
INT-128
22.07.2026

Titanic Ocean (2026)
È nato da una fotografia, in realtà. O meglio, da un articolo. In quel periodo ero in Argentina e stavo scrivendo un altro film, quando mi è comparso un articolo su cinque ragazze giapponesi che si allenavano in piscina per diventare sirene. Mi ha colpita moltissimo. Così ho iniziato a cercare scuole di sirene in Asia e ho scoperto che esiste un intero mondo, una vera e propria industria in continua espansione: Taiwan, Singapore, Giappone. Più cercavo, più mi colpiva il fatto che queste ragazze si costruissero una fantasia, un'altra identità. Avevano soprannomi, colori, uno spazio sicuro in cui sentirsi diverse, in cui vivere il proprio corpo in un altro modo e relazionarsi con qualcosa di non umano. Per me era un modo molto bello per parlare delle ragazze di oggi, del mondo che ci costruiamo intorno per sentirci protette, anche se a volte quel mondo non è reale. Era una specie di contenitore psicologico attraverso cui raccontare la loro condizione. Quando ho iniziato a scrivere il collegio in cui è ambientata la storia, dietro quell'immaginario pop giapponese ho sentito il bisogno di far emergere anche l'archetipo della sirena della mitologia greca. Io sono greca, quindi è un mito che porto dentro di me. E tutto ruota intorno alla sua voce, un canto meraviglioso. Pensiamo a Ulisse, che si fa legare all'albero della nave pur di ascoltare il canto della sirena, perché è la cosa più bella che possa esistere, ma allo stesso tempo è anche profondamente distruttiva. Ti trascina negli abissi. Mi sembrava anche un modo per raccontare come una ragazza possa trovare la propria voce e renderla così forte da non limitarsi a distruggere, ma anche a ricreare il mondo, a cambiare le maree.
Il fatto di ambientare la storia in Giappone è legato anche al tema della pressione scolastica e dell'esaurimento che ne deriva, un fenomeno molto presente nel Paese?
Sì, anche se non credo sia un fenomeno esclusivamente giapponese. All'inizio tutto è nato da quella fotografia, ma poi il Giappone si è rivelato il luogo perfetto. Per me è un Paese profondamente spirituale, ma anche estremamente disciplinato. Mi affascina proprio questa dualità: da una parte la disciplina, dall'altra una dimensione spirituale molto forte. Mentre scrivevo la sceneggiatura pensavo molto alla metafisica. Tutta la mia vita ruota intorno alla magia, ai cristalli, ai tarocchi… Da bambina, e anche nei miei film precedenti, i sogni hanno sempre avuto un ruolo importante. I miei film nascono quasi sempre da un sogno. Da piccola facevo continuamente lo stesso incubo: un'enorme onda arrivava verso di me e io mi svegliavo piangendo, terrorizzata. Quando ho iniziato a scrivere Titanic Ocean, quel sogno è tornato. Sono andata dal mio terapeuta, che mi ha guidata in una seduta di ipnosi sulle vite precedenti. E lì ho scoperto che, in una vita passata, ero una donna giapponese morta travolta da un'onda gigantesca. Quella paura, secondo questa esperienza, apparteneva a qualcosa che dovevo guarire in questa vita. Ho sentito che dovevo inserirla nel film e trasformarla in una forma di guarigione artistica; realizzare qualcosa di ambizioso che mi permettesse di affrontare quella paura. Così il progetto è diventato anche molto personale, e girarlo proprio in Giappone ha assunto un significato ancora più profondo.
Anche la comunità delle sirene ricorda molto le dinamiche di un gruppo J-pop.
Sì, assolutamente. Tutto il collegio richiama il sistema con cui vengono formate le idol del J-pop. È un processo che costruisce, quasi fabbrica, una personalità, un'identità. Devi seguire regole molto precise. È qualcosa di estremamente seducente, ma anche distruttivo. Può annientarti. Ha un fascino ipnotico, però porta con sé anche un lato oscuro.

Akame/Deep Sea (Arisa Saski) in Titanic Ocean (2026)
All'inizio pensavo che il film sarebbe stato interamente incentrato sulle ragazze. Poi, però, introduci un altro livello, quello degli adulti e soprattutto dei genitori.
