
NC-419
21.04.2026
Ru-mòre è uno strano nome per un festival di cinema. Non solo perché rimanda immediatamente a qualcosa che è suono e non immagine (anche se il cosiddetto rumore digitale sostituisce oggi la grana delle pellicole di un tempo), ma perché in un momento di sovraeccitazione della produzione multimediale aggiungere altro rumore a un mondo che si presenta come saturo suona quantomai nocivo. È invece, in un modo del tutto paradossale, che questo festival romano ci libera di tutto un rumore audiovisivo di fondo che ha impoverito i discorsi e le tecniche.
È insomma di nuovo per mezzo del cinema e delle sue ibridazioni che l'appena conclusosi Ru-mòre è riuscito ad operare una continua sostituzione: l’eccezione al posto della regola, il vario al posto dell’unico, l’ambiguo al posto della trasparenza... Una buona selezione di cortometraggi da tutto il mondo si è dimostrata in grado di investire gli schermi del quartiere San Lorenzo di una cultura al passo con i rinnovamenti mediali, ma senza scadere nelle ridondanze di una retorica smaccatamente tecnofila. Due film, su tutti, mi hanno colpito.


FEURWERK di Timothy George Kelly
FEURWERK di Timothy George Kelly rappresenta un viaggio travolgente nella cultura berlinese dei fuochi d’artificio: la vigilia di Capodanno diventa il momento di messa in scena dell’apocalisse, tra aspirazioni catastrofiste e desiderio di rinascita. Con uno stile cupo e sguardo verso i limiti, Kelly racconta notti di fuoco nel cielo sopra Berlino, catturando immagini crude e sublimi di persone che sparano, urlano, scappano, bevono, danzano, vomitano. Un rituale anarchico e catartico, le cui espressioni si legano a riflessioni di abbagliante bellezza: così una donna con un passeggino colta all’uscita di una metro può illuminarci sul senso dell’utile di una finta guerra, che è momento di spaventoso pericolo, di affaccio sulla fine del mondo, in una società che ha dimenticato tutto ciò che è paura e inquietudine.
Ma il bisogno di provare ancora sensazioni di questo tipo è inevitabilmente accompagnato da umori post-muro, e quindi da un rifiuto spontaneo dell’ordine, del controllo, della polizia. Nel segno della sovversione e di un generale elogio della fine, la gente di Berlino, un giorno all’anno, consegna la propria città nelle mani del fuoco. E se in questo c’è della poesia, è della poesia più esplosiva e rabbiosa che stiamo parlando.

Daria’s Night Flower di Maryam Tafakory
Maryam Tafakory prosegue con Daria’s Night Flower la sua personalissima indagine sulle immagini patriarcali del cinema iraniano, immaginando una riscrittura femminile (e femminista) delle sue interpreti. Il manoscritto segreto di una sposa, sottratto e bruciato dal marito, nelle cui pagine è raccontata la passione ardente per un’altra donna, rappresenta l’affaccio su un certo immaginario cinematografico degli anni Ottanta e Novanta, in cui il lesbismo è raccontato come devianza, la violenza come norma. Alle cure psichiatriche, farmaceutiche, imposte dal marito, si contrappongono dei semi, simbolo di una rivoluzione gentile, ecologista: a ogni gesto di distruzione se ne accompagna un altro del tutto positivo, creativo.
È così che funziona il cinema di Tafakory, questa grande maestra di montaggio che sa solo creare distruggendo. Nei suoi cortometraggi, poetico e politico si intrecciano a ogni grado, così come la rabbia e la gentilezza, il recupero e l’invenzione. Cosa permette questo rimestamento di forze? Nient’altro che il desiderio. Daria’s Night Flower esprime ancora una volta la volontà di questa cineasta britannico-iraniana di concepire il cinema come macchina desiderante, attraversata dall’economia della libido prima ancora che da quella del pensiero. Il suo metodo? Raccogliere lì dove sono state seminate ingiustizie, contraddizioni, violenze, e delle loro immagini fare un fuoco.

