
TR-140
20.12.2025
Ancor prima di intraprendere la carriera registica che lo consacrerà come uno dei più grandi cineasti di tutti i tempi, Orson Welles dimostra già una consapevolezza radicale del carattere finzionale dei media, trasformando l’illusione non in un limite, ma in una vera e propria condizione epistemologica. Nella celebre trasmissione radiofonica di The War of the Worlds (La guerra dei mondi, 1938), lui stesso pone in essere un artificio che riflette proprio sul rapporto che intercorre tra le credenze, l’autorità e il medium del racconto. Rapporto fragile e contraddittorio, manipolatorio in quanto porta lo spettatore a interrogarsi sul fatto che la verità non adempia al ruolo di semplice "prova scientifica", ma diventi l’effetto discorsivo prodotto dal medium e dalla sua autorità narrativa.
In questo senso, il cinema di Welles evidenzia quest’intuizione fondativa che attraversa tutta la sua filmografia. La sua poetica può essere deliberatamente letta come un’espansione di queste riflessioni epistemiologiche, un tentativo di dare ulteriore senso alla crisi moderna dell’idea di verità all’interno del processo cinematografico. Realtà e finzione sono da sempre presenti nel suo cinema, fin dal punto di partenza, ovvero quel Citizen Kane (Quarto potere, 1941) che, partendo dalla promessa allo spettatore di una rivelazione finale - attraverso la famigerata scritta Rosebud, punto cardine su cui si regge il mistero - finisce per smantellare ogni tentativo di verità univoca. Rosebud non funge solo da chiave risolutiva, ma è il simulacro di una verità ultima che il film dimostra essere strutturalmente irraggiungibile. I personaggi delle opere di Orson Welles non hanno mai il pieno controllo della veridicità. Sono piuttosto, in buona parte, figure archetipiche ricostruite attraverso le parole altrui - come nel caso del primo capolavoro wellesiano - o addirittura attraverso le immagini - come si può notare dalle prime apparizioni dei rispettivi protagonisti in Mr. Arkadin (Rapporto confidenziale, 1955) e Touch Of Evil (L'infernale Quinlan, 1958).
L’incontro tra Shakespeare e Welles racconta poi come il regista sfrutti la letteratura come un vero e proprio "laboratorio ad hoc della menzogna". Non c’è mai la prova di un adattamento fedele, quanto piuttosto un dialogo violento e creativo. Shakespeare offre a Welles un universo in cui la verità è sempre performativa. I personaggi all’interno delle opere shakespeariane/wellesiane sono ciò che dicono di essere finché sono sostenuti dal linguaggio filmico, salvo poi rivelarsi dei veri e propri costrutti artificiali. Già in Macbeth (1948), come anche in Othello (1951), vi è un’estrema frammentazione testuale. Il linguaggio è atto di finzione che produce effetti reali e la menzogna non è un errore morale, ma una forza drammaturgica, che dimostra una situazione paradossale per quel che concerne il rapporto realtà/simulazione, qui ampiamente rovesciato.
Un percorso che viene in primis portato all’estremo in Mr. Arkadin, dove il protagonista – lo stesso regista - commissiona la propria biografia a un investigatore, orchestrando consapevolmente le menzogne che dovranno definirlo, e che successivamente trova il suo terreno fertile nel suo adattamento “falsificato” per eccellenza, ovvero Chimes at Midnight (Falstaff, 1965).