In realtà c'erano molte più scene con i genitori, ma sono state tagliate in montaggio. Per me rappresentavano, in un certo senso, lo specchio della realtà. Fanno eccezione solo Akame e suo padre, perché tra loro si percepisce un legame molto tenero, più profondo degli altri. È come se lui fosse l'unico a comprenderla davvero. Conosce le sue paure, la sostiene, le lascia lo spazio per essere sé stessa. Gli altri genitori, invece, sono mossi da buone intenzioni, vogliono che le figlie abbiano un futuro, che stiano bene, ma allo stesso tempo esercitano un controllo quasi ossessivo. Vogliono che abbiano successo, che guadagnino, che diventino famose, e vedono quella scuola come uno strumento per raggiungere questi obiettivi. In questo senso, a parte il padre di Akame, i genitori rappresentano il volto più realistico e controllante della società. Poi c'è anche quell'uomo innamorato di Eternal Sunset. È una figura quasi paterna, ma allo stesso tempo è anche un amante, e questa ambiguità mi interessava molto.
Sembra esserci anche una riflessione sul modo in cui la società giapponese guarda e costruisce l'identità femminile. È così?
Quello che mi ha colpito vivendo in Giappone è che, da donna, avevo l'impressione che esistessero solo due ruoli possibili. Puoi essere una ragazza giovane e bellissima, oppure una madre. Mi sembrava che non ci fosse quasi nulla in mezzo. C'è una frattura tra l'archetipo della giovane ragazza e quello della madre. Da una parte la casalinga, dall'altra la ragazza sexy. Come se non esistesse spazio per altre identità femminili.
Nel film emerge anche una meditazione sul patriarcato e sull'industria dell'intrattenimento giapponese. Era un tema che volevi affrontare?
Sì, assolutamente. In Giappone ho percepito il patriarcato in tantissimi aspetti della vita quotidiana. Per esempio nel funzionamento delle agenzie che rappresentano le giovani attrici. Ho visto da vicino come lavorano e, sinceramente, mi è sembrato un sistema quasi di sfruttamento. È impressionante. Per molte di queste ragazze è quasi una forma di schiavitù. E questa cosa mi ha colpito profondamente.
Anche lo squalo sembra rappresentare una figura di potere maschile, ma nel corso del film il suo significato cambia profondamente. Come hai lavorato su questa trasformazione?
All'inizio lo squalo è qualcosa di minaccioso. Le ragazze giocano continuamente con l'idea dello squalo: ti morderà oppure no? È la paura del patriarcato, della sopraffazione, del controllo. È sempre legato a una presenza maschile, al predatore. Poi, però, Kotaro diventa quasi lui stesso uno squalo, ma non è più una figura ostile. Anzi, è lui che aiuta Akame. È lui a guidarla di nuovo negli abissi, a ricordarle tutto ciò che ha imparato, tutta la conoscenza e la saggezza che possiede già dentro di sé. Mi interessava proprio questa trasformazione, qualcosa che inizialmente appare come una minaccia può cambiare completamente significato.
Nel film c'è anche Fantasy, una ragazza con una disabilità fisica. Come hai lavorato sulla rappresentazione del corpo e sul tema della body positivity?
In realtà Fantasy aveva uno spazio molto più ampio nella sceneggiatura. Così come tutte le altre ragazze. A un certo punto, però, siamo stati costretti a tagliare tantissimo in fase di montaggio, perché il primo montaggio durava cinque ore e mezza.
Cinque ore e mezza?
Sì (la regista ride, n.d.r.). All'inizio il mio produttore mi disse semplicemente: “Taglia metà del film”. E io pensai: “Oddio…” Perché ero profondamente innamorata di tutti quei personaggi. Ognuna di loro aveva un fuoco tutto suo. Ogni ragazza aveva almeno due o tre scene in più, scene lunghe, molto più sviluppate. Anche Fantasy aveva molte più sequenze. C'erano momenti in cui raccontava quanto amasse essere una sirena, perché in acqua si sentiva davvero un pesce. Tutto quello che riusciva a fare sott'acqua non poteva farlo sulla terraferma. Ricordo un'intervista in cui diceva una frase bellissima: “Ariel desiderava avere le gambe. Io invece desidero la coda.” Per lei l'acqua era il luogo in cui il suo corpo trovava davvero la propria forma, molto più che sulla terra. Purtroppo abbiamo dovuto sacrificare molte di quelle scene, ma era un personaggio molto più sviluppato di quanto si veda nel montaggio finale.
