
INT-129
27.07.2026
Visar Morina è una figura piuttosto singolare nel panorama del cinema kosovaro: è infatti uno dei pochi registi uomini ad essersi affermato in una cinematografia che ha visto emergere soprattutto autrici donne.
Dopo una serie di cortometraggi, Morina esordisce nel lungometraggio con Babai, presentato nel 2015. Ambientato nel Kosovo degli anni Novanta, il film racconta il rapporto tra un padre e un figlio sullo sfondo dell’emigrazione verso la Germania, anticipando alcuni dei temi centrali della sua filmografia: lo sradicamento, l’identità e la difficoltà di trovare il proprio posto all’interno di una società estranea.
Il suo secondo lungometraggio, Exil (2020), interpretato tra gli altri da Sandra Hüller, approfondisce il tema di un’identità complessa e sospesa. Il protagonista è un uomo kosovaro che vive stabilmente in Germania, ma che non riesce a liberarsi dell’etichetta di “immigrato” attribuitagli dalla società.
Con il suo terzo lungometraggio, Shame and Money (2026), Morina ha ottenuto il Gran Premio della Giuria nella sezione internazionale del Sundance Film Festival. Il film segue una famiglia che abbandona un contesto rurale e si trasferisce a Pristina in cerca di lavoro, confrontandosi con una realtà segnata da profonde disuguaglianze economiche.
Nel cinema di Morina, le tematiche sociali si intrecciano con una costruzione narrativa che potremmo definire “probabilistica”: ogni scena sembra poter aprire il racconto a sviluppi inattesi, allontanandolo dalla linearità e mantenendo costantemente lo spettatore in una condizione di incertezza.
Abbiamo intervistato il regista in occasione della première europea di Shame and Money al Karlovy Vary International Film Festival.

Babai (2015)
Rispetto al precedente Exil, Shame and Money sembra più radicato in una dimensione “realistica”. Come mai ha fatto questa scelta?
Più vado avanti con l’età, più sento il bisogno di radicarmi meglio nello spazio e nel tempo. Penso che, nel migliore dei casi, un film dovrebbe dire qualcosa sulle persone, i tempi e gli spazi in cui viviamo. Ho vissuto Exil più come un’esperienza interiore. In Shame and Money, il mio approccio era di intraprendere una descrizione dello spazio in cui i personaggi vivono e poi di arrivare alla loro anima. Per me il film è diviso in due parti. In più, penso che il Kosovo sia un luogo particolarmente interessante, puoi mettere la tua cinepresa ovunque e trovi sempre qualcosa di stimolante da filmare, dato che è passato attraverso così tante transizioni in un tempo così breve. Exil è nato perchè volevo parlare del modo in cui è cambiata la mia prospettiva riguardo i miei genitori. Sto invecchiando, stanno invecchiando anche loro, e non sono più arrabbiato, li percepisco più come degli individui che, per caso, sono stati i miei genitori, e poi penso a quanti altri genitori hanno attraversato le stesse sfide, facendo sia del loro peggio che del loro meglio.
Al contempo, io ho avuto la sensazione che ci fosse uno studio estetico, sia nella composizione di certe sequenze che nel modo in cui in certe scene veniva rappresentata la “texture” della pelle dei protagonisti.
Sono contento che tu lo dica. Un mio amico ha visto il film ed ha commentato che è un film sui corpi. Nel montaggio originale c’era anche più materiale. C’è questa fisicità, questa sensazione tattile. Penso che, nel cinema, sia Paul Thomas Anderson a riuscire a regalare questa sensazione in modo eccezionale. Lo vedo come un maestro, vado a vedere i suoi film come un religioso va in chiesa. Ho un’immagine mentale vivida di The Master (2012), adoro la sua "corporeità".
Il protagonista, Shaban, non parla molto, e sembra che ci sia un trauma del passato che lo porta ad assumere certi comportamenti. Perché non scopriamo di più su di lui?
A volte un retroscena può essere importante, anche se, secondo me, gli viene data più importanza di quella che dovrebbe avere. Perciò colloco i miei personaggi in una situazione, e cerco di trovare una connessione tra quello che avrebbe senso nell’immediato dell’azione. Non penso che ciò che avviene nel film sia legato ad un trauma. Il "recinto" è un tema importante del film, rappresenta la sua situazione, insieme alla questione riguardante la definizione di ciò che consideriamo “dignità”.