Othello (1951)
Falstaff e l'artificio narrativo
Chimes at Midnight rappresenta il caso cardine del dualismo costituito da realtà e finzione nel cinema di Orson Welles. Non è solamente il film più intimo dell'autore, ma anche quello maggiormente teorico, dove le due dimensioni sovracitate per la prima volta collidono. Welles è non solo protagonista effettivo dell’opera, ma anche figura speculare, nel suo personaggio, al regista stesso. Rappresenta l’archetipo effettivo dell’artista marginale, del bugiardo magnifico, del costruttore di mondi immaginari che entrano in conflitto con la Storia ufficiale. Il conflitto si verifica già alla fonte, in quanto il film è il risultato di un collage, di una frammentarietà di più testi shakespeariani - da Henry IV parte I e II a Henry V, passando per The Merry Wives of Windsor - che diventa essa stessa rappresentatrice dell'intero progetto, mezzo attraverso il quale lo spettatore disvela l’artificio narrativo e capisce le intenzioni di Welles: sacrificare la Storia per raccontare la sua storia.
Nel film, Falstaff è, prima di tutto, un narratore inaffidabile. Le sue storie - tra cui vi sono dei furti completamente inventati a suo discapito e la vicenda recitata da ubriaco nella taverna di madama Quickly - sono palesemente false, esagerate, teatrali. Eppure, in esse si annida una verità più profonda di quella incarnata dal potere, vale a dire lo sfruttamento della bugia come artificio narrativo, come mezzo atto alla creazione di una comunità fondata sul gioco e sulla burla, sulle sfaccettature varie che la parola può assumere e sulle accezioni varie sulle quali essa può modellarsi allo scopo di narrare.
Da questo punto di vista, risulta centrale la rievocazione grottesca della battaglia di Shrewsbury, che rappresenta uno dei momenti più radicali dell’intera filmografia del regista americano. Nella rievocazione, la guerra è privata di ogni retorica, e il cineasta riprende, aiutato anche da filtri “fumosi”, solamente il fango, le urla e i corpi che si scontrano senza mostrare delle identità precise.

Chimes at Midnight (Falstaff, 1965)
Un’operazione che ricorda da vicina la stessa demistificazione compiuta un anno prima da un altro gigante come Peter Watkins con il docudrama televisivo Culloden (1964). Anche qui, infatti, la Storia perde la sua aura epica e si rivela un accumulo grottesco di violenze. Un gesto che vale un’intera poetica e che riassume il film stesso e tutto il pensiero wellesiano, ovvero che la finzione (e il cinema) salvano la vita, mentre la verità uccide inesorabilmente.
Falstaff muore non tanto per povertà o vecchiaia, quanto per mancanza di racconto. Diventa necessaria la sua morte, in quanto lo stesso personaggio deve essere negato, rimosso, espulso dal racconto ufficiale. Il potere narrativo, dunque, nasce da un’esigenza, ovvero quella di dichiarare falso, ridicolo e indegno tutto ciò che non è contemplato all’interno della narrazione dominante. Una scelta che porta significati molto più profondi, e che dice tanto su quello che, in verità, Welles pensa dell’intera industria cinematografica del tempo.
Un’industria nei confronti della quale si ribella, diventando un emblema anti-tetico rispetto a quei valori e codici comportamentali degni di un sovrano. La marginalità è dunque una questione accessoria per paragonare il regista al suo stesso protagonista: entrambi sono grandi mentitori che dicono la verità attraverso l’eccesso, ed entrambi credono che la verità del cinema non potrà mai essere pura, in quanto il cinema dal principio è contaminato dalla finzione.
Riflessione fondamentale che influenza tutta la produzione successiva e terminale di Orson Welles, a partire dal seguente Une Histoire immortelle (Storia immortale, 1968), prosecuzione teorica di Chimes at Midnight.

