
di Lorenzo Sartor
NC-455
22.09.2026
I primi spettatori di DAU sono stati gli attori che hanno assistito alla sua creazione. Gli oltre duecento individui che dall’ottobre 2009 al novembre 2011 hanno abitato all’interno dell’Istituto, in cui l’operazione ha visto la sua principale ambientazione, hanno vissuto per due anni una vita reale, ma ricostruita, accanto ad altre persone che non fingevano alcun comportamento, recitando però senza interruzioni, in un luogo che ricostruiva perfettamente un periodo storico, pur non essendolo mai per davvero.
Un progetto che era partito dalla semplice ricostruzione della vita del fisico Lev Landau ma che con il tempo era diventata un’epopea filmica che portava con sé ambiguità morali ancora oggi irrisolte e che azzerava i confini tra vivere e performare.
Come Jean Baudrillard, in Simulacri e simulazione (1981), sosteneva che “il simulacro è vero… il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità”, anche il cineasta Ilya Khrzhanovsky e i suoi collaboratori non si sono limitati a creare una copia ingannevole e illusoria della vita in Unione Sovietica dal 1938 al 1968, ma hanno messo in scena uno spazio in costante metamorfosi che sostituisse l’oggetto originale e che presentasse una serie di segni autonomi, che fanno riferimento esclusivamente al simulacro stesso.
Il fatto che all’interno del progetto le biografie e le vite degli abitanti dell’Istituto fossero stabilite a priori, non cancella la circostanza che tali attori fossero anche osservatori dell’esistenza all’interno di questo vasto laboratorio e quindi testimoni di uno spazio virtuale che per più di due anni è stata la loro unica realtà.

Il regista Il'ja Chržanovskij stringe tra le mani il Leone d'Argento - Premio per la migliore regia vinto all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

DAU (2026)
Dal 2020 ad oggi sono usciti undici film tra di loro interconnessi, in cui le vite dei personaggi principali della saga di DAU intercettano spesso quelle degli abitanti dell’Istituto, isolando una serie di eventi orchestrati da una mente superiore, ma all’interno dei quali il sesso, le feste e le conversazioni non erano simulazioni, ma parte reale delle loro esistenze.
Una volta visionati tutte le parti attualmente reperibili del progetto, ciò che stranisce di DAU è il modo in cui, all’interno di uno schema così rigido e autoritario di costante sorveglianza, ogni film della serie abbia una sua individualità, creando una sorta di labirinto in cui è chi guarda a crearsi il proprio ordine con cui visionare i singoli frammenti.
Ogni spettatore vive così questa saga cinematografica in maniera distinta, spesso seguendo le vite dei personaggi e il loro sprofondare graduale verso l’abisso, o in altri casi conoscendo i protagonisti nel loro punto più basso e ricollegando solo in un secondo momento tutte le schegge delle loro storie.
Per cogliere tali frammenti di esistenza all’interno di uno spazio irreale e allucinatorio come quello dell’Istituto, Khrzhanovsky ha scelto fin dal principio uno stile di regia capace di evidenziare questo continuo scarto tra l’osservazione etnografica e il puro straniamento, rimanendo per infiniti long take a osservare i suoi personaggi per catturare un’apparenza di realtà, salvo poi toglierla dalle mani dello spettatore con scelte di montaggio che ricordassero a chi guarda del confine tra la propria vita e quelle che sta spiando attraverso lo schermo.

DAU (2026)
La sorveglianza non è infatti solo intrinsecamente presente in un’operazione di puro happening teatrale come DAU - opera spesso discussa nello spazio-limite tra video-arte da installazione performativa e cinema - ma pure sottolineata continuamente dalle discussioni sul libero arbitrio, sulla scelta tra monogamia e poligamia e sul ruolo del singolo nell’essere un ingranaggio nella macchina statale.
Pur essendo Khrzhanovsky esplicitamente critico nei confronti dei meccanismi autoritari dell’Unione Sovietica, andando a indagare nello specifico le particolarità con cui i vari film del progetto analizzano il rapporto tra assolutismo e libero arbitrio emerge una visione molto più stratificata e complessa, all’interno della quale anche il ruolo del regista stesso arriva a scontrarsi con alcuni cortocircuiti etici irrisolti.
Ne è un esempio il confronto dialettico al centro del capitolo The Empire. Novel One: Return of the Prodigal Son (2020), in cui il protagonista della serie, Dau (Teodor Currentzis), scienziato a favore della liberazione dell’individuo dall’imposizione dello Stato, si scontra con le idee del direttore del laboratorio, Anatoly (Anatoly Vasiliev), fervente stalinista e sostenitore dell’ideale che il singolo sia solo un ingranaggio della macchina rivoluzionaria.
I dialoghi tra i due protagonisti, oltre a presentare soluzioni stilistiche stranianti attraverso cui è comprensibile comprendere come Dau e Anatoly vivano in una sospensione tra realtà e finzione ancor più ambigua di quella degli altri personaggi, sembrano solo in apparenza prendere le parti dello scienziato, che da una parte è molto razionale nell’esporre le sue idee individualistiche, ma dall’altra è sempre lui a tradire amici e colleghi per mantenere il proprio potere all’interno dell’Istituto, laddove invece l’anziano predecessore appare più trasparente nello svolgere il proprio ruolo all’interno della macchina stalinista.

