
INT-109
06.02.2026
Tra i film di debutto più impressionanti del 2025 c’è di sicuro My Father’s Shadow, da oggi nelle nostre sale con MUBI Italia. Proiettato per la prima volta al Festival di Cannes, il primo lungometraggio di Akinola Davies Jr. è un’opera profondamente personale. Ambientato nell’arco di una sola giornata nella Lagos dei primi anni Novanta, il film segue due fratelli, Akinola e Olaremi, mentre trascorrono del tempo con il padre Folarin, da cui sono stati a lungo separati, sullo sfondo di un Paese sospeso sull’orlo di una svolta politica, nelle ore che precedono l’annullata elezione presidenziale nigeriana del 1993.
Muovendosi tra l’intimità della memoria infantile e la turbolenza della storia nazionale, My Father’s Shadow è meno interessato alla ricostruzione dei fatti che alla cattura dei meccanismi attraverso cui i ricordi si formano, si deformano e si conservano. Davies Jr. sceglie di raccontare la figura paterna quasi esclusivamente attraverso lo sguardo dei bambini, trasformandola in una presenza frammentaria ed elusiva, al tempo stesso imponente e tenera, amorevole e insondabile; è proprio in questa ambiguità che il film trova il suo nucleo emotivo. Girato in 16mm, il film abbraccia la texture e l’imperfezione come strumenti espressivi, rafforzando la natura fugace del ricordo. A sorreggere l’opera c’è l’interpretazione straordinaria di Ṣọpẹ́ Dìrísù, che incarna una mascolinità insieme fisica e profondamente vulnerabile, permettendo alle contraddizioni del personaggio del padre di coesistere senza mai trovare una risoluzione.
Dalla sua prima presentazione al festival di Cannes, My Father’s Shadow ha ricevuto un importante riconoscimento nel circuito dei festival internazionali, ottenendo premi e un’accoglienza critica molto positiva, e confermando Davies Jr. come una delle voci più interessanti del cinema contemporaneo. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Akinola Davies Jr. per parlare di My Father’s Shadow, affrontando temi come la memoria e il trauma generazionale, la paternità, lo sguardo dell’infanzia, la storia politica e le sfide legate alla trasformazione di un materiale profondamente personale in un’esperienza cinematografica universale.

Il regista Akinola Davies Jr. egli attori Ṣọpẹ́ Dìrísù e Wale Davies al Festival di Cannes 2025
Ciò che colpisce di My Father’s Shadow è il modo in cui riesci a costruire e raccontare una storia che è allo stesso tempo un racconto di formazione (qualcosa di molto personale per te) e un potente ritratto politico della Nigeria. Qual è stato il punto di partenza di questo progetto?
Nel 2020 ho realizzato un cortometraggio, dopo aver lavorato per un po’ come assistente su corti e videoclip musicali. Si intitolava Lizard ed era un film sulla memoria, su un’esperienza che avevamo vissuto da piccoli. Credo che la memoria sia difficile da contestualizzare, perché ognuno ricorda le cose da un punto di vista diverso. Fare quel film insieme a mio fratello è stato importante per noi. Era il periodo del COVID, quindi non abbiamo potuto viaggiare molto nei festival, ma quando abbiamo iniziato a scrivere My Father’s Shadow, mio fratello aveva già scritto un corto su una giornata trascorsa con nostro padre, che abbiamo perso quando eravamo molto giovani. Noi due ci siamo avvicinati a quell’idea da prospettive diverse; mio fratello idealizzava molto nostro padre, mentre io provavo più rabbia nei suoi confronti. Così abbiamo cercato di immaginare come avremmo sfruttato al massimo una giornata con lui, se ne avessimo avuto la possibilità. Abbiamo lavorato molto sui racconti che avevamo sentito su di lui da persone diverse, usandoli come base per costruire il personaggio. Per quanto riguarda i due bambini, invece, eravamo entrambi presenti, quindi potevamo attingere direttamente alle nostre vite. Più in generale, volevamo dare un contesto alla paternità, all’assenza nella paternità, al lutto visto dalla prospettiva di un bambino, e alla memoria stessa: quanto ci si possa fidare di essa, quanto no, quanto sia malleabile e a volte quasi intangibile. Volevamo anche che il luogo funzionasse come un personaggio. I dettagli che ricordi da bambino, come giocare con amici o familiari, essere circondato dalla natura, quella curiosità verso lo spazio che ti circonda, per noi erano fondamentali. Abbiamo cercato davvero di far confluire tutti questi elementi nel film.
Il modo in cui metti in scena questi ricordi coglie subito l’attenzione. Pensando all’inizio del film, ai suoni, all’uso della macchina da presa a mano, puoi raccontarmi di più sull’idea di come "presentare la memoria"?
