
di Victoria Ragosta
NC-447
23.07.2026
“Bisogna ricordare che in ciascuno di noi vivono due personaggi: tutta la nostra vita è il miscuglio di queste due essenze, il bene e il male” - Larisa Shepitko
Larisa Yefimovna Shepitko nasce a Bakhmut, in Ucraina, nel 1938, e inizia la sua formazione presso l’Istituto di Cinematografia Gerasimov, come allieva di uno dei pilastri del cinema russo d’avanguardia, Aleksandr Petrovič Dovženko. Il cinema di Shepitko viene sensibilmente influenzato dalle conseguenze storiche vissute dal suo Paese. Il percorso artistico della regista inizia cinquant’anni dopo la Rivoluzione russa del 1917, la quale esercitò una forte influenza sullo sviluppo dell’industria cinematografica in Russia, precedentemente condizionata dal mercato e dall’ideologia francese, anche a causa della forte ingerenza delle produzioni dei fratelli Lumière. Altrettanto determinante fu la riconquista della libertà d’espressione dopo lo stalinismo, durante il periodo del disgelo.
Il cinema russo d’avanguardia, legato al cosiddetto "formalismo russo", si sviluppa tra il 1918 e la fine degli anni Venti, periodo in cui il cinema muto incarna gli ideali rivoluzionari, sostenuti da una forte volontà rinnovatrice nei confronti dell’arte e della vita culturale e ideologica del Paese, diventando il cuore della sua storia artistica. Inoltre, pur definendosi come un’avanguardia fortemente influenzata dal panorama europeo e italiano, si distacca dalle coeve tendenze futuriste. Il formalismo russo si basava sulla teoria dello “straniamento”, formulata dal teorico Viktor Borisovič Šklovskij, i cui fondamenti contribuirono alla formazione di una trasposizione cinematografica basata su una continua innovazione visiva e tematica, principalmente realista. Si affermò, quindi, una visione fortemente dinamica, che si distaccava dalla tradizione europea, soprattutto francese.

Larisa Shepitko

Aleksandr Petrovič Dovženko
L’amara conclusione dell’avanguardia coincide con la fine di ogni libertà d’espressione. A partire dai primi anni Trenta, infatti, la stretta del regime stalinista nei confronti dell’arte, in tutte le sue forme, diventa soffocante. Le continue repressioni si traducono in una rigida politica censoria, attenuatasi solamente dopo la morte di Stalin, avvenuta nel 1953. Sarà solo con il successivo disgelo di Chruščëv, dalla metà degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta, che, allontanandosi dagli ideali totalitari e, attraverso una maggiore liberalizzazione culturale, la politica russa offrirà nuovi spazi agli artisti sovietici.
Il cinema di Larisa Shepitko, infatti, nasce e si sviluppa tra l’epoca del disgelo e l’era della stagnazione di Brežnev, testimoniando una nuova fase per la cinematografia sovietica. Negli stessi anni si affermarono alcuni dei più importanti autori del periodo, come Michail Kalatozov e Andrej Tarkovskij, tra i maggiori rappresentanti dell’avanguardia poetica russa.
Oggi andremo a scoprire tre opere chiave della filmografia di una regista rimasta troppo a lungo dimenticata.

Larisa Shepitko sul set
Calura (1963)
L’opera d’esordio di Shepitko, è l’espressione emblematica di un immaginario artistico fortemente legato al concetto di realismo poetico e decadente, tipico della tradizione d’autore russa. La narrazione, ambientata nelle steppe del Kirghizistan, riflette le difficili condizioni lavorative e di vita di molti contadini, i quali, per necessità materiali, finiscono per fondersi con le pianure aride e con la loro desolazione.
"Guardati attorno, guarda questa terra morta. Sai perché siamo qui ad arare la polvere? Per dimostrare ai posteri che qui non può crescere nemmeno la lucerna. Su queste spine anche il diavolo si romperebbe le ossa"
Lo sfondo narrativo individuato dalla regista non è casuale: esso rappresenta implicitamente il simbolo spirituale della “deumanizzazione” di coloro che trascorrono la propria vita nei campi, producendo raccolti alterati da una natura definita distruttiva, ma che, in realtà, segue semplicemente un ciclo prestabilito. L’identità apparentemente maligna dell’ambiente influenza negativamente, a sua volta, gli esseri umani, che cercano di affermare la propria forza attraverso rapporti di sottomissione. Impossibilitato a dominare la natura, l’uomo riversa la propria frustrazione sui lavoratori subordinati e su chi si trova in una condizione di inferiorità sociale.