Exil (2020)
Lo aveva suggerito anche lei, che Shame and Money si divide in due parti, ed anch’io l’ho percepito. Nella seconda metà, avevo la sensazione che ci sia una sorta di dimensione di realtà “potenziali”, un po’ come Exil giocava molto sulla percezione dei protagonisti.
È un tema interessante ma è difficile rispondere brevemente. In Exil, la trama si incentra sull’impossibilità di capire come il prossimo si senta, anche se è possibile presumerlo, e non c’è modo di sfuggire alla propria prospettiva soggettiva. Quindi tutto si incentra sull’interpretazione dell’altro. Il tema portante di Shame and Money penso si leghi al fatto che un opera cinematografica debba offrire più che la semplice rappresentazione della sofferenza di un individuo, anche se questo è il soggetto "ampio" del lungometraggio. Penso che i film che parlano delle condizioni sociali degli individui (che peraltro mi influenzano molto), non impattino abbastanza a livello emotivo o mentale.
Forse più che in altri film kossovari, in questo si percepisce una forte disparità sociale tra super ricchi e una maggioranza che vive nella povertà.
È stato uno dei miei interessi maggiori nella produzione di questo film. Provengo da un villaggio io stesso, ed ora, tornando in Kosovo da cineasta, con i contatti e lo status che ho, mi sono ritrovato in certi ambienti che mi hanno sorpreso. Ci sono queste comunità recintate di super ricchi, mentre magari chi lavora come guardiano all’entrata guadagna 300 euro al mese. Penso che anche in Germania ci stiamo avvicinando a questa situazione, visto quello che è successo con gli affitti l’anno scorso. In più, in Kosovo può accadere che, all’interno di una famiglia, qualcuno viva in estrema povertà e qualcun altro sia milionario.
La colonna sonora spesso utilizza un brano corale folcloristico, qual è l’intenzione di questa scelta?
In realtà quello è stato un puro caso. Mi sono imbattuto in questa forma corale di musica folcloristica albanese, che è specifica di una regione, nel 2022. Mi è piaciuta molto, e poi ho scoperto che questa musica viene da una processione funebre. Le altre scelte musicali provengono dalla mia esperienza personale. La canzone che si sente nell’autobus, ad esempio, mi ricordo che veniva spesso ascoltata da mia madre.

Shame and Money (2026)
In Exil è presente Sandra Hüller, all’epoca ancora poco nota a livello internazionale rispetto al successo planetario di oggi. È stato difficle convincerla a lavorare al film?
Sandra era già piuttosto famosa in Germania, e per una buona ragione. Volevo lavorare con lei e le ho mandato una mail. Ci ho messo una settimana a scriverle, non volevo rovinare l’occasione. Poi ci siamo incontrati e mi ha detto di si. È stato molto bello, ma mentre lavori non pensi “sto girando questo film con una superstar”. Fai il tuo lavoro e fine. Devo ammettere, però, che nel cast di Exil erano presenti tanti attori con cui ero molto felice di collaborare.
Il cinema del Kosovo, oggigiorno, è quasi esclusivamente dominato da cineaste donne, spesso premiatissime a livello internazionale. Secondo lei qual è la ragione?
C’è una ragione: le donne sono molto più intelligenti. Viviamo in una società ancora molto patriarcale e sono felicissmo di vedere tutte queste voci femminili nel contesto in cui lavoro. Sono amico di tutte le cineaste dell’ambiente, certi film li adoro. Per esempio, Looking for Venera (2021) di Norika Sefa, è davvero impressionante. È giovane ed il suo film ha un approccio diverso. Penso che quando un cineasta cerca di rompere gli schemi, ne emerge sempre qualcosa di bello. Un esempio è questo grande film tedesco dello scorso anno: Sound of Falling (2025) di Mascha Schilinski.
Come percepisce la propria identità, essendo stabilmente radicato in Germania da svariati anni?
Ho vissuto in Germania per la maggior parte della mia vita, piuttosto che in Kosovo. Ho scoperto molte cose per la prima volta da adolescente in Germania. Mi trovo a casa lì. Al contempo sento un profondo legame con il Kosovo. Se devo essere sincero non penso spesso a quali sono i luoghi con cui sento un legame. In un certo senso, sento un legame anche con Karlovy Vary perché qui ha avuto luogo la premiere del mio primo film. O ci sono certe strade a Colonia che mi fanno sentire a casa. La prossima volta, se tornerò qui, mi ricorderò di questo punto in cui ci siamo seduti.