DAU (2026)
Anche gli altri capitoli della serie esplorano le dinamiche quotidiane che portano il libertinismo di Dau a creare conflitti nelle mura domestiche, frammentando il legame con la moglie Nora (Radmilla Shegoleva) e portando con sé una forma di disordine, che sarà il germe da cui partiranno varie deformazioni morali che sconvolgeranno la vita nel laboratorio.
Le contraddizioni morali del protagonista verranno esplorate con maggiore profondità nell’ultimo capitolo, tra quelli finora distribuiti del progetto, dal titolo omonimo Dau (2026), presentato in concorso all’ultima edizione del Festival di Venezia.
All’interno della serie questo capitolo rappresenta una summa di tutte le anime di DAU e allo stesso tempo un tradimento della sua ricerca stilistica. Questo nuovo esperimento non mira infatti solo a costituire un altro frammento in un mosaico più grande, ma cerca di risemantizzare le immagini già viste nel resto del progetto.
Ciò che prima era frammentato nei singoli episodi del progetto, viene qui rimesso in ordine e il nuovo centro diventa la ricerca di felicità del protagonista e le ipocrisie etiche di cui si macchia nel momento in cui intraprende la strada attraverso cui esaudire il desiderio di una vita.
La centralità data allo sguardo e allo smarrimento morale dell’uomo rende chiaro come Khrzhanovsky tratti Dau con uno sguardo diverso rispetto agli altri personaggi, non perché arrivi a redimerlo, ma perché il suo ruolo è il più simile a quello svolto dal regista stesso.

DAU. Natasha (2020)
Nonostante alla base delle intenzioni dell’autore risieda la volontà di criticare un sistema in cui l’individualità del singolo viene cancellata dalla macchina statale, allo stesso modo il progetto DAU nella sua interezza è un’altra grande prigione panopticon, una macchina assolutista in cui lo sguardo autoritario del regista si impone sulle vite degli attori che filma, interrogandoci così su quale atto di violenza sia realmente più grave, se quello compiuto da uomini su altri simili, o quello intrinsecamente presente nell’occhio stesso del cinema.
Sono infatti molteplici i momenti in cui guardando i singoli episodi del progetto gli spettatori possono arrivare a interrogarsi sulla loro stessa moralità nel sottoporsi alle immagini di Khrzhanovsky: guardare un maiale sgozzato e la sua testa posta su un tavolo da pranzo in Degeneration (2020) ci rende colpevoli di quella violenza?
L’idea che quanto stiamo osservando sia un lavoro di finzione rende meno colpevoli l’attore che ha ucciso quell’animale o l’occhio che l’ha filmato nell’atto? E se la violenza psicologica a cui molti attori sono stati sottoposti è reale, lo spettatore è veramente distaccato da tali soprusi solo perché uno schermo protegge la sua moralità?
L’interrogativo da porsi non riguarda tanto l’etica di chi ha filmato in tempo reale quelle immagini scioccanti o di chi le ha recitate, quanto piuttosto se, guardando esse, il pubblico senta di avere un potere che sovrasta quello dei personaggi, condannati a una spirale di immoralità a cui lo spettatore si sottrae con l’alibi di star visionando una “simulazione”.

DAU. Degeneration (2020)
Come operazione sull’ipocrisia umana riguardo al nostro universale desiderio di voyeurismo, DAU si pone come punto di rottura importante, perché quanto guardiamo nelle immagini ci tiene distaccati, pur facendoci credere che quella osservata sia una realtà realmente vissuta.
L’occhio di Khrzhanovsky è auto-esibito e tutti gli attori sono consapevoli di essere violentati dal nostro sguardo spettatoriale ed è così più facile perdersi in questa soglia di liminalità tra reale e figurativo, piuttosto che allontanarsene completamente.
Tale pulsione scopica non viene espressa solo dalla forma scelta dal cineasta per il suo progetto, ma diventa elemento ricorrente all’interno della narrazione orizzontale della saga, la quale ruota attorno alle sottotrame degli scienziati e degli agenti segreti che lavorano dietro le quinte dell’Istituto.
Il gigantesco laboratorio in cui centinaia di persone hanno vissuto per anni diventa così il contenitore di un altro laboratorio più piccolo all’interno del quale gli attori osservano spesso altri personaggi: soggetti vittime di esperimenti sui propri corpi e tenuti separati dal vetro delle teche in cui sono rinchiusi.

