
di Omar Franini
NC-423
08.05.2026
Uno degli eventi più attesi della 44esima edizione del Bellaria Film Festival è stata l’anteprima italiana di Rose, terzo lungometraggio di Markus Schleinzer con protagonista Sandra Hüller, che verrà distribuito nelle sale italiane da MUBI Italia.
Presentato alla scorsa Berlinale, il film ha ricevuto immediatamente lodi da pubblico e critica, soprattutto per la magistrale interpretazione di Hüller, che le è valsa il secondo riconoscimento della carriera al festival berlinese. Prima di addentrarci nel lavoro svolto in Rose, capace di mettere ancora una volta in mostra il suo enorme range attoriale, è però necessario ripercorrere brevemente la sua carriera.
Il primo premio alla Berlinale per Sandra Hüller risale al 2006, con il suo debutto in Requiem di Hans-Christian Schmid, dove interpreta una giovane donna segnata dall’epilessia e da un contesto familiare e religioso oppressivo. Fin da subito, la sua recitazione si impone per un elemento che resterà centrale in tutta la sua carriera: la capacità di abitare personaggi in bilico tra controllo e disgregazione, tra disciplina del corpo e frattura interiore.
Nei primi anni successivi, Hüller costruisce una filmografia volutamente non lineare, attraversando il cinema d’autore tedesco ed europeo con una selezione di progetti che non puntano mai alla continuità stilistica, ma alla variazione dei registri. Più che una carriera cumulativa, la sua sembra una ricerca intermittente sulla possibilità stessa di “stare” dentro un ruolo senza mai fissarlo definitivamente.
Questa tensione trova una prima forma compiuta in Toni Erdmann (Vi presento Toni Erdmann, 2016) di Maren Ade, dove il conflitto tra controllo e cedimento emotivo diventa il centro della performance. Il personaggio interpretato da Hüller si muove tra rigidità professionale e improvvisi slittamenti emotivi, costruendo una figura che non coincide mai con una sola identità stabile, ma con una continua oscillazione tra maschere sociali.

Requiem (2006)

Toni Erdmann (Vi presento Toni Erdmann, 2016)
Negli anni successivi, questa qualità si rafforza attraverso una serie di ruoli che ampliano ulteriormente il suo spettro interpretativo: da In the Aisles (2017) a I’m Your Man (2021), fino alla prima collaborazione con la regista Justine Triet in Sibyl (2019), dove emerge già una sensibilità verso personaggi prossimi al collasso psicologico e professionale.
Il 2023 segna una trasformazione decisiva: con Anatomie d’une chute di Triet e The Zone of Interest di Jonathan Glazer Hüller diventa una presenza centrale nel cinema internazionale contemporaneo, capace di attraversare generi e registri opposti senza perdere coerenza.
Ciò che unisce questi lavori non è la varietà dei generi, ma la costante messa in crisi dell’identità come elemento stabile. I suoi personaggi sembrano sempre osservare se stessi mentre agiscono, come se la recitazione fosse prima di tutto un esercizio di autocontrollo e negoziazione con lo sguardo altrui. È su questa linea che si innesta il suo ruolo in Rose, dove questa dinamica raggiunge una forma estrema e storicamente determinata.
Ambientato nell’Europa rurale del XVII secolo, il film segue la storia di una donna che decide di vivere sotto identità maschile per poter accedere a libertà, lavoro e autonomia in una società rigidamente patriarcale. Attraverso anni di guerra, lavoro nei campi e progressive scalate sociali, il personaggio plasma una nuova esistenza all’interno di una comunità che la riconosce come uomo, trasformando però quella stessa identità in una forma di sopravvivenza costante e logorante.
Fin dalle prime scene di Rose, l'attrice costruisce il personaggio attraverso il corpo prima ancora che attraverso la parola. La postura rigida e quasi militare, la camminata pesante e disciplinata, la voce bassa ma trattenuta e i gesti ridotti all’essenziale definiscono immediatamente una presenza modellata dall’autocontrollo. Anche il volto segnato dalla cicatrice contribuisce a questa costruzione fisica. Non è un semplice dettaglio realistico, ma la traccia concreta di un’identità continuamente negoziata con il mondo esterno.


