulla testa dellāumanitĆ .
Queste minacce sconvolgono e confondono il chronos, il tempo ordinario e continuo, e il kairos, il momento decisivo. La bomba atomica o i missili balistici potrebbero cadere da un momento allāaltro per un colpo di testa di qualcuno ai vertici di uno Stato; la catastrofe ambientale avviene invece attraverso un accumulo di trasformazioni, a volte piccole e impercettibili, ma ĆØ giĆ annunciata dai dati scientifici.Ā
Ne deriva una condizione paradossale: sappiamo che qualcosa sta accadendo, ma dobbiamo continuare a comportarci come se il mondo fosse ancora stabile. Frank Kermode ci dice infatti che la narrazione sulla conclusione di tutto agisce allāindietro, trasformando o dando un nuovo significato alle nostre azioni. Lāuomo, trovandosi inevitabilmente in mezzo al tempo (ricordiamo le pagine che scandiscono le ore del conto alla rovescia di Watchmen), necessita di immaginare una conclusione per comprendersi e le narrazioni costituiscono delle finzioni di concordanza: costruiscono collegamenti tra eventi separati e rendono possibile pensarli come parti di un insieme. La finzione realizza una costruzione interpretativa della quale abbiamo bisogno per abitare il tempo e agire al suo interno.

Watchmen (2009)
Gli anni ā20 del XXI secolo: il cinema racconta la fine
La JetĆ©e (1962) di Chris Marker può essere considerato una sorta di manuale della narrazione cinematografica dellāapocalisse, perfettamente in linea con quanto osservato finora sul rapporto tra fine, tempo e rivelazione. Il film mostra infatti che lāapocalisse non coincide soltanto con la distruzione del mondo, ma costituisce in particolare una struttura narrativa attraverso cui presente, passato e futuro diventano ucronia, che immagina ciò che sarebbe potuto accadere, utopia, che rappresenta ciò in cui potremmo sperare, e distopia, che rende visibile ciò che dovremmo temere. Dal 1962, i film hanno poi scelto di volta in volta una di queste direzioni: lāucronia modifica retroattivamente la Storia in Fatherland (Delitto di stato, 1994) o in Inglourious Basterds (Bastardi senza gloria, 2009); lāutopia proietta nel futuro la possibilitĆ di una societĆ vagamente riconciliata, come in Star Trek: First Contact (Star Trek: Primo Contatto,Ā 1996) o in Megalopolis (2024); la distopia trasforma invece le contraddizioni del presente in un mondo futuro nel quale esse hanno raggiunto il proprio sviluppo estremo, come in Soylent Green (2022: i sopravvissuti, 1974), La decima vittima (1965) o Children of Men (I figli degli uomini, 2006).Ā
CosƬ lāevento apocalittico modifica il rapporto tra passato, presente e futuro, ma le narrazioni sono solitamente ferme a un preciso tempo dāazione. Marker, consapevole di tutto il vortice di analisi e ragionamenti intorno allāapocalisse, trasforma questāultima in una forma di conoscenza. Il protagonista ĆØ ossessionato da unāimmagine-ricordo; il finale riorganizza il racconto, secondo quella funzione della fine descritta da Frank Kermode, e la morte del narratore appartiene contemporaneamente a tutte e tre le dimensioni temporali: era giĆ accaduta nel passato, si realizza nel presente del racconto ed era inscritta nel futuro verso cui egli si ĆØ diretto. Non ĆØ possibile sottrarsi al tempo, congelato in un fotogramma, ma ĆØ possibile, per tentare almeno di ritrovare il tempo dello spirito (Edgar Morin) e quello del mondo, fare uso del montaggio per ricreare il movimento.
Una parte del cinema contemporaneo, quello degli anni ā20 del XXI secolo, ha cosƬ utilizzato questo immaginario apocalittico per comprendere la nostra epoca. La fine non ĆØ più unāesplosione improvvisa e spettacolare, propria del cinema che va dai primi anni ā90 ai nostri anni ā10, e non ĆØ nemmeno più tesa verso una certa epoca tra passato e futuro, ma diventa un processo dāattesa, nel quale il tempo presente ritorna protagonista, come insegna Walter Benjamin. La JetĆ©e ha mostrato a queste opere della contemporaneitĆ lāimportanza del montaggio, della risemantizzazione costante del tempo da parte dellāevento catastrofico, della finzione narrativa e del molo (traduzione letterale di La JetĆ©e) del presente. Esso contiene giĆ tutto quello che oggi continuiamo a non riconoscere, ma che ci può servire per cambiare.

