
di Lorenzo Sartor
NC-367
27.11.2025
Nelle scorse settimane i social sono stati sommersi dalle immagini degli ultimi bombardamenti da parte dell’esercito israeliano nei confronti delle vittime palestinesi. Immagini a cui siamo ciclicamente sottoposti da oltre due anni e che in tempo reale ci costringono a confrontare il nostro sguardo con quello delle nostre vittime. Una violenza di fronte alla quale siamo totalmente anestetizzati, diventata parte di una routine pari a quella di qualunque altro reel o TikTok che l’algoritmo social ci propone. Immagini che inevitabilmente ci portano a chiederci: come ci comporteremmo trovandoci di fronte allo sguardo di chi ha vissuto sulla propria pelle un genocidio?
Una domanda che si pone anche la regista iraniana Sepideh Farsi nell’iniziare la sua corrispondenza con la fotoreporter palestinese Fatima Hassouna, assassinata nei bombardamenti del 16 Aprile 2025 assieme alla sua famiglia. Dalle riprese fatte col suo cellulare, Farsi ricostruisce la testimonianza della giovane donna gazawa e nel maggio di quest’anno presenta Put your soul in your hand and walk al festival di Cannes.
La struttura di ogni scena è la medesima: la regista organizza una videochiamata con la fotoreporter (isolata assieme alla sua famiglia nella parte nord di Gaza), le pone alcune domande sullo scorrere della vita sotto l’occupazione e quest’ultima le manda le fotografie scattate dall’ultima chiamata. Il tutto non viene registrato digitalmente per restituire in modo trasparente gli schermi delle due donne durante le loro interazioni, ma viene filmato dalla cineasta di Teheran con un altro telefono, restituendo con una scarsa qualità video ciò che lei stessa vede.


La regista Sepideh Farsi
Questa scelta compiuta dalla regista ci lega così all’ascolto di una testimonianza imperfetta, non tanto per il contenuto delle parole dette dalla sua interlocutrice palestinese, ma perché esibisce l’artificiosità della mediazione che avviene tra Fatima e lo schermo che la divide dall’altra donna. Lo spettatore durante l’opera non accederà mai a un’immagine completa e soddisfacente di Fatima, ma solo a un simulacro della sua testimonianza. A causa dei problemi di connessione, molte parole si perdono nei salti dell’audio e lo stesso volto della giovane viene spesso deformato, apparendo sullo schermo come un ammasso di pixel. Il secondo telefono che viene ripreso dalla regista durante le videochiamate ha il vetro rotto, sporco di polvere, crea fastidio allo spettatore interessato a consumare l’immagine di Fatima come fa ogni giorno con decine di altri video provenienti dalla Palestina.
La regista non usa il montaggio per occultare i momenti in cui la comunicazione tra lei e la fotoreporter viene storpiata e ostacolata, ma insiste sulla fatica necessaria a raggiungere la verità e sulla labilità dell’immagine di Fatima, la quale non raggiunge mai una stabilità. La realtà palestinese, secondo Farsi, non può quindi arrivare limpida allo sguardo occidentale, ma giungerà sempre ai nostri occhi in una forma parziale, incompleta, distorta.
Di fronte all’impossibilità di rappresentare il reale la cineasta spesso sceglie di tendere verso l’annullamento della rappresentazione, lasciando gli audio registrati dalla fotoreporter in sottofondo sullo schermo nero o su fotografie fisse di Gaza scattate dalla donna. L’immagine pura che arriva dalla Palestina non può essere in movimento e solo un frammento di verità può salvare lo spettatore dall’oblio, il quale trova in quello schermo nero la sua piena (non) rappresentazione.
Altri due film nel corso del 2025 ci hanno portato a interrogarci sulle modalità con cui avviene lo scontro dialettico tra il nostro sguardo occidentale e le immagini della Palestina: La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania e With Hasan in Gaza di Kamal Aljafari.