La trasformazione decisiva, i ruoli in Anatomie d’une chute ( Anatomia di una caduta) e The Zone of Interest (La zona d'interesse), entrambi del 2023
L’interpretazione di Hüller lavora soprattutto per sottrazione. Rose non “interpreta” l’essere uomo in maniera teatrale o caricaturale; al contrario, il personaggio sembra aver interiorizzato anni di sopravvivenza dentro un sistema patriarcale che impone disciplina costante al corpo e al comportamento. È proprio qui che emerge uno degli aspetti più impressionanti del lavoro di Hüller: se il corpo resta quasi sempre sotto controllo, il volto lascia filtrare incrinature improvvise, paura, desiderio, fatica, rendendo visibile la tensione continua tra identità privata e identità performata.
C’è però un momento in cui questa costruzione rigidissima comincia inevitabilmente a incrinarsi, ed è proprio lì che la sua performance rivela un ulteriore livello di complessità. Dopo il matrimonio con Suzanna, Rose continua a mantenere anche nella sfera privata quella disciplina quasi militare che ne aveva definito il comportamento fino a quel momento. Il rapporto tra le due resta inizialmente segnato dalla distanza, dai silenzi e da una tensione costante, visto che Rose non è in grado di compiere il suo “ruolo” nella sfera più intima.
La gravidanza di Suzanna, rimasta incinta di un altro uomo, incrina ulteriormente questo equilibrio precario. L’evento introduce nuovi sospetti all’interno della comunità e rende ancora più fragile la costruzione sociale di Rose. Ancora una volta Hüller evita qualsiasi esplosione melodrammatica, il turbamento emerge attraverso esitazioni, silenzi improvvisamente più pesanti e un progressivo irrigidimento del corpo, come se il personaggio percepisse ormai l’impossibilità di sostenere ancora a lungo quella performance identitaria.
La vera apertura emotiva arriva soltanto dopo la sequenza in cui Rose viene punta dalle api. Quando una delle lavoratrici soccorre il personaggio e ne scopre il corpo, il segreto che aveva sostenuto l’intera esistenza di Rose decade improvvisamente, e anche il rapporto con Suzanna cambia radicalmente. È solo dopo la rivelazione che tra le due emerge finalmente una forma di vicinanza più autentica e vulnerabile, liberata almeno in parte dalla necessità della performance continua.
Ed è proprio qui che Hüller mostra uno dei registri più sorprendenti della sua interpretazione. La rigidità controllata che aveva caratterizzato Rose per quasi tutto il film lascia spazio a una fragilità nuova, non costruita attraverso grandi sfoghi emotivi ma attraverso piccoli momenti di esposizione. Il corpo, fino ad allora trasformato in uno strumento di disciplina e sopravvivenza, diventa improvvisamente umano, vulnerabile, incapace di sostenere ancora il peso dell’identità costruita negli anni.

Rose (2026)
In questo senso, Rose prosegue una traiettoria già centrale nella filmografia dell’attrice. Anche in Anatomie d’une chute o Toni Erdmann Hüller interpreta personaggi che sembrano monitorare costantemente se stessi mentre agiscono, figure che sfuggono a ogni lettura morale immediata e che costringono lo spettatore a confrontarsi con ciò che resta irrisolto e indecifrabile. Ma in Rose questa poetica raggiunge forse la sua forma più radicale poiché il personaggio vive letteralmente dentro una costruzione sociale permanente.