La JetƩe (1962)
Lāapocalisse ludica: Fumer fait tousser e The Monkey
Se lāapocalisse può essere utilizzata dal cinema come dispositivo per riorganizzare il tempo, una parte del cinema dei nostri anni Venti sembra compiere un passaggio ulteriore: trasforma la fine in qualcosa di ludico. Non parlo necessariamente di un gioco nel senso letterale del termine, semmai di una forma cinematografica che assume dal gioco la presenza di regole, ripetizioni, attese, variazioni, possibilitĆ e, soprattutto, dellāincertezza rispetto allāesito. Il gioco presuppone una cornice spaziotemporale, ruoli e mosse riconoscibili e un esito misurabile, mentre il ludico indica una modalitĆ performativa più libera, non irrigidita in una struttura normativa.
Lāapocalisse ludica di Fumer fait tousser (Fumare fa tossire, 2022) di Quentin Dupieux e The Monkey (2025) di Osgood Perkins sta tra queste due possibilitĆ . Il primo modifica e ridicolizza costantemente le regole che il genere sembra dargli; il secondo sembra tendere verso il gioco, in quanto costruisce quasi tutto il proprio universo intorno a una regola elementare e immodificabile, ma termina in maniera inaspettata. Tramite la riflessione e lāesperienza di Edoardo Sanguineti - Il giuoco dellāoca (1967), Il giuoco del Satyricon. Unāimitazione da Petronio (1970), Alfabeto apocalittico (1984) e Rebus (19849) - la narrazione può essere concepita come Ā«un diverso modo di giocareĀ», dove lāinvenzione non starebbe più soltanto nel testo, ma nella regola che lo genera. Nel caso del cinema-gioco di Dupieux e Perkins, infatti, ciò che conta non ĆØ soltanto che cosa accade, ma quale dispositivo permette agli eventi di continuare ad accadere. Non ci limitiamo a seguire una storia, ma siamo invitati a comprenderne il funzionamento, a riconoscerne le regole, a prevedere la prossima mossa e a comprendere la fine.
Fumer fait tousser presenta, almeno apparentemente, la struttura più elementare del racconto apocalittico cinematografico: un gruppo di eroi, una minaccia e un tempo che conduce verso la distruzione dellāumanitĆ . Tuttavia, il film, che dovrebbe procedere verso lo scontro finale, si ferma: i supereroi non combattono, si siedono, mangiano, sono coinvolti dai propri sentimenti e, soprattutto, si raccontano delle storie. Come nel testo di Giovanni Boccaccio, il Decameron, qui la catastrofe determina una sospensione del tempo ordinario e, allāinterno di questa sospensione, nasce un gioco narrativo.
La fine del mondo rimane ai margini, mentre il centro del film viene occupato dallāatto del raccontare, tra lāaltro ripieno di narrazioni di morte: il casco per pensare che conduce Agathe a massacrare i propri compagni; il pesce che racconta lāinquinamento del lago; Michael ridotto a una massa di carne ancora parlante e infine mangiata dal cane; lāeffettiva e centrale narrazione apocalittica del perfido LĆ©zardin, divinitĆ cattiva che finisce strozzata per colpa di una zuppa. Il racconto della catastrofe generale viene cosƬ frammentato in una successione di piccole catastrofi private, spesso monche e spezzate. Dalla fine singolare si passa al plurale, perchĆ© ogni racconto produce una piccola āconclusioneā e immediatamente cede il posto a un altro racconto. La fine non conclude più la narrazione, la fa continuare.
Se per Kermode la fine permette di riconfigurare retroattivamente ciò che la precede, Dupieux costruisce invece un mondo nel quale la conclusione viene continuamente rimandata e possiamo continuare ad aspettarla anche quando non arriverĆ più, semplicemente perchĆ© si rompe il dispositivo-giocattolo che permette lāapocalisse e il suo racconto. La costrizione linguistica sanguinetiana e lo stile da pulp anni ā80 e ā90 di Dupieux evocano un mondo caotico, grottesco e irrimediabilmente in crisi, che non deve essere salvato, ma āattraversatoā nelle sue macerie culturali.

