
NC-361
06.11.2025
François Truffaut è stato semplicemente, assieme a Jean-Luc Godard, il cineasta più influente del cinema francese del Novecento. Al pari di Godard, anche Truffaut, prima di esordire alla regia con i cortometraggi Una visita (1955) e L'età difficile (1957) e l'epocale lungometraggio di debutto I quattrocento colpi (1959), aveva affinato il suo sguardo scrivendo come critico, dopo un'iniziale esperienza con Cinémonde, sui Cahiers du Cinéma, prestigiosa rivista fondata al principio degli anni cinquanta da André Bazin, Jacques Doniol-Valcroze e Joseph-Marie Lo Duca - ambiente che avrebbe rappresentato il banco di prova di tutta la Nouvelle Vague. Se l'opera maggiore del Truffaut critico resta il suo libro-dialogo con Alfred Hitchcock, piuttosto interessanti risultano le recensioni che il futuro regista scrisse, parallelamente al suo impegno con i Cahiers, per il settimanale Arts: questi articoli, riuniti a cura di Bernard Bastide, vengono ora pubblicati in italiano da Il Saggiatore con il titolo di Il cinema secondo me.
Ne Il cinema secondo me, il futuro autore de I quattrocento colpi, Effetto Notte (1973), L'uomo che amava le donne (1977) e Adele H. (1975) dimostra una vis critica dirompente sia nel difendere fino allo sfinimento le opere dei suoi registi preferiti che, soprattutto, nello stroncare senza pietà molti titoli che non rispondevano al suo gusto estetico, desideroso com'era di vedere sugli schermi solo film che assomigliassero a quelli che lui stesso voleva realizzare. Non per nulla negli anni cinquanta Truffaut era noto, come critico, con epitaffi del tipo "l'affossatore del cinema francese", "l'uomo più odiato di Parigi", l'equivalente "cattivo" di André Bazin, o "terrorista" tout court. Sul suo diario personale nel novembre del 1952, interrogando su come studiare e come scrivere di un film, Truffaut si era annotato questi principi: "1. Trovate il centro di gravità del film, il punto intorno al quale gravità il pensiero dell'autore: una parola, un sentimento, una metafora. 2. Tutto il resto sembrerà quindi avere un nuovo significato, perché si organizzerà intorno a questa parola scelta in funzione del sentimento che evoca. 3. Non spiegare il film ma riviverlo. 4. Sostituire la descrizione interiore con la comunione interiore".
Fedele per quanto possibile a questi principi ideali, nei cinque anni della sua collaborazione con Arts, che vanno dal 1954 al 1958, Truffaut recensisce nel giro di pochi paragrafi o pagine diversi titoli di Jean Renoir e pellicole di culto cinefilo come Rebecca (1940), La finestra sul cortile (1954), Caccia al ladro (1955) - e diversi altri titoli di Alfred Hitchcock -, La Pointe courte (1955) di Agnès Varda, Gioventù bruciata (1955) di Nicholas Ray, Viaggio in Italia (1954) di Roberto Rosellini, Vacanze Romane (1953) di William Wyler, il Napoleon (1927) di Abel Gance nella sua versione sonora, El (1953) di Luis Buñuel e Lola Montés (1955) di Max Ophüls - per il quale si batterà dopo che i produttori avevano deciso di diffondere una versione alternativa al montaggio scelto dal regista. Tra i film stroncati, Villa Borghese (1953) di Gianni Franciolini, scritto tra gli altri da Sergio Amidei ed Ennio Flaiano, gran parte degli episodi dei film collettivi italiani Siamo donne (1953) e L’amore in città (1953), Sentieri selvaggi (1956) di John Ford, L’oro di Napoli (1954) e Il tetto (1956) di Vittorio De Sica, il Moby Dick (1956)di John Huston, Il gigante (1956) di George Stevens - l’ultimo film di James Dean che pure Truffaut ammirava molto -, Peccato che sia una canaglia (1954) di Alessandro Blasetti - uno dei primi film di Sophia Loren -, e Quando la moglie è in vacanza (1955) di Billy Wilder.