La battaglia di Shrewsbury in Chimes at Midnight (Falstaff, 1965)
Verità e finzione
Con Une Histoire immortelle, Welles realizza una delle sue opere più segretamente teoriche, dialogando in apertura con Chimes at Midnight. Partendo ancora una volta da una fonte letteraria, quale il racconto di Isak Dinesen (pseudonimo della scrittrice danese Karen Blixen), il film mette in scena la storia di un ricco mercante che decide di trasformare una leggenda marinaresca - quella dell’anziano che paga un giovane perché passi la notte con sua moglie - in un fatto reale. Ovvero, una finzione che aspira deliberatamente a diventare vera.
Un rapporto del racconto che ribalta la concezione stessa di Citizen Kane e che dialoga, allo stesso tempo, con Chimes at Midnight. In Une Histoire immortelle, Welles osserva come la finzione, una volta presa in analisi, produca effetti reali, irreversibili, fondando di fatto un nuovo mondo a sé stante. La distanza tra realtà e rappresentazione viene deliberatamente annullata, in quanto si scopre che chi la manipola lo fa solamente per un puro piacere egoistico, per esigenza personale. Une Histoire immortelle è un saggio sul modo di raccontare, sulle possibilità che le storie - siano esse cinematografiche, siano esse letterarie - possono fornire all'autore stesso che le padroneggia.
Ciò che non viene raccontato automaticamente non esiste. In questo senso, la dimensione crepuscolare in cui è immerso Une Histoire immortelle, formata da spazi chiusi, camere fisse, tempi narrativi sospesi e una recitazione mai così trattenuta da parte degli interpreti - soprattutto di Jeanne Moreau - suggerisce che ogni verità narrata è anche una forma di perdita. Rendere una storia vera significa sottrarle la sua apertura, condannarla a una fine.

Une Histoire immortelle (Storia immortale, 1968)
Un assunto fondamentale anche per l’opera successiva, F for Fake (F come Falso, 1973), dove il potere affabulatore della menzogna investe tutto, perfino l’inquadratura. In una di esse, lo stesso Welles si permette di giocare con la sua famigerata ombra, resa celebre fin dai tempi di Touch Of Evil, in una scena in cui, grazie ad un gioco di prospettive e di luci, riesce a rievocare le sue forme portando Oja Kodar a indossare un cappello. Una testimonianza ulteriore di quanto il gioco liminale tra verità e menzogna abbia raggiunto ormai il parossismo, approdando ad una forma ironica, saggistica e apertamente meta-cinematografica in cui il cinema stesso è divenuto l’arte dell’inganno per eccellenza.
F for Fake è, di fatto, un contro-testo saggistico che rappresenta la dichiarazione teorica più esplicita del suo cinema. Welles evolve ulteriormente il suo ruolo, assumendo i panni di un demiurgo-illusionista, compiaciuto nel rompere continuamente il patto di fiducia che si instaura con lo spettatore, salvo poi riproporlo su nuove basi. Il regista americano non si nasconde nemmeno più, ma consacra piuttosto la verità quale posta in gioco instabile, i cui cardini non esistono più ma sono in continua metamorfosi. Welles dichiara apertamente di mentire, ma proprio questa dichiarazione produce una forma inedita di sincerità. Il film non smaschera la finzione, bensì la porta alla luce come condizione necessaria della cultura visiva contemporanea. La verità non è mai negata frontalmente da Welles, ma attraverso dispositivi extra-diegetici - come la voce narrante - delegando al montaggio il compito della riflessione teorica.

Orson Welles, protagonista assoluto in F for Fake (F come Falso, 1973)
Attraverso associazioni arbitrarie, ripetizioni, scarti improvvisi e salti logici, Welles rende visibile l’artificialità di ogni costruzione narrativa. L’immagine non testimonia il reale, ma lo organizza, lo manipola, lo reinventa. E proprio questa consapevolezza, lungi dal distruggere la credibilità del cinema, ne riafferma la potenza conoscitiva. Il cinema non mente perché è falso, ma mente perché è forma. Laddove Chimes at Midnight incarnava una menzogna letterale, F for Fake mostra un autore che ha ormai interiorizzato la bugia e la consacra a vero e proprio dispositivo.
La fine del percorso è coerente con quanto mostrato nel film del 1965, in quanto F for Fake ne costituisce una chiave di lettura retroattiva, che permette di analizzare il cinema di Welles sotto una nuova prospettiva, ovvero l’idea che la Settima Arte non possa dire la verità se non passando attraverso la menzogna, e che proprio questa consapevolezza dell’artificio rappresenti la sua più alta responsabilità etica ed estetica.
Il cinema, per Welles, è concepito come arte ingannevole non per il puro gusto di occultare, quanto per garantire una disciplina dello sguardo. Una disciplina la cui verità si costruisce non a partire dal testo, ma nel corso dell’atto stesso della visione.

