
di Luca Romani
NC-373
10.12.2025
Nel Bronx, il 26 luglio 1926, nasce Stanley Kubrick, figlio di Jacques (Jack) Kubrick e Sadie Gertrude Perveler. Jack, nonostante fosse medico di professione, coltiva una grande passione per le arti visive, specialmente la fotografia. In occasione del tredicesimo compleanno di suo figlio, regala al piccolo una vecchia fotocamera Graflex, Stanley dimostra da subito una certa dimestichezza con quell’oggetto, diventando presto fotografo per il giornale della scuola. Diverrà fotografo professionista nel giugno del 1945, dopo esser stato notato da Look, una delle più celebri riviste statunitensi con sede nel cuore di Manhattan. La particolarità delle fotografie del giovanissimo Stanley risiedeva nella minuziosissima costruzione dell’immagine. Helen O’Brian, responsabile del dipartimento fotografico della testata, nel descrivere i suoi scatti anni dopo, ricordò come ogni soggetto della foto fosse perfettamente in armonia con il contesto che lo circondava, costruendo un'"armonia geometrica" che metteva in risalto ogni singolo elemento.
La prima “esperienza narrativa” di Kubrick attraverso l’utilizzo del medium fotografico avvenne lo stesso anno. Stanley scattò dodici foto ad Aaron Traister, suo professore di inglese, nella sequenza si nota chiaramente la volontà del giovane di abbandonare la fotografia per donarsi completamente alla forma cinematografica. Le fotografie erano magistralmente concatenate l’una all’altra, componendo una narrazione più potente di quella che un singolo scatto poteva contenere. Le influenze del cinema si faranno sempre più evidenti negli anni successivi. Nel ’46 Kubrick realizzò due book, fotografando persone in attesa dal dentista e focalizzandosi moltissimo sulle emozioni che trapelavano dai loro volti. Qui si può chiaramente notare come Kubrick, esattamente come un cineasta, sposta l'obiettivo da una persona all’altra, creando un effetto simile all’utilizzo del carrello in ambito cinematografico.

Stanley Kubrick ritratto in uno scatto insieme a sua madre Sadie Gertrude Perveler

Il giovane Stanley Kubrick dietro l'obbiettivo fotografico
La sua attenzione era tutta nei dettagli, un’espressione facciale, un tic nervoso, quanto serve per raccontare la condizione umana in un determinato ambiente. Kubrick iniziò ad approcciare seriamente la Settima Arte dal ’48 in poi, realizzando diversi cortometraggi - Flying Padre (1951), Day of the fight (1951) e The Seafarers (1953) - finanzianti dagli introiti delle fotografie. Fear and Desire (Paura e desiderio, 1952) è la sua prima opera con una struttura maggiormente complessa. Kubrick girò un lungometraggio dal forte significato allegorico. I quattro protagonisti della pellicola sono dei soldati sopravvissuti al dirottamento del loro aereo, caduto in una foresta dietro le linee nemiche. La selva incarna la “prigione” della psiche umana, un concetto estremamente simile alla tematica che domina Cuore di tenebra, capolavoro letterario firmato da Joseph Conrad.
Il film riscontrò un buon indice di apprezzamento e venne ritenuto da subito un lavoro visivamente impattante e dalla messa in scena avvincente. Diversi noti critici del calibro di James Agee iniziarono a puntare i loro riflettori sul giovane regista, definendolo “Young man with ideas and cameras”. Fu così che, nel ’55, Kubrick diresse The Killer’s Kiss (Un bacio e una pistola), pellicola dalla forte derivazione noir che però si presentava anche come uno spaccato sulla società americana del dopoguerra. Il lungometraggio racconta due anime tormentate, una donna con un funesto passato e un uomo senza futuro, uniti da una complicatissima relazione amorosa. The Killer’s Kiss viene tutt’oggi annoverata tra quelle opere che, insieme a giganti come Maltese Falcon (Il mistero del falco, 1941) e Touch of Evil (L’infernale Quinlan, 1958), hanno maggiormente infranto, modificato ed evoluto l’iconografia del gangster movie e del poliziesco.