François Truffaut

La copertina del volume
"Se i Cahiers du cinéma sono una sorta d'incubatore per cinefili in cui cuocere a fuoco lento nuove teorie e preparare le rivoluzioni estetiche future, Arts diventerà la vetrina, il luogo di divulgazione e volgarizzazione di queste teorie", evidenzia Bastide nella sua introduzione. I registi che Truffaut mostra di prediligere sono Jean Renoir, Sacha Guitry, Max Ophüls, Robert Bresson, Abel Gance e ovviamente Alfred Hitchcock e Roberto Rossellini, del quale fu per un certo periodo anche assistente e che aveva soprannominato “il mio padre italiano”; ambivalente il giudizio su Federico Fellini. Il suo credo critico e cinematografico è esplicitato in un articolo su Gance del 1954: “credo alla politica degli autori”. A chiudere il volume, non a caso c’è un articolo scritto nel novembre del 1958 alla morte di André Bazin: nell'omaggio al suo grande maestro teorico, venuto a mancare all’inizio delle riprese de I quattrocento colpi, Truffaut scrive che “era un uomo da prima del peccato originale” che “credeva al potere assoluto della discussione”, il mentore di cui era diventato “figlio adottivo” e a cui deve “tutto ciò che di bello è successo nella mia vita” dal 1948 in poi.
Non tutti gli articoli contenuti ne Il cinema secondo me sono recensioni: c’è anche una riflessione generale sugli adattamenti cinematografici da libro a film, ironicamente intitolata Il rosa e il nero, una riflessione sulla Crisi d’ambizione del cinema francese, che divide i registi in quattro categorie (ambiziosi, semi-ambiziosi, commerciali onesti e deliberatamente commerciali), un excursus su I sette peccati capitali della critica, tra cui l’ignoranza della storia del cinema e della tecnica, e l’assenza di fantasia, e l’articolo Il cinema francese crolla sotto il peso delle false leggende, scritto in occasione del festival di Cannes del 1957.
Il Truffaut recensore che emerge da queste pagine, tanto nei guizzi polemici quanto negli slanci di lode, è un ottimo critico, certo non tanto intellettuale da costruire un intero sistema di giudizi e di teorie come fece André Bazin, ma appassionante da leggere e convincente nelle sue argomentazioni. Ciò non toglie che alcune recensioni, lette retrospettivamente, appaiano datate e incongrue, come quando su I Vitelloni (1953) scrive che “il film, firmato dal celebre sceneggiatore di Miracolo a Milano, Federico Fellini, avrebbe potuto essere scritto e diretto dai vitelloni stessi, tanta è l’indolenza e la vaghezza nella concezione della sceneggiatura e nella regia”. Ciò che differenzia Truffaut da molti critici, del suo tempo come del nostro, è l’attenzione agli aspetti tecnici del cinema, come dimostra un suo articolo sul CinemaScope. Il suo atteggiamento complessivo verso il cinema resta comunque quello dell’innamorato puro: “sono ancora alla ricerca di un romanzo francese che, dopo dieci anni, dia le stesse vertigini, la sensazione di pienezza, d’intelligenza, di bellezza, di semplicità, d’ambiguità che mi procura La carrozza d’oro (1952) di Jean Renoir”.