Uno dei nuclei più forti del film di Markus Schleinzer è proprio l’idea che l’identità non sia un’essenza stabile, ma una negoziazione continua con le strutture del potere. Rose sopravvive perché comprende perfettamente i codici che regolano il mondo che la circonda: il lavoro, la guerra, la religione, la proprietà della terra, il matrimonio. Ed il film mostra che vivere significa amministrare continuamente la percezione degli altri, costruire un’immagine accettabile di sé per poter sopravvivere dentro un ordine sociale ostile. Rose non esiste mai al di fuori dello sguardo collettivo del villaggio, ogni movimento, ogni esitazione, ogni parola può diventare prova o sospetto.
Hüller è sempre stata efficace nel lavoro sul silenzio, ma in Rose questo elemento diventa uno dei punti centrali della sua interpretazione. Il personaggio parla poco, e non per una scelta “enigmatica”, ma perché ogni parola comporta un rischio concreto all’interno della comunità in cui vive. Questa attenzione estrema al controllo del linguaggio si traduce in una recitazione fatta di pause e esitazioni molto precise.
In alcuni momenti, anche un semplice gesto sembra poter compromettere la sua posizione sociale. È qui che il film di Schleinzer si apre a una lettura più ampia. Senza riferimenti espliciti al presente, la situazione di Rose richiama dinamiche contemporanee legate al controllo di ciò che si dice e di come ci si presenta agli altri. Il corpo e la parola diventano strumenti da gestire con cautela, soprattutto in contesti percepiti come instabili o ostili.

La Hüller premiata alla Berlinale 2026 come Miglior Attrice
Uno degli aspetti più interessanti del film è infine il modo in cui affronta il rapporto tra genere e sopravvivenza evitando letture semplicistiche. Sebbene molti abbiano interpretato Rose come un racconto queer o una possibile metafora trans, il film resiste costantemente a una traduzione troppo diretta nelle categorie identitarie contemporanee. Rose non assume un’identità maschile per provocazione o ribellione simbolica, lo fa perché il mondo raccontato dal film concede libertà, proprietà, autonomia e autorevolezza soltanto agli uomini.
La frase “c’è più libertà nei pantaloni” sintetizza perfettamente il cuore politico dell’opera. Il centro del discorso sembra essere meno la definizione di un’identità interiore stabile e più la brutalità di una società patriarcale che costringe il personaggio a vivere sotto un’altra identità per poter semplicemente esistere.
Questo non significa negare la dimensione queer del film. La rappresentazione del genere come costruzione performativa fatta di postura, voce, abiti e ruolo sociale apre inevitabilmente a letture contemporanee legate alla performatività dell’identità. Tuttavia Schleinzer evita accuratamente qualsiasi approccio didascalico o moralistico: il film non costruisce un percorso di auto-rivelazione né cerca di definire ontologicamente “chi sia davvero” Rose. Ed è forse proprio questa ambiguità a renderlo così potente. Ridurre Rose a una semplice allegoria trans rischierebbe infatti di attenuarne la radicalità storica, anche perchè il problema centrale non è tanto chi Rose “sia”, ma il fatto che una donna possa vivere liberamente soltanto sotto identità maschile.
Rose porta questa traiettoria a un punto di estrema concentrazione. Il personaggio vive dentro una performance che non è più solo sociale, ma esistenziale. La costruzione dell’identità maschile non produce una trasformazione definitiva, ma una condizione di controllo permanente, in cui ogni gesto e ogni parola devono restare credibili agli occhi della comunità. La rivelazione finale non scioglie questa tensione, ma rende visibile il peso che quel corpo ha dovuto sostenere per sopravvivere.
Schleinzer non trasforma mai Rose in un simbolo stabile né in una semplice allegoria contemporanea. Il film rifiuta definizioni nette e insiste invece sulla violenza di un ordine sociale che rende la performance una condizione necessaria della sopravvivenza. È proprio dentro questa tensione continua tra corpo, ruolo e potere che Sandra Hüller costruisce una delle interpretazioni più complesse e controllate della sua carriera, lavorando sul silenzio, sulla sottrazione e su una fragilità che emerge solo quando la disciplina del personaggio comincia finalmente a incrinarsi.