Calura (1963)
Tuttavia, la superbia dettata da una favorevole condizione di superiorità alimenta un male profondo che, esasperando i rapporti e rendendo l’ambiente sempre più malsano, provoca inevitabilmente una reazione: una decisa ribellione nei confronti di un dominio dispotico. La narrazione è sostenuta principalmente da due personaggi: Abakir (Nurmukhan Zhanturin), capo di un kolchoz, e Kemel (Bolotbek Shamshiyev), giovane contadino entrato da poco a far parte del collettivo. Lo scontro tra i due si rivela fin da subito inevitabile, così come l’atteggiamento tirannico di Abakir nei confronti del suo sottoposto, esercitato non soltanto per dimostrare la propria autorità, ma anche per manifestare deliberatamente il proprio carattere cinico.
"Ad Anrachaj non si lavora, ma si sgobba"
"Siamo esseri umani, non bestie. Se è come dite voi, perché sgobbiamo?"
"Persone e non bestie… Tu credi ancora a queste chiacchiere. Ti consiglio di fidarti soltanto delle tue mani e dei tuoi occhi"
Se lo scopo di Kemel è garantire all’intero collettivo un ambiente egualitario e formalmente giusto, quello di Abakir è annientare il carattere risoluto del giovane, anche attraverso la violenza psicologica e fisica, indirizzata non soltanto contro il diretto interessato. Il tiranno intende fare leva sull’umanità di colui che gli resiste e che, da solo, cerca di trovare la forza necessaria in un ambiente nel quale il male è ormai accettato passivamente e dove sarà difficile far rifiorire il bene.
"Cosa vi impedisce di trattare le persone in modo umano? Tutti stimano le vostre mani, lavorate in modo magnifico, ma vi comportate come un padrone"

Calura (1963)
Le Ali (1966)
Dalle aride e isolate steppe del Kyrgyzstan, l’attenzione di Larisa Shepitko si sposta su altre vicende quotidiane e su nuovi interrogativi riguardanti il realismo puro della sofferenza e del dolore.
“Dove non passa la fanteria, dove non sfreccia il treno blindato, dove il carro armato pesante non passa strisciando, là vola l’uccello d’acciaio.”
In quest’opera del 1966, il male è inteso, invece, come un malessere interiore, la cui natura e presenza non sono destinate a manifestarsi nel collettivo e nell’opinione pubblica, ma fermentano nell’animo della protagonista, che ripercorre la propria vita eroica, alimentando contemporaneamente il suo mal di vivere. La libertà acquisita dopo la fine del servizio militare è, in realtà, una prigione di menzogne che lei stessa non riesce ad accettare.
La protagonista del film è Nadezhda Petrovna (Maya Bulgakova), un’ex pilota dell’aeronautica militare sovietica che ha ormai intrapreso la carriera di insegnante, nonostante sia ancora fortemente legata alla sua vita passata, trascorsa in volo. Il passato si manifesta come un fantasma che, gradualmente e in modo incessante, infesta la sua mente e mina la sua razionalità. Il completo distacco dalla sua vecchia vita risulta, quindi, piuttosto complicato.

Le Ali (1966)
Nadezhda è ancora immersa in ambienti che rinnovano il ricordo della sua esperienza eroica e delle conseguenze della guerra, che l’ha vista combattere in prima linea insieme a colleghi che, purtroppo, hanno perso la vita. I suoi continui sforzi nella ricerca di un equilibrio riflettono il tormento di una donna che si sente ancora responsabile della dolorosa sorte dei suoi compagni.
“In tutta la mia vita ho lavorato per me stessa e per gli altri. Quando mi è stato ordinato di fare qualcosa, l’ho fatto per me stessa e per gli altri e non mi dispiace di averlo fatto.”
La narrazione si sviluppa attraverso un irrazionale viaggio nei ricordi, un percorso intimo ed enigmatico, così come la sua conclusione. Le ultime scelte compiute dalla pilota diventano il simbolo della libertà da lei ricercata, nonostante il peso delle vite che, come insegnante, ha il compito di formare e la soffocante convivenza all’interno di un ambiente cittadino del quale non si sente parte attiva.
Nadezhda non riesce a riconoscersi come parte di una nuova realtà nella quale, nonostante non esista più la precarietà della vita militare, l’equilibrata quotidianità risulta per lei ancora più asfissiante di un futuro sospeso tra il cielo e le proprie responsabilità. Pertanto, l’unica soluzione che ritiene plausibile è riabbracciare quel vecchio ambiente che non riesce a lasciar andare, concedendosi un’ultima grande impresa, un ultimo glorioso volo.
“Iniziativa o impresa, che differenza fa?”