Due immagini da Fear and Desire (Paura e desiderio, 1952) e The Killer’s Kiss (Un bacio e una pistola, 1955)
Un anno dopo, nel 1956, Kubrick è abbastanza maturo per dirigere la sua prima opera maestra: The Killing (italianizzato in Rapina a mano armata). Il cineasta si imbattè in un romanzo intitolato Clean Break - testo che raccontava di una rapina a un ippodromo da parte di gangster efferati e pronti a tutto - e trovando il romanzo incredibile pensò immediatamente a un adattamento. The Killing è una pellicola che rimane anche in questo caso nell’ambito del noir-thriller e che riesce ancora ad appassionare per via di una perfetta costruzione del ritmo. Nel film, il gruppo di giovani rapinatori tenta il tutto per tutto, desidera un riscatto sociale a tal punto da considerare di pagarlo con la propria vita. Come affermerà anni dopo Martin Scorsese nel suo documentario A Personal Journey Trough American Movies (Il mio viaggio nel cinema americano, 1995), “non c’è tregua nei film noir, si paga sempre per i propri peccati”, The Killing prova alla perfezione questa regola.
Il protagonista della pellicola Johnny Clay (Sterling Hayden), possiede tutte le caratteristiche dell’anti-eroe. È un uomo affascinante, ricco di mistero, costretto a sopravvivere ritagliandosi degli attimi del presente poiché incapace di costruirsi un solido futuro. L’opera passa in rassegna tutti i classici stilemi del noir - ponendo l’essere umano nel mezzo di un ciclone composto da forze incontrollabili e rendendolo totalmente vittima degli eventi - riuscendo però, anche in questo caso, a non farsi mai incatenare dal genere di provenienza.
La sceneggiatura, sapientemente costruita da Kubrick, ci porta nel “dietro le quinte” della rapina. La costruzione della suspence sarà, da qui in poi, quella che accompagnerà il regista in tutte le sue opere successive, il focus della pellicola passa da un rapinatore all’altro, mostrandoci diversi flashback su come ogni componente della banda porti a compimento le sue mansioni. Queste linee di narrazione, parallele e fortemente intrecciate tra loro, costruiscono una tensione ascendente destinata a esplodere nello sconvolgente finale. Nonostante The Killing si collochi nella primissima fase della carriera del grande regista, si notano già quelli che diverranno gli elementi chiave della sua cinematografia.

The Killing (Rapina a mano armata, 1956)
Per sceneggiare i personaggi di The Killing, Stanley Kubrick collaborò con Jim Thompson, importante autore di romanzi polizieschi. I due donarono a ogni singolo rapinatore una caratterizzazione formidabile, donando allo spettatore la possibilità di osservare con realismo le squallide vite dei personaggi e conferendo all’opera uno straordinario tocco di acre autenticità - cosa assai rara nella patinata cinematografia americana del periodo. Kubrick, per la prima volta, adopera la soggettiva nei momenti cruciali della storia per ricordare al pubblico come la narrazione si sviluppi dal punto di vista soggettivo dei vari protagonisti. All’uscita del lungometraggio il Time lodò il regista per aver mostrato “più immaginazione con dialoghi e telecamera di quanti Hollywood ne abbia vista dai tempi di Orson Welles”.
Sulla scia del successo di The Killing, Kubrick e Thompson iniziarono immediatamente a scrivere la sceneggiatura di uno dei film di guerra più strazianti e meravigliosi mai realizzati: Paths Of Glory (Orizzonti di gloria, 1957). Ma, nonostante il successo di The Killing, nessuno studio di rilievo mostrò particolare interesse nel produrre il film. L’opera si presentava come una pellicola bellica dalla forte matrice pacifista, dove Kubrick non si preoccupava di celare molte critiche. Fu solo quando Kirk Douglas si interessò al ruolo principale del colonnello Dax, uomo che vive di saldi principi e valori morali, che le cose cominciarono a funzionare, il nome dell’attore sarebbe stato un imbattibile biglietto da visita al botteghino.
Tale fu l’entusiasmo di Douglas nel progetto da spingere l'attore a finanziare di sua mano la pellicola con un budget di circa 935.000$, cifra quasi tre volte superiore a quella servita per produrre The Killing. Kubrick girò Paths Of Glory sulla falsa riga del suo precedente lavoro, la sua ossessione del dettaglio e la volontà di ripetere infinite volte una determinata scena portarono non pochi dissapori sul set. Il cineasta parlò della questione anni dopo, affermando: “Un regista deve fare il numero di riprese necessarie per ottenere una scena il più vicino possibile alla perfezione. Se si prendono scorciatoie per scendere a compromessi con gli attori per evitare conflitti sul set, non si sta svolgendo ottimamente il proprio mestiere”.