Si può leggere Titanic Ocean anche come un coming-of-age?
Sì, è un coming-of-age, anche se io preferisco definirlo un film sulla trasformazione, un aspetto che mi interessa profondamente. In greco la parola metamorfosi significa assumere un'altra forma. È un concetto legato anche all'alchimia, che per me appartiene al mondo della magia. È quella forza che ti permette di trasformarti. Credo abbia molto a che fare anche con la cultura greca: cambiare specie, cambiare forma. È una forza vitale che contiene insieme la vita e la morte e che, in qualche modo, ti fa evolvere.
Hai scelto di raccontare tutto mantenendo un tono molto intimo. Guardando il film mi aspettavo quasi che, a un certo punto, prendesse una direzione horror, perché avrebbe potuto farlo. Tu invece hai scelto un'altra strada.
Sì, perché non volevo fare un body horror. Certo, nel film c'è un lato oscuro. C'è la telepatia, c'è il sangue... Ma per me è soprattutto una storia di emancipazione. Tutto ruota attorno a lei, alla sua voce e al modo in cui impara a creare onde, a lasciare un segno.
Dal punto di vista della direzione artistica e della fotografia hai scelto di immergere lo spettatore in una tavolozza di blu e grigio-azzurri, quasi come se fosse sott'acqua. C'è anche una dimensione ipnotica, creata non solo dai colori, ma anche dalle voci, che sembrano quasi dei sussurri. Quali sono state le principali sfide nel lavorare su questi due aspetti?
Quando ho iniziato a immaginare il film, intorno al 2010, c'era un'estetica che amavo moltissimo, la Vaporwave. Ero davvero ossessionata da quel mondo, dalla musica Vaporwave e da tutti quegli anime che ne condividevano l'immaginario. Ogni volta che cercavo immagini o riferimenti finivo sempre lì. Mi fermavo e osservavo. Mi affascinava il modo in cui usavano il blu, il ciano e tutte quelle sfumature di viola, ma in una maniera sporca, nostalgica. Sono colori molto morbidi che, però, alla fine restituiscono un'immagine irreale e leggermente inquietante. Era un riferimento fondamentale per me, un'estetica pop che nasconde sempre qualcosa di oscuro. Per quanto riguarda le voci, invece, quella è stata una vera sfida. Anche in fase di montaggio. Capire come passare dalla dimensione realistica a quella ipnotica è stata probabilmente la parte più difficile del film. Dopo aver trovato un equilibrio tra tutti i personaggi, la sfida più grande era proprio questa, trovare il ritmo giusto, accompagnare lo spettatore dalla realtà alla dimensione più perturbante senza perderlo lungo il percorso.

Titanic Ocean (2026)
A tal proposito, la sequenza iniziale è splendida. Quella con i titoli di testa, quando le ragazze si immergono accompagnate dalla musica. Come è nata?
In realtà è nata per caso. Eravamo in piscina con le ragazze e ci restava ancora un'ultima ripresa da fare. Così io e il direttore della fotografia ci siamo chiesti cosa potessimo fare. Allora abbiamo pensato di far entrare tutte le ragazze in acqua e di far ruotare la macchina da presa mentre loro giravano intorno, come se fossero un tifone. Non era assolutamente previsto. E la parte più difficile è stata spiegare alla troupe giapponese perché dovessimo farlo. Continuavano a chiedere: “Perché?” E noi rispondevamo: “Perché deve sembrare un tifone” (la regista ride, n.d.r.). All'inizio immaginavo dei titoli di testa completamente diversi. Poi abbiamo visto quella ripresa ed era così bella che abbiamo deciso di usarla. Successivamente ho lavorato con alcuni graphic designer greci che hanno avuto l'idea di filmare i titoli direttamente sull'acqua, sfruttando riflessi reali, per ottenere qualcosa di molto organico, quasi analogico. A quel punto abbiamo deciso di fondere quei titoli con il movimento circolare delle ragazze. È stato uno di quei momenti in cui il film trova da solo la sua forma.
Puoi parlare anche del finale? C'è quel grande vortice nell'oceano...
Sì, è una specie di vortice, come un tifone. È un'immagine realizzata combinando effetti visivi tradizionali e una parte generata con l'intelligenza artificiale insieme a un artista con cui ho collaborato. Quando Akame urla, la sua voce genera una forza enorme che finisce per trasformarsi in quella gigantesca onda nell'oceano.