Un' immagine da Put Your Soul On Your Hand and Walk (2025)
Anche nell’opera di Aljafari, lo sguardo dei gazawi interpella quello degli spettatori privilegiati, imponendo loro di riconoscere la propria insignificanza rispetto alle immagini di una Gaza che non esiste più. Il cineasta affronta così la sua città natale come spazio della memoria, in cui le testimonianze delle vittime del genocidio rimangono sospese, intrappolate all’interno di quelle immagini d’archivio come fantasmi, uniche presenze cristallizzate nel tempo laddove sono rimaste solo macerie.
Se nel film di Aljafari noi spettatori siamo interrogati solo in quanto testimoni dei video d’archivio, la nostra impossibilità di raggiungere le immagini della Palestina viene maggiormente esibita nel film di Kaouther Ben Hania. I protagonisti de La voce di Hind Rajab inseguono l’immagine della bambina che chiede loro aiuto, cercano di superare la virtualità che li separa dalla realtà dell’occupazione a Gaza. Il tentativo di risolvere la disgiunzione tra l’oggetto che inseguono e la sua immagine fallisce e di Hind Rajab rimane solo una registrazione, che cerchiamo di visualizzare, ma che non potrà mai restituire la verità della persona a cui quella voce apparteneva. Le sequenze degli attori che ricreano i dialoghi tra i membri della Mezzaluna Palestinese e la bambina vengono spesso sovrastate dalle voci reali di chi ha vissuto quegli eventi, descrivendo così l’impossibilità della finzione di creare una perfetta rappresentazione della realtà. In questo modo Ben Hania svela non solo il fallimento del tentativo del cinema di ricostruire un ritratto speculare alla realtà di un individuo, ma esibisce pure l’immobilità dello spettatore rispetto alle immagini con cui si confronta.
La macchina da presa e gli attori/spettatori non escono così mai realmente dalle pareti della location/sala cinematografica in cui sono rinchiusi e la loro condizione di privilegio è pari a quella di Sepideh Farsi, la quale nel suo film rimane impotente rispetto alle immagini che le arrivano da Fatima, oltre la superficie dello schermo.
Le varie conversazioni a cui assistiamo nel corso dell’opera di Farsi vengono infatti intervallate da brevi e sporadici intrusioni provenienti dalla realtà quotidiana della cineasta, la quale si dovrà alzare per andare ad aprire la porta al proprio gatto o guarderà in televisione gli aggiornamenti riguardanti il genocidio in Palestina. Anche le immagini della realtà quotidiana della regista iraniana non sono limpide e trasparenti, bensì fuori fuoco, sovraesposte, restituzioni digitali di uno sguardo che in quanto mediato non potrà mai arrivarci come puro e incontaminato.
L’intelligenza dell’operazione non risiede quindi nel tentativo di disvelare allo spettatore la realtà di Gaza, ma di mettere in discussione lo statuto del suo sguardo, inadatto a sondare una verità che non sta accadendo direttamente davanti ai suoi occhi.

With Hasan in Gaza (2025) di Kamal Aljafari
Durante una videochiamata, Fatima inverte la fotocamera del telefono, non filmando più la sua faccia ma ciò che le sta davanti, mostrando a Sepideh e agli spettatori le macerie della Striscia di Gaza. I palazzi anche in questo caso appaiono pixelati, in bassa risoluzione, come se pure lo sguardo sulle immagini fosse rimasto mutilato quanto la Palestina stessa, riproducendo così il soggetto nell’atto del suo stesso deterioramento. Questa sequenza non presenta quindi solo il classico layer che distacca lo spettatore dall’oggetto cinematografico, ma anche il duplice filtro dei due schermi che ricreano la realtà di Gaza.
La nostra fatica è pari a quella della regista, la quale cerca di raggiungere un’immedesimazione totale con Fatima nell’atto di guardarla guardare quei palazzi distrutti dalle bombe israeliane. Noi viviamo, assieme a lei, la distanza virtuale come un ostacolo al soddisfacimento della nostra pulsione scopica. Lo straniamento provocato da questa limitazione della visione riesce così a provocare una presa di consapevolezza sulla nostra impotenza verso le immagini di Gaza, molto più forte di quella che restituirebbe un film di finzione sullo stesso tema.
L’analisi di questi tre film ci porta alla conclusione che il genocidio della popolazione palestinese ha cambiato il nostro modo di porci nei confronti delle immagini di finzione, perché l’impossibilità di accedere totalmente alle immagini reali ci impedisce di credere in quelle dichiaratamente fasulle. Esattamente come della Gaza filmata da Aljafari rimangono solo fantasmi impressi su pellicola, di Fatima Hassouna e della sua famiglia sono rimasti solo video e fotografie.
Mentre il nostro sguardo occidentale tenta di decifrare i residui del massacro palestinese, alla ricerca di una piena e totale empatia che la distanza virtuale gli impedirà di raggiungere, di Gaza rimarranno solo immagini.

