

ll cinema come ponte tra i fantasmi della Storia
e le inquietudini del presente,
di Mattia Pescitelli
TR-156
18.07.2026
Affrontare esaustivamente il tema del cinema in costume nello spazio risicato di un articolo ĆØ cosa perlopiù impossibile. Si rischia o di rimanere troppo in superficie o di perdersi nelle sue vaste profonditĆ . Ora ci starebbe bene una citazione colta, da accademia, una di quelle che direziona il dialogo verso territori giĆ solcati, mappati, contemplati e digeriti. Ma oggi, alle cinque di una mattina di luglio, svegliatomi con il bisogno di buttare giù queste considerazioni che mi porto appresso da mesi, sento che non cāĆØ spazio per seguire sentieri giĆ tracciati. Mi toccherĆ improvvisare (come sempre, dāaltronde) e lasciare che sia ciò che questo tipo di produzioni scaturiscono in me a parlare.
Il tipo di cinema che ci preme esplorare ĆØ uno che non si può chiudere agilmente in unāampolla etichettata e metterlo sulla mensola di fianco agli altri. Sono anni che studiosi di tutto il mondo ci provano, ma lo spettro di partenza ĆØ talmente vasto che, da una parte o dallāaltra, qualcosa sfugge alla classificazione univoca. Quello che stiamo per andare a esplorare senza un lume che ci guidi, se non le sensazioni più pure coinvolte dall'esperienza cinematografica, ĆØ una cupola sotto la quale si sono andati a rifugiare quasi tutti, dai reietti ai prodigi di questāarte.
Dentro ci si può trovare tanto la Hollywood più smaccata, quanto il cinema europeo più ricercato; tanto lāangoscia estatica di chi si trova alla svolta del millennio, quanto la convalescenza di chi ĆØ appena uscito da una guerra mondiale. Questo, che per comoditĆ chiameremo ācinema in costumeā, ĆØ un coacervo di influenze, stili, modi di esprimersi, ideologie, convinzioni e confutazioni come mai si ĆØ visto nella storia della Settima Arte.

Marketa LazarovĆ” (1967)
A nessuno che non si sia spaccato la schiena sui testi teorici verrebbe mai in mente di sistemare sullo stesso piano Apollo 13 (Ron Howard, 1995) e Marketa LazarovĆ” (FrantiÅ”ek VlĆ”Äil, 1967), eppure rientrano entrambi esattamente nei canoni del period drama, anche se la nostra mente tende a separarli nettamente lāuno dallāaltro. Proprio qui sta il problema: di cosa parlare quando il materiale ĆØ cosƬ vasto? Su cosa soffermarsi e dove, invece, sorvolare, con il rischio di lasciarsi alle spalle uno snodo imprescindibile di questo discorso labirintico?
Lāimportante ĆØ non farsi sopraffare dalla quantitĆ di materiale, cosa che mi porta verso unāunica, salvifica, direzione: parlare di ciò che mi ha segnato. Ma ciò significherebbe, in parte, riproporre film che ho giĆ ampiamente analizzato su queste pagine. Preme essere meno specifici, ma comunque circoscritti.
Forse, in questi tempi spaventosi dove tutto sembra spingerci a tornare ai fasti di un tempo romanticizzato e dove si ha sempre più paura di fare capolino oltre la soglia del domani, è bene prendere in esame quelle opere che giocano con lo spettatore, lo mettono a suo agio per poi togliere la sedia di colpo, portando alla sua attenzione temi, concetti e velleità che riflettono non tanto un tempo, quanto un abisso umano dal quale non siamo mai veramente riusciti a riemergere.

Apollo 13 (1995)
Dramma del reale
Una delle principali critiche mosse a questo tipo di cinema, specie quello che fa del richiamo al passato la sua ragion dāessere, ĆØ il fatto di romanticizzare epoche, identitĆ , usi e costumi controversi, datati, spesso anticostituzionali (a seconda del territorio in cui li si fruisce) e legati a unāideologia conservatrice in grado di sfruttare questi ganci per manovrare il pensiero collettivo.
Tralasciando le teorie del complotto, interessanti nella loro natura paranoica, ma poco rilevante ai fini di questa analisi, il fatto di lustrare a dovere un periodo storico per renderlo allettante al pubblico è qualcosa che accomuna queste produzioni. Di più. Non bisogna neanche raschiare troppo a fondo: anche nella sporcizia, nella malattia, nella precarietà di un tempo senza le comodità della vita moderna, sentiamo comunque una spinta verso quei luoghi, quelle strutture, quelle persone e quei modi di fare.
Da Pride and Prejudice (Orgoglio e Pregiudizio) - uno qualsiasi, ma scelgo quello di Joe Wright del 2005, per la sua deliziosa ultima inquadratura sul Mr. Bennet di Donald Sutherland che mi ha accartocciato il cuore - con il suo stile impero e i suoi salotti nobiliari, ad Andrej Rublƫv (Andrej Tarkovskij, 1966), ammantato di foschia su una Russia fratturata a cavallo del Quattrocento, il cinema (e la letteratura prima di esso) ha sempre saputo rendere questi luoghi estremamente allettanti.