Sono stato molto fortunato perché, avendo lavorato come freelance, ho avuto modo di passare praticamente da ogni reparto. Non ho frequentato una vera scuola di cinema, ho fatto solo un breve corso, ma mi sono reso subito conto che la bellezza del cinema sta nella possibilità di arricchire ogni singolo elemento; il suono, i costumi, la fotografia, la storia stessa. Puoi davvero perderti nei dettagli di ciascuno di questi ambiti. Per noi il suono era particolarmente importante, volevamo qualcosa che fosse nostalgico, ma anche leggermente soprannaturale, capace di trasportarti altrove pur giocando con la nostalgia. Girare in 16mm faceva parte della stessa idea, perché crea immediatamente una sensazione di memoria. Abbiamo usato molte tecniche analogiche, come le bruciature o i graffi sulla pellicola. Anche nel sound design volevamo qualcosa di molto viscerale, come se i suoni provenissero da luoghi diversi. Tutti questi elementi possono attivare la memoria o provocare una risposta fisica nello spettatore. Amo la sala cinematografica, so che se ne parla spesso come di un mezzo in crisi, ma resta il mio posto preferito per vedere un film. Il suono migliore, lo schermo grande, il buio, quella sensazione di concentrazione assoluta. Abbiamo cercato di massimizzare ogni elemento pensando all’esperienza in sala. È il mio primo lungometraggio, quindi forse non molte persone lo vedranno al cinema, ma volevamo comunque offrire al pubblico l’esperienza più potente possibile, quasi travolgente, attraverso ogni texture del film. E tornando alla tua domanda, credo che sia proprio questo il punto, è la texture che permette alle persone di sentire la memoria, o una forma di risonanza, mentre guardano un film.
Restando sul tema dei ricordi, vorrei parlare della figura paterna. Come dicevi, i due figli reagiscono in modo diverso nei suoi confronti, e ho apprezzato il fatto che tu non ti soffermi troppo su questo personaggio, ma lo racconti attraverso il punto di vista dei bambini. È quasi un enigma, un mistero per loro, così come per lo spettatore.
È una lettura bellissima. Penso che quando non conosci davvero qualcuno, puoi scegliere di costruirne un’immagine perfetta, ed è qualcosa che alcuni fanno. Ma per noi, essere uomini, essere umani, significa essere imperfetti. Ed è questo che rende interessanti i personaggi sullo schermo, come nella vita reale. Volevamo creare un personaggio non perfetto, ha lati oscuri, è pieno di vuoti, la sua vita non è ideale. Allo stesso tempo, però, volevamo qualcuno che fosse imponente, fisico, in un senso quasi tradizionalmente maschile, ma anche molto tenero. La dimensione fantastica, la finzione del film, sta proprio nel modo in cui romanziamo questa giornata. Cosa vogliamo ricavarne? Come affronti tuo padre in un modo che forse da bambino non ti è mai stato possibile? È qualcosa su cui abbiamo insistito molto. Anche in questo caso, la memoria è centrale, nel film ci sono materiali d’archivio, ritagli di giornale, la radio, tutti elementi legati alla politica dell’epoca che sono reali. È successo davvero. Noi c’eravamo. Ma la prospettiva è quella dei bambini. La macchina da presa è alla loro altezza. Vediamo il mondo attraverso i loro occhi. Impariamo quello che imparano loro. È per questo che non ci concentriamo eccessivamente sul padre. In fondo, è un film corale. Certo, c’è un protagonista e dei personaggi secondari, ma credo che tutto trovi il suo equilibrio proprio nell’insieme.

My Father’s Shadow (2025)
Il percorso di scoperta dei due protagonisti non riguarda solo il padre, ma anche il contesto politico. Ho amato molto la scena nel bar, quando viene annunciato che le elezioni non si terranno. La rabbia delle persone, soprattutto quella del padre, l’ho sentita fisicamente. Mi sono sentito lì, trasportato dentro la scena. Conoscevo il contesto politico di quel periodo, ma attraverso il tuo film ero lì con i personaggi.
Credo fosse davvero fondamentale, soprattutto per un pubblico europeo, americano o comunque internazionale, riuscire a coinvolgerlo in ciò che stava accadendo. Ma non nel senso di “sono qui a spiegarti una cosa”, bensì come un invito, "vieni a sentirlo". Senti la delusione. Senti il percorso che stiamo facendo. Perché se ti limitiamo a dare informazioni su un’elezione, lo spettatore non entra davvero nel film. È troppa informazione, e basta. Se invece sai quello che sanno i bambini e provi quella delusione in modo viscerale, allora funziona. Nel film ci sono solo due momenti in cui la macchina da presa cambia davvero. Uno è proprio nel bar, quando arriva l’annuncio. All’inizio ci sono anche alcuni passaggi con la camera a mano, ma tutto è costruito con una certa pazienza, per darti il tempo necessario. Quando arrivi a quel punto, il mondo deve sembrarti improvvisamente instabile. Il film è anche, completamente, un invito per il pubblico ad approfondire la Nigeria, la sua politica, ciò che è successo a molti di noi crescendo negli anni Novanta. Non è poi così lontano, parliamo di venti, forse trent’anni fa. Mi fa piacere che tu abbia colto questo aspetto, perché il cinema può essere un’occasione per portare le persone dentro la tua cultura e raccontare cosa stava succedendo.
Parlando dell’eccellente attore che hai scelto per interpretare il padre, Ṣọpẹ́ Dìrísù, come è nata questa collaborazione? Lo avevi già in mente e che tipo di direzione gli hai dato sul set per un personaggio così importante per te?
