
di Victoria Ragosta
NC-458
29.09.2026
Se cercassimo di individuare un’identità unica del cinema francese, ci accorgeremmo che essa è frammentata, poiché sono proprio le tendenze e le scissioni che ne hanno determinato, e continuano a dominarne, l’intensità. I registi di questa Nazione sperimentano una passionalità differente, soprattutto nelle propensioni contemporanee, preservando, attraverso il loro lavoro, un’arte che vuole sdoganare l’inestimabile valore del dialogo cinematografico in ogni sua forma, persino la più pura e la più immorale. La poco ortodossa figura di Leos Carax interrompe l’equilibrio del cinema francese post-rivoluzionario, introducendo una visione alternativa, spesso completamente distorta, e donando un nuovo volto a quello che sarebbe poi diventato un panorama inedito, capace di formare nuovi registi e influenzare altri colleghi, nonostante l’identità di quest’arte sia oggi nuovamente in fase di rinnovamento.
La verità artistica del cinema francese è molteplice e soprattutto influenzata dalle istanze socio-filosofiche degli artisti del secondo dopoguerra. Il Paese che ha dato i natali alla Settima Arte, infatti, l’ha condotta dapprima verso un percorso di progressiva diffusione nel resto del mondo e, successivamente, verso uno sviluppo identitario parallelo rispetto alle nascenti tendenze estere. Tra le influenze, il realismo poetico francese di Jean Vigo, Jean Renoir e Marcel Carné prevale su tutte, non soltanto per le originali modalità narrative adoperate, ma anche per la forte volontà di ripristinare il valore del reale e della realtà, visivamente e fedelmente trasposta, come fulcro cinematografico.
Il 1958, però, segna nella storia del cinema francese un determinante punto di rottura. Si sviluppa una vera e propria rivoluzione ideologica, sostenuta da artisti che ricercano nella quotidianità una nuova filosofia, capace di farsi garante di una diversa forma di bellezza, lontana dalla rigidità e dalla fissità degli stilemi del cinema classico, ma soprattutto dalla velata sottomissione e passività nei confronti delle politiche del Paese, in particolare di quelle legate agli affari esteri. In quel periodo, la Francia era infatti protagonista della Guerra d’Algeria (1954-1962), accompagnata da numerosi scontri, tensioni e rivolte studentesche.
Nasce, in quell’anno, la Nouvelle Vague, un rivoluzionario movimento cinematografico inaugurato (tra le altre) dall’opera Le Beau Serge (1958) di Claude Chabrol. Lo stesso Chabrol, insieme a Jean-Luc Godard, François Truffaut, Agnès Varda, Jacques Rivette, Alain Resnais e altri, definisce attraverso le proprie opere l’essenza di un ricercato esperimento artistico che, tuttavia, dura meno di un decennio. La sua breve vita, però, non modifica le sorti di un progetto artistico tanto ambizioso, la sua influenza, infatti, continua a essere fonte d’ispirazione per innumerevoli artisti nel corso degli anni successivi, sebbene le motivazioni e gli ideali inizino progressivamente a cambiare. Nascono così nuove individualità, dotate di stili fortemente riconoscibili, come nel caso del cinema di Éric Rohmer, figlio di questa rivoluzione artistica, che tuttavia vira verso un metodo profondamente intriso di filosofia ed esistenzialismo narrativo.

Leos Carax negli anni '90

Le Beau Serge (1958)
Durante i primi anni ’80, non varia semplicemente l’identità del cinema francese, ma è la stessa industria a subire inevitabili cambiamenti, soprattutto a causa della grande espansione del panorama televisivo. L’elevata diffusione della televisione, affermatasi come uno dei principali mezzi di intrattenimento, garantì maggiori possibilità di fruizione, soprattutto grazie alla sua comodità. Purtroppo, contribuì anche, in alcuni casi, alla precoce svalutazione di diversi contenuti, a favore di altri che, talvolta a discapito della qualità, cercavano di attirare il maggior numero possibile di spettatori. Nasce così una forma di intrattenimento più ampia e accessibile, che cambia per sempre il ruolo dell’industria cinematografica, ormai anche in Europa.
Il profondo stravolgimento del cinema francese degli anni ’80 e ’90, infatti, si basava sulla graduale sostituzione dell’estesa struttura dialogica presente nelle opere che richiamavano gli stilemi della Nouvelle Vague, a favore di una maggiore esaltazione della dinamicità visiva e di un’estetica dominata dal colore, nonché dalla possibilità di giocare e fantasticare attraverso le sue gradazioni. Il realismo e la quotidianità, carichi di filosofia ed esistenzialismo, vennero cinematograficamente rimpiazzati dalla rappresentazione di una dimensione fantastica, capace di stravolgere e monopolizzare la vita di ogni individuo, così come l’identità dei centri urbani e delle metropoli.
Il cinéma du look, termine coniato nel 1989 dal critico Raphaël Bassan, indica un cinema di matrice fantastica che, tuttavia, non abbandona la ricerca della verità umana, ma le fornisce un ambiente distopico all’interno del quale potersi manifestare. Nonostante le incomprensioni che, come in un effetto domino, talvolta provocano conseguenze sempre più gravi, e nonostante il degrado, che richiama costantemente la malinconia e la sofferenza, l’uomo continua a cercare di vivere e di trovare delle risposte capaci di soddisfare la propria ossessione per la verità, qualunque essa sia.
Leos Carax, pseudonimo di Alex Christophe Dupont, è considerato uno dei più singolari rappresentanti di questo movimento. Nasce nel 1960 a Suresnes, figlio di un giornalista e di una critica cinematografica. Studia a Parigi e scrive per due anni per la rivista Cahiers du Cinéma (che anni prima, non a caso, aveva formato i grandi registi della Nouvelle Vague). Il suo primo progetto di avvicinamento al mondo del cinema risale al 1980, con il cortometraggio Strangulation Blues. Il suo effettivo esordio alla regia avviene, invece, nel 1984, quando presenta alla Settimana Internazionale della Critica di Cannes il suo primo lungometraggio: Boy Meets Girl.