Andrej Rublƫv (1966)
Sempre salutando con riverenza chi si trova chino sui libri, la percezione di quei tempi da parte dellāindividuo medio passa al setaccio anche e soprattutto ciò a cui ha assistito sullo schermo. La finzione narrativa si fa, più o meno consapevolmente, realtĆ storica. E come non anelare a una realtĆ che fa della sensazione, dellāadrenalina, della passione e dellāavventura la sua arma di sfondamento contro la monotonia quotidiana?
Anche nella beffa del āquante volte pensi allāImpero Romano?ā si nasconde questo processo. Guardando a momenti storici cosƬ lontani da noi, sopravvissuti attraverso testimonianze che si sono annacquate nel tempo, vittima di rimaneggiamenti, interpretazioni, trasposizioni e riscritture, lāimmagine che ci siamo fatti dellāImpero Romano, o della Grecia minoica, o dellāEgitto tolemaico ĆØ un costrutto che non ha posizione cronologica se non sul piano meramente formale. Il 180 d.C. di Gladiator (Il Gladiatore, Ridley Scott, 2005) ĆØ una coordinata temporale che ha la stessa valenza dellāanno 3001 della Terza Era, ma la nostra mente la elabora come reale, tangibile, storicamente riscontrabile. Qui risiede parte del successo di queste storie: ci mostrano lo scorcio di un tempo che non esiste.
Come la pipa di Magritte, il tradimento dellāimmagine si compie anche sullo schermo, con la differenza che alla pipa si aggiungono un bel paio di baffi, facendola passare doppiamente per qualcosa che non ĆØ. E il pubblico non ĆØ di certo cieco: quei baffi li nota, ma sceglie saggiamente di non vederli per godersi quello spazio di riposo tra una virgola e lāaltra del suo avvenire. Merito tutto di un singolo elemento: il costume.

Gladiator (Il Gladiatore, 2005)
Dramma del costume
āE che cāhai paura del 1400?! Io esco, eh. Ciao.ā diceva un impavido Saverio al suo compare sconsolato Mario dopo essersi vestito in abiti rinascimentali e aver deciso di esplorare quel mondo in cui si erano ritrovati loro malgrado. Questo piccolo frammento di Non ci resta che piangere (Benigni, Troisi, 1984) mi ĆØ balzato alla mente or ora, riflettendo sul perchĆ© un costume ĆØ cosƬ importante per la psiche umana. Delle dinamiche psicologiche, sociologiche, antropologiche e culturali che circondano lāabito, la maschera, il vestiario in generale ne hanno discusso in molti prima di me e qualsiasi mio tentativo di fronteggiarli sarebbe come pretendere di aver dedicato unāintera esistenza ad analizzarne le implicazioni.
Con buona pace di Stuart Hall, Sarah Thornton, Umberto Eco e della Scuola di Birmingham, Chicago, Francoforte (fucine di letture che tutti dovrebbero trovarsi sotto gli occhi almeno una volta nella vita), continuerò imperterrito sulla via che sto pian piano tracciando, sicuramente influenzato dai loro studi, ma comunque cercando di evitare il più possibile il campo gravitazionale accademico.
Il costume, dicevamo, ĆØ qualcosa che mi affascina profondamente. Che sia un abito vittoriano o una toga, gli indumenti rappresentano il punto dāingresso in quei mondi. Un deserto resta un qualsiasi deserto, privo di qualsivoglia coordinate temporali, almeno fino a che non entra in campo Peter OāToole nei panni di Lawrence of Arabia (Lawrence dāArabia, David Lean, 1962). Nei corridoi vuoti di Versailles potrebbe palesarsi da un momento allāaltro un gruppo di turisti, ma al loro posto si presenta Kirsten Dunst con una parrucca esagerata che richiama l'esuberante giovinezza spensierata, "punk dāantan", di Marie Antoinette (Sofia Coppola, 2006).

Marie Antoinette (2006)
Il mio postulato, però, pare subire un intoppo quando nellāequazione si inserisce la Babilonia di Intolerance (D. W. Griffith, 1916) o la capitale sotto assedio di Troy (Wolfgang Petersen, 2004). Da una parte, un set creato da zero nel mezzo di Los Angeles, dallāaltra una costruzione che ingloba a sĆ© il panorama che lo circonda (in questo caso la brulla costa maltese). Sullo schermo, entrambi non hanno bisogno di personaggi per trasportarci altrove (sicuramente aiutati dalla conoscenza preliminare di quanto lo spettatore si accinge a vedere). Il costume, quindi, pare non essere lāunico arco attraverso il quale il pubblico passa per āviaggiare a ritrosoā. Ma non sono forse anche questi ācostumiā, a loro volta?
La realtĆ viene o sovrapposta completamente, o integrata in maniera tale da celarne lāidentitĆ sotto chiodi e compensato: anche il mondo può indossare una maschera. Che sia un abito di scena per lāambiente o uno per i suoi abitanti, queste storie ci avvinghiano con la loro valenza esotica, elemento che spinge il cinema dalle sue origini fino a oggi. Rendendoci semplici spettatori lontani fisicamente (ma non emotivamente) dal conflitto narrativo, qualsiasi esso sia, il film diventa la teca che contiene tutte le nostre fantasie, anche quelle che non sapevamo di avere. E gli attori, camaleontiche creature leggendarie, icone da idolatrare consce di poter rimanere intrappolate per sempre in quei panni che hanno vestito per cosƬ poco tempo della loro vita, svolgono il ruolo di Cicerone, accompagnandoci, rendendoci allo stesso tempo parte del racconto e suoi spudorati testimoni. Sfrontati, affrontiamo questi mondi a petto alto come Saverio, agghindati mentalmente per perderci nella folla e diventare, forse, padroni di quella realtĆ .
Tutto questo di cui abbiamo appena parlato ĆØ perfettamente sintetizzato in Arca Russa (Russkij KovÄeg, Aleksandr Sokurov, 2002), un unico, lungo piano sequenza allucinato che ci porta nei meandri di un Ermitage dove passato e presente, finzione e documentario, si intrecciano, seguendo figure storiche che guidano lo spettatore lungo un cammino in cui il suo occhio e quello della macchina da presa coincidono; dove il reale si perde nei corridoi del palazzo-museo, diventato culla onirica del viaggio antropocentrico che ci vede catapultati in un altrove che può esistere solo a seguito del patto tacito suggellato tra pubblico e cinema.