Parto dalla seconda domanda; in realtà non gli ho dato molte indicazioni. Quando qualcuno entra in uno spazio in cui due fratelli hanno scritto un film sul proprio padre, può essere qualcosa di molto intenso. Ma non volevamo che lui fosse nostro padre. Volevamo che fosse il personaggio sulla pagina, e la sua versione di quel personaggio. Appena arrivato ci ha chiesto: “Volete che io sia vostro padre o che interpreti questo personaggio?”. E noi abbiamo risposto: “Vogliamo che tu sia il personaggio”. Perché se cerchi di essere nostro padre, non puoi arrivare fino in fondo. Ma se sei il personaggio, allora possiamo incontrarci a metà strada. Per noi era fondamentale concedergli quella libertà, quella generosità, permettergli di portare ciò che sentiva e accoglierlo. Avevamo stilato una lunga lista di possibili interpreti per il padre, alcuni americani, altri più legati al contesto nigeriano. Ṣọpẹ́ è diventato la scelta naturale dopo averlo visto in due lavori molto diversi; His House (2020), dove interpreta un personaggio estremamente fragile, quasi spezzato, e Gangs of London (2020 - in produzione), in cui invece è molto fisico, molto maschile. Vedendo questo range da parte sua, ho pensato che potesse affrontare la sfida posta dal ruolo. Avevamo bisogno di qualcuno che incarnasse una mascolinità forte, ma che sapesse essere anche estremamente dolce. Ṣọpẹ́ è incredibile. Ha una formazione teatrale solida, ha studiato in una grande scuola di recitazione e ha costruito il suo mestiere sul palcoscenico prima di arrivare allo schermo. Ha una generosità enorme nei confronti degli altri attori. È cresciuto nel Regno Unito, ma ha radici nigeriane, e il periodo più lungo che abbia mai trascorso in Nigeria è stato proprio durante le riprese del nostro film. È arrivato con insicurezze e ansie su come interpretare un personaggio così profondamente nigeriano, ma si è buttato completamente nell’esperienza, trasformando anche quelle sensazioni in qualcosa di utile per il ruolo. È stata la scelta migliore possibile. Lo adoro.
Cosa puoi dirmi dei due giovani attori?
Sono fratelli anche nella vita reale. È il primo film a cui abbiano mai partecipato, ed entrambi sono davvero straordinari. Marvellous, il fratello maggiore, è molto concentrato, molto consapevole dei temi che stavamo cercando di sviluppare. Il più piccolo, Godwin, è un piccolo monello, ma ha un carisma incredibile ed è molto divertente. Gran parte della comicità del film nasce proprio dalle sue battute. Credo che si bilancino alla perfezione. Non so quale sia la tua situazione familiare, ma io sono il fratello minore e ho due fratelli più grandi. Guardandoli, ho ripensato a quanta responsabilità ricada sulle spalle del fratello maggiore, qualcosa che da piccoli forse non si comprende fino in fondo. L’idea di protezione, di prendersi cura dell’altro, quella responsabilità che il maggiore sente più intensamente del minore. Tutto questo l’ho visto in entrambi. Hanno lavorato benissimo insieme, si incoraggiavano a vicenda. Ancora prima del casting definitivo avevamo fatto un workshop, e già allora erano bravissimi a lavorare con gli altri bambini, a guidarli, a mostrare loro cosa fare. Lavorare con un dodicenne e un bambino di otto anni è durissimo, davvero molto complicato. Ma avevamo una squadra eccellente attorno a loro, e li abbiamo incoraggiati a giocare, a essere se stessi, a portare qualcosa di personale dentro i personaggi.

Un immagine dal film
Quindi sul set hai dato loro molta libertà?
Sì, moltissima. Nella prima settimana un po’ meno, e mi sono reso conto subito di quanto fosse difficile. I bambini vogliono fare i bambini. Se cerchi di forzarli, non si divertono, e questo si vede immediatamente nella loro recitazione. Dopo la prima settimana, quando abbiamo iniziato a conoscerci meglio, abbiamo permesso loro di essere semplicemente se stessi. Credo che questo emerga chiaramente nelle loro interpretazioni, si sentivano liberi e si divertivano davvero rispetto a quello che stavano facendo.
La loro chimica è fortissima. E da appassionato di wrestling ho adorato la sequenza in cui ne parlano, anche perché aiuta a collocare la storia in un periodo molto preciso, l’inizio degli anni Novanta. Volevo chiederti qualcosa di più su quel contesto.
Da noi la televisione andava in onda più o meno dalle tre o quattro del pomeriggio fino a mezzanotte. Le prime ore erano dedicate ai programmi per bambini, e nei weekend c’era tantissimo wrestling. Guardavamo Hulk Hogan, André the Giant… Mio fratello adorava le action figure dei wrestler e, quando non riuscivamo a comprarle, ce le costruivamo con la carta. In Nigeria c’erano moltissimi riferimenti alla cultura pop che, nello stesso momento, circolava anche nel resto del mondo. Per noi era importante valorizzare ciò che ci appassionava davvero da bambini. Proprio perché era qualcosa di molto specifico per noi, ci siamo resi conto che lo era anche per te e per tante altre persone altrove. Molti spettatori commentano quella scena sul wrestling. Credo che abbia a che fare con l’abbracciare quelle passioni infantili che da grandi magari si perdono. Volevamo concentrarci sulle cose quotidiane, apparentemente banali, perché ci siamo accorti che i bambini di tutto il mondo erano interessati esattamente alle stesse cose.