Fumer fait tousser (Fumare fa tossire, 2022)
The Monkey costruisce al contrario un dispositivo quasi perfetto nella sua semplicitĆ : si gira la chiave della scimmia e qualcuno muore. Nel film di Osgood Perkins, quindi, rimane lāordine. In questo senso dobbiamo identificare il film come vero e proprio cinema-gioco, pieno di quello spirito ludico che Roger Caillois impone come caratteristica costitutiva del gioco: quando il risultato diventa completamente certo, viene meno il gioco. Ogni volta che la scimmia viene caricata, si apre una nuova partita; infatti, il film dispone continuamente gli oggetti nello spazio, mostra personaggi e pericoli, induce lo spettatore a costruire personalmente una catena causale di possibili avvenimenti. La morte diventa quindi variazione su una regola incrollabile. In termini sanguinetiani, lāinvenzione si trasferisce dallāevento al vincolo che permette infinite nuove combinazioni.Ā
Ricordiamoci che, nellāapocalisse religiosa tradizionale, lāuomo non controlla il tempo della fine: può riconoscerne i segni, interpretarli, prepararsi, ma non determinarne il compimento. Analogamente, i nostri protagonisti possono progressivamente comprendere la regola del gioco, ma la conoscenza non concede loro il dominio sulla regola stessa. Dupieux e Perkins serializzano il kairos. La struttura lineare dellāapocalisse viene trasformata in una struttura iterativa. Questi film chiedono allo spettatore, come facevano le antiche narrazioni apocalittiche, di riconoscere i segni, ma non promettono più alcuna rivelazione dietro di essi.
Nella valle di Armageddon
iddio e il diavolo conversano
pacificamente dei loro affari.
Nessuno dei due ha interesse
a uno scontro decisivo.
LāApocalissi sarebbe
da prendersi con le molle?
- EUGENIO MONTALE, Quaderno di quattro anni (1973-6) -
Il cinema-gioco degli anni Venti di questo millennio riprende inevitabilmente quellāironia appartenuta ai grandi letterati del Novecento e porta a compimento la secolarizzazione dellāapocalisse: prima abbiamo perduto Dio (agnosticismo e ateismo sono la conseguenza diretta di tutta la scienza di fine Ottocento e inizio Novecento), poi abbiamo perduto la certezza della salvezza (Seconda guerra mondiale, bombe nucleari), infine stiamo perdendo la sicurezza che la fine possieda un significato.Ā

The Monkey (2025)
The Monkey, pur ridendo della morte, rende visibile la felice possibilitĆ di conviverci e di accettarla, trasformandola in un gioco cinematografico. Ā«We keep it close. We accept that it's oursĀ» (la scimmia, lāorologio/dispositivo che scandisce le ore che precedono lāinevitabile morte, ĆØ inquadrata in primo piano ed ĆØ quindi distaccata dalla contingenza della realtĆ ) ĆØ la frase pronunciata da un padre, che non vuole essere padre, al proprio figlio, e insieme si dirigono verso una terra sconvolta e devastata dalla morte, incontrando cavalieri-fantasma emaciati, il wurdulak de I tre volti della paura (1963), e ragazze che urlano senza motivo, provenienti da Satanās Cheerleaders (Le ragazze di satana, 1977) a All Cheerleaders Die (2013), lasciandosi alle spalle tutta la distruzione. Per questo lāapocalisse di The Monkey e di Montale o di Sanguineti non ĆØ una catastrofe, ma una condizione dellāesistenza: il nostro mondo può anche essere diventato la Ā«valle di ArmageddonĀ», la morte può essere ovunque, ma il movimento non si arresta.
Prima rimanevano le figure salvifiche della mitopoiesi montaliana, mobili, sfuggenti o microscopiche, viventi al posto dellāinesorabilmente inetto poeta. Ora rimane la famiglia, ultima metanarrazione della nostra epoca, che però, psicanaliticamente, ĆØ molto problematica.
Resta lo spiraglio
del quasi fotografico pittore ad ammonirci
che se qualcosa fu non cāĆØ distanza
tra il millennio e lāistante, tra chi apparve
e non apparve, tra chi visse e chi
non giunse al fuoco del suo cannocchiale. Ć poco
e forse ĆØ tutto.