Arca Russa (Russkij KovÄeg, 2002)
Dramma come specchio del presente
Lāelemento più interessare, a mio avviso, di tutta questa sciarada ĆØ la portata simbolica che soggiace tali produzioni. Forte della sua lontananza cronologica, un film in costume può farsi figura retorica per strappare il velo del presente e guardarvi attraverso. Quante volte ci sembra che una situazione, un personaggio, un ambiente sembri parlare di noi piuttosto che di chi ci ha preceduto?
Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini, primo capitolo del trittico che doveva seguire alla sua Trilogia della vita, la Trilogia della morte, ne ĆØ un esempio virtuoso, anche se solo superficialmente āstoricoā. Attraverso la Repubblica di Salò, i nazifascisti e la poetica antiumana di De Sade (questo uno di quegli universi dove si ringrazia di non abitare), Pasolini parla alla realtĆ degli anni Settanta come a quella odierna perchĆ© mette sul piatto un tema universale, immortale, che non ci scrolleremo mai di dosso: il potere o, meglio (nelle parole dellāesegeta), lāanarchia del potere.Ā
Un film in costume (come ogni film con qualcosa da dire, dopotutto) si fa latore di un messaggio che vuole affrontare le contraddizioni dellāoggi. Alcune constatazioni invecchiano più velocemente di altre, rimanendo avvinghiate al tempo in cui hanno visto la luce; ma finiscono sempre per parlare di un periodo lontano da quello di cui si erano mascherate.

Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)
Proviamo a prendere in esame la prima pellicola che mi passa per la mente. In testa mi risuona solo il brano Women of Ireland di SeĆ”n Ć Riada. Di conseguenza, arrivano al galoppo le vedute bucoliche da Barry Lyndon (Stanley Kubrick, 1975), ma forse ĆØ proprio lāesempio che ci serviva. Essendo un film di Kubrick, ĆØ chiaro sin dalle premesse che la sua bussola dialettica non punta verso il 1700. Però, facciamo finta di essere degli ignari navigatori del telespazio e di essere appena incappati in un canale che sta trasmettendo questāopera in costume di cui non conosciamo nulla.Ā
Alla fine delle tre ore di visione, quali saranno le nostre conclusioni? Molto probabilmente che ĆØ un film (ancora una volta) sul potere, sul fascino mefistofelico della scalata sociale, sul male che sottende lāarroganza umana prettamente di stampo patriarcale, sulla debolezza di spirito in una societĆ in cui vige la legge del più forte, dove in nome di una tronfia Ragione si mette in atto una primordiale disputa territoriale durante la quale lāidentitĆ viene uccisa dalla maschera.
Ć il fallimento dei moti dellāIlluminismo, prima come ora; ĆØ la rovina dellāumano, dei suoi pensieri, delle sue peculiaritĆ , in favore di valori tracciati da predatori in continua lotta per lāaffermazione sullāaltro. Ć lāindividuo che si fa massa sociale, che si veste di qualcosa che non conosce per raggiungere un rango che non gli appartiene, disposto a sacrificare la sua persona in cambio di un titolo che neanche comprende appieno. Ć lāallegoria della fortuna, quadrifoglio strappato alla terra madre e dimenticato in un taschino: il momento prima ti arride e quello dopo ti toglie la terra da sotto i piedi.

Barry Lyndon (1975)
Ora prendete quanto detto, svestitelo dei suoi abiti da ancien rĆ©gime, e scaraventatelo nel contesto degli anni Settanta in cui ĆØ uscito, ma anche di oggi. Il film non farebbe affatto fatica a stare in piedi. Anzi, con tutta probabilitĆ adopera il costume della vita āprima della Rivoluzioneā proprio per sottolineare quanto il cambiamento abbia portato sostanzialmente a un nulla di fatto, se non a una vittoria del gessato sul broccato.
Queste due appena citate, però, sono opere particolari perchĆ© svestono i loro mondi del romanticismo che dovrebbe sottenderli (dāaltronde, con Salò e il 1944 ĆØ difficile fare altro). Sono film in costume che abbandonano la glorificazione in favore di una dimensione atemporale; non cercano di guidare gli spettatori in un tempo lontano e tangibile, ma di farli tornare al loro con maggiore consapevolezza di ciò che li circonda. Sono linee guida per il presente travestite da fantasmi del passato, perchĆ© ĆØ più semplice canalizzarle, assimilarle, farle proprie in maniera subconscia che non attraverso una diretta, cruda interpretazione della realtĆ , un poā come una nonna che nasconde le verdure sotto spessi strati di pasta sfoglia.

Barry Lyndon (1975)
Dramma come arma ideologica
I period drama non si limitano, però, solo a parlare del presente. A volte fanno del loro contenuto un ariete con cui sfondare le concezioni, i risentimenti e le convinzioni dormienti degli spettatori che si accalcano in sala per vedere la più recente epopea. Salò rientra già di fatto in questo insieme, ma di esempi se ne sprecano. Basta prendere il primo lungometraggio non episodico della storia, The Birth of a Nation (Nascita di una nazione, D. W. Griffith, 1915) per trovarne un altro.
Probabilmente il film più controverso della storia hollywoodiana (ironico come sia anche il suo primo, grande successo di critica e pubblico), la sua nomea diabolica riecheggia nel settore da ben prima dellāuscita, tacciato di una rappresentazione falsata, parziale e suprematista della storia statunitense, con una romanticizzazione (rieccoci) del Ku Klux Klan talmente dāeffetto sul pubblico di quel periodo storico cosƬ precario da averne incentivato il ritorno in grande spolvero a pochi mesi dallāuscita. Un film di finzione, ambientato in un tempo non troppo lontano, ma abbastanza da permettere al pubblico di sentire un legame leggendario con gli eventi raccontati, ha ispirato le masse in tal maniera da andare a inasprire la segregazione razziale, contribuendo allāagenda politica di movimenti suprematisti di stampo paranoico che avrebbero smosso i fili socio-culturali da lƬ fino alla seconda metĆ del secolo.
Proprio qui si instaura il nostro secondo esempio, questa volta dallāaltra parte della ācortinaā, verso la Russia: Guerra e pace (Vojna i mir, Sergej BondarÄuk, 1966). Le parole non sono abbastanza per cogliere esaustivamente quanto ritenga fondante questo film per il mio processo di scoperta del cinema. Otto ore per scolpire il profilo dellāunica pellicola che ritengo veramente epica.