Quali sono state le principali difficoltà nella realizzazione del film, magari dal punto di vista produttivo?
È una domanda interessante. Come regista, durante il processo sei molto protetto, ma ora che il film è finito mi rendo conto di quante difficoltà ci fossero. Avevamo moltissime location e giravamo in una metropoli enorme, non particolarmente abituata al cinema d’autore: lì si realizzano soprattutto film commerciali. Inoltre giravamo in pellicola, in 16mm, in Nigeria. Il mio capo elettricista pensa che possa essere il primo film girato in 16mm nel Paese, o almeno il primo degli ultimi trent’anni. A me piace girare in pellicola per il ritmo che impone, costringe tutti a essere più presenti, più attenti gli uni agli altri. Ma con 30 gradi di temperatura, tante location e dei bambini come protagonisti, è stato estremamente complicato. Tutto era difficile. Non c’è stato un solo giorno senza problemi. Ma questa è anche la bellezza del cinema, con una buona squadra, attraversi le difficoltà insieme. Scrivi un film, poi lo realizzi e diventa qualcos’altro. Poi lo plasmi in fase di montaggio e diventa qualcosa di completamente diverso. Parte della troupe veniva dall’Europa, e lavorare in un contesto nigeriano è stato impegnativo per loro, soprattutto all’inizio. È un film ambizioso, come puoi immaginare. Ma ci siamo legati moltissimo, e credo che questa sia la cosa più bella di tutta l’esperienza.

My Father’s Shadow (2025)
Com’è stata la ricezione del film in Nigeria? Spesso non si conosce a fondo la ricchezza dell’industria cinematografica nigeriana, quindi mi chiedevo come My Father’s Shadow sia stato accolto lì.
È un’industria enorme, davvero gigantesca. Le reazioni sono state diverse. All’inizio c’era un po’ di scetticismo: qualcuno diceva “Questo film fa quello che può, ma non siamo sicuri che sia una storia davvero nigeriana”. Poi, però, quando le persone lo hanno visto, la risposta è stata molto intensa. Il film ha aperto una conversazione generazionale. Per i più giovani, che sono cresciuti dopo lunghi anni di dittatura militare e senza che la storia venisse insegnata a scuola, è stata la prima vera occasione per capire cosa fosse successo durante le elezioni del 1993. Per la generazione più anziana, invece, è stato rivedere la propria storia sullo schermo. Si è creata questa doppia dinamica, con generazioni diverse che si incontravano per comprendere il proprio passato e ciò che era davvero accaduto in Nigeria. È stato molto forte, ma in senso positivo. Molti giovani hanno iniziato a parlare con i propri genitori, con i propri padri, e sui social sono nate tantissime discussioni. Il film ha ricevuto molto supporto e molto affetto. La reazione è stata bellissima. Credo che dovremo organizzare un’altra distribuzione in Nigeria, perché grazie ai premi e ai festival a cui abbiamo partecipato sempre più persone stanno scoprendo il film. È un Paese enorme, non tutto circola contemporaneamente. Ma la Nigeria è stata molto solidale, così come tutta l’Africa. Anche l’Europa e l’Inghilterra hanno risposto con grande entusiasmo. È meraviglioso incontrare persone come te, dall’Italia o dalla Germania, che reagiscono in modo così emotivo al film. Credo che il cinema sia universale. È davvero per tutti.
Di solito evito di citare altri film in queste conversazioni, ma il modo in cui parli di memoria generazionale mi ha fatto pensare a O Agente Secreto (L'agente segreto, 2025) di Kleber Mendonça Filho, non solo per il parallelo tra il Brasile degli anni Settanta e la Nigeria degli anni Novanta, ma anche per come costruisci, paradossalmente, il rapporto padre/figli(o).
Sì, assolutamente. My Father’s Shadow è anche andato molto bene al Festival di São Paulo. Attraverso opere come O Agente Secreto, anche io imparo qualcosa sul Brasile. Credo che questo aspetto generazionale, soprattutto per chi proviene dal Sud globale, riguardi la possibilità di tornare a guardare la nostra storia, prima di tutto per noi stessi, ma anche di invitare il resto del mondo a conoscerla. Nell'ultimo periodo, in particolare, ho notato molti film che affrontano temi legati alla paternità e alle generazioni, come Sound of Falling (Il suono di una caduta, 2025), Sentimental Value (2025) e, appunto, O Agente Secreto. Molti di noi si stanno interrogando su idee simili, ma allo stesso tempo, guardando questi film, si percepisce quanto siano diversi dal punto di vista culturale, anche quando condividono gli stessi temi. Ed è una cosa davvero bellissima, e anche molto potente.