INT-129
27.07.2026
Visar Morina è una figura piuttosto singolare nel panorama del cinema kosovaro: è infatti uno dei pochi registi uomini ad essersi affermato in una cinematografia che ha visto emergere soprattutto autrici donne.
Dopo una serie di cortometraggi, Morina esordisce nel lungometraggio con Babai, presentato nel 2015. Ambientato nel Kosovo degli anni Novanta, il film racconta il rapporto tra un padre e un figlio sullo sfondo dell’emigrazione verso la Germania, anticipando alcuni dei temi centrali della sua filmografia: lo sradicamento, l’identità e la difficoltà di trovare il proprio posto all’interno di una società estranea.
Il suo secondo lungometraggio, Exil (2020), interpretato tra gli altri da Sandra Hüller, approfondisce il tema di un’identità complessa e sospesa. Il protagonista è un uomo kosovaro che vive stabilmente in Germania, ma che non riesce a liberarsi dell’etichetta di “immigrato” attribuitagli dalla società.
Con il suo terzo lungometraggio, Shame and Money (2026), Morina ha ottenuto il Gran Premio della Giuria nella sezione internazionale del Sundance Film Festival. Il film segue una famiglia che abbandona un contesto rurale e si trasferisce a Pristina in cerca di lavoro, confrontandosi con una realtà segnata da profonde disuguaglianze economiche.
Nel cinema di Morina, le tematiche sociali si intrecciano con una costruzione narrativa che potremmo definire “probabilistica”: ogni scena sembra poter aprire il racconto a sviluppi inattesi, allontanandolo dalla linearità e mantenendo costantemente lo spettatore in una condizione di incertezza.
Abbiamo intervistato il regista in occasione della première europea di Shame and Money al Karlovy Vary International Film Festival.

Babai (2015)
Rispetto al precedente Exil, Shame and Money sembra più radicato in una dimensione “realistica”. Come mai ha fatto questa scelta?
Più vado avanti con l’età, più sento il bisogno di radicarmi meglio nello spazio e nel tempo. Penso che, nel migliore dei casi, un film dovrebbe dire qualcosa sulle persone, i tempi e gli spazi in cui viviamo. Ho vissuto Exil più come un’esperienza interiore. In Shame and Money, il mio approccio era di intraprendere una descrizione dello spazio in cui i personaggi vivono e poi di arrivare alla loro anima. Per me il film è diviso in due parti. In più, penso che il Kosovo sia un luogo particolarmente interessante, puoi mettere la tua cinepresa ovunque e trovi sempre qualcosa di stimolante da filmare, dato che è passato attraverso così tante transizioni in un tempo così breve. Exil è nato perchè volevo parlare del modo in cui è cambiata la mia prospettiva riguardo i miei genitori. Sto invecchiando, stanno invecchiando anche loro, e non sono più arrabbiato, li percepisco più come degli individui che, per caso, sono stati i miei genitori, e poi penso a quanti altri genitori hanno attraversato le stesse sfide, facendo sia del loro peggio che del loro meglio.
Al contempo, io ho avuto la sensazione che ci fosse uno studio estetico, sia nella composizione di certe sequenze che nel modo in cui in certe scene veniva rappresentata la “texture” della pelle dei protagonisti.
Sono contento che tu lo dica. Un mio amico ha visto il film ed ha commentato che è un film sui corpi. Nel montaggio originale c’era anche più materiale. C’è questa fisicità, questa sensazione tattile. Penso che, nel cinema, sia Paul Thomas Anderson a riuscire a regalare questa sensazione in modo eccezionale. Lo vedo come un maestro, vado a vedere i suoi film come un religioso va in chiesa. Ho un’immagine mentale vivida di The Master (2012), adoro la sua "corporeità".
Il protagonista, Shaban, non parla molto, e sembra che ci sia un trauma del passato che lo porta ad assumere certi comportamenti. Perché non scopriamo di più su di lui?
A volte un retroscena può essere importante, anche se, secondo me, gli viene data più importanza di quella che dovrebbe avere. Perciò colloco i miei personaggi in una situazione, e cerco di trovare una connessione tra quello che avrebbe senso nell’immediato dell’azione. Non penso che ciò che avviene nel film sia legato ad un trauma. Il "recinto" è un tema importante del film, rappresenta la sua situazione, insieme alla questione riguardante la definizione di ciò che consideriamo “dignità”.