La voce di Hind Rajab (2025) di Kaouther Ben Hania
di Lorenzo Sartor
NC-367
27.11.2025

Nelle scorse settimane i social sono stati sommersi dalle immagini degli ultimi bombardamenti da parte dell’esercito israeliano nei confronti delle vittime palestinesi. Immagini a cui siamo ciclicamente sottoposti da oltre due anni e che in tempo reale ci costringono a confrontare il nostro sguardo con quello delle nostre vittime. Una violenza di fronte alla quale siamo totalmente anestetizzati, diventata parte di una routine pari a quella di qualunque altro reel o TikTok che l’algoritmo social ci propone. Immagini che inevitabilmente ci portano a chiederci: come ci comporteremmo trovandoci di fronte allo sguardo di chi ha vissuto sulla propria pelle un genocidio?
Una domanda che si pone anche la regista iraniana Sepideh Farsi nell’iniziare la sua corrispondenza con la fotoreporter palestinese Fatima Hassouna, assassinata nei bombardamenti del 16 Aprile 2025 assieme alla sua famiglia. Dalle riprese fatte col suo cellulare, Farsi ricostruisce la testimonianza della giovane donna gazawa e nel maggio di quest’anno presenta Put your soul in your hand and walk al festival di Cannes.
La struttura di ogni scena è la medesima: la regista organizza una videochiamata con la fotoreporter (isolata assieme alla sua famiglia nella parte nord di Gaza), le pone alcune domande sullo scorrere della vita sotto l’occupazione e quest’ultima le manda le fotografie scattate dall’ultima chiamata. Il tutto non viene registrato digitalmente per restituire in modo trasparente gli schermi delle due donne durante le loro interazioni, ma viene filmato dalla cineasta di Teheran con un altro telefono, restituendo con una scarsa qualità video ciò che lei stessa vede.

La regista Sepideh Farsi
Questa scelta compiuta dalla regista ci lega così all’ascolto di una testimonianza imperfetta, non tanto per il contenuto delle parole dette dalla sua interlocutrice palestinese, ma perché esibisce l’artificiosità della mediazione che avviene tra Fatima e lo schermo che la divide dall’altra donna. Lo spettatore durante l’opera non accederà mai a un’immagine completa e soddisfacente di Fatima, ma solo a un simulacro della sua testimonianza. A causa dei problemi di connessione, molte parole si perdono nei salti dell’audio e lo stesso volto della giovane viene spesso deformato, apparendo sullo schermo come un ammasso di pixel. Il secondo telefono che viene ripreso dalla regista durante le videochiamate ha il vetro rotto, sporco di polvere, crea fastidio allo spettatore interessato a consumare l’immagine di Fatima come fa ogni giorno con decine di altri video provenienti dalla Palestina.
La regista non usa il montaggio per occultare i momenti in cui la comunicazione tra lei e la fotoreporter viene storpiata e ostacolata, ma insiste sulla fatica necessaria a raggiungere la verità e sulla labilità dell’immagine di Fatima, la quale non raggiunge mai una stabilità. La realtà palestinese, secondo Farsi, non può quindi arrivare limpida allo sguardo occidentale, ma giungerà sempre ai nostri occhi in una forma parziale, incompleta, distorta.
Di fronte all’impossibilità di rappresentare il reale la cineasta spesso sceglie di tendere verso l’annullamento della rappresentazione, lasciando gli audio registrati dalla fotoreporter in sottofondo sullo schermo nero o su fotografie fisse di Gaza scattate dalla donna. L’immagine pura che arriva dalla Palestina non può essere in movimento e solo un frammento di verità può salvare lo spettatore dall’oblio, il quale trova in quello schermo nero la sua piena (non) rappresentazione.
Altri due film nel corso del 2025 ci hanno portato a interrogarci sulle modalità con cui avviene lo scontro dialettico tra il nostro sguardo occidentale e le immagini della Palestina: La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania e With Hasan in Gaza di Kamal Aljafari.