TheĀ Birth of a Nation (Nascita di una nazione, 1915)
Ma tralasciando ciò che ha rappresentato per me, cosa poco rilevante ai fini della nostra ricerca, questo colosso filmico ci mette a confronto con un ulteriore dialogo rispetto quanto accadeva nel mondo al tempo della sua creazione. Tale trasposizione del romanzo di Tolstoj arriva dopo la versione di King Vidor (1955) con protagonisti Audrey Hepburn, Henry Fonda e Vittorio Gassman, co-produzione italo-statunitense che allāUnione Sovietica era andata giù di traverso.
Siamo a cavallo tra il governo di ChruÅ”ÄĆ«v e quello di Brezhnev, in piena guerra fredda, dove tutto era una corsa, non importa verso dove, basta che si arrivasse primi. Il governo, assieme al popolo e ai maggiori letterati del Partito, chiedeva a gran voce di realizzare un film che annichilisse la lettura americana del classico russo per riportare quel prestigio interpretativo in madrepatria. Sette anni dopo, il regista scelto Sergej BondarÄuk conclude il suo personale Colosso di Rodi del cinema e lo condivide con il mondo intero (anche se diviso in quattro parti per venire in contro al pubblico, che con poca probabilitĆ si sarebbe preso la briga di rimanere in una sala cinematografica per otto ore filate).
Il film ĆØ un successo. La stragrande maggioranza della critica internazionale lo reputa nettamente superiore alla controparte statunitense e i più elogiano lāapertura, il commento antibellico e la centralitĆ dellāumano sullāideale. Ma il film ĆØ molto più di questo. Non a caso ĆØ quello che ha ricevuto maggiore supporto dal governo durante la stagione dei premi rispetto a un'altra pietra miliare del cinema sovietico a esso contemporaneo, il giĆ citato Andrej RublĆ«v, reputato non in linea con i valori del Partito. Pur elogiando la pace, il dialogo e lāamore come arma definitiva contro ogni male, la pellicola non mostra mai il fianco, ma sempre i denti.

Guerra e pace (Vojna i mir, Sergej BondarÄuk, 1966)
Le comparse della Battaglia di Borodino (uno dei più soverchianti scontri campali mai apparsi su uno schermo) venivano direttamente dallāArmata Rossa, a sottolineare una forza bellica disposta a āscendere in campoā: in qualsiasi campo. Gli sfarzosi balli a palazzo sfoggiavano la natura intimista della poetica russa, che non era solo spettacolo, ma anche dibattito filosofico, antropologico, semiotico. Tutto questo teneva in piedi il palco su cui i demagoghi sovietici ritrovavano facilmente i valori della loro lotta, ma sotto si celava ben altro ancora (un doppio gioco nel doppio gioco).
Ciò che si nasconde dietro le quinte ĆØ, infatti, una struttura che va ad attaccare lāegemonia del realismo socialista mettendone in luce le crepe e soffermandosi sullāindividualitĆ che emerge da un contesto sociale asfissiante. Racchiuso nello stesso film troviamo, quindi, lāinsofferenza di una societĆ che ne ha abbastanza di sottostare ai capricci di potenti che devono dimostrare la superioritĆ del loro pensiero a ogni costo, la beffa alla cieca dirigenza vigente e la nostalgia non tanto di un mondo che non cāĆØ più, quanto di un modo di vedere lāumano che ĆØ stato cancellato dal blocco informe della massa.

Guerra e pace (Vojna i mir, 1966)
Dramma della nostalgia
Ultimo punto di questa disamina ĆØ proprio la nostalgia. Tralasciando le implicazioni sociali, culturali e politiche dietro queste produzioni, i film in costume condividono un richiamo che pare provenire da lontano, il quale fa attaccare quasi morbosamente gli spettatori a un periodo che non appartiene loro. Anemoia ĆØ il termine che definisce questa condizione bizzarra, che come specie ci portiamo dietro da quando abbiamo sentito bisogno di raccontare qualcosa di diverso dal mero presente delle cose.
La mente ci gioca scherzi tali da spingerci a credere di desiderare di vivere al tempo di Ettore e di Achille, di Re Artù e dei suoi cavalieri, dei Moschettieri e dei Templari. Più tali mondi sono agghindati in un manto di leggenda e beltà , più la nostra necessità di respirarli, di viverli nella loro completezza, si fa ingombrante. Aneliamo alle pestilenze, alle disparità sociali, alla misoginia e alla sudditanza solo perché percepiamo il carisma che trasuda dal testo e sfocia sullo schermo. Torniamo, così, a quella spinta romantica che smuove questa tipologia di cinema (se non tutto il cinema) da sempre.
Ci innamoriamo della narrazione di quel mondo, non del mondo in sĆ©. Eppure la nostra percezione si fa totalizzante; lo sentiamo come un punto di fuga dal reale imprescindibile. Ce lo dimostrano, in tal senso, tutto il filone che lāimmaginario collettivo ha incastonato nel termine period drama: le narrazioni cinematografiche con protagonista la medio-alta borghesia vittoriana, il più delle volte adattate da libri che, con una superficialitĆ criminale, sono stati sempre associati al pubblico femminile di massa.

Sense and Sensibility (Ragione e sentimento, 1995)
Conosco persone che venderebbero lāanima per poter vivere una settimana in Sense and Sensibility (Ragione e sentimento, Ang Lee, 1995), conversare con quellāafflato, passeggiare in quei giardini, prendere il tĆ© in quei saloni. Come potete vedere sono tutte azioni, punti dāinteresse di un'esistenza. A mancare sono i momenti di sospensione, sapientemente tagliati da chi sa costruire un racconto capace di appassionare. In pochi pensano a tutte quelle piccolezze quotidiane che fanno della vita, beh, la vita.Ā
Lāinganno o la magia che dir si voglia di queste storie ĆØ proprio il fatto di farci dimenticare che sono storie, dandoci lāillusione che quelle vite continuino quando il proiettore smette di girare; che il cinema sia più di un trucco di prestigio fatto di balze e merletti; che oltre lo schermo si svolga il vero dramma e che quello al di qua non sia altro che un fugace intermezzo.