Nel 1967, riflettendo, quando era già un regista affermato, sulla sua carriera come critico, ammetterà che “non scriverò più certi articoli che ero solito scrivere quando ero critico. Oggi mi sento solidale con tutte le persone che fanno il mio stesso mestiere. I loro fallimenti mi intristiscono e mi rallegro dei loro successi”. Tra le stroncature più interessanti resta nondimeno il giudizio tranchant dato ai film della coppia composta da Vittorio De Sica e Cesare Zavattini: “quello che vale la pena analizzare, nell’Oro di Napoli, è la caratteristica comune a tutti i film di Zavattini-De Sica: uno stile incessantemente sospetto. Che affrontino la miseria, il popolo, l’infanzia, la vecchiaia o Napoli, il loro sguardo comune ha l’ingenuità di quello del turista e l’astuzia di quello della guida. Il turista che fotografia i barboni in controluce, con un raggio di sole che ne accarezzai capelli, non è consapevole del cattivo gusto se non dell’indecenza del suo gesto… Ciò che rende insopportabile la visione del film di Zavattini-De Sica alla sensibilità di certi spettatori è l’attitudine che adottano verso i loro personaggi. De Sica, è evidente, non disdegna nessuno e crede senza dubbio di voler bene a tutti, ma la sua doppia posizione di turista e di guida, la sua incomprensione, trasformano a sua insaputa quest’amore in disprezzo”.
Completamente diversa, ovviamente, è la sua valutazione di Roberto Rossellini, che nell’articolo Il cinema francese crolla sotto il peso delle false leggende definisce “il Palissy del cinema” dicendo che “il cinema italiano, che era crollato nel 1943 sotto il peso di Scipione l’africano, è resuscitato con Roma, città aperta (1945)”. Entusiastica fu la sua valutazione di Viaggio in Italia, film del 1954 con Ingrid Bergman e George Sanders: “Viaggio in Italia non ricorda nulla di quanto è già stato fatto al cinema. Meno ‘originale’ forse di La Strada (1954) ma, credo, realmente ‘nuovo’, questo film assomiglia a quelli che gireremo tra dieci anni, quando i registi di ogni parte del mondo rinunceranno a imitare in forma romanzesca a favore della sperimentazione e della confessione filmata”.

François Truffaut in compagnia di Alfred Hitchcock
In un articolo, Truffaut rievoca anche il suo primo incontro con il maestro della suspence, quando, assieme a Claude Chabrol che lo accompagnava, caddero entrambi nello stagno dei teatri di posa di Saint-Maurice, provocando l’ilarità di Hitchcock prima che cominciasse l’intervista. Sui film di Hitchcock nelle sue recensioni Truffaut formula analisi piuttosto interessanti: “La finestra sul cortile è il film dell’indiscrezione, dell’intimità violata e sorpresa nella sua natura più infamante, il film della felicità impossibile, della bassezza quotidiana, il film dei panni sporchi che si lavano nel cortile e – ammettiamolo – il film della solitudine morale, una straordinaria e deprimente sinfonia del disprezzo”. Argute e a volte scherzose anche le riflessioni di Truffaut sul cinema hollywoodiano a lui coevo: “chi di mestiere - o per passione - guarda film e parla di cinema è concentrato su una domanda che divide e oppone: Gli uomini preferiscono le bionde, film americano in Technicolor di Howard Hawks, è un’opera intellettuale o una pochade?”. Torna più volte sulle opere di Nicholas Ray, come Gioventù bruciata e La donna venduta: “potendo distinguere due famiglie di cineasti, i cerebrali e gli istintivi, classificherei immediatamente Nick Ray nella seconda, quella del cuore. E, ciò nonostante, la persona che traspare dai suoi film è un intellettuale, ma capace di astrarre dalla mente tutto ciò che non viene dal cuore”.
Il cinema secondo me di François Truffaut è una piacevolissima lettura, che dimostra come l’autore sarebbe entrato nel pantheon del cinema francese se non avesse scelto la via della regia. Oltre all’interesse dell’assistere alla formazione progressiva del gusto di Truffaut, dell’apprendere nel dettaglio le sue preferenze cinematografiche e le sue avversioni, le recensioni contenute ne Il cinema secondo me sono prima di ogni altra considerazione ben scritta e intelligenti, e offrono uno spaccato interessante della produzione cinematografica francese, europea e italiana degli anni cinquanta. Il cinema secondo me di Truffaut entra così di diritto nella bibliografia d’obbligo della Nouvelle Vague, collocandosi anche tra i più interessanti libri di cinema scritti da futuri cineasti.