- E. MONTALE, Quaderno di quattro anni (1973-6) -

I tre volti della paura (1963)
Una civiltĆ mortale: La BĆŖte, 2073 e SirÄt
Nella cultura occidentale contemporanea lāapocalisse non può essere guardata soltanto attraverso il distacco dellāironia e dellāautoironia. Guerre, crisi ambientali, collasso economico, pandemie e sviluppo tecnologico alimentano continuamente lāimmaginazione di un futuro possibile e terribile, ma introducono anche una prospettiva diversa: che cosa accade quando una civiltĆ scopre di non essere eterna? La civiltĆ occidentale, che per secoli ha costruito la propria immagine intorno alla cultura, alla scienza, allāarte e al progresso, può essere pensata a sua volta come una costruzione storica e dunque come qualcosa che può trasformarsi, entrare in crisi e scomparire. Quando scopriamo di essere mortali, tendiamo allora a proiettare nel futuro la mortalitĆ del nostro presente. Ć questa la consapevolezza che Paul ValĆ©ry formula nel 1919, allāindomani della Prima guerra mondiale, quando in La crise de lāesprit scrive che le civiltĆ sono mortali. Ed ĆØ una consapevolezza che ritorna, in forme differenti, anche nel cinema contemporaneo, tra cui Megalopolis e Gladiator II, per esempio, che utilizzano la caduta di Roma come dispositivo attraverso cui interrogare la crisi degli Stati Uniti e, più in generale, della civiltĆ occidentale.
La BĆŖte (2023) di Bertrand Bonello sembra assumere come punto di partenza proprio la scoperta di ValĆ©ry. Il 1910 scelto dal regista precede di pochi anni la consapevolezza della mortalitĆ delle civiltĆ ed ĆØ rappresentato come un momento luminoso, ancora attraversato dalla fiducia nel futuro, tuttavia, lāalluvione di Parigi introduce giĆ la possibilitĆ della catastrofe. Attraversando il 2014 e arrivando al 2044, il film mostra come questa consapevolezza si trasformi progressivamente in unāossessione preventiva. La paura del futuro diventa cosƬ una forza capace di modificare il presente: per sottrarsi alla possibilitĆ della catastrofe, persino lāintelligenza artificiale tenta di eliminare dallāessere umano ciò che lo rende imprevedibile. La minaccia attraversa dunque la Storia e congela il presente in immagini stereotipate, ripetute e contaminate dallāimmobilitĆ (nel futuro le discoteche saranno dedicate a un anno del passato, che sarĆ rivisitato con unāestetica mitizzante; un poā come succede per le serie tv o i film di oggi dove si riprendono nostalgicamente gli anni ā80).Ā
Eppure, proprio questa immobilitĆ costituisce anche un segno di vita, perchĆ© la paura della fine testimonia che qualcosa esiste ancora e che qualcosa può ancora essere perduto. Bonello costruisce cosƬ unāapocalisse che non coincide necessariamente con la scomparsa dellāumanitĆ , ma con la possibilitĆ della scomparsa di una determinata forma di civiltĆ . Il film parte da uno dei centri simbolici della cultura europea della Belle Ćpoque, passa per Los Angeles, luogo fortemente associato alla modernitĆ , allāindustria cinematografica e alla cultura americana, e arriva infine a una Parigi futura svuotata. La catastrofe non ĆØ più soltanto ciò che potrebbe accadere al mondo, ma ĆØ ciò che potrebbe accadere al mondo che conosciamo.

La BĆŖte (2023)
Ora, se La BĆŖte colloca la catastrofe nel regime delle paure preventive, 2073 (2073: ultima chiamata, 2024) di Asif Kapadia compie il movimento opposto: prende ciò che giĆ conosciamo e lo guarda come se provenisse da un futuro nel quale la civiltĆ non fosse riuscita a salvarsi. La nostra epoca diventa cosƬ un reperto e un repertorio di immagini che appartengono alla memoria mediatica contemporanea, ma le risemantizza allāinterno di un futuro distopico. Il paradosso ĆØ che la societĆ occidentale possiede giĆ molte delle informazioni necessarie per riconoscere i processi che la stanno trasformando (ripensiamo al cinema-gioco), ma continua a vivere come se il tempo disponibile fosse illimitato. La crisi climatica, la sorveglianza digitale, la concentrazione del potere e la progressiva erosione di alcune istituzioni democratiche vengono cosƬ presentate come fenomeni contemporaneamente visibili e normalizzati.