Citizen Kane (Quarto potere, 1941)
TR-140
20.12.2025
Ancor prima di intraprendere la carriera registica che lo consacrerà come uno dei più grandi cineasti di tutti i tempi, Orson Welles dimostra già una consapevolezza radicale del carattere finzionale dei media, trasformando l’illusione non in un limite, ma in una vera e propria condizione epistemologica. Nella celebre trasmissione radiofonica di The War of the Worlds (La guerra dei mondi, 1938), lui stesso pone in essere un artificio che riflette proprio sul rapporto che intercorre tra le credenze, l’autorità e il medium del racconto. Rapporto fragile e contraddittorio, manipolatorio in quanto porta lo spettatore a interrogarsi sul fatto che la verità non adempia al ruolo di semplice "prova scientifica", ma diventi l’effetto discorsivo prodotto dal medium e dalla sua autorità narrativa.
In questo senso, il cinema di Welles evidenzia quest’intuizione fondativa che attraversa tutta la sua filmografia. La sua poetica può essere deliberatamente letta come un’espansione di queste riflessioni epistemiologiche, un tentativo di dare ulteriore senso alla crisi moderna dell’idea di verità all’interno del processo cinematografico. Realtà e finzione sono da sempre presenti nel suo cinema, fin dal punto di partenza, ovvero quel Citizen Kane (Quarto potere, 1941) che, partendo dalla promessa allo spettatore di una rivelazione finale - attraverso la famigerata scritta Rosebud, punto cardine su cui si regge il mistero - finisce per smantellare ogni tentativo di verità univoca. Rosebud non funge solo da chiave risolutiva, ma è il simulacro di una verità ultima che il film dimostra essere strutturalmente irraggiungibile. I personaggi delle opere di Orson Welles non hanno mai il pieno controllo della veridicità. Sono piuttosto, in buona parte, figure archetipiche ricostruite attraverso le parole altrui - come nel caso del primo capolavoro wellesiano - o addirittura attraverso le immagini - come si può notare dalle prime apparizioni dei rispettivi protagonisti in Mr. Arkadin (Rapporto confidenziale, 1955) e Touch Of Evil (L'infernale Quinlan, 1958).
L’incontro tra Shakespeare e Welles racconta poi come il regista sfrutti la letteratura come un vero e proprio "laboratorio ad hoc della menzogna". Non c’è mai la prova di un adattamento fedele, quanto piuttosto un dialogo violento e creativo. Shakespeare offre a Welles un universo in cui la verità è sempre performativa. I personaggi all’interno delle opere shakespeariane/wellesiane sono ciò che dicono di essere finché sono sostenuti dal linguaggio filmico, salvo poi rivelarsi dei veri e propri costrutti artificiali. Già in Macbeth (1948), come anche in Othello (1951), vi è un’estrema frammentazione testuale. Il linguaggio è atto di finzione che produce effetti reali e la menzogna non è un errore morale, ma una forza drammaturgica, che dimostra una situazione paradossale per quel che concerne il rapporto realtà/simulazione, qui ampiamente rovesciato.
Un percorso che viene in primis portato all’estremo in Mr. Arkadin, dove il protagonista – lo stesso regista - commissiona la propria biografia a un investigatore, orchestrando consapevolmente le menzogne che dovranno definirlo, e che successivamente trova il suo terreno fertile nel suo adattamento “falsificato” per eccellenza, ovvero Chimes at Midnight (Falstaff, 1965).