C'è anche un significato metafisico? Oppure preferisci che rimanga ambiguo?
Per me è soprattutto una sensazione. Volevo che quella voce fosse così potente da riuscire a sollevare un'onda gigantesca, capace di propagarsi in tutto il mondo. Mi riportava continuamente al sogno che facevo da bambina, quell'onda che tornava sempre. Ho cercato di ricrearla nel modo più fedele possibile. Ma alla fine quell'onda, che dovrebbe rappresentare una catastrofe, si trasforma in qualcosa di diverso. Ha quei riflessi blu e viola, quasi i colori dei capelli delle ragazze. È come se la loro voce si diffondesse in luoghi diversi del pianeta. E alla fine arriva anche in Grecia (la regista ride, n.d.r.), nel luogo in cui sono nata.
Hai vissuto uno shock culturale arrivando sul set in Giappone?
Credo che la cosa più difficile sia stata confrontarmi con una cultura così profondamente basata sulla gerarchia. E, da donna regista, penso di non aver mai affrontato una sfida più difficile nella mia vita. Mi ha costretta a interrogarmi su cosa significhi davvero essere una regista, una leader, e allo stesso tempo una donna. È stata un'esperienza davvero impegnativa.
È interessante perché, in un certo senso, decostruisci la cultura giapponese e la ricrei attraverso una tua personale versione del mito della sirena. È qualcosa di diverso, ma che conserva comunque alcune affinità con l'immaginario giapponese.
È stato bellissimo scoprire quanto questa cultura possa essere sorprendente. Mi sembrava quasi non avere limiti. La cosa divertente è che io non sono il tipo di regista che arriva sul set con un foglio Excel pieno di inquadrature già pianificate. Preferisco arrivare sul posto, osservare, scoprire cose nuove, improvvisare, lasciare che siano le emozioni a guidarmi. Ed è probabilmente la cosa peggiore che tu possa fare con una persona giapponese. Anche nell'arte. L'improvvisazione? No (la regista ride, n.d.r.). L'improvvisazione scatena il panico. Ogni settimana metà della troupe voleva andarsene. “Me ne vado.” “Ma perché?” “No, no, io me ne vado.” E non parlerei nemmeno di vera improvvisazione. Basta spostare un bicchiere d'acqua da una parte all'altra e tutti vanno nel panico. Hanno bisogno che ogni cosa sia perfettamente organizzata; se anche solo un piccolo elemento cambia posto, sembra che l'intero sistema crolli.
Com'è stato lavorare con le giovani attrici? Hai incontrato delle difficoltà?
Credo che il loro livello di recitazione fosse davvero altissimo. Sono incredibilmente precise. E questa precisione è allo stesso tempo un pregio e un limite. Durante il montaggio riguardavo le riprese e ogni take era identico al precedente, al millesimo di secondo. Il mio montatore continuava a ripetermi: “È impossibile, sono esattamente uguali” (la regista ride, n.d.r.). Sono come un orologio. Questo racconta quanto abbiano lavorato per arrivare a quel livello. Sono interpreti straordinarie dal punto di vista dell'esecuzione. Ma nel momento in cui provi a cambiare qualcosa, sembra arrivare la fine del mondo. La vera sfida è stata farle sentire abbastanza sicure da esplorare qualcosa di diverso. All'inizio non è stato semplice, c'erano molte emozioni in gioco. Poi, però, credo che abbiano iniziato a fidarsi di me e del processo. Oggi siamo molto legate. Penso che questa esperienza abbia cambiato anche il loro modo di vedere il mondo. Arisa Sasaki, l’attrice che interpreta Akame, per esempio, non parlava una parola d'inglese. Dopo il film è andata in Australia a studiare oceanografia e mi ha detto che, se non avesse lavorato con una regista straniera e donna, probabilmente non avrebbe mai pensato di poter lasciare il Giappone e costruirsi una strada da sola. Questa, per me, è una delle cose più belle del fare cinema; quando il lavoro condiviso con gli attori finisce per cambiare il loro modo di guardare il mondo, ma anche il tuo. Anch'io sono diventata una regista migliore. Ho imparato a essere più precisa. Quando tutti ti chiedono precisione, inizi a domandarti se puoi davvero esserlo di più. Credo che uscire dalla propria zona di comfort sia sempre una sfida, ma anche il modo migliore per crescere.