A lavoro sul set
NC-361
06.11.2025

François Truffaut
François Truffaut è stato semplicemente, assieme a Jean-Luc Godard, il cineasta più influente del cinema francese del Novecento. Al pari di Godard, anche Truffaut, prima di esordire alla regia con i cortometraggi Una visita (1955) e L'età difficile (1957) e l'epocale lungometraggio di debutto I quattrocento colpi (1959), aveva affinato il suo sguardo scrivendo come critico, dopo un'iniziale esperienza con Cinémonde, sui Cahiers du Cinéma, prestigiosa rivista fondata al principio degli anni cinquanta da André Bazin, Jacques Doniol-Valcroze e Joseph-Marie Lo Duca - ambiente che avrebbe rappresentato il banco di prova di tutta la Nouvelle Vague. Se l'opera maggiore del Truffaut critico resta il suo libro-dialogo con Alfred Hitchcock, piuttosto interessanti risultano le recensioni che il futuro regista scrisse, parallelamente al suo impegno con i Cahiers, per il settimanale Arts: questi articoli, riuniti a cura di Bernard Bastide, vengono ora pubblicati in italiano da Il Saggiatore con il titolo di Il cinema secondo me.
Ne Il cinema secondo me, il futuro autore de I quattrocento colpi, Effetto Notte (1973), L'uomo che amava le donne (1977) e Adele H. (1975) dimostra una vis critica dirompente sia nel difendere fino allo sfinimento le opere dei suoi registi preferiti che, soprattutto, nello stroncare senza pietà molti titoli che non rispondevano al suo gusto estetico, desideroso com'era di vedere sugli schermi solo film che assomigliassero a quelli che lui stesso voleva realizzare. Non per nulla negli anni cinquanta Truffaut era noto, come critico, con epitaffi del tipo "l'affossatore del cinema francese", "l'uomo più odiato di Parigi", l'equivalente "cattivo" di André Bazin, o "terrorista" tout court. Sul suo diario personale nel novembre del 1952, interrogando su come studiare e come scrivere di un film, Truffaut si era annotato questi principi: "1. Trovate il centro di gravità del film, il punto intorno al quale gravità il pensiero dell'autore: una parola, un sentimento, una metafora. 2. Tutto il resto sembrerà quindi avere un nuovo significato, perché si organizzerà intorno a questa parola scelta in funzione del sentimento che evoca. 3. Non spiegare il film ma riviverlo. 4. Sostituire la descrizione interiore con la comunione interiore".
Fedele per quanto possibile a questi principi ideali, nei cinque anni della sua collaborazione con Arts, che vanno dal 1954 al 1958, Truffaut recensisce nel giro di pochi paragrafi o pagine diversi titoli di Jean Renoir e pellicole di culto cinefilo come Rebecca (1940), La finestra sul cortile (1954), Caccia al ladro (1955) - e diversi altri titoli di Alfred Hitchcock -, La Pointe courte (1955) di Agnès Varda, Gioventù bruciata (1955) di Nicholas Ray, Viaggio in Italia (1954) di Roberto Rosellini, Vacanze Romane (1953) di William Wyler, il Napoleon (1927) di Abel Gance nella sua versione sonora, El (1953) di Luis Buñuel e Lola Montés (1955) di Max Ophüls - per il quale si batterà dopo che i produttori avevano deciso di diffondere una versione alternativa al montaggio scelto dal regista. Tra i film stroncati, Villa Borghese (1953) di Gianni Franciolini, scritto tra gli altri da Sergio Amidei ed Ennio Flaiano, gran parte degli episodi dei film collettivi italiani Siamo donne (1953) e L’amore in città (1953), Sentieri selvaggi (1956) di John Ford, L’oro di Napoli (1954) e Il tetto (1956) di Vittorio De Sica, il Moby Dick (1956)di John Huston, Il gigante (1956) di George Stevens - l’ultimo film di James Dean che pure Truffaut ammirava molto -, Peccato che sia una canaglia (1954) di Alessandro Blasetti - uno dei primi film di Sophia Loren -, e Quando la moglie è in vacanza (1955) di Billy Wilder.