ll cinema come ponte tra i fantasmi della Storia
e le inquietudini del presente,
di Mattia Pescitelli
TR-156
18.07.2026
Affrontare esaustivamente il tema del cinema in costume nello spazio risicato di un articolo ĆØ cosa perlopiù impossibile. Si rischia o di rimanere troppo in superficie o di perdersi nelle sue vaste profonditĆ . Ora ci starebbe bene una citazione colta, da accademia, una di quelle che direziona il dialogo verso territori giĆ solcati, mappati, contemplati e digeriti. Ma oggi, alle cinque di una mattina di luglio, svegliatomi con il bisogno di buttare giù queste considerazioni che mi porto appresso da mesi, sento che non cāĆØ spazio per seguire sentieri giĆ tracciati. Mi toccherĆ improvvisare (come sempre, dāaltronde) e lasciare che sia ciò che questo tipo di produzioni scaturiscono in me a parlare.
Il tipo di cinema che ci preme esplorare ĆØ uno che non si può chiudere agilmente in unāampolla etichettata e metterlo sulla mensola di fianco agli altri. Sono anni che studiosi di tutto il mondo ci provano, ma lo spettro di partenza ĆØ talmente vasto che, da una parte o dallāaltra, qualcosa sfugge alla classificazione univoca. Quello che stiamo per andare a esplorare senza un lume che ci guidi, se non le sensazioni più pure coinvolte dall'esperienza cinematografica, ĆØ una cupola sotto la quale si sono andati a rifugiare quasi tutti, dai reietti ai prodigi di questāarte.
Dentro ci si può trovare tanto la Hollywood più smaccata, quanto il cinema europeo più ricercato; tanto lāangoscia estatica di chi si trova alla svolta del millennio, quanto la convalescenza di chi ĆØ appena uscito da una guerra mondiale. Questo, che per comoditĆ chiameremo ācinema in costumeā, ĆØ un coacervo di influenze, stili, modi di esprimersi, ideologie, convinzioni e confutazioni come mai si ĆØ visto nella storia della Settima Arte.

Marketa LazarovĆ” (1967)
A nessuno che non si sia spaccato la schiena sui testi teorici verrebbe mai in mente di sistemare sullo stesso piano Apollo 13 (Ron Howard, 1995) e Marketa LazarovĆ” (FrantiÅ”ek VlĆ”Äil, 1967), eppure rientrano entrambi esattamente nei canoni del period drama, anche se la nostra mente tende a separarli nettamente lāuno dallāaltro. Proprio qui sta il problema: di cosa parlare quando il materiale ĆØ cosƬ vasto? Su cosa soffermarsi e dove, invece, sorvolare, con il rischio di lasciarsi alle spalle uno snodo imprescindibile di questo discorso labirintico?
Lāimportante ĆØ non farsi sopraffare dalla quantitĆ di materiale, cosa che mi porta verso unāunica, salvifica, direzione: parlare di ciò che mi ha segnato. Ma ciò significherebbe, in parte, riproporre film che ho giĆ ampiamente analizzato su queste pagine. Preme essere meno specifici, ma comunque circoscritti.
Forse, in questi tempi spaventosi dove tutto sembra spingerci a tornare ai fasti di un tempo romanticizzato e dove si ha sempre più paura di fare capolino oltre la soglia del domani, è bene prendere in esame quelle opere che giocano con lo spettatore, lo mettono a suo agio per poi togliere la sedia di colpo, portando alla sua attenzione temi, concetti e velleità che riflettono non tanto un tempo, quanto un abisso umano dal quale non siamo mai veramente riusciti a riemergere.

Apollo 13 (1995)
Dramma del reale
Una delle principali critiche mosse a questo tipo di cinema, specie quello che fa del richiamo al passato la sua ragion dāessere, ĆØ il fatto di romanticizzare epoche, identitĆ , usi e costumi controversi, datati, spesso anticostituzionali (a seconda del territorio in cui li si fruisce) e legati a unāideologia conservatrice in grado di sfruttare questi ganci per manovrare il pensiero collettivo.
Tralasciando le teorie del complotto, interessanti nella loro natura paranoica, ma poco rilevante ai fini di questa analisi, il fatto di lustrare a dovere un periodo storico per renderlo allettante al pubblico è qualcosa che accomuna queste produzioni. Di più. Non bisogna neanche raschiare troppo a fondo: anche nella sporcizia, nella malattia, nella precarietà di un tempo senza le comodità della vita moderna, sentiamo comunque una spinta verso quei luoghi, quelle strutture, quelle persone e quei modi di fare.
Da Pride and Prejudice (Orgoglio e Pregiudizio) - uno qualsiasi, ma scelgo quello di Joe Wright del 2005, per la sua deliziosa ultima inquadratura sul Mr. Bennet di Donald Sutherland che mi ha accartocciato il cuore - con il suo stile impero e i suoi salotti nobiliari, ad Andrej Rublƫv (Andrej Tarkovskij, 1966), ammantato di foschia su una Russia fratturata a cavallo del Quattrocento, il cinema (e la letteratura prima di esso) ha sempre saputo rendere questi luoghi estremamente allettanti.