Strangulation Blues (1980)
Boy Meets Girl (1984)
L’opera prima di Leos Carax è il manifesto di un’identità artistica già piuttosto definita, nonostante si tratti di un esordio. Centrali nel cinema di Carax non sono tanto le tematiche, che variano e vengono distorte per generare mondi alternativi attraverso cui raccontare una cruda verità, quanto le individualità, che si legano tra loro fino a costituire il nucleo fondante della narrazione dinamica costruita dal regista attorno a esse. Infatti, uno degli elementi cruciali della sua arte non risiede nella volontà di definire una dinamica prestabilita, un espediente narrativo o un preciso motivo diegetico, bensì nell’attribuire a uno o più volti gli interrogativi di una vita insana. Carax ritrova in un attore tutte le caratteristiche che ricerca nel suo interprete ideale: Denis Lavant, protagonista di tutti i suoi film, fatta eccezione per Pola X (1999) e Annette (2021). Un professionista che incarna la vera natura della sua arte non convenzionale e che mette in discussione gli aspetti più elementari della vita attraverso la distorsione fantastica degli ambienti e delle atmosfere.
La particolarità diegetica dell’opera risiede nella forte tensione che incupisce il mondo in cui Alex, giovane ribelle, si destreggia e nel quale instaura rapporti labili e brevi con chiunque venga rapito dal suo fascino atipico. L’opera si apre con una rottura, un cuore spezzato, un tradimento e un futuro incerto. Carax ripropone, pur diversificandola in ogni sua opera, una profonda ricerca del sentimento, dell’amore e dell’atto amoroso, quasi fossero per lui dilemmi sempre più ricorrenti e incessanti, presenti tanto nella sua mente quanto in quella dei suoi personaggi.
“… Ma se si ama davvero, bisogna esserci. E io apprezzo qualcuno soltanto dopo averlo lasciato”
Alex intraprende un inconsapevole viaggio notturno nella sua Parigi, partendo dalla lunga Senna per poi finire nelle case di enigmatici concittadini, attraversandole sia fisicamente sia spiritualmente. Infatti, nonostante la sua vita non sia rafforzata da rapporti umani duraturi, si mostra sempre predisposto al dialogo con gli sconosciuti, ma è anche incline alla fascinazione che nasce dall’osservare le vicende private e le vite altrui. Come se la possibilità di sentirsi parte di quella precarietà sentimentale, seppur soltanto con la mente, rappresentasse l’aspetto più umano della sua esistenza. Tra le persone incontrate e osservate, Mireille, interpretata da Mireille Perrier, è la donna che maggiormente lo incuriosisce, poiché Alex riconosce nella giovane tormentata delle incongruenze analoghe alle proprie, quasi fossero due anime affini inevitabilmente destinate a incontrarsi.
Alex: “È il nostro primo incontro, solo le prime volte mi interessano”
Mireille: “Il resto finisce per stancarti"
Alex: “I sogni meravigliosi non ho mai cercato di realizzarli… soltanto di rifarli la notte dopo”
Un progetto che non celebra soltanto l’estetica, ma che riprende la natura esistenzialista della Nouvelle Vague, unendola all’angoscia e all’arroganza che il regista percepisce con forza nel proprio Paese. L’amore per il cinema e una rinnovata necessità di rivoluzione diventeranno così le implicite colonne portanti della sua carriera.

Boy Meets Girl (1984)
Mauvais Sang (Rosso sangue, 1986)
Dopo due anni dal suo esordio, presenta alla trentasettesima edizione del Festival di Berlino Mauvais Sang, in originale, che incarna a pieno l’essenza del cinéma du look, inaugurando una netta unione tra narrazione del fantastico all’interno di un ambiente distorto e indefinito e l’unicità estetica dei colori adoperati ed esaltati. Il titolo originale dell’opera riprende a pieno il suo soggetto principale: la malattia, intesa come la causa del “cattivo sangue”, la cui cura è contesa tra la cattiveria e un’inconsapevole innocenza.
Il lungometraggio è ambientato in una Parigi distopica ed "ammalata", dove la sua popolazione è sempre più vittima di un virus sessualmente trasmissibile (l'STBO) che uccide qualsiasi persona faccia l’amore senza un vero legame sentimentale. Il suo vaccino diventa, quindi, il massimo oggetto di speculazione e soprattutto di desiderio, in particolare, di una donna, l’Americana (intrepretata da Carroll Brooks), figura di spicco della criminalità organizzata, che si scontra con due giovani, che vogliono rubare il vaccino per distribuirlo alla popolazione. Quest’opera, inoltre, presenta la prima delle due collaborazioni della coppia Binoche-Lavant - che oltre ad avere un’ottima chimica su schermo, con la loro performance dettano la giusta drammaticità all’interno di una narrazione sempre in tensione.
“Può uccidere uomini a migliaia, a milioni, tutti quelli che fanno l’amore senza sentimento...e più si è giovani più il rischio è grande”
I protagonisti Anna (Juliette Binoche) e Alex (Denis Lavant) si ritrovano intricati in una complessa cospirazione sulle sorti dell'essere umano e della sua sensibilità. Il virus, che, inconsapevolmente, i due ragazzi cercano di contrastare è la conseguenza fisica della decadenza della vita parigina. In una città ormai alla deriva, la popolazione, tormentata e devastata da un’insolita nevrosi collettiva, non può più nascondere le illusorie vicende amorose e l’ostentazione di inesistenti sentimenti, che si riducono ad un mero piacere, coniugato in malattia.
In quest’opera Carax delinea le prime caratteristiche analoghe tra questo Alex e l’Alex della sua opera successiva, due giovani afflitti da un’estrema disillusione nei confronti del mondo, della realtà urbana e degli uomini, ma non delle donne, che osserva sempre, talvolta anche di nascosto. Il suo stesso impegno da artista di strada, in questo caso da prestigiatore, sarà poi riproposto nel suo seguente film per trasmettere il ritratto di un uomo che, nonostante il suo animo infestato dal disprezzo sociale, vive grazie al pubblico. Inoltre, le modalità con cui si instaura il suo rapporto con Anna forniscono una prima impalcatura di quella che poi sarà l'intensa relazione raccontata in Les amant du Pont-neuf, che vede Binoche e Lavant ancora insieme, amarsi, nella sua adorata Parigi.
“Se solo potessi scoprire ciò che lui ama in me, la mia vita sarebbe diversa”