Il trailer di My Father’s Shadow (2025)
INT-109
06.02.2026
Tra i film di debutto più impressionanti del 2025 c’è di sicuro My Father’s Shadow, da oggi nelle nostre sale con MUBI Italia. Proiettato per la prima volta al Festival di Cannes, il primo lungometraggio di Akinola Davies Jr. è un’opera profondamente personale. Ambientato nell’arco di una sola giornata nella Lagos dei primi anni Novanta, il film segue due fratelli, Akinola e Olaremi, mentre trascorrono del tempo con il padre Folarin, da cui sono stati a lungo separati, sullo sfondo di un Paese sospeso sull’orlo di una svolta politica, nelle ore che precedono l’annullata elezione presidenziale nigeriana del 1993.
Muovendosi tra l’intimità della memoria infantile e la turbolenza della storia nazionale, My Father’s Shadow è meno interessato alla ricostruzione dei fatti che alla cattura dei meccanismi attraverso cui i ricordi si formano, si deformano e si conservano. Davies Jr. sceglie di raccontare la figura paterna quasi esclusivamente attraverso lo sguardo dei bambini, trasformandola in una presenza frammentaria ed elusiva, al tempo stesso imponente e tenera, amorevole e insondabile; è proprio in questa ambiguità che il film trova il suo nucleo emotivo. Girato in 16mm, il film abbraccia la texture e l’imperfezione come strumenti espressivi, rafforzando la natura fugace del ricordo. A sorreggere l’opera c’è l’interpretazione straordinaria di Ṣọpẹ́ Dìrísù, che incarna una mascolinità insieme fisica e profondamente vulnerabile, permettendo alle contraddizioni del personaggio del padre di coesistere senza mai trovare una risoluzione.
Dalla sua prima presentazione al festival di Cannes, My Father’s Shadow ha ricevuto un importante riconoscimento nel circuito dei festival internazionali, ottenendo premi e un’accoglienza critica molto positiva, e confermando Davies Jr. come una delle voci più interessanti del cinema contemporaneo. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Akinola Davies Jr. per parlare di My Father’s Shadow, affrontando temi come la memoria e il trauma generazionale, la paternità, lo sguardo dell’infanzia, la storia politica e le sfide legate alla trasformazione di un materiale profondamente personale in un’esperienza cinematografica universale.

Il regista Akinola Davies Jr. egli attori Ṣọpẹ́ Dìrísù e Wale Davies al Festival di Cannes 2025
Ciò che colpisce di My Father’s Shadow è il modo in cui riesci a costruire e raccontare una storia che è allo stesso tempo un racconto di formazione (qualcosa di molto personale per te) e un potente ritratto politico della Nigeria. Qual è stato il punto di partenza di questo progetto?
Nel 2020 ho realizzato un cortometraggio, dopo aver lavorato per un po’ come assistente su corti e videoclip musicali. Si intitolava Lizard ed era un film sulla memoria, su un’esperienza che avevamo vissuto da piccoli. Credo che la memoria sia difficile da contestualizzare, perché ognuno ricorda le cose da un punto di vista diverso. Fare quel film insieme a mio fratello è stato importante per noi. Era il periodo del COVID, quindi non abbiamo potuto viaggiare molto nei festival, ma quando abbiamo iniziato a scrivere My Father’s Shadow, mio fratello aveva già scritto un corto su una giornata trascorsa con nostro padre, che abbiamo perso quando eravamo molto giovani. Noi due ci siamo avvicinati a quell’idea da prospettive diverse; mio fratello idealizzava molto nostro padre, mentre io provavo più rabbia nei suoi confronti. Così abbiamo cercato di immaginare come avremmo sfruttato al massimo una giornata con lui, se ne avessimo avuto la possibilità. Abbiamo lavorato molto sui racconti che avevamo sentito su di lui da persone diverse, usandoli come base per costruire il personaggio. Per quanto riguarda i due bambini, invece, eravamo entrambi presenti, quindi potevamo attingere direttamente alle nostre vite. Più in generale, volevamo dare un contesto alla paternità, all’assenza nella paternità, al lutto visto dalla prospettiva di un bambino, e alla memoria stessa: quanto ci si possa fidare di essa, quanto no, quanto sia malleabile e a volte quasi intangibile. Volevamo anche che il luogo funzionasse come un personaggio. I dettagli che ricordi da bambino, come giocare con amici o familiari, essere circondato dalla natura, quella curiosità verso lo spazio che ti circonda, per noi erano fondamentali. Abbiamo cercato davvero di far confluire tutti questi elementi nel film.
Il modo in cui metti in scena questi ricordi coglie subito l’attenzione. Pensando all’inizio del film, ai suoni, all’uso della macchina da presa a mano, puoi raccontarmi di più sull’idea di come "presentare la memoria"?