Andrej Rublƫv (1966)
Sempre salutando con riverenza chi si trova chino sui libri, la percezione di quei tempi da parte dellāindividuo medio passa al setaccio anche e soprattutto ciò a cui ha assistito sullo schermo. La finzione narrativa si fa, più o meno consapevolmente, realtĆ storica. E come non anelare a una realtĆ che fa della sensazione, dellāadrenalina, della passione e dellāavventura la sua arma di sfondamento contro la monotonia quotidiana?
Anche nella beffa del āquante volte pensi allāImpero Romano?ā si nasconde questo processo. Guardando a momenti storici cosƬ lontani da noi, sopravvissuti attraverso testimonianze che si sono annacquate nel tempo, vittima di rimaneggiamenti, interpretazioni, trasposizioni e riscritture, lāimmagine che ci siamo fatti dellāImpero Romano, o della Grecia minoica, o dellāEgitto tolemaico ĆØ un costrutto che non ha posizione cronologica se non sul piano meramente formale. Il 180 d.C. di Gladiator (Il Gladiatore, Ridley Scott, 2005) ĆØ una coordinata temporale che ha la stessa valenza dellāanno 3001 della Terza Era, ma la nostra mente la elabora come reale, tangibile, storicamente riscontrabile. Qui risiede parte del successo di queste storie: ci mostrano lo scorcio di un tempo che non esiste.
Come la pipa di Magritte, il tradimento dellāimmagine si compie anche sullo schermo, con la differenza che alla pipa si aggiungono un bel paio di baffi, facendola passare doppiamente per qualcosa che non ĆØ. E il pubblico non ĆØ di certo cieco: quei baffi li nota, ma sceglie saggiamente di non vederli per godersi quello spazio di riposo tra una virgola e lāaltra del suo avvenire. Merito tutto di un singolo elemento: il costume.

Gladiator (Il Gladiatore, 2005)
Dramma del costume
āE che cāhai paura del 1400?! Io esco, eh. Ciao.ā diceva un impavido Saverio al suo compare sconsolato Mario dopo essersi vestito in abiti rinascimentali e aver deciso di esplorare quel mondo in cui si erano ritrovati loro malgrado. Questo piccolo frammento di Non ci resta che piangere (Benigni, Troisi, 1984) mi ĆØ balzato alla mente or ora, riflettendo sul perchĆ© un costume ĆØ cosƬ importante per la psiche umana. Delle dinamiche psicologiche, sociologiche, antropologiche e culturali che circondano lāabito, la maschera, il vestiario in generale ne hanno discusso in molti prima di me e qualsiasi mio tentativo di fronteggiarli sarebbe come pretendere di aver dedicato unāintera esistenza ad analizzarne le implicazioni.
Con buona pace di Stuart Hall, Sarah Thornton, Umberto Eco e della Scuola di Birmingham, Chicago, Francoforte (fucine di letture che tutti dovrebbero trovarsi sotto gli occhi almeno una volta nella vita), continuerò imperterrito sulla via che sto pian piano tracciando, sicuramente influenzato dai loro studi, ma comunque cercando di evitare il più possibile il campo gravitazionale accademico.
Il costume, dicevamo, ĆØ qualcosa che mi affascina profondamente. Che sia un abito vittoriano o una toga, gli indumenti rappresentano il punto dāingresso in quei mondi. Un deserto resta un qualsiasi deserto, privo di qualsivoglia coordinate temporali, almeno fino a che non entra in campo Peter OāToole nei panni di Lawrence of Arabia (Lawrence dāArabia, David Lean, 1962). Nei corridoi vuoti di Versailles potrebbe palesarsi da un momento allāaltro un gruppo di turisti, ma al loro posto si presenta Kirsten Dunst con una parrucca esagerata che richiama l'esuberante giovinezza spensierata, "punk dāantan", di Marie Antoinette (Sofia Coppola, 2006).

Marie Antoinette (2006)
Il mio postulato, però, pare subire un intoppo quando nellāequazione si inserisce la Babilonia di Intolerance (D. W. Griffith, 1916) o la capitale sotto assedio di Troy (Wolfgang Petersen, 2004). Da una parte, un set creato da zero nel mezzo di Los Angeles, dallāaltra una costruzione che ingloba a sĆ© il panorama che lo circonda (in questo caso la brulla costa maltese). Sullo schermo, entrambi non hanno bisogno di personaggi per trasportarci altrove (sicuramente aiutati dalla conoscenza preliminare di quanto lo spettatore si accinge a vedere). Il costume, quindi, pare non essere lāunico arco attraverso il quale il pubblico passa per āviaggiare a ritrosoā. Ma non sono forse anche questi ācostumiā, a loro volta?
La realtĆ viene o sovrapposta completamente, o integrata in maniera tale da celarne lāidentitĆ sotto chiodi e compensato: anche il mondo può indossare una maschera. Che sia un abito di scena per lāambiente o uno per i suoi abitanti, queste storie ci avvinghiano con la loro valenza esotica, elemento che spinge il cinema dalle sue origini fino a oggi. Rendendoci semplici spettatori lontani fisicamente (ma non emotivamente) dal conflitto narrativo, qualsiasi esso sia, il film diventa la teca che contiene tutte le nostre fantasie, anche quelle che non sapevamo di avere. E gli attori, camaleontiche creature leggendarie, icone da idolatrare consce di poter rimanere intrappolate per sempre in quei panni che hanno vestito per cosƬ poco tempo della loro vita, svolgono il ruolo di Cicerone, accompagnandoci, rendendoci allo stesso tempo parte del racconto e suoi spudorati testimoni. Sfrontati, affrontiamo questi mondi a petto alto come Saverio, agghindati mentalmente per perderci nella folla e diventare, forse, padroni di quella realtĆ .
Tutto questo di cui abbiamo appena parlato ĆØ perfettamente sintetizzato in Arca Russa (Russkij KovÄeg, Aleksandr Sokurov, 2002), un unico, lungo piano sequenza allucinato che ci porta nei meandri di un Ermitage dove passato e presente, finzione e documentario, si intrecciano, seguendo figure storiche che guidano lo spettatore lungo un cammino in cui il suo occhio e quello della macchina da presa coincidono; dove il reale si perde nei corridoi del palazzo-museo, diventato culla onirica del viaggio antropocentrico che ci vede catapultati in un altrove che può esistere solo a seguito del patto tacito suggellato tra pubblico e cinema.