Exil (2020)
Lo aveva suggerito anche lei, che Shame and Money si divide in due parti, ed anch’io l’ho percepito. Nella seconda metà, avevo la sensazione che ci sia una sorta di dimensione di realtà “potenziali”, un po’ come Exil giocava molto sulla percezione dei protagonisti.
È un tema interessante ma è difficile rispondere brevemente. In Exil, la trama si incentra sull’impossibilità di capire come il prossimo si senta, anche se è possibile presumerlo, e non c’è modo di sfuggire alla propria prospettiva soggettiva. Quindi tutto si incentra sull’interpretazione dell’altro. Il tema portante di Shame and Money penso si leghi al fatto che un opera cinematografica debba offrire più che la semplice rappresentazione della sofferenza di un individuo, anche se questo è il soggetto "ampio" del lungometraggio. Penso che i film che parlano delle condizioni sociali degli individui (che peraltro mi influenzano molto), non impattino abbastanza a livello emotivo o mentale.
Forse più che in altri film kossovari, in questo si percepisce una forte disparità sociale tra super ricchi e una maggioranza che vive nella povertà.
È stato uno dei miei interessi maggiori nella produzione di questo film. Provengo da un villaggio io stesso, ed ora, tornando in Kosovo da cineasta, con i contatti e lo status che ho, mi sono ritrovato in certi ambienti che mi hanno sorpreso. Ci sono queste comunità recintate di super ricchi, mentre magari chi lavora come guardiano all’entrata guadagna 300 euro al mese. Penso che anche in Germania ci stiamo avvicinando a questa situazione, visto quello che è successo con gli affitti l’anno scorso. In più, in Kosovo può accadere che, all’interno di una famiglia, qualcuno viva in estrema povertà e qualcun altro sia milionario.
La colonna sonora spesso utilizza un brano corale folcloristico, qual è l’intenzione di questa scelta?
In realtà quello è stato un puro caso. Mi sono imbattuto in questa forma corale di musica folcloristica albanese, che è specifica di una regione, nel 2022. Mi è piaciuta molto, e poi ho scoperto che questa musica viene da una processione funebre. Le altre scelte musicali provengono dalla mia esperienza personale. La canzone che si sente nell’autobus, ad esempio, mi ricordo che veniva spesso ascoltata da mia madre.

Shame and Money (2026)
In Exil è presente Sandra Hüller, all’epoca ancora poco nota a livello internazionale rispetto al successo planetario di oggi. È stato difficle convincerla a lavorare al film?
Sandra era già piuttosto famosa in Germania, e per una buona ragione. Volevo lavorare con lei e le ho mandato una mail. Ci ho messo una settimana a scriverle, non volevo rovinare l’occasione. Poi ci siamo incontrati e mi ha detto di si. È stato molto bello, ma mentre lavori non pensi “sto girando questo film con una superstar”. Fai il tuo lavoro e fine. Devo ammettere, però, che nel cast di Exil erano presenti tanti attori con cui ero molto felice di collaborare.
Il cinema del Kosovo, oggigiorno, è quasi esclusivamente dominato da cineaste donne, spesso premiatissime a livello internazionale. Secondo lei qual è la ragione?
C’è una ragione: le donne sono molto più intelligenti. Viviamo in una società ancora molto patriarcale e sono felicissmo di vedere tutte queste voci femminili nel contesto in cui lavoro. Sono amico di tutte le cineaste dell’ambiente, certi film li adoro. Per esempio, Looking for Venera (2021) di Norika Sefa, è davvero impressionante. È giovane ed il suo film ha un approccio diverso. Penso che quando un cineasta cerca di rompere gli schemi, ne emerge sempre qualcosa di bello. Un esempio è questo grande film tedesco dello scorso anno: Sound of Falling (2025) di Mascha Schilinski.
Come percepisce la propria identità, essendo stabilmente radicato in Germania da svariati anni?
Ho vissuto in Germania per la maggior parte della mia vita, piuttosto che in Kosovo. Ho scoperto molte cose per la prima volta da adolescente in Germania. Mi trovo a casa lì. Al contempo sento un profondo legame con il Kosovo. Se devo essere sincero non penso spesso a quali sono i luoghi con cui sento un legame. In un certo senso, sento un legame anche con Karlovy Vary perché qui ha avuto luogo la premiere del mio primo film. O ci sono certe strade a Colonia che mi fanno sentire a casa. La prossima volta, se tornerò qui, mi ricorderò di questo punto in cui ci siamo seduti.