Mauvais Sang (Rosso sangue, 1986)
Les Amants du Pont-Neuf (Gli amanti del Pont-Neuf, 1991)
Nel 1991 Leos Carax realizza l’opera che gli cambia la vita, non solo perché rappresenta l’effettivo manifesto della sua visione artistica, ma anche perché, successivamente, realizzerà un solo altro film, Pola X, nel 1999, prima di intraprendere una pausa dalla regia durata circa tredici anni. Questo film, infatti, rappresenta uno spartiacque tra il cinéma du look classico e la sua successiva riproposizione nella prima decade degli anni 2000, all’interno di un’industria cinematografica ormai mutata.
Carax ripropone il binomio Binoche-Lavant, questa volta con una carica sentimentale differente, sviluppata attraverso dinamiche narrative diametralmente opposte rispetto al precedente Mauvais Sang. Il sentimento amoroso è evidente, ricercato e necessario. L’ossessione non consiste più nel tentativo di placarlo, ma nel bisogno di non smettere mai di alimentarlo, mantenendolo sempre sotto un vigile controllo.
Le vicende di Alex, interpretato da Denis Lavant, e di Michèle, interpretata da Juliette Binoche, si sviluppano in un’ambientazione insolita: quella di un Pont-Neuf in ristrutturazione, ormai divenuto dimora di diversi senzatetto, tra cui lo stesso Alex. Il più antico ponte di Parigi, realizzato tra il 1578 e il 1607 per volontà del re Enrico IV, diventa così lo spazio centrale della narrazione. I due giovani si incrociano inizialmente per caso, a causa di un incidente stradale di cui Alex è vittima. Successivamente, si rincontrano proprio sull’antico ponte parigino, nuova dimora di Michèle, ex studentessa di Belle Arti, e già residenza del ragazzo, che per vivere talvolta si esibisce come mangiafuoco per le strade della capitale.

Carax dirige Juliette Binoche e Denis Lavant su set del film
Alex si lascia trasportare dal calore dell’amore, dell’ossessione e del fuoco, che gli garantisce il sostentamento necessario per sopravvivere e, simbolicamente, richiama anche la natura del suo rapporto con Michèle. Tra i cantieri del ponte, però, i due non sono soli: la presenza stessa della giovane non è ben vista da Hans, interpretato da Klaus-Michael Grüber, un anziano senzatetto che vive lì da anni ed è un amico fidato di Alex.
Alex: “Mi sa che lei non mi ama”
Hans: “Perché anche tu cerchi l’amore? Come gli altri? Ma guardati un po’ intorno, l’amore non è qui, ci vuole una camera da letto, mica queste correnti d’aria. La tua vita non è per questo, perciò dimenticalo... e lei non può restare, se ne deve andare”
La storia d’amore tra i due giovani è il centro nevralgico di una narrazione scandita dalla continua assenza di certezze e da una quotidianità instabile vissuta da clochard, soprattutto per Michèle, ancora ancorata all’illusorio ricordo idilliaco della sua precedente storia d’amore. Questo passato tormenta anche Alex, ormai profondamente legato al loro rapporto e alla semplice presenza della giovane, non solo nella sua vita, ma soprattutto sul ponte.
La loro relazione è instabile, così come la loro vita precaria, priva di progetti e aspirazioni future. L’unica costante è proprio quel ponte, l’unico luogo capace di trasmettere loro un senso di sicurezza, nonostante rappresenti anche l’emblema della loro emarginazione rispetto al mondo esterno, alla metropoli e alla vita degli altri cittadini. La loro condizione è una disgrazia, ma non una necessità.

Les Amants du Pont-Neuf (Gli amanti del Pont-Neuf, 1991)
La problematica principale, dalla quale derivano molte delle dinamiche narrative, risiede nel non confondere la condizione di senzatetto con l’accettazione di un’illusoria stabilità all’interno di una vita vissuta nella povertà. È come se quel ponte, nonostante le criticità quotidiane, potesse essere l’unico luogo in cui far nascere e crescere il sentimento, quasi che il mondo circostante non fosse abbastanza sicuro e puro per accettarlo e per accettare due individui come loro.
Hans, che inizialmente rifiuta categoricamente la presenza di Michèle, rivela progressivamente la vera natura della propria condizione. Una conseguenza non necessaria, ma determinata da un dolore straziante, dal quale derivano la povertà, l’abbandono della sua precedente realtà quotidiana e, successivamente, di sé stesso come uomo. Carax inserisce così nell’opera alcune delle problematiche più comuni di una vita di strada, come la propensione al furto, ma fa anche leva sulle dipendenze, in particolar modo sul rapporto tra alcolismo e trauma.
“Tu devi andar via e soprattutto vivere”
(Le parole di Hans a Michèle)
Nonostante il rapporto tra Michèle e Alex riesca ad avere un enorme impatto sulla sensibilità di entrambi, esso rivela inevitabilmente la natura critica della percezione che hanno di sé stessi. Non può esserci nascita, crescita o cambiamento se a governare la mente sono l’assenza e la mancanza.