Il trailer del film
INT-128
22.07.2026

Titanic Ocean (2026)
È nato da una fotografia, in realtà. O meglio, da un articolo. In quel periodo ero in Argentina e stavo scrivendo un altro film, quando mi è comparso un articolo su cinque ragazze giapponesi che si allenavano in piscina per diventare sirene. Mi ha colpita moltissimo. Così ho iniziato a cercare scuole di sirene in Asia e ho scoperto che esiste un intero mondo, una vera e propria industria in continua espansione: Taiwan, Singapore, Giappone. Più cercavo, più mi colpiva il fatto che queste ragazze si costruissero una fantasia, un'altra identità. Avevano soprannomi, colori, uno spazio sicuro in cui sentirsi diverse, in cui vivere il proprio corpo in un altro modo e relazionarsi con qualcosa di non umano. Per me era un modo molto bello per parlare delle ragazze di oggi, del mondo che ci costruiamo intorno per sentirci protette, anche se a volte quel mondo non è reale. Era una specie di contenitore psicologico attraverso cui raccontare la loro condizione. Quando ho iniziato a scrivere il collegio in cui è ambientata la storia, dietro quell'immaginario pop giapponese ho sentito il bisogno di far emergere anche l'archetipo della sirena della mitologia greca. Io sono greca, quindi è un mito che porto dentro di me. E tutto ruota intorno alla sua voce, un canto meraviglioso. Pensiamo a Ulisse, che si fa legare all'albero della nave pur di ascoltare il canto della sirena, perché è la cosa più bella che possa esistere, ma allo stesso tempo è anche profondamente distruttiva. Ti trascina negli abissi. Mi sembrava anche un modo per raccontare come una ragazza possa trovare la propria voce e renderla così forte da non limitarsi a distruggere, ma anche a ricreare il mondo, a cambiare le maree.
Il fatto di ambientare la storia in Giappone è legato anche al tema della pressione scolastica e dell'esaurimento che ne deriva, un fenomeno molto presente nel Paese?
Sì, anche se non credo sia un fenomeno esclusivamente giapponese. All'inizio tutto è nato da quella fotografia, ma poi il Giappone si è rivelato il luogo perfetto. Per me è un Paese profondamente spirituale, ma anche estremamente disciplinato. Mi affascina proprio questa dualità: da una parte la disciplina, dall'altra una dimensione spirituale molto forte. Mentre scrivevo la sceneggiatura pensavo molto alla metafisica. Tutta la mia vita ruota intorno alla magia, ai cristalli, ai tarocchi… Da bambina, e anche nei miei film precedenti, i sogni hanno sempre avuto un ruolo importante. I miei film nascono quasi sempre da un sogno. Da piccola facevo continuamente lo stesso incubo: un'enorme onda arrivava verso di me e io mi svegliavo piangendo, terrorizzata. Quando ho iniziato a scrivere Titanic Ocean, quel sogno è tornato. Sono andata dal mio terapeuta, che mi ha guidata in una seduta di ipnosi sulle vite precedenti. E lì ho scoperto che, in una vita passata, ero una donna giapponese morta travolta da un'onda gigantesca. Quella paura, secondo questa esperienza, apparteneva a qualcosa che dovevo guarire in questa vita. Ho sentito che dovevo inserirla nel film e trasformarla in una forma di guarigione artistica; realizzare qualcosa di ambizioso che mi permettesse di affrontare quella paura. Così il progetto è diventato anche molto personale, e girarlo proprio in Giappone ha assunto un significato ancora più profondo.
Anche la comunità delle sirene ricorda molto le dinamiche di un gruppo J-pop.
Sì, assolutamente. Tutto il collegio richiama il sistema con cui vengono formate le idol del J-pop. È un processo che costruisce, quasi fabbrica, una personalità, un'identità. Devi seguire regole molto precise. È qualcosa di estremamente seducente, ma anche distruttivo. Può annientarti. Ha un fascino ipnotico, però porta con sé anche un lato oscuro.

Akame/Deep Sea (Arisa Saski) in Titanic Ocean (2026)
All'inizio pensavo che il film sarebbe stato interamente incentrato sulle ragazze. Poi, però, introduci un altro livello, quello degli adulti e soprattutto dei genitori.