Stanley Kubrick al lavoro sul set di Paths Of Glory (Orizzonti di gloria, 1957)
Il film è tratto da un romanzo diviso in tre atti: la pianificazione di un disperato attacco da parte di soldati francesi a un obiettivo militare chiamato “il formicaio”, l’attacco stesso (naufragato per colpa del generale Mireau) e le mortali conseguenze del fallimento nei confronti di dei soldati innocenti. Kubrick si attenne strettamente a questa divisone, lasciando invariata la natura della narrazione. L’opera inizia con il titolo “Francia, 1916”, sovrapposto a un’inquadratura che mostra lo sfarzoso castello dove i generali vivono nell’agio durante gli atroci scontri della Prima Guerra Mondiale. Già da questa sequenza d’apertura il cineasta palesa il suo spirito critico e antibellico, colpendo aspramente chi si serve di terzi per combattere (metaforicamente e non) guerre. La guerra sfiora fisicamente i generali, al riparo e protetti da fortezze dorate.
Le intenzioni di Kubrick furono così chiare da spingere il governo francese dell’epoca a tentare di boicottare l’opera, definendola un becero prodotto di propaganda statunitense anti-francese. Assieme alla scritta iniziale è presente una voce narrante che spiega l’assurdità del conflitto, emblematica la frase “gli attacchi riusciti si misurano in centinaia di metri, pagati con migliaia di vita umane”. Durante la sequenza del disgraziata missione al “formicaio” Kubrick mostra tutto il suo genio con un gioco di inquadrature mozzafiato. Il regista mostra una sgangherata rosa di soldati, guidati dal colonnello Dax, con un’inquadratura dall’alto che riempie lo schermo di figure umane. Poi decide di passare a un’altra inquadratura che si estende da un’estremità all’altra dello schermo, virando improvvisamente in una terza e ultima inquadratura e mostrando una visuale laterale della marcia dei soldati verso la loro inevitabile sconfitta. Kubrick stesso sul set passò diversi giorni a preparare le scenografie, creando finti crateri dovuti alle esplosioni, posizionando filo spinato e costruendo delle trincee assolutamente verosimili. A posteriori, i critici trovarono il contesto creato dal regista tanto accurato da poter essere definito “l’orlo dell’inferno”.
Il giorno in cui si sarebbe dovuta girare la scena dell’attacco, Kubrick tracciò in terra un sentiero, posizionando strategicamente sei macchine da presa lungo la linea. Le telecamere dovevano seguire i soldati, mentre Kubrick stesso seguiva da vicinissimo Kirk Douglas con una camera per rendere la sequenza dinamica e coinvolgente. La mimica facciale di Douglas, in combinazione alle taglienti riprese del regista, trascinano completamente lo spettatore all’interno dell’opera, costringendolo a vivere l’”orrore” insieme ai soldati raffigurati sullo schermo. Il fallimento della presa del "formicaio" porterà all’esecuzione ingiusta di tre soldati privi colpe.