La copertina del volume
"Se i Cahiers du cinéma sono una sorta d'incubatore per cinefili in cui cuocere a fuoco lento nuove teorie e preparare le rivoluzioni estetiche future, Arts diventerà la vetrina, il luogo di divulgazione e volgarizzazione di queste teorie", evidenzia Bastide nella sua introduzione. I registi che Truffaut mostra di prediligere sono Jean Renoir, Sacha Guitry, Max Ophüls, Robert Bresson, Abel Gance e ovviamente Alfred Hitchcock e Roberto Rossellini, del quale fu per un certo periodo anche assistente e che aveva soprannominato “il mio padre italiano”; ambivalente il giudizio su Federico Fellini. Il suo credo critico e cinematografico è esplicitato in un articolo su Gance del 1954: “credo alla politica degli autori”. A chiudere il volume, non a caso c’è un articolo scritto nel novembre del 1958 alla morte di André Bazin: nell'omaggio al suo grande maestro teorico, venuto a mancare all’inizio delle riprese de I quattrocento colpi, Truffaut scrive che “era un uomo da prima del peccato originale” che “credeva al potere assoluto della discussione”, il mentore di cui era diventato “figlio adottivo” e a cui deve “tutto ciò che di bello è successo nella mia vita” dal 1948 in poi.
Non tutti gli articoli contenuti ne Il cinema secondo me sono recensioni: c’è anche una riflessione generale sugli adattamenti cinematografici da libro a film, ironicamente intitolata Il rosa e il nero, una riflessione sulla Crisi d’ambizione del cinema francese, che divide i registi in quattro categorie (ambiziosi, semi-ambiziosi, commerciali onesti e deliberatamente commerciali), un excursus su I sette peccati capitali della critica, tra cui l’ignoranza della storia del cinema e della tecnica, e l’assenza di fantasia, e l’articolo Il cinema francese crolla sotto il peso delle false leggende, scritto in occasione del festival di Cannes del 1957.
Il Truffaut recensore che emerge da queste pagine, tanto nei guizzi polemici quanto negli slanci di lode, è un ottimo critico, certo non tanto intellettuale da costruire un intero sistema di giudizi e di teorie come fece André Bazin, ma appassionante da leggere e convincente nelle sue argomentazioni. Ciò non toglie che alcune recensioni, lette retrospettivamente, appaiano datate e incongrue, come quando su I Vitelloni (1953) scrive che “il film, firmato dal celebre sceneggiatore di Miracolo a Milano, Federico Fellini, avrebbe potuto essere scritto e diretto dai vitelloni stessi, tanta è l’indolenza e la vaghezza nella concezione della sceneggiatura e nella regia”. Ciò che differenzia Truffaut da molti critici, del suo tempo come del nostro, è l’attenzione agli aspetti tecnici del cinema, come dimostra un suo articolo sul CinemaScope. Il suo atteggiamento complessivo verso il cinema resta comunque quello dell’innamorato puro: “sono ancora alla ricerca di un romanzo francese che, dopo dieci anni, dia le stesse vertigini, la sensazione di pienezza, d’intelligenza, di bellezza, di semplicità, d’ambiguità che mi procura La carrozza d’oro (1952) di Jean Renoir”.