In realtà c'erano molte più scene con i genitori, ma sono state tagliate in montaggio. Per me rappresentavano, in un certo senso, lo specchio della realtà. Fanno eccezione solo Akame e suo padre, perché tra loro si percepisce un legame molto tenero, più profondo degli altri. È come se lui fosse l'unico a comprenderla davvero. Conosce le sue paure, la sostiene, le lascia lo spazio per essere sé stessa. Gli altri genitori, invece, sono mossi da buone intenzioni, vogliono che le figlie abbiano un futuro, che stiano bene, ma allo stesso tempo esercitano un controllo quasi ossessivo. Vogliono che abbiano successo, che guadagnino, che diventino famose, e vedono quella scuola come uno strumento per raggiungere questi obiettivi. In questo senso, a parte il padre di Akame, i genitori rappresentano il volto più realistico e controllante della società. Poi c'è anche quell'uomo innamorato di Eternal Sunset. È una figura quasi paterna, ma allo stesso tempo è anche un amante, e questa ambiguità mi interessava molto.
Sembra esserci anche una riflessione sul modo in cui la società giapponese guarda e costruisce l'identità femminile. È così?
Quello che mi ha colpito vivendo in Giappone è che, da donna, avevo l'impressione che esistessero solo due ruoli possibili. Puoi essere una ragazza giovane e bellissima, oppure una madre. Mi sembrava che non ci fosse quasi nulla in mezzo. C'è una frattura tra l'archetipo della giovane ragazza e quello della madre. Da una parte la casalinga, dall'altra la ragazza sexy. Come se non esistesse spazio per altre identità femminili.
Nel film emerge anche una meditazione sul patriarcato e sull'industria dell'intrattenimento giapponese. Era un tema che volevi affrontare?
Sì, assolutamente. In Giappone ho percepito il patriarcato in tantissimi aspetti della vita quotidiana. Per esempio nel funzionamento delle agenzie che rappresentano le giovani attrici. Ho visto da vicino come lavorano e, sinceramente, mi è sembrato un sistema quasi di sfruttamento. È impressionante. Per molte di queste ragazze è quasi una forma di schiavitù. E questa cosa mi ha colpito profondamente.
Anche lo squalo sembra rappresentare una figura di potere maschile, ma nel corso del film il suo significato cambia profondamente. Come hai lavorato su questa trasformazione?
All'inizio lo squalo è qualcosa di minaccioso. Le ragazze giocano continuamente con l'idea dello squalo: ti morderà oppure no? È la paura del patriarcato, della sopraffazione, del controllo. È sempre legato a una presenza maschile, al predatore. Poi, però, Kotaro diventa quasi lui stesso uno squalo, ma non è più una figura ostile. Anzi, è lui che aiuta Akame. È lui a guidarla di nuovo negli abissi, a ricordarle tutto ciò che ha imparato, tutta la conoscenza e la saggezza che possiede già dentro di sé. Mi interessava proprio questa trasformazione, qualcosa che inizialmente appare come una minaccia può cambiare completamente significato.
Nel film c'è anche Fantasy, una ragazza con una disabilità fisica. Come hai lavorato sulla rappresentazione del corpo e sul tema della body positivity?
In realtà Fantasy aveva uno spazio molto più ampio nella sceneggiatura. Così come tutte le altre ragazze. A un certo punto, però, siamo stati costretti a tagliare tantissimo in fase di montaggio, perché il primo montaggio durava cinque ore e mezza.
Cinque ore e mezza?
Sì (la regista ride, n.d.r.). All'inizio il mio produttore mi disse semplicemente: “Taglia metà del film”. E io pensai: “Oddio…” Perché ero profondamente innamorata di tutti quei personaggi. Ognuna di loro aveva un fuoco tutto suo. Ogni ragazza aveva almeno due o tre scene in più, scene lunghe, molto più sviluppate. Anche Fantasy aveva molte più sequenze. C'erano momenti in cui raccontava quanto amasse essere una sirena, perché in acqua si sentiva davvero un pesce. Tutto quello che riusciva a fare sott'acqua non poteva farlo sulla terraferma. Ricordo un'intervista in cui diceva una frase bellissima: “Ariel desiderava avere le gambe. Io invece desidero la coda.” Per lei l'acqua era il luogo in cui il suo corpo trovava davvero la propria forma, molto più che sulla terra. Purtroppo abbiamo dovuto sacrificare molte di quelle scene, ma era un personaggio molto più sviluppato di quanto si veda nel montaggio finale.