Arca Russa (Russkij KovÄeg, 2002)
Dramma come specchio del presente
Lāelemento più interessare, a mio avviso, di tutta questa sciarada ĆØ la portata simbolica che soggiace tali produzioni. Forte della sua lontananza cronologica, un film in costume può farsi figura retorica per strappare il velo del presente e guardarvi attraverso. Quante volte ci sembra che una situazione, un personaggio, un ambiente sembri parlare di noi piuttosto che di chi ci ha preceduto?
Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini, primo capitolo del trittico che doveva seguire alla sua Trilogia della vita, la Trilogia della morte, ne ĆØ un esempio virtuoso, anche se solo superficialmente āstoricoā. Attraverso la Repubblica di Salò, i nazifascisti e la poetica antiumana di De Sade (questo uno di quegli universi dove si ringrazia di non abitare), Pasolini parla alla realtĆ degli anni Settanta come a quella odierna perchĆ© mette sul piatto un tema universale, immortale, che non ci scrolleremo mai di dosso: il potere o, meglio (nelle parole dellāesegeta), lāanarchia del potere.Ā
Un film in costume (come ogni film con qualcosa da dire, dopotutto) si fa latore di un messaggio che vuole affrontare le contraddizioni dellāoggi. Alcune constatazioni invecchiano più velocemente di altre, rimanendo avvinghiate al tempo in cui hanno visto la luce; ma finiscono sempre per parlare di un periodo lontano da quello di cui si erano mascherate.

Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)
Proviamo a prendere in esame la prima pellicola che mi passa per la mente. In testa mi risuona solo il brano Women of Ireland di SeĆ”n Ć Riada. Di conseguenza, arrivano al galoppo le vedute bucoliche da Barry Lyndon (Stanley Kubrick, 1975), ma forse ĆØ proprio lāesempio che ci serviva. Essendo un film di Kubrick, ĆØ chiaro sin dalle premesse che la sua bussola dialettica non punta verso il 1700. Però, facciamo finta di essere degli ignari navigatori del telespazio e di essere appena incappati in un canale che sta trasmettendo questāopera in costume di cui non conosciamo nulla.Ā
Alla fine delle tre ore di visione, quali saranno le nostre conclusioni? Molto probabilmente che ĆØ un film (ancora una volta) sul potere, sul fascino mefistofelico della scalata sociale, sul male che sottende lāarroganza umana prettamente di stampo patriarcale, sulla debolezza di spirito in una societĆ in cui vige la legge del più forte, dove in nome di una tronfia Ragione si mette in atto una primordiale disputa territoriale durante la quale lāidentitĆ viene uccisa dalla maschera.
Ć il fallimento dei moti dellāIlluminismo, prima come ora; ĆØ la rovina dellāumano, dei suoi pensieri, delle sue peculiaritĆ , in favore di valori tracciati da predatori in continua lotta per lāaffermazione sullāaltro. Ć lāindividuo che si fa massa sociale, che si veste di qualcosa che non conosce per raggiungere un rango che non gli appartiene, disposto a sacrificare la sua persona in cambio di un titolo che neanche comprende appieno. Ć lāallegoria della fortuna, quadrifoglio strappato alla terra madre e dimenticato in un taschino: il momento prima ti arride e quello dopo ti toglie la terra da sotto i piedi.

Barry Lyndon (1975)
Ora prendete quanto detto, svestitelo dei suoi abiti da ancien rĆ©gime, e scaraventatelo nel contesto degli anni Settanta in cui ĆØ uscito, ma anche di oggi. Il film non farebbe affatto fatica a stare in piedi. Anzi, con tutta probabilitĆ adopera il costume della vita āprima della Rivoluzioneā proprio per sottolineare quanto il cambiamento abbia portato sostanzialmente a un nulla di fatto, se non a una vittoria del gessato sul broccato.
Queste due appena citate, però, sono opere particolari perchĆ© svestono i loro mondi del romanticismo che dovrebbe sottenderli (dāaltronde, con Salò e il 1944 ĆØ difficile fare altro). Sono film in costume che abbandonano la glorificazione in favore di una dimensione atemporale; non cercano di guidare gli spettatori in un tempo lontano e tangibile, ma di farli tornare al loro con maggiore consapevolezza di ciò che li circonda. Sono linee guida per il presente travestite da fantasmi del passato, perchĆ© ĆØ più semplice canalizzarle, assimilarle, farle proprie in maniera subconscia che non attraverso una diretta, cruda interpretazione della realtĆ , un poā come una nonna che nasconde le verdure sotto spessi strati di pasta sfoglia.

Barry Lyndon (1975)
Dramma come arma ideologica
I period drama non si limitano, però, solo a parlare del presente. A volte fanno del loro contenuto un ariete con cui sfondare le concezioni, i risentimenti e le convinzioni dormienti degli spettatori che si accalcano in sala per vedere la più recente epopea. Salò rientra già di fatto in questo insieme, ma di esempi se ne sprecano. Basta prendere il primo lungometraggio non episodico della storia, The Birth of a Nation (Nascita di una nazione, D. W. Griffith, 1915) per trovarne un altro.
Probabilmente il film più controverso della storia hollywoodiana (ironico come sia anche il suo primo, grande successo di critica e pubblico), la sua nomea diabolica riecheggia nel settore da ben prima dellāuscita, tacciato di una rappresentazione falsata, parziale e suprematista della storia statunitense, con una romanticizzazione (rieccoci) del Ku Klux Klan talmente dāeffetto sul pubblico di quel periodo storico cosƬ precario da averne incentivato il ritorno in grande spolvero a pochi mesi dallāuscita. Un film di finzione, ambientato in un tempo non troppo lontano, ma abbastanza da permettere al pubblico di sentire un legame leggendario con gli eventi raccontati, ha ispirato le masse in tal maniera da andare a inasprire la segregazione razziale, contribuendo allāagenda politica di movimenti suprematisti di stampo paranoico che avrebbero smosso i fili socio-culturali da lƬ fino alla seconda metĆ del secolo.
Proprio qui si instaura il nostro secondo esempio, questa volta dallāaltra parte della ācortinaā, verso la Russia: Guerra e pace (Vojna i mir, Sergej BondarÄuk, 1966). Le parole non sono abbastanza per cogliere esaustivamente quanto ritenga fondante questo film per il mio processo di scoperta del cinema. Otto ore per scolpire il profilo dellāunica pellicola che ritengo veramente epica.