Le Ali (1966)
L’Ascesa (1977)
L’ultimo film girato dalla regista prima della sua tragica morte, causata da un incidente automobilistico, è anche quello dotato della maggiore carica emotiva e personale. L’Ascesa ripercorre i temi della resistenza e della guerra, particolarmente sensibili all’interno dell’immaginario artistico di Shepitko.
«Mio padre ha combattuto per tutta la durata della guerra. Per me, la guerra è stata una delle prime impressioni più forti. Ricordo la sensazione di una vita sconvolta, della famiglia separata. Ricordo la fame e come nostra madre e noi, i tre figli, fummo evacuati. L’impressione di una calamità globale ha certamente lasciato un segno indelebile nella mia mente».
Quest’opera del 1977, ambientata nel 1942, durante la resistenza partigiana sovietica nelle foreste della Bielorussia, ormai sotto l’occupazione nazista, è il feroce ritratto di un regime che, attraverso la violenza, è diventato un fenomeno popolare e non più soltanto elitario. Le scelte di ogni uomo sono minacciate da un male puro, simbolo della sottomissione dei cittadini, talvolta persino volontaria. La fallace resistenza si trasforma in abnegazione totalitaria, mostrando il vero volto della debolezza morale degli uomini, che per alcuni si traduce in una spietata lotta per la sopravvivenza, accostando inconsciamente il darwinismo sociale all’egoismo puro.
«Se non mentirai, ti unirai alla nostra polizia. Servirai la Grande Germania».

L’Ascesa (1977)
La dualità morale è rappresentata dal conflitto tra i due personaggi principali, Sotnikov (Boris Plotnikov) e Rybak (Vladimir Gostyukhin), entrambi bolscevichi e militanti della resistenza antinazista. Lo scontro è determinato dalla profonda differenza nel significato che i due attribuiscono alla propria lotta ideologica. Sebbene siano inizialmente accomunati dalla stessa visione, nel momento in cui vengono catturati dal regime si rivela la loro vera natura morale. Questa battuta d’arresto, infatti, fa luce su un’autentica ed egoistica lotta per la sopravvivenza, condotta anche a discapito di un rapporto fraterno, della compassione reciproca e della stessa umanità nei confronti di individui che avrebbero dovuto essere protetti e non condannati.
Sotnikov: "Non sarò un traditore, non lo sarò. Ci sono cose più importanti della mia pelle"
Rybak: "Non morirai come un eroe, non morirai e basta. Tu creperai come un traditore. E se non lo farai tu, lo farà qualcun altro: se ne infischiano di te… Io voglio vivere, vivere per uccidere questi bastardi. Io sono il soldato e tu sei il cadavere. Tutto ciò che rimane di te è la tua ostinazione, i tuoi princìpi. Torna alla tua vita, dunque, senza una coscienza"
È la mera accettazione del male a rendere possibile non l’incoscienza, ma la piena consapevolezza che le proprie azioni siano finalizzate a una passiva subordinazione, alla distruzione e all’annientamento di vite considerate sacre, che lo stesso traditore avrebbe dovuto difendere anche a discapito della propria esistenza. Talvolta, la posta in gioco è considerata fin troppo alta per mettere da parte la propria individualità, permettendo una regressione morale ed etica volontaria da parte di un essere umano che pone il valore della sua vita al di sopra di quello delle altre. La sofferenza e il dolore diventano, quindi, conseguenze dirette o giustificazioni tanto per un fronte quanto per l’altro, alimentando il male sia come causa sia come effetto, pur sempre come risultato di scelte razionali.