Othello (1951)
Falstaff e l'artificio narrativo
Chimes at Midnight rappresenta il caso cardine del dualismo costituito da realtà e finzione nel cinema di Orson Welles. Non è solamente il film più intimo dell'autore, ma anche quello maggiormente teorico, dove le due dimensioni sovracitate per la prima volta collidono. Welles è non solo protagonista effettivo dell’opera, ma anche figura speculare, nel suo personaggio, al regista stesso. Rappresenta l’archetipo effettivo dell’artista marginale, del bugiardo magnifico, del costruttore di mondi immaginari che entrano in conflitto con la Storia ufficiale. Il conflitto si verifica già alla fonte, in quanto il film è il risultato di un collage, di una frammentarietà di più testi shakespeariani - da Henry IV parte I e II a Henry V, passando per The Merry Wives of Windsor - che diventa essa stessa rappresentatrice dell'intero progetto, mezzo attraverso il quale lo spettatore disvela l’artificio narrativo e capisce le intenzioni di Welles: sacrificare la Storia per raccontare la sua storia.
Nel film, Falstaff è, prima di tutto, un narratore inaffidabile. Le sue storie - tra cui vi sono dei furti completamente inventati a suo discapito e la vicenda recitata da ubriaco nella taverna di madama Quickly - sono palesemente false, esagerate, teatrali. Eppure, in esse si annida una verità più profonda di quella incarnata dal potere, vale a dire lo sfruttamento della bugia come artificio narrativo, come mezzo atto alla creazione di una comunità fondata sul gioco e sulla burla, sulle sfaccettature varie che la parola può assumere e sulle accezioni varie sulle quali essa può modellarsi allo scopo di narrare.
Da questo punto di vista, risulta centrale la rievocazione grottesca della battaglia di Shrewsbury, che rappresenta uno dei momenti più radicali dell’intera filmografia del regista americano. Nella rievocazione, la guerra è privata di ogni retorica, e il cineasta riprende, aiutato anche da filtri “fumosi”, solamente il fango, le urla e i corpi che si scontrano senza mostrare delle identità precise.

Chimes at Midnight (Falstaff, 1965)
Un’operazione che ricorda da vicina la stessa demistificazione compiuta un anno prima da un altro gigante come Peter Watkins con il docudrama televisivo Culloden (1964). Anche qui, infatti, la Storia perde la sua aura epica e si rivela un accumulo grottesco di violenze. Un gesto che vale un’intera poetica e che riassume il film stesso e tutto il pensiero wellesiano, ovvero che la finzione (e il cinema) salvano la vita, mentre la verità uccide inesorabilmente.
Falstaff muore non tanto per povertà o vecchiaia, quanto per mancanza di racconto. Diventa necessaria la sua morte, in quanto lo stesso personaggio deve essere negato, rimosso, espulso dal racconto ufficiale. Il potere narrativo, dunque, nasce da un’esigenza, ovvero quella di dichiarare falso, ridicolo e indegno tutto ciò che non è contemplato all’interno della narrazione dominante. Una scelta che porta significati molto più profondi, e che dice tanto su quello che, in verità, Welles pensa dell’intera industria cinematografica del tempo.
Un’industria nei confronti della quale si ribella, diventando un emblema anti-tetico rispetto a quei valori e codici comportamentali degni di un sovrano. La marginalità è dunque una questione accessoria per paragonare il regista al suo stesso protagonista: entrambi sono grandi mentitori che dicono la verità attraverso l’eccesso, ed entrambi credono che la verità del cinema non potrà mai essere pura, in quanto il cinema dal principio è contaminato dalla finzione.
Riflessione fondamentale che influenza tutta la produzione successiva e terminale di Orson Welles, a partire dal seguente Une Histoire immortelle (Storia immortale, 1968), prosecuzione teorica di Chimes at Midnight.