Ā Il problema non ĆØ dunque la mancanza di conoscenza, ma la difficoltĆ di trasformare la conoscenza in azione. La catastrofe contemporanea non ha bisogno di essere annunciata, perchĆ© ĆØ giĆ contenuta nelle immagini che vediamo ogni giorno. Il ragionamento di Ulrich Beck calza a pennello quando parla di Ā«societĆ del rischioĀ», ossia una societĆ che produce conseguenze ecologiche, politiche e sociali che oltrepassano la capacitĆ delle istituzioni di governarle. Il rischio, proprio perchĆ© prodotto da una molteplicitĆ di processi e responsabilitĆ , tende a perdere unāorigine facilmente identificabile. Neanche Kapadia riesce a trovare un bersaglio specifico e provvede ad attaccare a tappeto.
Se Bonello si concentra sullāattesa del futuro e Kapadia trasforma il presente in reperto di un futuro possibile, Oliver Laxe sceglie invece di concentrarsi sul presente come spazio da attraversare. In SirÄt lāapocalisse non viene rappresentata come un evento futuro da prevedere o di cui essere coscienti, ma come una soglia attraverso la quale i personaggi sono costretti a passare. Ć in questo senso che i concetti di apocalisse e rito di passaggio condividono una stessa morfologia: entrambi separano un prima da un dopo e introducono una fase intermedia nella quale lāordine precedente viene sospeso senza che quello successivo sia ancora definito. Si va oltre la Ā«societĆ del rischioĀ» di Beck, perchĆ© in SirÄt il nodo sta nel chiedersi che cosa significhi attraversare il limite tra il mondo conosciuto e la sua fine.

2073 (2073: ultima chiamata, 2024)
Seguendo Northrop Frye e la sua analisi dellāimmaginario apocalittico in Anatomia della Critica, lāapprossimarsi della fine può essere associata alla progressiva realizzazione di un desiderio umano di ricomposizione: lāunitĆ (Zardoz, 1974), la cittĆ (The Sisters Brothers - I fratelli Sisters, 2018), il giardino (Mad Max: Fury Road, 2015), la vita (NausicaƤ della Valle del Vento, 1984) dopo una perdita o un trauma.Ā
Anche in SirÄt i personaggi sembrano muoversi verso una possibile forma di ricomposizione emotiva e fisica, ma lāapocalisse dissolve questa promessa. Ć proprio questa incertezza a permettere la formazione di una comunitĆ provvisoria, anche se costantemente attaccata e ferita (questo stesso processo succede anche negli altri due film). I personaggi, diversi per origine e motivazioni, vengono uniti non da un progetto comune, ma dalla necessitĆ di preservare la propria esistenza e di adattarsi a una situazione nella quale le regole della passata civiltĆ non sembrano più sufficienti. La comunitĆ nasce quindi durante lāattraversamento e non in vista di un ordine futuro inconoscibile.
Perciò ĆØ molto stimolante vedere questi tre film e la loro idea di tempo. In La BĆŖte il futuro incombe sul presente, lo immobilizza, lo spezza e rende gli esseri umani incapaci di relazionarsi; in 2073 il futuro ripensa retroattivamente e retrospettivamente il presente in reperto e accumulo di immagini; in SirÄt, infine, il presente viene attraversato fisicamente e dolorosamente. Il kairos apocalittico non coincide più con un istante preciso, in quanto ĆØ ormai una condizione prolungata, una soglia, un āmoloā che si estende nel tempo e nello spazio. In questa zona intermedia il cinema può interrogarsi sulla possibilitĆ di una civiltĆ diversa.

SirÄt (2025)
Prima della fine: Mission Impossible - The Final Reckoning
Dopo aver studiato lāapocalisse come attesa, gioco, ripetizione e condizione dellāesistenza, il cinema contemporaneo continua a porsi domande sul tema tramite due film apparentemente allāopposto. In un caso ĆØ forte la struttura della QuĆŖte cavalleresca, lāimportanza dellā Honneur e la presenza dellāincrollabile Courtois di stampo medievale, nellāaltro, invece, questa grammatica entra in crisi, perchĆ© la catastrofe ĆØ ormai sistemica; non cāĆØ un duello da vincere o unāimpresa individuale capace di sciogliere la situazione.