Les Amants du Pont-Neuf (Gli amanti del Pont-Neuf, 1991)
Holy Motors (2012)
Tredici anni dopo il suo ultimo progetto, Carax riprende in Holy Motors il concetto di assenza identitaria, rivelando la natura polimorfa del suo protagonista, Oscar. Presentato alla 65ª edizione del Festival di Cannes, il film vede ancora una volta protagonista Denis Lavant, al suo quarto progetto con il regista, che riuscirà a vincere l'ambito Prix de la mise en scène, soltanto nel 2021 con Annette.
Anche in quest’opera emerge progressivamente il ritratto di una Parigi contaminata e distorta da coloro che la frequentano, come se fosse il riflesso diretto di un vissuto individuale poco omogeneo, raccontato attraverso dinamiche frammentarie. Gli episodi del film si rivelano parte costituente della stessa identità artistica del regista. Non a caso, il nome d’arte Leos Carax è l’anagramma dei nomi dei suoi simbolici personaggi, Alex e Oscar, entrambi interpretati dal fedele Lavant.
Il film si apre con monsieur Oscar, un ricco uomo d’affari che esce dalla propria villa per entrare in una limousine bianca. L’autovettura è, in realtà, un ufficio, ma non quello di una persona facoltosa. Il personaggio dall’identità ignota condivide con il precedente individuo soltanto il nome, Oscar, e per guadagnarsi da vivere assume molteplici volti e personalità. Tutti i compiti e i lavori che gli vengono assegnati sono definiti “rendez-vous”, appuntamenti, quasi a ridimensionare la vera natura delle sue mansioni, spesso finalizzate a scopi crudeli e, per lui stesso, alienanti.
“Che cosa ti fa andare avanti, Oscar?"
"Continuo come ho cominciato, per la bellezza del gesto"
"La bellezza, si dice che sia nell’occhio di chi guarda"
"E se non c’è più nessuno da guardare?”

Holy Motors (2012)
Un lavoro che appare agli occhi degli altri contorto e disumanizzante, ma che per Oscar si rivela essere una continua prova artistica, scandita ogni volta da performance pubbliche di diverso stile e atmosfera. È come se si trattasse di vere e proprie interpretazioni attoriali: il mondo che lo circonda diventa il suo palco e le persone, di cui sconvolge le vite, semplici comparse. Tra questi impieghi si riesce a scorgere anche un sentore di realismo, quando veste i panni di un padre che riporta a casa sua figlia, Angèle, dopo una festa. Il contesto richiama la quotidianità, ma le parole espresse rimandano all’instabilità morale e all’assurdità che caratterizzano i suoi “appuntamenti”.
Padre (Oscar): “Se potessi essere certa che non me ne accorgessi, mi mentiresti ancora?”
Angèle: “Credo di sì”
Padre (Oscar): “Dimmi perché”
Angèle: “Perché adesso saremmo entrambi più felici, mi punirai?”
Padre (Oscar): “Certo, la tua punizione, mia povera Angèle, è essere come sei, dover vivere con te stessa”
Oscar non è minimamente turbato dall’idea di sconvolgere le esistenze altrui, nonostante non riesca a riconoscere il turbinio di emozioni che questo lavoro inevitabilmente scatena nel suo animo. La sua natura è ormai compromessa, così come il suo volto, che modifica continuamente in funzione di ogni incarico, svilendo così l’unicità del proprio corpo. L’unica persona a essere una costante nella sua vita, perfino in quella lavorativa, è la sua autista che, accompagnandolo ovunque, diventa l’unica testimone delle sue trasformazioni e l’unica capace di conoscere, seppur per pochi attimi, la sua vera identità. Inoltre, quando i piani degenerano, è anche l’unica in grado di salvarlo.
In conclusione, potremmo dire amaramente che i suoi personaggi vivono una vita segnata dalla completa assenza dell’altro, del sentimento di empatia e della loro stessa libertà. Gli immaginari limiti che autonomamente si impongono per difendersi e proteggersi dalla paura che gli scenari di sofferenza possono provocare risultano ancora più strazianti. Questi individui vivono una continua nevrosi, alimentata dal loro contatto con un mondo che, volontariamente, come un riflesso, appare loro distorto, avvelenato e infetto, così come le persone che incontrano. Queste ultime, però, diventano le cavie del loro personale processo salvifico, fondato sul tentativo di risanare il prossimo e la realtà circostante.

Holy Motors (2012)
Carax immagina e ci propone, trasmettendone ogni dettaglio e ogni sfumatura, una visione distorta della sua amata città e delle persone che la abitano, dimostrando la natura duplice e tendenzialmente mutevole dell’uomo. Non tutti gli Alex sono egoisti e ossessivi nei confronti dell’amore, ma non sono neanche sempre sinceri o sempre materialisti. Allo stesso modo, Oscar è il riflesso dell’imperfezione umana, che, però, finisce sempre per definirne l’unicità.
Dopo Annette, Carax si dedica alla realizzazione del cortometraggio C’est pas moi, risalente al 2024, nel quale ripercorre la propria filmografia attraverso una pungente critica. Il regista muove così un'accusa contro una cultura e un’attualità affamate di prodotti, immagini, risposte e scuse. Riflette sul ruolo dell’osservazione e sulla fruizione dei materiali in maniera sempre più passiva, ma mai realmente viscerale.
Attualmente il regista è impegnato nella realizzazione di un nuovo lungometraggio, Lily May B, con protagonista Jenna Ortega, confermando una ricerca artistica ancora lontana dall’esaurirsi e continuamente aperta a nuove forme.
Il cinéma du look è stato, ed è ancora, un necessario punto di rottura rispetto alla quiete successiva a una delle più importanti rivoluzioni della Storia del Cinema. Carax non si è limitato a trasformarne la forma, ma ha restituito alla bellezza una nuova possibilità di esistere, liberandola da modelli ormai consolidati e riconsegnandole un volto mutevole, inquieto e profondamente contemporaneo. Un cinema in cui la bellezza non coincide mai con l’armonia, ma nasce proprio dalla frattura, dall’instabilità e dalla continua ricerca di una nuova identità.