Il trailer di Rose (2026)
di Omar Franini
NC-423
08.05.2026

Requiem (2006)
Uno degli eventi più attesi della 44esima edizione del Bellaria Film Festival è stata l’anteprima italiana di Rose, terzo lungometraggio di Markus Schleinzer con protagonista Sandra Hüller, che verrà distribuito nelle sale italiane da MUBI Italia.
Presentato alla scorsa Berlinale, il film ha ricevuto immediatamente lodi da pubblico e critica, soprattutto per la magistrale interpretazione di Hüller, che le è valsa il secondo riconoscimento della carriera al festival berlinese. Prima di addentrarci nel lavoro svolto in Rose, capace di mettere ancora una volta in mostra il suo enorme range attoriale, è però necessario ripercorrere brevemente la sua carriera.
Il primo premio alla Berlinale per Sandra Hüller risale al 2006, con il suo debutto in Requiem di Hans-Christian Schmid, dove interpreta una giovane donna segnata dall’epilessia e da un contesto familiare e religioso oppressivo. Fin da subito, la sua recitazione si impone per un elemento che resterà centrale in tutta la sua carriera: la capacità di abitare personaggi in bilico tra controllo e disgregazione, tra disciplina del corpo e frattura interiore.
Nei primi anni successivi, Hüller costruisce una filmografia volutamente non lineare, attraversando il cinema d’autore tedesco ed europeo con una selezione di progetti che non puntano mai alla continuità stilistica, ma alla variazione dei registri. Più che una carriera cumulativa, la sua sembra una ricerca intermittente sulla possibilità stessa di “stare” dentro un ruolo senza mai fissarlo definitivamente.
Questa tensione trova una prima forma compiuta in Toni Erdmann (Vi presento Toni Erdmann, 2016) di Maren Ade, dove il conflitto tra controllo e cedimento emotivo diventa il centro della performance. Il personaggio interpretato da Hüller si muove tra rigidità professionale e improvvisi slittamenti emotivi, costruendo una figura che non coincide mai con una sola identità stabile, ma con una continua oscillazione tra maschere sociali.

Toni Erdmann (Vi presento Toni Erdmann, 2016)
Negli anni successivi, questa qualità si rafforza attraverso una serie di ruoli che ampliano ulteriormente il suo spettro interpretativo: da In the Aisles (2017) a I’m Your Man (2021), fino alla prima collaborazione con la regista Justine Triet in Sibyl (2019), dove emerge già una sensibilità verso personaggi prossimi al collasso psicologico e professionale.
Il 2023 segna una trasformazione decisiva: con Anatomie d’une chute di Triet e The Zone of Interest di Jonathan Glazer Hüller diventa una presenza centrale nel cinema internazionale contemporaneo, capace di attraversare generi e registri opposti senza perdere coerenza.
Ciò che unisce questi lavori non è la varietà dei generi, ma la costante messa in crisi dell’identità come elemento stabile. I suoi personaggi sembrano sempre osservare se stessi mentre agiscono, come se la recitazione fosse prima di tutto un esercizio di autocontrollo e negoziazione con lo sguardo altrui. È su questa linea che si innesta il suo ruolo in Rose, dove questa dinamica raggiunge una forma estrema e storicamente determinata.
Ambientato nell’Europa rurale del XVII secolo, il film segue la storia di una donna che decide di vivere sotto identità maschile per poter accedere a libertà, lavoro e autonomia in una società rigidamente patriarcale. Attraverso anni di guerra, lavoro nei campi e progressive scalate sociali, il personaggio plasma una nuova esistenza all’interno di una comunità che la riconosce come uomo, trasformando però quella stessa identità in una forma di sopravvivenza costante e logorante.
Fin dalle prime scene di Rose, l'attrice costruisce il personaggio attraverso il corpo prima ancora che attraverso la parola. La postura rigida e quasi militare, la camminata pesante e disciplinata, la voce bassa ma trattenuta e i gesti ridotti all’essenziale definiscono immediatamente una presenza modellata dall’autocontrollo. Anche il volto segnato dalla cicatrice contribuisce a questa costruzione fisica. Non è un semplice dettaglio realistico, ma la traccia concreta di un’identità continuamente negoziata con il mondo esterno.