Kirk Douglas in una sequenza di Paths Of Glory (Orizzonti di gloria, 1957)
La magnificenza della pellicola esplode nel suo finale. Poco prima di condurre l’ennesima operazione militare mortale, dei soldati si intrattengono in una locanda semi-diroccata. Sul palco, tra i fischi degli uomini, sale una giovane donna tedesca. La ragazza, sulle prime, inizia a cantare tra gli insulti degli uomini, ma poi la magia accade. L’arte della donna, il suo canto, è talmente potente da raggelare l’ambiente. Gli stessi uomini che precedentemente fischiavano ora si commuovono, tornano a essere persone. L’aura misericordiosa della donna vestita di bianco smuove l’animo dei soldati, una presa di coscienza collettiva li rende nuovamente umani. Due popoli che si combattono uccidendosi l’un l’altro sono ora in armonia, la spiritualità della sequenza avvolge completamente lo spettatore.
È importante comprendere quanto Paths Of Glory e il precedente The Killing siano stati cruciali nello sviluppo artistico di questo grande autore, due progetti iconici, centrali nella formazione di quell’estetica "kubrickiana" che nei decenni successivi dominerà il cinema. Dopo Paths Of Glory arriveranno Spartacus (1960) e Lolita (1962), e poi, nel 1964, Dr Strangelove or how i learned to stop worrying and love the bomb (Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba) dove Kubrick giungerà a una definitiva maturazione della sua estetica, inaugurando una continuità poetica.
Ma questo sarà solo il preludio di una carriera invidiabile - seguiranno infatti capolavori come 2001: a space odissey (2001, Odissea nello spazio, 1968), A clockwork orange (Arancia Meccanica, 1971), Barry Lyndon (1975), The Shining (Shining, 1980), Full Metal Jacket (1987) e Eyes Wide Shut (1999) - opere destinate a cambiare per sempre il volto della Settima Arte.

Stanley Kubrick e Peter Sellers sul set di Dr Strangelove or how i learned to stop worrying and love the bomb (Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, 1964)
di Luca Romani
NC-373
10.12.2025

Stanley Kubrick ritratto in uno scatto insieme a sua madre Sadie Gertrude Perveler
Nel Bronx, il 26 luglio 1926, nasce Stanley Kubrick, figlio di Jacques (Jack) Kubrick e Sadie Gertrude Perveler. Jack, nonostante fosse medico di professione, coltiva una grande passione per le arti visive, specialmente la fotografia. In occasione del tredicesimo compleanno di suo figlio, regala al piccolo una vecchia fotocamera Graflex, Stanley dimostra da subito una certa dimestichezza con quell’oggetto, diventando presto fotografo per il giornale della scuola. Diverrà fotografo professionista nel giugno del 1945, dopo esser stato notato da Look, una delle più celebri riviste statunitensi con sede nel cuore di Manhattan. La particolarità delle fotografie del giovanissimo Stanley risiedeva nella minuziosissima costruzione dell’immagine. Helen O’Brian, responsabile del dipartimento fotografico della testata, nel descrivere i suoi scatti anni dopo, ricordò come ogni soggetto della foto fosse perfettamente in armonia con il contesto che lo circondava, costruendo un'"armonia geometrica" che metteva in risalto ogni singolo elemento.
La prima “esperienza narrativa” di Kubrick attraverso l’utilizzo del medium fotografico avvenne lo stesso anno. Stanley scattò dodici foto ad Aaron Traister, suo professore di inglese, nella sequenza si nota chiaramente la volontà del giovane di abbandonare la fotografia per donarsi completamente alla forma cinematografica. Le fotografie erano magistralmente concatenate l’una all’altra, componendo una narrazione più potente di quella che un singolo scatto poteva contenere. Le influenze del cinema si faranno sempre più evidenti negli anni successivi. Nel ’46 Kubrick realizzò due book, fotografando persone in attesa dal dentista e focalizzandosi moltissimo sulle emozioni che trapelavano dai loro volti. Qui si può chiaramente notare come Kubrick, esattamente come un cineasta, sposta l'obiettivo da una persona all’altra, creando un effetto simile all’utilizzo del carrello in ambito cinematografico.