Annette (2021)
di Victoria Ragosta
NC-458
29.09.2026

Leos Carax negli anni '90
Se cercassimo di individuare un’identità unica del cinema francese, ci accorgeremmo che essa è frammentata, poiché sono proprio le tendenze e le scissioni che ne hanno determinato, e continuano a dominarne, l’intensità. I registi di questa Nazione sperimentano una passionalità differente, soprattutto nelle propensioni contemporanee, preservando, attraverso il loro lavoro, un’arte che vuole sdoganare l’inestimabile valore del dialogo cinematografico in ogni sua forma, persino la più pura e la più immorale. La poco ortodossa figura di Leos Carax interrompe l’equilibrio del cinema francese post-rivoluzionario, introducendo una visione alternativa, spesso completamente distorta, e donando un nuovo volto a quello che sarebbe poi diventato un panorama inedito, capace di formare nuovi registi e influenzare altri colleghi, nonostante l’identità di quest’arte sia oggi nuovamente in fase di rinnovamento.
La verità artistica del cinema francese è molteplice e soprattutto influenzata dalle istanze socio-filosofiche degli artisti del secondo dopoguerra. Il Paese che ha dato i natali alla Settima Arte, infatti, l’ha condotta dapprima verso un percorso di progressiva diffusione nel resto del mondo e, successivamente, verso uno sviluppo identitario parallelo rispetto alle nascenti tendenze estere. Tra le influenze, il realismo poetico francese di Jean Vigo, Jean Renoir e Marcel Carné prevale su tutte, non soltanto per le originali modalità narrative adoperate, ma anche per la forte volontà di ripristinare il valore del reale e della realtà, visivamente e fedelmente trasposta, come fulcro cinematografico.
Il 1958, però, segna nella storia del cinema francese un determinante punto di rottura. Si sviluppa una vera e propria rivoluzione ideologica, sostenuta da artisti che ricercano nella quotidianità una nuova filosofia, capace di farsi garante di una diversa forma di bellezza, lontana dalla rigidità e dalla fissità degli stilemi del cinema classico, ma soprattutto dalla velata sottomissione e passività nei confronti delle politiche del Paese, in particolare di quelle legate agli affari esteri. In quel periodo, la Francia era infatti protagonista della Guerra d’Algeria (1954-1962), accompagnata da numerosi scontri, tensioni e rivolte studentesche.
Nasce, in quell’anno, la Nouvelle Vague, un rivoluzionario movimento cinematografico inaugurato (tra le altre) dall’opera Le Beau Serge (1958) di Claude Chabrol. Lo stesso Chabrol, insieme a Jean-Luc Godard, François Truffaut, Agnès Varda, Jacques Rivette, Alain Resnais e altri, definisce attraverso le proprie opere l’essenza di un ricercato esperimento artistico che, tuttavia, dura meno di un decennio. La sua breve vita, però, non modifica le sorti di un progetto artistico tanto ambizioso, la sua influenza, infatti, continua a essere fonte d’ispirazione per innumerevoli artisti nel corso degli anni successivi, sebbene le motivazioni e gli ideali inizino progressivamente a cambiare. Nascono così nuove individualità, dotate di stili fortemente riconoscibili, come nel caso del cinema di Éric Rohmer, figlio di questa rivoluzione artistica, che tuttavia vira verso un metodo profondamente intriso di filosofia ed esistenzialismo narrativo.

Le Beau Serge (1958)
Durante i primi anni ’80, non varia semplicemente l’identità del cinema francese, ma è la stessa industria a subire inevitabili cambiamenti, soprattutto a causa della grande espansione del panorama televisivo. L’elevata diffusione della televisione, affermatasi come uno dei principali mezzi di intrattenimento, garantì maggiori possibilità di fruizione, soprattutto grazie alla sua comodità. Purtroppo, contribuì anche, in alcuni casi, alla precoce svalutazione di diversi contenuti, a favore di altri che, talvolta a discapito della qualità, cercavano di attirare il maggior numero possibile di spettatori. Nasce così una forma di intrattenimento più ampia e accessibile, che cambia per sempre il ruolo dell’industria cinematografica, ormai anche in Europa.
Il profondo stravolgimento del cinema francese degli anni ’80 e ’90, infatti, si basava sulla graduale sostituzione dell’estesa struttura dialogica presente nelle opere che richiamavano gli stilemi della Nouvelle Vague, a favore di una maggiore esaltazione della dinamicità visiva e di un’estetica dominata dal colore, nonché dalla possibilità di giocare e fantasticare attraverso le sue gradazioni. Il realismo e la quotidianità, carichi di filosofia ed esistenzialismo, vennero cinematograficamente rimpiazzati dalla rappresentazione di una dimensione fantastica, capace di stravolgere e monopolizzare la vita di ogni individuo, così come l’identità dei centri urbani e delle metropoli.
Il cinéma du look, termine coniato nel 1989 dal critico Raphaël Bassan, indica un cinema di matrice fantastica che, tuttavia, non abbandona la ricerca della verità umana, ma le fornisce un ambiente distopico all’interno del quale potersi manifestare. Nonostante le incomprensioni che, come in un effetto domino, talvolta provocano conseguenze sempre più gravi, e nonostante il degrado, che richiama costantemente la malinconia e la sofferenza, l’uomo continua a cercare di vivere e di trovare delle risposte capaci di soddisfare la propria ossessione per la verità, qualunque essa sia.
Leos Carax, pseudonimo di Alex Christophe Dupont, è considerato uno dei più singolari rappresentanti di questo movimento. Nasce nel 1960 a Suresnes, figlio di un giornalista e di una critica cinematografica. Studia a Parigi e scrive per due anni per la rivista Cahiers du Cinéma (che anni prima, non a caso, aveva formato i grandi registi della Nouvelle Vague). Il suo primo progetto di avvicinamento al mondo del cinema risale al 1980, con il cortometraggio Strangulation Blues. Il suo effettivo esordio alla regia avviene, invece, nel 1984, quando presenta alla Settimana Internazionale della Critica di Cannes il suo primo lungometraggio: Boy Meets Girl.