La figura del cavaliere nasce allāinterno di un mondo nel quale il disordine può ancora essere affrontato attraverso una prova e nel quale il valore individuale può manifestarsi nellāazione. The Final Reckoning (2025) conserva questa possibilitĆ e porta a compimento una trasformazione di Ethan Hunt in figura cavalleresca contemporanea che la saga aveva iniziato giĆ molto tempo prima, almeno a partire dal secondo capitolo. Nel corso dei film, tuttavia, la tradizionale relazione tra cavaliere e destriero si ĆØ progressivamente estesa fino a comprendere lāintero universo tecnico che circonda il personaggio. Ora ĆØ il corpo stesso dellāeroe (e, insieme, quello divistico e divinizzato di Tom Cruise) a incorporare gli oggetti che ne prolungano le capacitĆ : automobili, aeroplani, paracadute, sistemi di respirazione, cavi, valvole e dispositivi tecnici vengono assunti dallāazione umana senza soluzione di continuitĆ .Ā
Persino quando Ethan penetra fisicamente nel "sarcofagoā dellāEntitĆ , sembra prodursi un rovesciamento simbolico: il corpo umano viene inglobato dallāapparato tecnologico, ma riesce a sua volta a incorporarlo nella propria azione, trasformando il luogo nel quale avrebbe dovuto essere neutralizzato in quello dal quale può ancora agire. Il vero antagonismo del film non ĆØ dunque semplicemente quello fra uomo e macchina, ma fra due differenti rapporti con la tecnologia e lāoggetto (il finale ĆØ emblematico). In Vita activa Hannah Arendt afferma che il Ā«chiĀ» dellāindividuo non coincide con lāinsieme delle sue qualitĆ o competenze, ma emerge attraverso lāazione; quando lāeroe gira una valvola, afferra un oggetto, tende il corpo nello spazio o entra in relazione fisica con un altro personaggio, lāimmagine filmica registra immediatamente una trasformazione.

Mission Impossible - The Final Reckoning (2025)
Ā In questo senso la missione assume una funzione analoga alla quĆŖte cavalleresca, dove lāazione deve diventare visibile. Alla realtĆ virtuale e predittiva dellāEntitĆ il film oppone quindi una realtĆ fatta di corpi che agiscono gli uni sugli altri e sulla realtĆ dello spettatore. Questa centralitĆ dellāazione rende necessario che McQuarrie mostri continuamente anche il costo corporeo dellāeroismo (ĆØ necessario rimandare alla locandina del film dove Cruise si presenta ferito ed emaciato). Ma il corpo dell'eroe ĆØ anche benedetto, oltre se stesso, come scrive ChrĆ©tien de Troyes. Prima ancora che Perceval comprenda chi abbia davanti, lāapparizione della cavalleria viene costruita attraverso una combinazione di suono, colore e luminositĆ . Il fragore dellāequipaggiamento inizialmente incute paura, mentre lo splendore delle armature trasforma successivamente quegli uomini in esseri quasi sovrannaturali:
Ā Et quant il les vit en apert,
Ā Que del bois furent descovert,
Ā Et vit les haubers fremĆÆanz
Ā Et les hiaumes clers et luisanz,
Ā les lances et les escuz
Ā onques mes nāavoit veüz
Ā vit le vert et le vermoil
Reluire contre le soloil,
āazur et lāargent,
Ā mout et bel et gent.
 dist: «Ha! sire Dex, merci!
Ā sont ange que je voi ciĀ».
(CosƬ parlò tra sĆ© e sĆ© il ragazzo prima di averli visti. Ma quando li vide allo scoperto, dopo che furono sbucati dal bosco, e vide gli usberghi scintillanti e gli elmi chiari e lucenti, e le lance e gli scudi che non aveva mai visto prima, e vide il verde e il vermiglio risplendere contro il sole, e lāoro e lāazzurro e lāargento, tutto gli parve molto bello e nobile. Allora esclamò: Ā«Ah, signore Iddio, perdono! Sono dunque angeli questi che vedo.)