Bleat! di Ananth Subramaniam
Ma altri lavori hanno lasciato il segno nelle giornate del festival, anche tra limiti e ridondanze. Trasparenze di Mario Blaconà presenta immagini in analogico e in bianco e nero di uno dei più grandi campi di concentramento su territorio italiano (la Risiera di San Sabba a Trieste) seguite da una ripresa “lucida” e a colori di una lettura dall’andamento impastato, quasi “tattile”. Le riflessioni di Baudrillard (in particolare da La trasparenza del male) si legano in modo maledettamente coerente con le facciate dalla Risiera e con le sue finestre vuote, ma la suggestione delle associazioni rischia di restare prigioniera di una certa freddezza di calcolo.
Bleat! di Ananth Subramaniam è il racconto surreale di una coppia di contadini malesiani travolta da una scoperta improbabile: il loro caprone maschio, allevato per essere destinato al sacrificio, è incinta. Le conseguenze che ne derivano sono seguite da Subramaniam con un’estetica ugualmente attenta alle connotazioni magiche quanto alle bassezze del reale, ritrovando nel bianco e nero, nei silenzi, ma anche nella scatologia, gli strumenti per descrivere il mondo eccezionale e grottesco di una quotidianità ai margini.

Dog and Wolf di Terézia Halamová
Dog and Wolf della slovacca Terézia Halamová è il ritratto appassionante di un ballerino-stripper di venticinque anni, Rudo, autocondannato a una vita di sola notte, ballo, droga. La banalità dell’assunto (Rudo fa di tutto per non ricordare il dolore di un amore perso per sempre) è riscattata dalla bellezza realistica delle immagini, nonché dalla bravura degli interpreti. Con un ritmo ora martellante e tormentato, ora rilassato e malinconico, il film breve di Halamová sa raccontare la solitudine tastandone il polso, senza eccessi o provocazioni, ma con un sincero senso di vicinanza.
C’è poi Une Fugue di Agnès Patron, piccolo capolavoro di animazione in cui trovano espressione suggestioni ancestrali, motivi autobiografici, temi universali. Un fratello e una sorella si abbracciano nella notte e un nuovo legame, improvvisamente, li identifica, li scuote. Corrono in una foresta buia, dove i loro corpi e le loro età prendono a confondersi, a scambiarsi, a rimestarsi. Nel segno di un’elaborata vaghezza poetica, Patron lascia che i mutamenti del disegno si impongano allo sguardo, senza spiegare e senza nemmeno dire. Deve essere questa la libertà.

Une Fugue di Agnès Patron
NC-419
21.04.2026

Ru-mòre è uno strano nome per un festival di cinema. Non solo perché rimanda immediatamente a qualcosa che è suono e non immagine (anche se il cosiddetto rumore digitale sostituisce oggi la grana delle pellicole di un tempo), ma perché in un momento di sovraeccitazione della produzione multimediale aggiungere altro rumore a un mondo che si presenta come saturo suona quantomai nocivo. È invece, in un modo del tutto paradossale, che questo festival romano ci libera di tutto un rumore audiovisivo di fondo che ha impoverito i discorsi e le tecniche.
È insomma di nuovo per mezzo del cinema e delle sue ibridazioni che l'appena conclusosi Ru-mòre è riuscito ad operare una continua sostituzione: l’eccezione al posto della regola, il vario al posto dell’unico, l’ambiguo al posto della trasparenza... Una buona selezione di cortometraggi da tutto il mondo si è dimostrata in grado di investire gli schermi del quartiere San Lorenzo di una cultura al passo con i rinnovamenti mediali, ma senza scadere nelle ridondanze di una retorica smaccatamente tecnofila. Due film, su tutti, mi hanno colpito.

FEURWERK di Timothy George Kelly
FEURWERK di Timothy George Kelly rappresenta un viaggio travolgente nella cultura berlinese dei fuochi d’artificio: la vigilia di Capodanno diventa il momento di messa in scena dell’apocalisse, tra aspirazioni catastrofiste e desiderio di rinascita. Con uno stile cupo e sguardo verso i limiti, Kelly racconta notti di fuoco nel cielo sopra Berlino, catturando immagini crude e sublimi di persone che sparano, urlano, scappano, bevono, danzano, vomitano. Un rituale anarchico e catartico, le cui espressioni si legano a riflessioni di abbagliante bellezza: così una donna con un passeggino colta all’uscita di una metro può illuminarci sul senso dell’utile di una finta guerra, che è momento di spaventoso pericolo, di affaccio sulla fine del mondo, in una società che ha dimenticato tutto ciò che è paura e inquietudine.
Ma il bisogno di provare ancora sensazioni di questo tipo è inevitabilmente accompagnato da umori post-muro, e quindi da un rifiuto spontaneo dell’ordine, del controllo, della polizia. Nel segno della sovversione e di un generale elogio della fine, la gente di Berlino, un giorno all’anno, consegna la propria città nelle mani del fuoco. E se in questo c’è della poesia, è della poesia più esplosiva e rabbiosa che stiamo parlando.