Il giovane Stanley Kubrick dietro l'obbiettivo fotografico
La sua attenzione era tutta nei dettagli, un’espressione facciale, un tic nervoso, quanto serve per raccontare la condizione umana in un determinato ambiente. Kubrick iniziò ad approcciare seriamente la Settima Arte dal ’48 in poi, realizzando diversi cortometraggi - Flying Padre (1951), Day of the fight (1951) e The Seafarers (1953) - finanzianti dagli introiti delle fotografie. Fear and Desire (Paura e desiderio, 1952) è la sua prima opera con una struttura maggiormente complessa. Kubrick girò un lungometraggio dal forte significato allegorico. I quattro protagonisti della pellicola sono dei soldati sopravvissuti al dirottamento del loro aereo, caduto in una foresta dietro le linee nemiche. La selva incarna la “prigione” della psiche umana, un concetto estremamente simile alla tematica che domina Cuore di tenebra, capolavoro letterario firmato da Joseph Conrad.
Il film riscontrò un buon indice di apprezzamento e venne ritenuto da subito un lavoro visivamente impattante e dalla messa in scena avvincente. Diversi noti critici del calibro di James Agee iniziarono a puntare i loro riflettori sul giovane regista, definendolo “Young man with ideas and cameras”. Fu così che, nel ’55, Kubrick diresse The Killer’s Kiss (Un bacio e una pistola), pellicola dalla forte derivazione noir che però si presentava anche come uno spaccato sulla società americana del dopoguerra. Il lungometraggio racconta due anime tormentate, una donna con un funesto passato e un uomo senza futuro, uniti da una complicatissima relazione amorosa. The Killer’s Kiss viene tutt’oggi annoverata tra quelle opere che, insieme a giganti come Maltese Falcon (Il mistero del falco, 1941) e Touch of Evil (L’infernale Quinlan, 1958), hanno maggiormente infranto, modificato ed evoluto l’iconografia del gangster movie e del poliziesco.

Due immagini da Fear and Desire (Paura e desiderio, 1952) e The Killer’s Kiss (Un bacio e una pistola, 1955)
Un anno dopo, nel 1956, Kubrick è abbastanza maturo per dirigere la sua prima opera maestra: The Killing (italianizzato in Rapina a mano armata). Il cineasta si imbattè in un romanzo intitolato Clean Break - testo che raccontava di una rapina a un ippodromo da parte di gangster efferati e pronti a tutto - e trovando il romanzo incredibile pensò immediatamente a un adattamento. The Killing è una pellicola che rimane anche in questo caso nell’ambito del noir-thriller e che riesce ancora ad appassionare per via di una perfetta costruzione del ritmo. Nel film, il gruppo di giovani rapinatori tenta il tutto per tutto, desidera un riscatto sociale a tal punto da considerare di pagarlo con la propria vita. Come affermerà anni dopo Martin Scorsese nel suo documentario A Personal Journey Trough American Movies (Il mio viaggio nel cinema americano, 1995), “non c’è tregua nei film noir, si paga sempre per i propri peccati”, The Killing prova alla perfezione questa regola.
Il protagonista della pellicola Johnny Clay (Sterling Hayden), possiede tutte le caratteristiche dell’anti-eroe. È un uomo affascinante, ricco di mistero, costretto a sopravvivere ritagliandosi degli attimi del presente poiché incapace di costruirsi un solido futuro. L’opera passa in rassegna tutti i classici stilemi del noir - ponendo l’essere umano nel mezzo di un ciclone composto da forze incontrollabili e rendendolo totalmente vittima degli eventi - riuscendo però, anche in questo caso, a non farsi mai incatenare dal genere di provenienza.
La sceneggiatura, sapientemente costruita da Kubrick, ci porta nel “dietro le quinte” della rapina. La costruzione della suspence sarà, da qui in poi, quella che accompagnerà il regista in tutte le sue opere successive, il focus della pellicola passa da un rapinatore all’altro, mostrandoci diversi flashback su come ogni componente della banda porti a compimento le sue mansioni. Queste linee di narrazione, parallele e fortemente intrecciate tra loro, costruiscono una tensione ascendente destinata a esplodere nello sconvolgente finale. Nonostante The Killing si collochi nella primissima fase della carriera del grande regista, si notano già quelli che diverranno gli elementi chiave della sua cinematografia.