Un' immagine da Put Your Soul On Your Hand and Walk (2025)
Anche nell’opera di Aljafari, lo sguardo dei gazawi interpella quello degli spettatori privilegiati, imponendo loro di riconoscere la propria insignificanza rispetto alle immagini di una Gaza che non esiste più. Il cineasta affronta così la sua città natale come spazio della memoria, in cui le testimonianze delle vittime del genocidio rimangono sospese, intrappolate all’interno di quelle immagini d’archivio come fantasmi, uniche presenze cristallizzate nel tempo laddove sono rimaste solo macerie.
Se nel film di Aljafari noi spettatori siamo interrogati solo in quanto testimoni dei video d’archivio, la nostra impossibilità di raggiungere le immagini della Palestina viene maggiormente esibita nel film di Kaouther Ben Hania. I protagonisti de La voce di Hind Rajab inseguono l’immagine della bambina che chiede loro aiuto, cercano di superare la virtualità che li separa dalla realtà dell’occupazione a Gaza. Il tentativo di risolvere la disgiunzione tra l’oggetto che inseguono e la sua immagine fallisce e di Hind Rajab rimane solo una registrazione, che cerchiamo di visualizzare, ma che non potrà mai restituire la verità della persona a cui quella voce apparteneva. Le sequenze degli attori che ricreano i dialoghi tra i membri della Mezzaluna Palestinese e la bambina vengono spesso sovrastate dalle voci reali di chi ha vissuto quegli eventi, descrivendo così l’impossibilità della finzione di creare una perfetta rappresentazione della realtà. In questo modo Ben Hania svela non solo il fallimento del tentativo del cinema di ricostruire un ritratto speculare alla realtà di un individuo, ma esibisce pure l’immobilità dello spettatore rispetto alle immagini con cui si confronta.
La macchina da presa e gli attori/spettatori non escono così mai realmente dalle pareti della location/sala cinematografica in cui sono rinchiusi e la loro condizione di privilegio è pari a quella di Sepideh Farsi, la quale nel suo film rimane impotente rispetto alle immagini che le arrivano da Fatima, oltre la superficie dello schermo.
Le varie conversazioni a cui assistiamo nel corso dell’opera di Farsi vengono infatti intervallate da brevi e sporadici intrusioni provenienti dalla realtà quotidiana della cineasta, la quale si dovrà alzare per andare ad aprire la porta al proprio gatto o guarderà in televisione gli aggiornamenti riguardanti il genocidio in Palestina. Anche le immagini della realtà quotidiana della regista iraniana non sono limpide e trasparenti, bensì fuori fuoco, sovraesposte, restituzioni digitali di uno sguardo che in quanto mediato non potrà mai arrivarci come puro e incontaminato.
L’intelligenza dell’operazione non risiede quindi nel tentativo di disvelare allo spettatore la realtà di Gaza, ma di mettere in discussione lo statuto del suo sguardo, inadatto a sondare una verità che non sta accadendo direttamente davanti ai suoi occhi.

With Hasan in Gaza (2025) di Kamal Aljafari
Durante una videochiamata, Fatima inverte la fotocamera del telefono, non filmando più la sua faccia ma ciò che le sta davanti, mostrando a Sepideh e agli spettatori le macerie della Striscia di Gaza. I palazzi anche in questo caso appaiono pixelati, in bassa risoluzione, come se pure lo sguardo sulle immagini fosse rimasto mutilato quanto la Palestina stessa, riproducendo così il soggetto nell’atto del suo stesso deterioramento. Questa sequenza non presenta quindi solo il classico layer che distacca lo spettatore dall’oggetto cinematografico, ma anche il duplice filtro dei due schermi che ricreano la realtà di Gaza.
La nostra fatica è pari a quella della regista, la quale cerca di raggiungere un’immedesimazione totale con Fatima nell’atto di guardarla guardare quei palazzi distrutti dalle bombe israeliane. Noi viviamo, assieme a lei, la distanza virtuale come un ostacolo al soddisfacimento della nostra pulsione scopica. Lo straniamento provocato da questa limitazione della visione riesce così a provocare una presa di consapevolezza sulla nostra impotenza verso le immagini di Gaza, molto più forte di quella che restituirebbe un film di finzione sullo stesso tema.
L’analisi di questi tre film ci porta alla conclusione che il genocidio della popolazione palestinese ha cambiato il nostro modo di porci nei confronti delle immagini di finzione, perché l’impossibilità di accedere totalmente alle immagini reali ci impedisce di credere in quelle dichiaratamente fasulle. Esattamente come della Gaza filmata da Aljafari rimangono solo fantasmi impressi su pellicola, di Fatima Hassouna e della sua famiglia sono rimasti solo video e fotografie.
Mentre il nostro sguardo occidentale tenta di decifrare i residui del massacro palestinese, alla ricerca di una piena e totale empatia che la distanza virtuale gli impedirà di raggiungere, di Gaza rimarranno solo immagini.

La voce di Hind Rajab (2025) di Kaouther Ben Hania