Sono stato molto fortunato perché, avendo lavorato come freelance, ho avuto modo di passare praticamente da ogni reparto. Non ho frequentato una vera scuola di cinema, ho fatto solo un breve corso, ma mi sono reso subito conto che la bellezza del cinema sta nella possibilità di arricchire ogni singolo elemento; il suono, i costumi, la fotografia, la storia stessa. Puoi davvero perderti nei dettagli di ciascuno di questi ambiti. Per noi il suono era particolarmente importante, volevamo qualcosa che fosse nostalgico, ma anche leggermente soprannaturale, capace di trasportarti altrove pur giocando con la nostalgia. Girare in 16mm faceva parte della stessa idea, perché crea immediatamente una sensazione di memoria. Abbiamo usato molte tecniche analogiche, come le bruciature o i graffi sulla pellicola. Anche nel sound design volevamo qualcosa di molto viscerale, come se i suoni provenissero da luoghi diversi. Tutti questi elementi possono attivare la memoria o provocare una risposta fisica nello spettatore. Amo la sala cinematografica, so che se ne parla spesso come di un mezzo in crisi, ma resta il mio posto preferito per vedere un film. Il suono migliore, lo schermo grande, il buio, quella sensazione di concentrazione assoluta. Abbiamo cercato di massimizzare ogni elemento pensando all’esperienza in sala. È il mio primo lungometraggio, quindi forse non molte persone lo vedranno al cinema, ma volevamo comunque offrire al pubblico l’esperienza più potente possibile, quasi travolgente, attraverso ogni texture del film. E tornando alla tua domanda, credo che sia proprio questo il punto, è la texture che permette alle persone di sentire la memoria, o una forma di risonanza, mentre guardano un film.
Restando sul tema dei ricordi, vorrei parlare della figura paterna. Come dicevi, i due figli reagiscono in modo diverso nei suoi confronti, e ho apprezzato il fatto che tu non ti soffermi troppo su questo personaggio, ma lo racconti attraverso il punto di vista dei bambini. È quasi un enigma, un mistero per loro, così come per lo spettatore.
È una lettura bellissima. Penso che quando non conosci davvero qualcuno, puoi scegliere di costruirne un’immagine perfetta, ed è qualcosa che alcuni fanno. Ma per noi, essere uomini, essere umani, significa essere imperfetti. Ed è questo che rende interessanti i personaggi sullo schermo, come nella vita reale. Volevamo creare un personaggio non perfetto, ha lati oscuri, è pieno di vuoti, la sua vita non è ideale. Allo stesso tempo, però, volevamo qualcuno che fosse imponente, fisico, in un senso quasi tradizionalmente maschile, ma anche molto tenero. La dimensione fantastica, la finzione del film, sta proprio nel modo in cui romanziamo questa giornata. Cosa vogliamo ricavarne? Come affronti tuo padre in un modo che forse da bambino non ti è mai stato possibile? È qualcosa su cui abbiamo insistito molto. Anche in questo caso, la memoria è centrale, nel film ci sono materiali d’archivio, ritagli di giornale, la radio, tutti elementi legati alla politica dell’epoca che sono reali. È successo davvero. Noi c’eravamo. Ma la prospettiva è quella dei bambini. La macchina da presa è alla loro altezza. Vediamo il mondo attraverso i loro occhi. Impariamo quello che imparano loro. È per questo che non ci concentriamo eccessivamente sul padre. In fondo, è un film corale. Certo, c’è un protagonista e dei personaggi secondari, ma credo che tutto trovi il suo equilibrio proprio nell’insieme.

My Father’s Shadow (2025)
Il percorso di scoperta dei due protagonisti non riguarda solo il padre, ma anche il contesto politico. Ho amato molto la scena nel bar, quando viene annunciato che le elezioni non si terranno. La rabbia delle persone, soprattutto quella del padre, l’ho sentita fisicamente. Mi sono sentito lì, trasportato dentro la scena. Conoscevo il contesto politico di quel periodo, ma attraverso il tuo film ero lì con i personaggi.
Credo fosse davvero fondamentale, soprattutto per un pubblico europeo, americano o comunque internazionale, riuscire a coinvolgerlo in ciò che stava accadendo. Ma non nel senso di “sono qui a spiegarti una cosa”, bensì come un invito, "vieni a sentirlo". Senti la delusione. Senti il percorso che stiamo facendo. Perché se ti limitiamo a dare informazioni su un’elezione, lo spettatore non entra davvero nel film. È troppa informazione, e basta. Se invece sai quello che sanno i bambini e provi quella delusione in modo viscerale, allora funziona. Nel film ci sono solo due momenti in cui la macchina da presa cambia davvero. Uno è proprio nel bar, quando arriva l’annuncio. All’inizio ci sono anche alcuni passaggi con la camera a mano, ma tutto è costruito con una certa pazienza, per darti il tempo necessario. Quando arrivi a quel punto, il mondo deve sembrarti improvvisamente instabile. Il film è anche, completamente, un invito per il pubblico ad approfondire la Nigeria, la sua politica, ciò che è successo a molti di noi crescendo negli anni Novanta. Non è poi così lontano, parliamo di venti, forse trent’anni fa. Mi fa piacere che tu abbia colto questo aspetto, perché il cinema può essere un’occasione per portare le persone dentro la tua cultura e raccontare cosa stava succedendo.
Parlando dell’eccellente attore che hai scelto per interpretare il padre, Ṣọpẹ́ Dìrísù, come è nata questa collaborazione? Lo avevi già in mente e che tipo di direzione gli hai dato sul set per un personaggio così importante per te?