The Killing (Rapina a mano armata, 1956)
Per sceneggiare i personaggi di The Killing, Stanley Kubrick collaborò con Jim Thompson, importante autore di romanzi polizieschi. I due donarono a ogni singolo rapinatore una caratterizzazione formidabile, donando allo spettatore la possibilità di osservare con realismo le squallide vite dei personaggi e conferendo all’opera uno straordinario tocco di acre autenticità - cosa assai rara nella patinata cinematografia americana del periodo. Kubrick, per la prima volta, adopera la soggettiva nei momenti cruciali della storia per ricordare al pubblico come la narrazione si sviluppi dal punto di vista soggettivo dei vari protagonisti. All’uscita del lungometraggio il Time lodò il regista per aver mostrato “più immaginazione con dialoghi e telecamera di quanti Hollywood ne abbia vista dai tempi di Orson Welles”.
Sulla scia del successo di The Killing, Kubrick e Thompson iniziarono immediatamente a scrivere la sceneggiatura di uno dei film di guerra più strazianti e meravigliosi mai realizzati: Paths Of Glory (Orizzonti di gloria, 1957). Ma, nonostante il successo di The Killing, nessuno studio di rilievo mostrò particolare interesse nel produrre il film. L’opera si presentava come una pellicola bellica dalla forte matrice pacifista, dove Kubrick non si preoccupava di celare molte critiche. Fu solo quando Kirk Douglas si interessò al ruolo principale del colonnello Dax, uomo che vive di saldi principi e valori morali, che le cose cominciarono a funzionare, il nome dell’attore sarebbe stato un imbattibile biglietto da visita al botteghino.
Tale fu l’entusiasmo di Douglas nel progetto da spingere l'attore a finanziare di sua mano la pellicola con un budget di circa 935.000$, cifra quasi tre volte superiore a quella servita per produrre The Killing. Kubrick girò Paths Of Glory sulla falsa riga del suo precedente lavoro, la sua ossessione del dettaglio e la volontà di ripetere infinite volte una determinata scena portarono non pochi dissapori sul set. Il cineasta parlò della questione anni dopo, affermando: “Un regista deve fare il numero di riprese necessarie per ottenere una scena il più vicino possibile alla perfezione. Se si prendono scorciatoie per scendere a compromessi con gli attori per evitare conflitti sul set, non si sta svolgendo ottimamente il proprio mestiere”.