Strangulation Blues (1980)
Boy Meets Girl (1984)
L’opera prima di Leos Carax è il manifesto di un’identità artistica già piuttosto definita, nonostante si tratti di un esordio. Centrali nel cinema di Carax non sono tanto le tematiche, che variano e vengono distorte per generare mondi alternativi attraverso cui raccontare una cruda verità, quanto le individualità, che si legano tra loro fino a costituire il nucleo fondante della narrazione dinamica costruita dal regista attorno a esse. Infatti, uno degli elementi cruciali della sua arte non risiede nella volontà di definire una dinamica prestabilita, un espediente narrativo o un preciso motivo diegetico, bensì nell’attribuire a uno o più volti gli interrogativi di una vita insana. Carax ritrova in un attore tutte le caratteristiche che ricerca nel suo interprete ideale: Denis Lavant, protagonista di tutti i suoi film, fatta eccezione per Pola X (1999) e Annette (2021). Un professionista che incarna la vera natura della sua arte non convenzionale e che mette in discussione gli aspetti più elementari della vita attraverso la distorsione fantastica degli ambienti e delle atmosfere.
La particolarità diegetica dell’opera risiede nella forte tensione che incupisce il mondo in cui Alex, giovane ribelle, si destreggia e nel quale instaura rapporti labili e brevi con chiunque venga rapito dal suo fascino atipico. L’opera si apre con una rottura, un cuore spezzato, un tradimento e un futuro incerto. Carax ripropone, pur diversificandola in ogni sua opera, una profonda ricerca del sentimento, dell’amore e dell’atto amoroso, quasi fossero per lui dilemmi sempre più ricorrenti e incessanti, presenti tanto nella sua mente quanto in quella dei suoi personaggi.
“… Ma se si ama davvero, bisogna esserci. E io apprezzo qualcuno soltanto dopo averlo lasciato”
Alex intraprende un inconsapevole viaggio notturno nella sua Parigi, partendo dalla lunga Senna per poi finire nelle case di enigmatici concittadini, attraversandole sia fisicamente sia spiritualmente. Infatti, nonostante la sua vita non sia rafforzata da rapporti umani duraturi, si mostra sempre predisposto al dialogo con gli sconosciuti, ma è anche incline alla fascinazione che nasce dall’osservare le vicende private e le vite altrui. Come se la possibilità di sentirsi parte di quella precarietà sentimentale, seppur soltanto con la mente, rappresentasse l’aspetto più umano della sua esistenza. Tra le persone incontrate e osservate, Mireille, interpretata da Mireille Perrier, è la donna che maggiormente lo incuriosisce, poiché Alex riconosce nella giovane tormentata delle incongruenze analoghe alle proprie, quasi fossero due anime affini inevitabilmente destinate a incontrarsi.
Alex: “È il nostro primo incontro, solo le prime volte mi interessano”
Mireille: “Il resto finisce per stancarti"
Alex: “I sogni meravigliosi non ho mai cercato di realizzarli… soltanto di rifarli la notte dopo”
Un progetto che non celebra soltanto l’estetica, ma che riprende la natura esistenzialista della Nouvelle Vague, unendola all’angoscia e all’arroganza che il regista percepisce con forza nel proprio Paese. L’amore per il cinema e una rinnovata necessità di rivoluzione diventeranno così le implicite colonne portanti della sua carriera.

Boy Meets Girl (1984)
Mauvais Sang (Rosso sangue, 1986)
Dopo due anni dal suo esordio, presenta alla trentasettesima edizione del Festival di Berlino Mauvais Sang, in originale, che incarna a pieno l’essenza del cinéma du look, inaugurando una netta unione tra narrazione del fantastico all’interno di un ambiente distorto e indefinito e l’unicità estetica dei colori adoperati ed esaltati. Il titolo originale dell’opera riprende a pieno il suo soggetto principale: la malattia, intesa come la causa del “cattivo sangue”, la cui cura è contesa tra la cattiveria e un’inconsapevole innocenza.
Il lungometraggio è ambientato in una Parigi distopica ed "ammalata", dove la sua popolazione è sempre più vittima di un virus sessualmente trasmissibile (l'STBO) che uccide qualsiasi persona faccia l’amore senza un vero legame sentimentale. Il suo vaccino diventa, quindi, il massimo oggetto di speculazione e soprattutto di desiderio, in particolare, di una donna, l’Americana (intrepretata da Carroll Brooks), figura di spicco della criminalità organizzata, che si scontra con due giovani, che vogliono rubare il vaccino per distribuirlo alla popolazione. Quest’opera, inoltre, presenta la prima delle due collaborazioni della coppia Binoche-Lavant - che oltre ad avere un’ottima chimica su schermo, con la loro performance dettano la giusta drammaticità all’interno di una narrazione sempre in tensione.
“Può uccidere uomini a migliaia, a milioni, tutti quelli che fanno l’amore senza sentimento...e più si è giovani più il rischio è grande”
I protagonisti Anna (Juliette Binoche) e Alex (Denis Lavant) si ritrovano intricati in una complessa cospirazione sulle sorti dell'essere umano e della sua sensibilità. Il virus, che, inconsapevolmente, i due ragazzi cercano di contrastare è la conseguenza fisica della decadenza della vita parigina. In una città ormai alla deriva, la popolazione, tormentata e devastata da un’insolita nevrosi collettiva, non può più nascondere le illusorie vicende amorose e l’ostentazione di inesistenti sentimenti, che si riducono ad un mero piacere, coniugato in malattia.
In quest’opera Carax delinea le prime caratteristiche analoghe tra questo Alex e l’Alex della sua opera successiva, due giovani afflitti da un’estrema disillusione nei confronti del mondo, della realtà urbana e degli uomini, ma non delle donne, che osserva sempre, talvolta anche di nascosto. Il suo stesso impegno da artista di strada, in questo caso da prestigiatore, sarà poi riproposto nel suo seguente film per trasmettere il ritratto di un uomo che, nonostante il suo animo infestato dal disprezzo sociale, vive grazie al pubblico. Inoltre, le modalità con cui si instaura il suo rapporto con Anna forniscono una prima impalcatura di quella che poi sarà l'intensa relazione raccontata in Les amant du Pont-neuf, che vede Binoche e Lavant ancora insieme, amarsi, nella sua adorata Parigi.
“Se solo potessi scoprire ciò che lui ama in me, la mia vita sarebbe diversa”