L’Ascesa (1977)
di Victoria Ragosta
NC-447
23.07.2026

Larisa Shepitko
“Bisogna ricordare che in ciascuno di noi vivono due personaggi: tutta la nostra vita è il miscuglio di queste due essenze, il bene e il male” - Larisa Shepitko
Larisa Yefimovna Shepitko nasce a Bakhmut, in Ucraina, nel 1938, e inizia la sua formazione presso l’Istituto di Cinematografia Gerasimov, come allieva di uno dei pilastri del cinema russo d’avanguardia, Aleksandr Petrovič Dovženko. Il cinema di Shepitko viene sensibilmente influenzato dalle conseguenze storiche vissute dal suo Paese. Il percorso artistico della regista inizia cinquant’anni dopo la Rivoluzione russa del 1917, la quale esercitò una forte influenza sullo sviluppo dell’industria cinematografica in Russia, precedentemente condizionata dal mercato e dall’ideologia francese, anche a causa della forte ingerenza delle produzioni dei fratelli Lumière. Altrettanto determinante fu la riconquista della libertà d’espressione dopo lo stalinismo, durante il periodo del disgelo.
Il cinema russo d’avanguardia, legato al cosiddetto "formalismo russo", si sviluppa tra il 1918 e la fine degli anni Venti, periodo in cui il cinema muto incarna gli ideali rivoluzionari, sostenuti da una forte volontà rinnovatrice nei confronti dell’arte e della vita culturale e ideologica del Paese, diventando il cuore della sua storia artistica. Inoltre, pur definendosi come un’avanguardia fortemente influenzata dal panorama europeo e italiano, si distacca dalle coeve tendenze futuriste. Il formalismo russo si basava sulla teoria dello “straniamento”, formulata dal teorico Viktor Borisovič Šklovskij, i cui fondamenti contribuirono alla formazione di una trasposizione cinematografica basata su una continua innovazione visiva e tematica, principalmente realista. Si affermò, quindi, una visione fortemente dinamica, che si distaccava dalla tradizione europea, soprattutto francese.

Aleksandr Petrovič Dovženko
L’amara conclusione dell’avanguardia coincide con la fine di ogni libertà d’espressione. A partire dai primi anni Trenta, infatti, la stretta del regime stalinista nei confronti dell’arte, in tutte le sue forme, diventa soffocante. Le continue repressioni si traducono in una rigida politica censoria, attenuatasi solamente dopo la morte di Stalin, avvenuta nel 1953. Sarà solo con il successivo disgelo di Chruščëv, dalla metà degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta, che, allontanandosi dagli ideali totalitari e, attraverso una maggiore liberalizzazione culturale, la politica russa offrirà nuovi spazi agli artisti sovietici.
Il cinema di Larisa Shepitko, infatti, nasce e si sviluppa tra l’epoca del disgelo e l’era della stagnazione di Brežnev, testimoniando una nuova fase per la cinematografia sovietica. Negli stessi anni si affermarono alcuni dei più importanti autori del periodo, come Michail Kalatozov e Andrej Tarkovskij, tra i maggiori rappresentanti dell’avanguardia poetica russa.
Oggi andremo a scoprire tre opere chiave della filmografia di una regista rimasta troppo a lungo dimenticata.

Larisa Shepitko sul set
Calura (1963)
L’opera d’esordio di Shepitko, è l’espressione emblematica di un immaginario artistico fortemente legato al concetto di realismo poetico e decadente, tipico della tradizione d’autore russa. La narrazione, ambientata nelle steppe del Kirghizistan, riflette le difficili condizioni lavorative e di vita di molti contadini, i quali, per necessità materiali, finiscono per fondersi con le pianure aride e con la loro desolazione.
"Guardati attorno, guarda questa terra morta. Sai perché siamo qui ad arare la polvere? Per dimostrare ai posteri che qui non può crescere nemmeno la lucerna. Su queste spine anche il diavolo si romperebbe le ossa"
Lo sfondo narrativo individuato dalla regista non è casuale: esso rappresenta implicitamente il simbolo spirituale della “deumanizzazione” di coloro che trascorrono la propria vita nei campi, producendo raccolti alterati da una natura definita distruttiva, ma che, in realtà, segue semplicemente un ciclo prestabilito. L’identità apparentemente maligna dell’ambiente influenza negativamente, a sua volta, gli esseri umani, che cercano di affermare la propria forza attraverso rapporti di sottomissione. Impossibilitato a dominare la natura, l’uomo riversa la propria frustrazione sui lavoratori subordinati e su chi si trova in una condizione di inferiorità sociale.