Parto dalla seconda domanda; in realtà non gli ho dato molte indicazioni. Quando qualcuno entra in uno spazio in cui due fratelli hanno scritto un film sul proprio padre, può essere qualcosa di molto intenso. Ma non volevamo che lui fosse nostro padre. Volevamo che fosse il personaggio sulla pagina, e la sua versione di quel personaggio. Appena arrivato ci ha chiesto: “Volete che io sia vostro padre o che interpreti questo personaggio?”. E noi abbiamo risposto: “Vogliamo che tu sia il personaggio”. Perché se cerchi di essere nostro padre, non puoi arrivare fino in fondo. Ma se sei il personaggio, allora possiamo incontrarci a metà strada. Per noi era fondamentale concedergli quella libertà, quella generosità, permettergli di portare ciò che sentiva e accoglierlo. Avevamo stilato una lunga lista di possibili interpreti per il padre, alcuni americani, altri più legati al contesto nigeriano. Ṣọpẹ́ è diventato la scelta naturale dopo averlo visto in due lavori molto diversi; His House (2020), dove interpreta un personaggio estremamente fragile, quasi spezzato, e Gangs of London (2020 - in produzione), in cui invece è molto fisico, molto maschile. Vedendo questo range da parte sua, ho pensato che potesse affrontare la sfida posta dal ruolo. Avevamo bisogno di qualcuno che incarnasse una mascolinità forte, ma che sapesse essere anche estremamente dolce. Ṣọpẹ́ è incredibile. Ha una formazione teatrale solida, ha studiato in una grande scuola di recitazione e ha costruito il suo mestiere sul palcoscenico prima di arrivare allo schermo. Ha una generosità enorme nei confronti degli altri attori. È cresciuto nel Regno Unito, ma ha radici nigeriane, e il periodo più lungo che abbia mai trascorso in Nigeria è stato proprio durante le riprese del nostro film. È arrivato con insicurezze e ansie su come interpretare un personaggio così profondamente nigeriano, ma si è buttato completamente nell’esperienza, trasformando anche quelle sensazioni in qualcosa di utile per il ruolo. È stata la scelta migliore possibile. Lo adoro.
Cosa puoi dirmi dei due giovani attori?
Sono fratelli anche nella vita reale. È il primo film a cui abbiano mai partecipato, ed entrambi sono davvero straordinari. Marvellous, il fratello maggiore, è molto concentrato, molto consapevole dei temi che stavamo cercando di sviluppare. Il più piccolo, Godwin, è un piccolo monello, ma ha un carisma incredibile ed è molto divertente. Gran parte della comicità del film nasce proprio dalle sue battute. Credo che si bilancino alla perfezione. Non so quale sia la tua situazione familiare, ma io sono il fratello minore e ho due fratelli più grandi. Guardandoli, ho ripensato a quanta responsabilità ricada sulle spalle del fratello maggiore, qualcosa che da piccoli forse non si comprende fino in fondo. L’idea di protezione, di prendersi cura dell’altro, quella responsabilità che il maggiore sente più intensamente del minore. Tutto questo l’ho visto in entrambi. Hanno lavorato benissimo insieme, si incoraggiavano a vicenda. Ancora prima del casting definitivo avevamo fatto un workshop, e già allora erano bravissimi a lavorare con gli altri bambini, a guidarli, a mostrare loro cosa fare. Lavorare con un dodicenne e un bambino di otto anni è durissimo, davvero molto complicato. Ma avevamo una squadra eccellente attorno a loro, e li abbiamo incoraggiati a giocare, a essere se stessi, a portare qualcosa di personale dentro i personaggi.

Un immagine dal film
Quindi sul set hai dato loro molta libertà?
Sì, moltissima. Nella prima settimana un po’ meno, e mi sono reso conto subito di quanto fosse difficile. I bambini vogliono fare i bambini. Se cerchi di forzarli, non si divertono, e questo si vede immediatamente nella loro recitazione. Dopo la prima settimana, quando abbiamo iniziato a conoscerci meglio, abbiamo permesso loro di essere semplicemente se stessi. Credo che questo emerga chiaramente nelle loro interpretazioni, si sentivano liberi e si divertivano davvero rispetto a quello che stavano facendo.
La loro chimica è fortissima. E da appassionato di wrestling ho adorato la sequenza in cui ne parlano, anche perché aiuta a collocare la storia in un periodo molto preciso, l’inizio degli anni Novanta. Volevo chiederti qualcosa di più su quel contesto.
Da noi la televisione andava in onda più o meno dalle tre o quattro del pomeriggio fino a mezzanotte. Le prime ore erano dedicate ai programmi per bambini, e nei weekend c’era tantissimo wrestling. Guardavamo Hulk Hogan, André the Giant… Mio fratello adorava le action figure dei wrestler e, quando non riuscivamo a comprarle, ce le costruivamo con la carta. In Nigeria c’erano moltissimi riferimenti alla cultura pop che, nello stesso momento, circolava anche nel resto del mondo. Per noi era importante valorizzare ciò che ci appassionava davvero da bambini. Proprio perché era qualcosa di molto specifico per noi, ci siamo resi conto che lo era anche per te e per tante altre persone altrove. Molti spettatori commentano quella scena sul wrestling. Credo che abbia a che fare con l’abbracciare quelle passioni infantili che da grandi magari si perdono. Volevamo concentrarci sulle cose quotidiane, apparentemente banali, perché ci siamo accorti che i bambini di tutto il mondo erano interessati esattamente alle stesse cose.