Mauvais Sang (Rosso sangue, 1986)
Les Amants du Pont-Neuf (Gli amanti del Pont-Neuf, 1991)
Nel 1991 Leos Carax realizza l’opera che gli cambia la vita, non solo perché rappresenta l’effettivo manifesto della sua visione artistica, ma anche perché, successivamente, realizzerà un solo altro film, Pola X, nel 1999, prima di intraprendere una pausa dalla regia durata circa tredici anni. Questo film, infatti, rappresenta uno spartiacque tra il cinéma du look classico e la sua successiva riproposizione nella prima decade degli anni 2000, all’interno di un’industria cinematografica ormai mutata.
Carax ripropone il binomio Binoche-Lavant, questa volta con una carica sentimentale differente, sviluppata attraverso dinamiche narrative diametralmente opposte rispetto al precedente Mauvais Sang. Il sentimento amoroso è evidente, ricercato e necessario. L’ossessione non consiste più nel tentativo di placarlo, ma nel bisogno di non smettere mai di alimentarlo, mantenendolo sempre sotto un vigile controllo.
Le vicende di Alex, interpretato da Denis Lavant, e di Michèle, interpretata da Juliette Binoche, si sviluppano in un’ambientazione insolita: quella di un Pont-Neuf in ristrutturazione, ormai divenuto dimora di diversi senzatetto, tra cui lo stesso Alex. Il più antico ponte di Parigi, realizzato tra il 1578 e il 1607 per volontà del re Enrico IV, diventa così lo spazio centrale della narrazione. I due giovani si incrociano inizialmente per caso, a causa di un incidente stradale di cui Alex è vittima. Successivamente, si rincontrano proprio sull’antico ponte parigino, nuova dimora di Michèle, ex studentessa di Belle Arti, e già residenza del ragazzo, che per vivere talvolta si esibisce come mangiafuoco per le strade della capitale.

Carax dirige Juliette Binoche e Denis Lavant su set del film
Alex si lascia trasportare dal calore dell’amore, dell’ossessione e del fuoco, che gli garantisce il sostentamento necessario per sopravvivere e, simbolicamente, richiama anche la natura del suo rapporto con Michèle. Tra i cantieri del ponte, però, i due non sono soli: la presenza stessa della giovane non è ben vista da Hans, interpretato da Klaus-Michael Grüber, un anziano senzatetto che vive lì da anni ed è un amico fidato di Alex.
Alex: “Mi sa che lei non mi ama”
Hans: “Perché anche tu cerchi l’amore? Come gli altri? Ma guardati un po’ intorno, l’amore non è qui, ci vuole una camera da letto, mica queste correnti d’aria. La tua vita non è per questo, perciò dimenticalo... e lei non può restare, se ne deve andare”
La storia d’amore tra i due giovani è il centro nevralgico di una narrazione scandita dalla continua assenza di certezze e da una quotidianità instabile vissuta da clochard, soprattutto per Michèle, ancora ancorata all’illusorio ricordo idilliaco della sua precedente storia d’amore. Questo passato tormenta anche Alex, ormai profondamente legato al loro rapporto e alla semplice presenza della giovane, non solo nella sua vita, ma soprattutto sul ponte.
La loro relazione è instabile, così come la loro vita precaria, priva di progetti e aspirazioni future. L’unica costante è proprio quel ponte, l’unico luogo capace di trasmettere loro un senso di sicurezza, nonostante rappresenti anche l’emblema della loro emarginazione rispetto al mondo esterno, alla metropoli e alla vita degli altri cittadini. La loro condizione è una disgrazia, ma non una necessità.

Les Amants du Pont-Neuf (Gli amanti del Pont-Neuf, 1991)
La problematica principale, dalla quale derivano molte delle dinamiche narrative, risiede nel non confondere la condizione di senzatetto con l’accettazione di un’illusoria stabilità all’interno di una vita vissuta nella povertà. È come se quel ponte, nonostante le criticità quotidiane, potesse essere l’unico luogo in cui far nascere e crescere il sentimento, quasi che il mondo circostante non fosse abbastanza sicuro e puro per accettarlo e per accettare due individui come loro.
Hans, che inizialmente rifiuta categoricamente la presenza di Michèle, rivela progressivamente la vera natura della propria condizione. Una conseguenza non necessaria, ma determinata da un dolore straziante, dal quale derivano la povertà, l’abbandono della sua precedente realtà quotidiana e, successivamente, di sé stesso come uomo. Carax inserisce così nell’opera alcune delle problematiche più comuni di una vita di strada, come la propensione al furto, ma fa anche leva sulle dipendenze, in particolar modo sul rapporto tra alcolismo e trauma.
“Tu devi andar via e soprattutto vivere”
(Le parole di Hans a Michèle)
Nonostante il rapporto tra Michèle e Alex riesca ad avere un enorme impatto sulla sensibilità di entrambi, esso rivela inevitabilmente la natura critica della percezione che hanno di sé stessi. Non può esserci nascita, crescita o cambiamento se a governare la mente sono l’assenza e la mancanza.