Daria’s Night Flower di Maryam Tafakory
Maryam Tafakory prosegue con Daria’s Night Flower la sua personalissima indagine sulle immagini patriarcali del cinema iraniano, immaginando una riscrittura femminile (e femminista) delle sue interpreti. Il manoscritto segreto di una sposa, sottratto e bruciato dal marito, nelle cui pagine è raccontata la passione ardente per un’altra donna, rappresenta l’affaccio su un certo immaginario cinematografico degli anni Ottanta e Novanta, in cui il lesbismo è raccontato come devianza, la violenza come norma. Alle cure psichiatriche, farmaceutiche, imposte dal marito, si contrappongono dei semi, simbolo di una rivoluzione gentile, ecologista: a ogni gesto di distruzione se ne accompagna un altro del tutto positivo, creativo.
È così che funziona il cinema di Tafakory, questa grande maestra di montaggio che sa solo creare distruggendo. Nei suoi cortometraggi, poetico e politico si intrecciano a ogni grado, così come la rabbia e la gentilezza, il recupero e l’invenzione. Cosa permette questo rimestamento di forze? Nient’altro che il desiderio. Daria’s Night Flower esprime ancora una volta la volontà di questa cineasta britannico-iraniana di concepire il cinema come macchina desiderante, attraversata dall’economia della libido prima ancora che da quella del pensiero. Il suo metodo? Raccogliere lì dove sono state seminate ingiustizie, contraddizioni, violenze, e delle loro immagini fare un fuoco.

Bleat! di Ananth Subramaniam
Ma altri lavori hanno lasciato il segno nelle giornate del festival, anche tra limiti e ridondanze. Trasparenze di Mario Blaconà presenta immagini in analogico e in bianco e nero di uno dei più grandi campi di concentramento su territorio italiano (la Risiera di San Sabba a Trieste) seguite da una ripresa “lucida” e a colori di una lettura dall’andamento impastato, quasi “tattile”. Le riflessioni di Baudrillard (in particolare da La trasparenza del male) si legano in modo maledettamente coerente con le facciate dalla Risiera e con le sue finestre vuote, ma la suggestione delle associazioni rischia di restare prigioniera di una certa freddezza di calcolo.
Bleat! di Ananth Subramaniam è il racconto surreale di una coppia di contadini malesiani travolta da una scoperta improbabile: il loro caprone maschio, allevato per essere destinato al sacrificio, è incinta. Le conseguenze che ne derivano sono seguite da Subramaniam con un’estetica ugualmente attenta alle connotazioni magiche quanto alle bassezze del reale, ritrovando nel bianco e nero, nei silenzi, ma anche nella scatologia, gli strumenti per descrivere il mondo eccezionale e grottesco di una quotidianità ai margini.

Dog and Wolf di Terézia Halamová
Dog and Wolf della slovacca Terézia Halamová è il ritratto appassionante di un ballerino-stripper di venticinque anni, Rudo, autocondannato a una vita di sola notte, ballo, droga. La banalità dell’assunto (Rudo fa di tutto per non ricordare il dolore di un amore perso per sempre) è riscattata dalla bellezza realistica delle immagini, nonché dalla bravura degli interpreti. Con un ritmo ora martellante e tormentato, ora rilassato e malinconico, il film breve di Halamová sa raccontare la solitudine tastandone il polso, senza eccessi o provocazioni, ma con un sincero senso di vicinanza.
C’è poi Une Fugue di Agnès Patron, piccolo capolavoro di animazione in cui trovano espressione suggestioni ancestrali, motivi autobiografici, temi universali. Un fratello e una sorella si abbracciano nella notte e un nuovo legame, improvvisamente, li identifica, li scuote. Corrono in una foresta buia, dove i loro corpi e le loro età prendono a confondersi, a scambiarsi, a rimestarsi. Nel segno di un’elaborata vaghezza poetica, Patron lascia che i mutamenti del disegno si impongano allo sguardo, senza spiegare e senza nemmeno dire. Deve essere questa la libertà.

Une Fugue di Agnès Patron