Calura (1963)
Tuttavia, la superbia dettata da una favorevole condizione di superiorità alimenta un male profondo che, esasperando i rapporti e rendendo l’ambiente sempre più malsano, provoca inevitabilmente una reazione: una decisa ribellione nei confronti di un dominio dispotico. La narrazione è sostenuta principalmente da due personaggi: Abakir (Nurmukhan Zhanturin), capo di un kolchoz, e Kemel (Bolotbek Shamshiyev), giovane contadino entrato da poco a far parte del collettivo. Lo scontro tra i due si rivela fin da subito inevitabile, così come l’atteggiamento tirannico di Abakir nei confronti del suo sottoposto, esercitato non soltanto per dimostrare la propria autorità, ma anche per manifestare deliberatamente il proprio carattere cinico.
"Ad Anrachaj non si lavora, ma si sgobba"
"Siamo esseri umani, non bestie. Se è come dite voi, perché sgobbiamo?"
"Persone e non bestie… Tu credi ancora a queste chiacchiere. Ti consiglio di fidarti soltanto delle tue mani e dei tuoi occhi"
Se lo scopo di Kemel è garantire all’intero collettivo un ambiente egualitario e formalmente giusto, quello di Abakir è annientare il carattere risoluto del giovane, anche attraverso la violenza psicologica e fisica, indirizzata non soltanto contro il diretto interessato. Il tiranno intende fare leva sull’umanità di colui che gli resiste e che, da solo, cerca di trovare la forza necessaria in un ambiente nel quale il male è ormai accettato passivamente e dove sarà difficile far rifiorire il bene.
"Cosa vi impedisce di trattare le persone in modo umano? Tutti stimano le vostre mani, lavorate in modo magnifico, ma vi comportate come un padrone"

Calura (1963)
Le Ali (1966)
Dalle aride e isolate steppe del Kyrgyzstan, l’attenzione di Larisa Shepitko si sposta su altre vicende quotidiane e su nuovi interrogativi riguardanti il realismo puro della sofferenza e del dolore.
“Dove non passa la fanteria, dove non sfreccia il treno blindato, dove il carro armato pesante non passa strisciando, là vola l’uccello d’acciaio.”
In quest’opera del 1966, il male è inteso, invece, come un malessere interiore, la cui natura e presenza non sono destinate a manifestarsi nel collettivo e nell’opinione pubblica, ma fermentano nell’animo della protagonista, che ripercorre la propria vita eroica, alimentando contemporaneamente il suo mal di vivere. La libertà acquisita dopo la fine del servizio militare è, in realtà, una prigione di menzogne che lei stessa non riesce ad accettare.
La protagonista del film è Nadezhda Petrovna (Maya Bulgakova), un’ex pilota dell’aeronautica militare sovietica che ha ormai intrapreso la carriera di insegnante, nonostante sia ancora fortemente legata alla sua vita passata, trascorsa in volo. Il passato si manifesta come un fantasma che, gradualmente e in modo incessante, infesta la sua mente e mina la sua razionalità. Il completo distacco dalla sua vecchia vita risulta, quindi, piuttosto complicato.

Le Ali (1966)
Nadezhda è ancora immersa in ambienti che rinnovano il ricordo della sua esperienza eroica e delle conseguenze della guerra, che l’ha vista combattere in prima linea insieme a colleghi che, purtroppo, hanno perso la vita. I suoi continui sforzi nella ricerca di un equilibrio riflettono il tormento di una donna che si sente ancora responsabile della dolorosa sorte dei suoi compagni.
“In tutta la mia vita ho lavorato per me stessa e per gli altri. Quando mi è stato ordinato di fare qualcosa, l’ho fatto per me stessa e per gli altri e non mi dispiace di averlo fatto.”
La narrazione si sviluppa attraverso un irrazionale viaggio nei ricordi, un percorso intimo ed enigmatico, così come la sua conclusione. Le ultime scelte compiute dalla pilota diventano il simbolo della libertà da lei ricercata, nonostante il peso delle vite che, come insegnante, ha il compito di formare e la soffocante convivenza all’interno di un ambiente cittadino del quale non si sente parte attiva.
Nadezhda non riesce a riconoscersi come parte di una nuova realtà nella quale, nonostante non esista più la precarietà della vita militare, l’equilibrata quotidianità risulta per lei ancora più asfissiante di un futuro sospeso tra il cielo e le proprie responsabilità. Pertanto, l’unica soluzione che ritiene plausibile è riabbracciare quel vecchio ambiente che non riesce a lasciar andare, concedendosi un’ultima grande impresa, un ultimo glorioso volo.
“Iniziativa o impresa, che differenza fa?”