Les Amants du Pont-Neuf (Gli amanti del Pont-Neuf, 1991)
Holy Motors (2012)
Tredici anni dopo il suo ultimo progetto, Carax riprende in Holy Motors il concetto di assenza identitaria, rivelando la natura polimorfa del suo protagonista, Oscar. Presentato alla 65ª edizione del Festival di Cannes, il film vede ancora una volta protagonista Denis Lavant, al suo quarto progetto con il regista, che riuscirà a vincere l'ambito Prix de la mise en scène, soltanto nel 2021 con Annette.
Anche in quest’opera emerge progressivamente il ritratto di una Parigi contaminata e distorta da coloro che la frequentano, come se fosse il riflesso diretto di un vissuto individuale poco omogeneo, raccontato attraverso dinamiche frammentarie. Gli episodi del film si rivelano parte costituente della stessa identità artistica del regista. Non a caso, il nome d’arte Leos Carax è l’anagramma dei nomi dei suoi simbolici personaggi, Alex e Oscar, entrambi interpretati dal fedele Lavant.
Il film si apre con monsieur Oscar, un ricco uomo d’affari che esce dalla propria villa per entrare in una limousine bianca. L’autovettura è, in realtà, un ufficio, ma non quello di una persona facoltosa. Il personaggio dall’identità ignota condivide con il precedente individuo soltanto il nome, Oscar, e per guadagnarsi da vivere assume molteplici volti e personalità. Tutti i compiti e i lavori che gli vengono assegnati sono definiti “rendez-vous”, appuntamenti, quasi a ridimensionare la vera natura delle sue mansioni, spesso finalizzate a scopi crudeli e, per lui stesso, alienanti.
“Che cosa ti fa andare avanti, Oscar?"
"Continuo come ho cominciato, per la bellezza del gesto"
"La bellezza, si dice che sia nell’occhio di chi guarda"
"E se non c’è più nessuno da guardare?”

Holy Motors (2012)
Un lavoro che appare agli occhi degli altri contorto e disumanizzante, ma che per Oscar si rivela essere una continua prova artistica, scandita ogni volta da performance pubbliche di diverso stile e atmosfera. È come se si trattasse di vere e proprie interpretazioni attoriali: il mondo che lo circonda diventa il suo palco e le persone, di cui sconvolge le vite, semplici comparse. Tra questi impieghi si riesce a scorgere anche un sentore di realismo, quando veste i panni di un padre che riporta a casa sua figlia, Angèle, dopo una festa. Il contesto richiama la quotidianità, ma le parole espresse rimandano all’instabilità morale e all’assurdità che caratterizzano i suoi “appuntamenti”.
Padre (Oscar): “Se potessi essere certa che non me ne accorgessi, mi mentiresti ancora?”
Angèle: “Credo di sì”
Padre (Oscar): “Dimmi perché”
Angèle: “Perché adesso saremmo entrambi più felici, mi punirai?”
Padre (Oscar): “Certo, la tua punizione, mia povera Angèle, è essere come sei, dover vivere con te stessa”
Oscar non è minimamente turbato dall’idea di sconvolgere le esistenze altrui, nonostante non riesca a riconoscere il turbinio di emozioni che questo lavoro inevitabilmente scatena nel suo animo. La sua natura è ormai compromessa, così come il suo volto, che modifica continuamente in funzione di ogni incarico, svilendo così l’unicità del proprio corpo. L’unica persona a essere una costante nella sua vita, perfino in quella lavorativa, è la sua autista che, accompagnandolo ovunque, diventa l’unica testimone delle sue trasformazioni e l’unica capace di conoscere, seppur per pochi attimi, la sua vera identità. Inoltre, quando i piani degenerano, è anche l’unica in grado di salvarlo.
In conclusione, potremmo dire amaramente che i suoi personaggi vivono una vita segnata dalla completa assenza dell’altro, del sentimento di empatia e della loro stessa libertà. Gli immaginari limiti che autonomamente si impongono per difendersi e proteggersi dalla paura che gli scenari di sofferenza possono provocare risultano ancora più strazianti. Questi individui vivono una continua nevrosi, alimentata dal loro contatto con un mondo che, volontariamente, come un riflesso, appare loro distorto, avvelenato e infetto, così come le persone che incontrano. Queste ultime, però, diventano le cavie del loro personale processo salvifico, fondato sul tentativo di risanare il prossimo e la realtà circostante.

Holy Motors (2012)
Carax immagina e ci propone, trasmettendone ogni dettaglio e ogni sfumatura, una visione distorta della sua amata città e delle persone che la abitano, dimostrando la natura duplice e tendenzialmente mutevole dell’uomo. Non tutti gli Alex sono egoisti e ossessivi nei confronti dell’amore, ma non sono neanche sempre sinceri o sempre materialisti. Allo stesso modo, Oscar è il riflesso dell’imperfezione umana, che, però, finisce sempre per definirne l’unicità.
Dopo Annette, Carax si dedica alla realizzazione del cortometraggio C’est pas moi, risalente al 2024, nel quale ripercorre la propria filmografia attraverso una pungente critica. Il regista muove così un'accusa contro una cultura e un’attualità affamate di prodotti, immagini, risposte e scuse. Riflette sul ruolo dell’osservazione e sulla fruizione dei materiali in maniera sempre più passiva, ma mai realmente viscerale.
Attualmente il regista è impegnato nella realizzazione di un nuovo lungometraggio, Lily May B, con protagonista Jenna Ortega, confermando una ricerca artistica ancora lontana dall’esaurirsi e continuamente aperta a nuove forme.
Il cinéma du look è stato, ed è ancora, un necessario punto di rottura rispetto alla quiete successiva a una delle più importanti rivoluzioni della Storia del Cinema. Carax non si è limitato a trasformarne la forma, ma ha restituito alla bellezza una nuova possibilità di esistere, liberandola da modelli ormai consolidati e riconsegnandole un volto mutevole, inquieto e profondamente contemporaneo. Un cinema in cui la bellezza non coincide mai con l’armonia, ma nasce proprio dalla frattura, dall’instabilità e dalla continua ricerca di una nuova identità.

Annette (2021)