Quali sono state le principali difficoltà nella realizzazione del film, magari dal punto di vista produttivo?
È una domanda interessante. Come regista, durante il processo sei molto protetto, ma ora che il film è finito mi rendo conto di quante difficoltà ci fossero. Avevamo moltissime location e giravamo in una metropoli enorme, non particolarmente abituata al cinema d’autore: lì si realizzano soprattutto film commerciali. Inoltre giravamo in pellicola, in 16mm, in Nigeria. Il mio capo elettricista pensa che possa essere il primo film girato in 16mm nel Paese, o almeno il primo degli ultimi trent’anni. A me piace girare in pellicola per il ritmo che impone, costringe tutti a essere più presenti, più attenti gli uni agli altri. Ma con 30 gradi di temperatura, tante location e dei bambini come protagonisti, è stato estremamente complicato. Tutto era difficile. Non c’è stato un solo giorno senza problemi. Ma questa è anche la bellezza del cinema, con una buona squadra, attraversi le difficoltà insieme. Scrivi un film, poi lo realizzi e diventa qualcos’altro. Poi lo plasmi in fase di montaggio e diventa qualcosa di completamente diverso. Parte della troupe veniva dall’Europa, e lavorare in un contesto nigeriano è stato impegnativo per loro, soprattutto all’inizio. È un film ambizioso, come puoi immaginare. Ma ci siamo legati moltissimo, e credo che questa sia la cosa più bella di tutta l’esperienza.

My Father’s Shadow (2025)
Com’è stata la ricezione del film in Nigeria? Spesso non si conosce a fondo la ricchezza dell’industria cinematografica nigeriana, quindi mi chiedevo come My Father’s Shadow sia stato accolto lì.
È un’industria enorme, davvero gigantesca. Le reazioni sono state diverse. All’inizio c’era un po’ di scetticismo: qualcuno diceva “Questo film fa quello che può, ma non siamo sicuri che sia una storia davvero nigeriana”. Poi, però, quando le persone lo hanno visto, la risposta è stata molto intensa. Il film ha aperto una conversazione generazionale. Per i più giovani, che sono cresciuti dopo lunghi anni di dittatura militare e senza che la storia venisse insegnata a scuola, è stata la prima vera occasione per capire cosa fosse successo durante le elezioni del 1993. Per la generazione più anziana, invece, è stato rivedere la propria storia sullo schermo. Si è creata questa doppia dinamica, con generazioni diverse che si incontravano per comprendere il proprio passato e ciò che era davvero accaduto in Nigeria. È stato molto forte, ma in senso positivo. Molti giovani hanno iniziato a parlare con i propri genitori, con i propri padri, e sui social sono nate tantissime discussioni. Il film ha ricevuto molto supporto e molto affetto. La reazione è stata bellissima. Credo che dovremo organizzare un’altra distribuzione in Nigeria, perché grazie ai premi e ai festival a cui abbiamo partecipato sempre più persone stanno scoprendo il film. È un Paese enorme, non tutto circola contemporaneamente. Ma la Nigeria è stata molto solidale, così come tutta l’Africa. Anche l’Europa e l’Inghilterra hanno risposto con grande entusiasmo. È meraviglioso incontrare persone come te, dall’Italia o dalla Germania, che reagiscono in modo così emotivo al film. Credo che il cinema sia universale. È davvero per tutti.
Di solito evito di citare altri film in queste conversazioni, ma il modo in cui parli di memoria generazionale mi ha fatto pensare a O Agente Secreto (L'agente segreto, 2025) di Kleber Mendonça Filho, non solo per il parallelo tra il Brasile degli anni Settanta e la Nigeria degli anni Novanta, ma anche per come costruisci, paradossalmente, il rapporto padre/figli(o).
Sì, assolutamente. My Father’s Shadow è anche andato molto bene al Festival di São Paulo. Attraverso opere come O Agente Secreto, anche io imparo qualcosa sul Brasile. Credo che questo aspetto generazionale, soprattutto per chi proviene dal Sud globale, riguardi la possibilità di tornare a guardare la nostra storia, prima di tutto per noi stessi, ma anche di invitare il resto del mondo a conoscerla. Nell'ultimo periodo, in particolare, ho notato molti film che affrontano temi legati alla paternità e alle generazioni, come Sound of Falling (Il suono di una caduta, 2025), Sentimental Value (2025) e, appunto, O Agente Secreto. Molti di noi si stanno interrogando su idee simili, ma allo stesso tempo, guardando questi film, si percepisce quanto siano diversi dal punto di vista culturale, anche quando condividono gli stessi temi. Ed è una cosa davvero bellissima, e anche molto potente.
Il trailer di My Father’s Shadow (2025)