La battaglia di Shrewsbury in Chimes at Midnight (Falstaff, 1965)
Verità e finzione
Con Une Histoire immortelle, Welles realizza una delle sue opere più segretamente teoriche, dialogando in apertura con Chimes at Midnight. Partendo ancora una volta da una fonte letteraria, quale il racconto di Isak Dinesen (pseudonimo della scrittrice danese Karen Blixen), il film mette in scena la storia di un ricco mercante che decide di trasformare una leggenda marinaresca - quella dell’anziano che paga un giovane perché passi la notte con sua moglie - in un fatto reale. Ovvero, una finzione che aspira deliberatamente a diventare vera.
Un rapporto del racconto che ribalta la concezione stessa di Citizen Kane e che dialoga, allo stesso tempo, con Chimes at Midnight. In Une Histoire immortelle, Welles osserva come la finzione, una volta presa in analisi, produca effetti reali, irreversibili, fondando di fatto un nuovo mondo a sé stante. La distanza tra realtà e rappresentazione viene deliberatamente annullata, in quanto si scopre che chi la manipola lo fa solamente per un puro piacere egoistico, per esigenza personale. Une Histoire immortelle è un saggio sul modo di raccontare, sulle possibilità che le storie - siano esse cinematografiche, siano esse letterarie - possono fornire all'autore stesso che le padroneggia.
Ciò che non viene raccontato automaticamente non esiste. In questo senso, la dimensione crepuscolare in cui è immerso Une Histoire immortelle, formata da spazi chiusi, camere fisse, tempi narrativi sospesi e una recitazione mai così trattenuta da parte degli interpreti - soprattutto di Jeanne Moreau - suggerisce che ogni verità narrata è anche una forma di perdita. Rendere una storia vera significa sottrarle la sua apertura, condannarla a una fine.

Une Histoire immortelle (Storia immortale, 1968)
Un assunto fondamentale anche per l’opera successiva, F for Fake (F come Falso, 1973), dove il potere affabulatore della menzogna investe tutto, perfino l’inquadratura. In una di esse, lo stesso Welles si permette di giocare con la sua famigerata ombra, resa celebre fin dai tempi di Touch Of Evil, in una scena in cui, grazie ad un gioco di prospettive e di luci, riesce a rievocare le sue forme portando Oja Kodar a indossare un cappello. Una testimonianza ulteriore di quanto il gioco liminale tra verità e menzogna abbia raggiunto ormai il parossismo, approdando ad una forma ironica, saggistica e apertamente meta-cinematografica in cui il cinema stesso è divenuto l’arte dell’inganno per eccellenza.
F for Fake è, di fatto, un contro-testo saggistico che rappresenta la dichiarazione teorica più esplicita del suo cinema. Welles evolve ulteriormente il suo ruolo, assumendo i panni di un demiurgo-illusionista, compiaciuto nel rompere continuamente il patto di fiducia che si instaura con lo spettatore, salvo poi riproporlo su nuove basi. Il regista americano non si nasconde nemmeno più, ma consacra piuttosto la verità quale posta in gioco instabile, i cui cardini non esistono più ma sono in continua metamorfosi. Welles dichiara apertamente di mentire, ma proprio questa dichiarazione produce una forma inedita di sincerità. Il film non smaschera la finzione, bensì la porta alla luce come condizione necessaria della cultura visiva contemporanea. La verità non è mai negata frontalmente da Welles, ma attraverso dispositivi extra-diegetici - come la voce narrante - delegando al montaggio il compito della riflessione teorica.

Orson Welles, protagonista assoluto in F for Fake (F come Falso, 1973)
Attraverso associazioni arbitrarie, ripetizioni, scarti improvvisi e salti logici, Welles rende visibile l’artificialità di ogni costruzione narrativa. L’immagine non testimonia il reale, ma lo organizza, lo manipola, lo reinventa. E proprio questa consapevolezza, lungi dal distruggere la credibilità del cinema, ne riafferma la potenza conoscitiva. Il cinema non mente perché è falso, ma mente perché è forma. Laddove Chimes at Midnight incarnava una menzogna letterale, F for Fake mostra un autore che ha ormai interiorizzato la bugia e la consacra a vero e proprio dispositivo.
La fine del percorso è coerente con quanto mostrato nel film del 1965, in quanto F for Fake ne costituisce una chiave di lettura retroattiva, che permette di analizzare il cinema di Welles sotto una nuova prospettiva, ovvero l’idea che la Settima Arte non possa dire la verità se non passando attraverso la menzogna, e che proprio questa consapevolezza dell’artificio rappresenti la sua più alta responsabilità etica ed estetica.
Il cinema, per Welles, è concepito come arte ingannevole non per il puro gusto di occultare, quanto per garantire una disciplina dello sguardo. Una disciplina la cui verità si costruisce non a partire dal testo, ma nel corso dell’atto stesso della visione.

Citizen Kane (Quarto potere, 1941)