TheĀ Birth of a Nation (Nascita di una nazione, 1915)
Ma tralasciando ciò che ha rappresentato per me, cosa poco rilevante ai fini della nostra ricerca, questo colosso filmico ci mette a confronto con un ulteriore dialogo rispetto quanto accadeva nel mondo al tempo della sua creazione. Tale trasposizione del romanzo di Tolstoj arriva dopo la versione di King Vidor (1955) con protagonisti Audrey Hepburn, Henry Fonda e Vittorio Gassman, co-produzione italo-statunitense che allāUnione Sovietica era andata giù di traverso.
Siamo a cavallo tra il governo di ChruÅ”ÄĆ«v e quello di Brezhnev, in piena guerra fredda, dove tutto era una corsa, non importa verso dove, basta che si arrivasse primi. Il governo, assieme al popolo e ai maggiori letterati del Partito, chiedeva a gran voce di realizzare un film che annichilisse la lettura americana del classico russo per riportare quel prestigio interpretativo in madrepatria. Sette anni dopo, il regista scelto Sergej BondarÄuk conclude il suo personale Colosso di Rodi del cinema e lo condivide con il mondo intero (anche se diviso in quattro parti per venire in contro al pubblico, che con poca probabilitĆ si sarebbe preso la briga di rimanere in una sala cinematografica per otto ore filate).
Il film ĆØ un successo. La stragrande maggioranza della critica internazionale lo reputa nettamente superiore alla controparte statunitense e i più elogiano lāapertura, il commento antibellico e la centralitĆ dellāumano sullāideale. Ma il film ĆØ molto più di questo. Non a caso ĆØ quello che ha ricevuto maggiore supporto dal governo durante la stagione dei premi rispetto a un'altra pietra miliare del cinema sovietico a esso contemporaneo, il giĆ citato Andrej RublĆ«v, reputato non in linea con i valori del Partito. Pur elogiando la pace, il dialogo e lāamore come arma definitiva contro ogni male, la pellicola non mostra mai il fianco, ma sempre i denti.

Guerra e pace (Vojna i mir, Sergej BondarÄuk, 1966)
Le comparse della Battaglia di Borodino (uno dei più soverchianti scontri campali mai apparsi su uno schermo) venivano direttamente dallāArmata Rossa, a sottolineare una forza bellica disposta a āscendere in campoā: in qualsiasi campo. Gli sfarzosi balli a palazzo sfoggiavano la natura intimista della poetica russa, che non era solo spettacolo, ma anche dibattito filosofico, antropologico, semiotico. Tutto questo teneva in piedi il palco su cui i demagoghi sovietici ritrovavano facilmente i valori della loro lotta, ma sotto si celava ben altro ancora (un doppio gioco nel doppio gioco).
Ciò che si nasconde dietro le quinte ĆØ, infatti, una struttura che va ad attaccare lāegemonia del realismo socialista mettendone in luce le crepe e soffermandosi sullāindividualitĆ che emerge da un contesto sociale asfissiante. Racchiuso nello stesso film troviamo, quindi, lāinsofferenza di una societĆ che ne ha abbastanza di sottostare ai capricci di potenti che devono dimostrare la superioritĆ del loro pensiero a ogni costo, la beffa alla cieca dirigenza vigente e la nostalgia non tanto di un mondo che non cāĆØ più, quanto di un modo di vedere lāumano che ĆØ stato cancellato dal blocco informe della massa.

Guerra e pace (Vojna i mir, 1966)
Dramma della nostalgia
Ultimo punto di questa disamina ĆØ proprio la nostalgia. Tralasciando le implicazioni sociali, culturali e politiche dietro queste produzioni, i film in costume condividono un richiamo che pare provenire da lontano, il quale fa attaccare quasi morbosamente gli spettatori a un periodo che non appartiene loro. Anemoia ĆØ il termine che definisce questa condizione bizzarra, che come specie ci portiamo dietro da quando abbiamo sentito bisogno di raccontare qualcosa di diverso dal mero presente delle cose.
La mente ci gioca scherzi tali da spingerci a credere di desiderare di vivere al tempo di Ettore e di Achille, di Re Artù e dei suoi cavalieri, dei Moschettieri e dei Templari. Più tali mondi sono agghindati in un manto di leggenda e beltà , più la nostra necessità di respirarli, di viverli nella loro completezza, si fa ingombrante. Aneliamo alle pestilenze, alle disparità sociali, alla misoginia e alla sudditanza solo perché percepiamo il carisma che trasuda dal testo e sfocia sullo schermo. Torniamo, così, a quella spinta romantica che smuove questa tipologia di cinema (se non tutto il cinema) da sempre.
Ci innamoriamo della narrazione di quel mondo, non del mondo in sĆ©. Eppure la nostra percezione si fa totalizzante; lo sentiamo come un punto di fuga dal reale imprescindibile. Ce lo dimostrano, in tal senso, tutto il filone che lāimmaginario collettivo ha incastonato nel termine period drama: le narrazioni cinematografiche con protagonista la medio-alta borghesia vittoriana, il più delle volte adattate da libri che, con una superficialitĆ criminale, sono stati sempre associati al pubblico femminile di massa.

Sense and Sensibility (Ragione e sentimento, 1995)
Conosco persone che venderebbero lāanima per poter vivere una settimana in Sense and Sensibility (Ragione e sentimento, Ang Lee, 1995), conversare con quellāafflato, passeggiare in quei giardini, prendere il tĆ© in quei saloni. Come potete vedere sono tutte azioni, punti dāinteresse di un'esistenza. A mancare sono i momenti di sospensione, sapientemente tagliati da chi sa costruire un racconto capace di appassionare. In pochi pensano a tutte quelle piccolezze quotidiane che fanno della vita, beh, la vita.Ā
Lāinganno o la magia che dir si voglia di queste storie ĆØ proprio il fatto di farci dimenticare che sono storie, dandoci lāillusione che quelle vite continuino quando il proiettore smette di girare; che il cinema sia più di un trucco di prestigio fatto di balze e merletti; che oltre lo schermo si svolga il vero dramma e che quello al di qua non sia altro che un fugace intermezzo.