Nel 1967, riflettendo, quando era già un regista affermato, sulla sua carriera come critico, ammetterà che “non scriverò più certi articoli che ero solito scrivere quando ero critico. Oggi mi sento solidale con tutte le persone che fanno il mio stesso mestiere. I loro fallimenti mi intristiscono e mi rallegro dei loro successi”. Tra le stroncature più interessanti resta nondimeno il giudizio tranchant dato ai film della coppia composta da Vittorio De Sica e Cesare Zavattini: “quello che vale la pena analizzare, nell’Oro di Napoli, è la caratteristica comune a tutti i film di Zavattini-De Sica: uno stile incessantemente sospetto. Che affrontino la miseria, il popolo, l’infanzia, la vecchiaia o Napoli, il loro sguardo comune ha l’ingenuità di quello del turista e l’astuzia di quello della guida. Il turista che fotografia i barboni in controluce, con un raggio di sole che ne accarezzai capelli, non è consapevole del cattivo gusto se non dell’indecenza del suo gesto… Ciò che rende insopportabile la visione del film di Zavattini-De Sica alla sensibilità di certi spettatori è l’attitudine che adottano verso i loro personaggi. De Sica, è evidente, non disdegna nessuno e crede senza dubbio di voler bene a tutti, ma la sua doppia posizione di turista e di guida, la sua incomprensione, trasformano a sua insaputa quest’amore in disprezzo”.
Completamente diversa, ovviamente, è la sua valutazione di Roberto Rossellini, che nell’articolo Il cinema francese crolla sotto il peso delle false leggende definisce “il Palissy del cinema” dicendo che “il cinema italiano, che era crollato nel 1943 sotto il peso di Scipione l’africano, è resuscitato con Roma, città aperta (1945)”. Entusiastica fu la sua valutazione di Viaggio in Italia, film del 1954 con Ingrid Bergman e George Sanders: “Viaggio in Italia non ricorda nulla di quanto è già stato fatto al cinema. Meno ‘originale’ forse di La Strada (1954) ma, credo, realmente ‘nuovo’, questo film assomiglia a quelli che gireremo tra dieci anni, quando i registi di ogni parte del mondo rinunceranno a imitare in forma romanzesca a favore della sperimentazione e della confessione filmata”.

François Truffaut in compagnia di Alfred Hitchcock
In un articolo, Truffaut rievoca anche il suo primo incontro con il maestro della suspence, quando, assieme a Claude Chabrol che lo accompagnava, caddero entrambi nello stagno dei teatri di posa di Saint-Maurice, provocando l’ilarità di Hitchcock prima che cominciasse l’intervista. Sui film di Hitchcock nelle sue recensioni Truffaut formula analisi piuttosto interessanti: “La finestra sul cortile è il film dell’indiscrezione, dell’intimità violata e sorpresa nella sua natura più infamante, il film della felicità impossibile, della bassezza quotidiana, il film dei panni sporchi che si lavano nel cortile e – ammettiamolo – il film della solitudine morale, una straordinaria e deprimente sinfonia del disprezzo”. Argute e a volte scherzose anche le riflessioni di Truffaut sul cinema hollywoodiano a lui coevo: “chi di mestiere - o per passione - guarda film e parla di cinema è concentrato su una domanda che divide e oppone: Gli uomini preferiscono le bionde, film americano in Technicolor di Howard Hawks, è un’opera intellettuale o una pochade?”. Torna più volte sulle opere di Nicholas Ray, come Gioventù bruciata e La donna venduta: “potendo distinguere due famiglie di cineasti, i cerebrali e gli istintivi, classificherei immediatamente Nick Ray nella seconda, quella del cuore. E, ciò nonostante, la persona che traspare dai suoi film è un intellettuale, ma capace di astrarre dalla mente tutto ciò che non viene dal cuore”.
Il cinema secondo me di François Truffaut è una piacevolissima lettura, che dimostra come l’autore sarebbe entrato nel pantheon del cinema francese se non avesse scelto la via della regia. Oltre all’interesse dell’assistere alla formazione progressiva del gusto di Truffaut, dell’apprendere nel dettaglio le sue preferenze cinematografiche e le sue avversioni, le recensioni contenute ne Il cinema secondo me sono prima di ogni altra considerazione ben scritta e intelligenti, e offrono uno spaccato interessante della produzione cinematografica francese, europea e italiana degli anni cinquanta. Il cinema secondo me di Truffaut entra così di diritto nella bibliografia d’obbligo della Nouvelle Vague, collocandosi anche tra i più interessanti libri di cinema scritti da futuri cineasti.

A lavoro sul set