Si può leggere Titanic Ocean anche come un coming-of-age?
Sì, è un coming-of-age, anche se io preferisco definirlo un film sulla trasformazione, un aspetto che mi interessa profondamente. In greco la parola metamorfosi significa assumere un'altra forma. È un concetto legato anche all'alchimia, che per me appartiene al mondo della magia. È quella forza che ti permette di trasformarti. Credo abbia molto a che fare anche con la cultura greca: cambiare specie, cambiare forma. È una forza vitale che contiene insieme la vita e la morte e che, in qualche modo, ti fa evolvere.
Hai scelto di raccontare tutto mantenendo un tono molto intimo. Guardando il film mi aspettavo quasi che, a un certo punto, prendesse una direzione horror, perché avrebbe potuto farlo. Tu invece hai scelto un'altra strada.
Sì, perché non volevo fare un body horror. Certo, nel film c'è un lato oscuro. C'è la telepatia, c'è il sangue... Ma per me è soprattutto una storia di emancipazione. Tutto ruota attorno a lei, alla sua voce e al modo in cui impara a creare onde, a lasciare un segno.
Dal punto di vista della direzione artistica e della fotografia hai scelto di immergere lo spettatore in una tavolozza di blu e grigio-azzurri, quasi come se fosse sott'acqua. C'è anche una dimensione ipnotica, creata non solo dai colori, ma anche dalle voci, che sembrano quasi dei sussurri. Quali sono state le principali sfide nel lavorare su questi due aspetti?
Quando ho iniziato a immaginare il film, intorno al 2010, c'era un'estetica che amavo moltissimo, la Vaporwave. Ero davvero ossessionata da quel mondo, dalla musica Vaporwave e da tutti quegli anime che ne condividevano l'immaginario. Ogni volta che cercavo immagini o riferimenti finivo sempre lì. Mi fermavo e osservavo. Mi affascinava il modo in cui usavano il blu, il ciano e tutte quelle sfumature di viola, ma in una maniera sporca, nostalgica. Sono colori molto morbidi che, però, alla fine restituiscono un'immagine irreale e leggermente inquietante. Era un riferimento fondamentale per me, un'estetica pop che nasconde sempre qualcosa di oscuro. Per quanto riguarda le voci, invece, quella è stata una vera sfida. Anche in fase di montaggio. Capire come passare dalla dimensione realistica a quella ipnotica è stata probabilmente la parte più difficile del film. Dopo aver trovato un equilibrio tra tutti i personaggi, la sfida più grande era proprio questa, trovare il ritmo giusto, accompagnare lo spettatore dalla realtà alla dimensione più perturbante senza perderlo lungo il percorso.

Titanic Ocean (2026)
A tal proposito, la sequenza iniziale è splendida. Quella con i titoli di testa, quando le ragazze si immergono accompagnate dalla musica. Come è nata?
In realtà è nata per caso. Eravamo in piscina con le ragazze e ci restava ancora un'ultima ripresa da fare. Così io e il direttore della fotografia ci siamo chiesti cosa potessimo fare. Allora abbiamo pensato di far entrare tutte le ragazze in acqua e di far ruotare la macchina da presa mentre loro giravano intorno, come se fossero un tifone. Non era assolutamente previsto. E la parte più difficile è stata spiegare alla troupe giapponese perché dovessimo farlo. Continuavano a chiedere: “Perché?” E noi rispondevamo: “Perché deve sembrare un tifone” (la regista ride, n.d.r.). All'inizio immaginavo dei titoli di testa completamente diversi. Poi abbiamo visto quella ripresa ed era così bella che abbiamo deciso di usarla. Successivamente ho lavorato con alcuni graphic designer greci che hanno avuto l'idea di filmare i titoli direttamente sull'acqua, sfruttando riflessi reali, per ottenere qualcosa di molto organico, quasi analogico. A quel punto abbiamo deciso di fondere quei titoli con il movimento circolare delle ragazze. È stato uno di quei momenti in cui il film trova da solo la sua forma.
Puoi parlare anche del finale? C'è quel grande vortice nell'oceano...
Sì, è una specie di vortice, come un tifone. È un'immagine realizzata combinando effetti visivi tradizionali e una parte generata con l'intelligenza artificiale insieme a un artista con cui ho collaborato. Quando Akame urla, la sua voce genera una forza enorme che finisce per trasformarsi in quella gigantesca onda nell'oceano.