Le Ali (1966)
L’Ascesa (1977)
L’ultimo film girato dalla regista prima della sua tragica morte, causata da un incidente automobilistico, è anche quello dotato della maggiore carica emotiva e personale. L’Ascesa ripercorre i temi della resistenza e della guerra, particolarmente sensibili all’interno dell’immaginario artistico di Shepitko.
«Mio padre ha combattuto per tutta la durata della guerra. Per me, la guerra è stata una delle prime impressioni più forti. Ricordo la sensazione di una vita sconvolta, della famiglia separata. Ricordo la fame e come nostra madre e noi, i tre figli, fummo evacuati. L’impressione di una calamità globale ha certamente lasciato un segno indelebile nella mia mente».
Quest’opera del 1977, ambientata nel 1942, durante la resistenza partigiana sovietica nelle foreste della Bielorussia, ormai sotto l’occupazione nazista, è il feroce ritratto di un regime che, attraverso la violenza, è diventato un fenomeno popolare e non più soltanto elitario. Le scelte di ogni uomo sono minacciate da un male puro, simbolo della sottomissione dei cittadini, talvolta persino volontaria. La fallace resistenza si trasforma in abnegazione totalitaria, mostrando il vero volto della debolezza morale degli uomini, che per alcuni si traduce in una spietata lotta per la sopravvivenza, accostando inconsciamente il darwinismo sociale all’egoismo puro.
«Se non mentirai, ti unirai alla nostra polizia. Servirai la Grande Germania».

L’Ascesa (1977)
La dualità morale è rappresentata dal conflitto tra i due personaggi principali, Sotnikov (Boris Plotnikov) e Rybak (Vladimir Gostyukhin), entrambi bolscevichi e militanti della resistenza antinazista. Lo scontro è determinato dalla profonda differenza nel significato che i due attribuiscono alla propria lotta ideologica. Sebbene siano inizialmente accomunati dalla stessa visione, nel momento in cui vengono catturati dal regime si rivela la loro vera natura morale. Questa battuta d’arresto, infatti, fa luce su un’autentica ed egoistica lotta per la sopravvivenza, condotta anche a discapito di un rapporto fraterno, della compassione reciproca e della stessa umanità nei confronti di individui che avrebbero dovuto essere protetti e non condannati.
Sotnikov: "Non sarò un traditore, non lo sarò. Ci sono cose più importanti della mia pelle"
Rybak: "Non morirai come un eroe, non morirai e basta. Tu creperai come un traditore. E se non lo farai tu, lo farà qualcun altro: se ne infischiano di te… Io voglio vivere, vivere per uccidere questi bastardi. Io sono il soldato e tu sei il cadavere. Tutto ciò che rimane di te è la tua ostinazione, i tuoi princìpi. Torna alla tua vita, dunque, senza una coscienza"
È la mera accettazione del male a rendere possibile non l’incoscienza, ma la piena consapevolezza che le proprie azioni siano finalizzate a una passiva subordinazione, alla distruzione e all’annientamento di vite considerate sacre, che lo stesso traditore avrebbe dovuto difendere anche a discapito della propria esistenza. Talvolta, la posta in gioco è considerata fin troppo alta per mettere da parte la propria individualità, permettendo una regressione morale ed etica volontaria da parte di un essere umano che pone il valore della sua vita al di sopra di quello delle altre. La sofferenza e il dolore diventano, quindi, conseguenze dirette o giustificazioni tanto per un fronte quanto per l’altro, alimentando il male sia come causa sia come effetto, pur sempre come risultato di scelte razionali.

L’Ascesa (1977)