Stanley Kubrick al lavoro sul set di Paths Of Glory (Orizzonti di gloria, 1957)
Il film è tratto da un romanzo diviso in tre atti: la pianificazione di un disperato attacco da parte di soldati francesi a un obiettivo militare chiamato “il formicaio”, l’attacco stesso (naufragato per colpa del generale Mireau) e le mortali conseguenze del fallimento nei confronti di dei soldati innocenti. Kubrick si attenne strettamente a questa divisone, lasciando invariata la natura della narrazione. L’opera inizia con il titolo “Francia, 1916”, sovrapposto a un’inquadratura che mostra lo sfarzoso castello dove i generali vivono nell’agio durante gli atroci scontri della Prima Guerra Mondiale. Già da questa sequenza d’apertura il cineasta palesa il suo spirito critico e antibellico, colpendo aspramente chi si serve di terzi per combattere (metaforicamente e non) guerre. La guerra sfiora fisicamente i generali, al riparo e protetti da fortezze dorate.
Le intenzioni di Kubrick furono così chiare da spingere il governo francese dell’epoca a tentare di boicottare l’opera, definendola un becero prodotto di propaganda statunitense anti-francese. Assieme alla scritta iniziale è presente una voce narrante che spiega l’assurdità del conflitto, emblematica la frase “gli attacchi riusciti si misurano in centinaia di metri, pagati con migliaia di vita umane”. Durante la sequenza del disgraziata missione al “formicaio” Kubrick mostra tutto il suo genio con un gioco di inquadrature mozzafiato. Il regista mostra una sgangherata rosa di soldati, guidati dal colonnello Dax, con un’inquadratura dall’alto che riempie lo schermo di figure umane. Poi decide di passare a un’altra inquadratura che si estende da un’estremità all’altra dello schermo, virando improvvisamente in una terza e ultima inquadratura e mostrando una visuale laterale della marcia dei soldati verso la loro inevitabile sconfitta. Kubrick stesso sul set passò diversi giorni a preparare le scenografie, creando finti crateri dovuti alle esplosioni, posizionando filo spinato e costruendo delle trincee assolutamente verosimili. A posteriori, i critici trovarono il contesto creato dal regista tanto accurato da poter essere definito “l’orlo dell’inferno”.
Il giorno in cui si sarebbe dovuta girare la scena dell’attacco, Kubrick tracciò in terra un sentiero, posizionando strategicamente sei macchine da presa lungo la linea. Le telecamere dovevano seguire i soldati, mentre Kubrick stesso seguiva da vicinissimo Kirk Douglas con una camera per rendere la sequenza dinamica e coinvolgente. La mimica facciale di Douglas, in combinazione alle taglienti riprese del regista, trascinano completamente lo spettatore all’interno dell’opera, costringendolo a vivere l’”orrore” insieme ai soldati raffigurati sullo schermo. Il fallimento della presa del "formicaio" porterà all’esecuzione ingiusta di tre soldati privi colpe.

Kirk Douglas in una sequenza di Paths Of Glory (Orizzonti di gloria, 1957)
La magnificenza della pellicola esplode nel suo finale. Poco prima di condurre l’ennesima operazione militare mortale, dei soldati si intrattengono in una locanda semi-diroccata. Sul palco, tra i fischi degli uomini, sale una giovane donna tedesca. La ragazza, sulle prime, inizia a cantare tra gli insulti degli uomini, ma poi la magia accade. L’arte della donna, il suo canto, è talmente potente da raggelare l’ambiente. Gli stessi uomini che precedentemente fischiavano ora si commuovono, tornano a essere persone. L’aura misericordiosa della donna vestita di bianco smuove l’animo dei soldati, una presa di coscienza collettiva li rende nuovamente umani. Due popoli che si combattono uccidendosi l’un l’altro sono ora in armonia, la spiritualità della sequenza avvolge completamente lo spettatore.
È importante comprendere quanto Paths Of Glory e il precedente The Killing siano stati cruciali nello sviluppo artistico di questo grande autore, due progetti iconici, centrali nella formazione di quell’estetica "kubrickiana" che nei decenni successivi dominerà il cinema. Dopo Paths Of Glory arriveranno Spartacus (1960) e Lolita (1962), e poi, nel 1964, Dr Strangelove or how i learned to stop worrying and love the bomb (Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba) dove Kubrick giungerà a una definitiva maturazione della sua estetica, inaugurando una continuità poetica.
Ma questo sarà solo il preludio di una carriera invidiabile - seguiranno infatti capolavori come 2001: a space odissey (2001, Odissea nello spazio, 1968), A clockwork orange (Arancia Meccanica, 1971), Barry Lyndon (1975), The Shining (Shining, 1980), Full Metal Jacket (1987) e Eyes Wide Shut (1999) - opere destinate a cambiare per sempre il volto della Settima Arte.

Stanley Kubrick e Peter Sellers sul set di Dr Strangelove or how i learned to stop worrying and love the bomb (Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, 1964)