La trasformazione decisiva, i ruoli in Anatomie d’une chute ( Anatomia di una caduta) e The Zone of Interest (La zona d'interesse), entrambi del 2023
L’interpretazione di Hüller lavora soprattutto per sottrazione. Rose non “interpreta” l’essere uomo in maniera teatrale o caricaturale; al contrario, il personaggio sembra aver interiorizzato anni di sopravvivenza dentro un sistema patriarcale che impone disciplina costante al corpo e al comportamento. È proprio qui che emerge uno degli aspetti più impressionanti del lavoro di Hüller: se il corpo resta quasi sempre sotto controllo, il volto lascia filtrare incrinature improvvise, paura, desiderio, fatica, rendendo visibile la tensione continua tra identità privata e identità performata.
C’è però un momento in cui questa costruzione rigidissima comincia inevitabilmente a incrinarsi, ed è proprio lì che la sua performance rivela un ulteriore livello di complessità. Dopo il matrimonio con Suzanna, Rose continua a mantenere anche nella sfera privata quella disciplina quasi militare che ne aveva definito il comportamento fino a quel momento. Il rapporto tra le due resta inizialmente segnato dalla distanza, dai silenzi e da una tensione costante, visto che Rose non è in grado di compiere il suo “ruolo” nella sfera più intima.
La gravidanza di Suzanna, rimasta incinta di un altro uomo, incrina ulteriormente questo equilibrio precario. L’evento introduce nuovi sospetti all’interno della comunità e rende ancora più fragile la costruzione sociale di Rose. Ancora una volta Hüller evita qualsiasi esplosione melodrammatica, il turbamento emerge attraverso esitazioni, silenzi improvvisamente più pesanti e un progressivo irrigidimento del corpo, come se il personaggio percepisse ormai l’impossibilità di sostenere ancora a lungo quella performance identitaria.
La vera apertura emotiva arriva soltanto dopo la sequenza in cui Rose viene punta dalle api. Quando una delle lavoratrici soccorre il personaggio e ne scopre il corpo, il segreto che aveva sostenuto l’intera esistenza di Rose decade improvvisamente, e anche il rapporto con Suzanna cambia radicalmente. È solo dopo la rivelazione che tra le due emerge finalmente una forma di vicinanza più autentica e vulnerabile, liberata almeno in parte dalla necessità della performance continua.
Ed è proprio qui che Hüller mostra uno dei registri più sorprendenti della sua interpretazione. La rigidità controllata che aveva caratterizzato Rose per quasi tutto il film lascia spazio a una fragilità nuova, non costruita attraverso grandi sfoghi emotivi ma attraverso piccoli momenti di esposizione. Il corpo, fino ad allora trasformato in uno strumento di disciplina e sopravvivenza, diventa improvvisamente umano, vulnerabile, incapace di sostenere ancora il peso dell’identità costruita negli anni.

Rose (2026)
In questo senso, Rose prosegue una traiettoria già centrale nella filmografia dell’attrice. Anche in Anatomie d’une chute o Toni Erdmann Hüller interpreta personaggi che sembrano monitorare costantemente se stessi mentre agiscono, figure che sfuggono a ogni lettura morale immediata e che costringono lo spettatore a confrontarsi con ciò che resta irrisolto e indecifrabile. Ma in Rose questa poetica raggiunge forse la sua forma più radicale poiché il personaggio vive letteralmente dentro una costruzione sociale permanente.