C'è anche un significato metafisico? Oppure preferisci che rimanga ambiguo?
Per me è soprattutto una sensazione. Volevo che quella voce fosse così potente da riuscire a sollevare un'onda gigantesca, capace di propagarsi in tutto il mondo. Mi riportava continuamente al sogno che facevo da bambina, quell'onda che tornava sempre. Ho cercato di ricrearla nel modo più fedele possibile. Ma alla fine quell'onda, che dovrebbe rappresentare una catastrofe, si trasforma in qualcosa di diverso. Ha quei riflessi blu e viola, quasi i colori dei capelli delle ragazze. È come se la loro voce si diffondesse in luoghi diversi del pianeta. E alla fine arriva anche in Grecia (la regista ride, n.d.r.), nel luogo in cui sono nata.
Hai vissuto uno shock culturale arrivando sul set in Giappone?
Credo che la cosa più difficile sia stata confrontarmi con una cultura così profondamente basata sulla gerarchia. E, da donna regista, penso di non aver mai affrontato una sfida più difficile nella mia vita. Mi ha costretta a interrogarmi su cosa significhi davvero essere una regista, una leader, e allo stesso tempo una donna. È stata un'esperienza davvero impegnativa.
È interessante perché, in un certo senso, decostruisci la cultura giapponese e la ricrei attraverso una tua personale versione del mito della sirena. È qualcosa di diverso, ma che conserva comunque alcune affinità con l'immaginario giapponese.
È stato bellissimo scoprire quanto questa cultura possa essere sorprendente. Mi sembrava quasi non avere limiti. La cosa divertente è che io non sono il tipo di regista che arriva sul set con un foglio Excel pieno di inquadrature già pianificate. Preferisco arrivare sul posto, osservare, scoprire cose nuove, improvvisare, lasciare che siano le emozioni a guidarmi. Ed è probabilmente la cosa peggiore che tu possa fare con una persona giapponese. Anche nell'arte. L'improvvisazione? No (la regista ride, n.d.r.). L'improvvisazione scatena il panico. Ogni settimana metà della troupe voleva andarsene. “Me ne vado.” “Ma perché?” “No, no, io me ne vado.” E non parlerei nemmeno di vera improvvisazione. Basta spostare un bicchiere d'acqua da una parte all'altra e tutti vanno nel panico. Hanno bisogno che ogni cosa sia perfettamente organizzata; se anche solo un piccolo elemento cambia posto, sembra che l'intero sistema crolli.
Com'è stato lavorare con le giovani attrici? Hai incontrato delle difficoltà?
Credo che il loro livello di recitazione fosse davvero altissimo. Sono incredibilmente precise. E questa precisione è allo stesso tempo un pregio e un limite. Durante il montaggio riguardavo le riprese e ogni take era identico al precedente, al millesimo di secondo. Il mio montatore continuava a ripetermi: “È impossibile, sono esattamente uguali” (la regista ride, n.d.r.). Sono come un orologio. Questo racconta quanto abbiano lavorato per arrivare a quel livello. Sono interpreti straordinarie dal punto di vista dell'esecuzione. Ma nel momento in cui provi a cambiare qualcosa, sembra arrivare la fine del mondo. La vera sfida è stata farle sentire abbastanza sicure da esplorare qualcosa di diverso. All'inizio non è stato semplice, c'erano molte emozioni in gioco. Poi, però, credo che abbiano iniziato a fidarsi di me e del processo. Oggi siamo molto legate. Penso che questa esperienza abbia cambiato anche il loro modo di vedere il mondo. Arisa Sasaki, l’attrice che interpreta Akame, per esempio, non parlava una parola d'inglese. Dopo il film è andata in Australia a studiare oceanografia e mi ha detto che, se non avesse lavorato con una regista straniera e donna, probabilmente non avrebbe mai pensato di poter lasciare il Giappone e costruirsi una strada da sola. Questa, per me, è una delle cose più belle del fare cinema; quando il lavoro condiviso con gli attori finisce per cambiare il loro modo di guardare il mondo, ma anche il tuo. Anch'io sono diventata una regista migliore. Ho imparato a essere più precisa. Quando tutti ti chiedono precisione, inizi a domandarti se puoi davvero esserlo di più. Credo che uscire dalla propria zona di comfort sia sempre una sfida, ma anche il modo migliore per crescere.
Il trailer del film