Uno dei nuclei più forti del film di Markus Schleinzer è proprio l’idea che l’identità non sia un’essenza stabile, ma una negoziazione continua con le strutture del potere. Rose sopravvive perché comprende perfettamente i codici che regolano il mondo che la circonda: il lavoro, la guerra, la religione, la proprietà della terra, il matrimonio. Ed il film mostra che vivere significa amministrare continuamente la percezione degli altri, costruire un’immagine accettabile di sé per poter sopravvivere dentro un ordine sociale ostile. Rose non esiste mai al di fuori dello sguardo collettivo del villaggio, ogni movimento, ogni esitazione, ogni parola può diventare prova o sospetto.
Hüller è sempre stata efficace nel lavoro sul silenzio, ma in Rose questo elemento diventa uno dei punti centrali della sua interpretazione. Il personaggio parla poco, e non per una scelta “enigmatica”, ma perché ogni parola comporta un rischio concreto all’interno della comunità in cui vive. Questa attenzione estrema al controllo del linguaggio si traduce in una recitazione fatta di pause e esitazioni molto precise.
In alcuni momenti, anche un semplice gesto sembra poter compromettere la sua posizione sociale. È qui che il film di Schleinzer si apre a una lettura più ampia. Senza riferimenti espliciti al presente, la situazione di Rose richiama dinamiche contemporanee legate al controllo di ciò che si dice e di come ci si presenta agli altri. Il corpo e la parola diventano strumenti da gestire con cautela, soprattutto in contesti percepiti come instabili o ostili.

La Hüller premiata alla Berlinale 2026 come Miglior Attrice
Uno degli aspetti più interessanti del film è infine il modo in cui affronta il rapporto tra genere e sopravvivenza evitando letture semplicistiche. Sebbene molti abbiano interpretato Rose come un racconto queer o una possibile metafora trans, il film resiste costantemente a una traduzione troppo diretta nelle categorie identitarie contemporanee. Rose non assume un’identità maschile per provocazione o ribellione simbolica, lo fa perché il mondo raccontato dal film concede libertà, proprietà, autonomia e autorevolezza soltanto agli uomini.
La frase “c’è più libertà nei pantaloni” sintetizza perfettamente il cuore politico dell’opera. Il centro del discorso sembra essere meno la definizione di un’identità interiore stabile e più la brutalità di una società patriarcale che costringe il personaggio a vivere sotto un’altra identità per poter semplicemente esistere.
Questo non significa negare la dimensione queer del film. La rappresentazione del genere come costruzione performativa fatta di postura, voce, abiti e ruolo sociale apre inevitabilmente a letture contemporanee legate alla performatività dell’identità. Tuttavia Schleinzer evita accuratamente qualsiasi approccio didascalico o moralistico: il film non costruisce un percorso di auto-rivelazione né cerca di definire ontologicamente “chi sia davvero” Rose. Ed è forse proprio questa ambiguità a renderlo così potente. Ridurre Rose a una semplice allegoria trans rischierebbe infatti di attenuarne la radicalità storica, anche perchè il problema centrale non è tanto chi Rose “sia”, ma il fatto che una donna possa vivere liberamente soltanto sotto identità maschile.
Rose porta questa traiettoria a un punto di estrema concentrazione. Il personaggio vive dentro una performance che non è più solo sociale, ma esistenziale. La costruzione dell’identità maschile non produce una trasformazione definitiva, ma una condizione di controllo permanente, in cui ogni gesto e ogni parola devono restare credibili agli occhi della comunità. La rivelazione finale non scioglie questa tensione, ma rende visibile il peso che quel corpo ha dovuto sostenere per sopravvivere.
Schleinzer non trasforma mai Rose in un simbolo stabile né in una semplice allegoria contemporanea. Il film rifiuta definizioni nette e insiste invece sulla violenza di un ordine sociale che rende la performance una condizione necessaria della sopravvivenza. È proprio dentro questa tensione continua tra corpo, ruolo e potere che Sandra Hüller costruisce una delle interpretazioni più complesse e controllate della sua carriera, lavorando sul silenzio, sulla sottrazione e su una fragilità che emerge solo quando la disciplina del personaggio comincia finalmente a incrinarsi.
Il trailer di Rose (2026)