DAU. Nikita e Tanya (2020)
I protagonisti, che non si sentono responsabili delle violenze inflitte ai soggetti osservati al di là di questi vetri, riflettono la condizione dello spettatore, che usa questa distanza rispetto ai personaggi del film per fare in modo che la realtà colta oltre lo schermo non danneggi mai la propria.
DAU diventa quindi un’operazione in cui convergono numerose discipline e il cui dibattito esula dal semplice discorso cinematografico, suscitando una serie di interrogativi destinati a non estinguersi con la semplice (ma ancora lontana) conclusione del progetto.
Perché mentre noi ci poniamo dubbi sullo statuto di questi film e sui quesiti morali che portano con sé, è Khrzhanovsky a guardarci dall’altra parte dello schermo e a farsi le stesse domande sul nostro ruolo come spettatori dell’orrore messo in scena.
di Lorenzo Sartor
NC-455
22.09.2026

Il regista Il'ja Chržanovskij stringe tra le mani il Leone d'Argento - Premio per la migliore regia vinto all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia
I primi spettatori di DAU sono stati gli attori che hanno assistito alla sua creazione. Gli oltre duecento individui che dall’ottobre 2009 al novembre 2011 hanno abitato all’interno dell’Istituto, in cui l’operazione ha visto la sua principale ambientazione, hanno vissuto per due anni una vita reale, ma ricostruita, accanto ad altre persone che non fingevano alcun comportamento, recitando però senza interruzioni, in un luogo che ricostruiva perfettamente un periodo storico, pur non essendolo mai per davvero.
Un progetto che era partito dalla semplice ricostruzione della vita del fisico Lev Landau ma che con il tempo era diventata un’epopea filmica che portava con sé ambiguità morali ancora oggi irrisolte e che azzerava i confini tra vivere e performare.
Come Jean Baudrillard, in Simulacri e simulazione (1981), sosteneva che “il simulacro è vero… il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità”, anche il cineasta Ilya Khrzhanovsky e i suoi collaboratori non si sono limitati a creare una copia ingannevole e illusoria della vita in Unione Sovietica dal 1938 al 1968, ma hanno messo in scena uno spazio in costante metamorfosi che sostituisse l’oggetto originale e che presentasse una serie di segni autonomi, che fanno riferimento esclusivamente al simulacro stesso.
Il fatto che all’interno del progetto le biografie e le vite degli abitanti dell’Istituto fossero stabilite a priori, non cancella la circostanza che tali attori fossero anche osservatori dell’esistenza all’interno di questo vasto laboratorio e quindi testimoni di uno spazio virtuale che per più di due anni è stata la loro unica realtà.

DAU (2026)
Dal 2020 ad oggi sono usciti undici film tra di loro interconnessi, in cui le vite dei personaggi principali della saga di DAU intercettano spesso quelle degli abitanti dell’Istituto, isolando una serie di eventi orchestrati da una mente superiore, ma all’interno dei quali il sesso, le feste e le conversazioni non erano simulazioni, ma parte reale delle loro esistenze.
Una volta visionati tutte le parti attualmente reperibili del progetto, ciò che stranisce di DAU è il modo in cui, all’interno di uno schema così rigido e autoritario di costante sorveglianza, ogni film della serie abbia una sua individualità, creando una sorta di labirinto in cui è chi guarda a crearsi il proprio ordine con cui visionare i singoli frammenti.
Ogni spettatore vive così questa saga cinematografica in maniera distinta, spesso seguendo le vite dei personaggi e il loro sprofondare graduale verso l’abisso, o in altri casi conoscendo i protagonisti nel loro punto più basso e ricollegando solo in un secondo momento tutte le schegge delle loro storie.
Per cogliere tali frammenti di esistenza all’interno di uno spazio irreale e allucinatorio come quello dell’Istituto, Khrzhanovsky ha scelto fin dal principio uno stile di regia capace di evidenziare questo continuo scarto tra l’osservazione etnografica e il puro straniamento, rimanendo per infiniti long take a osservare i suoi personaggi per catturare un’apparenza di realtà, salvo poi toglierla dalle mani dello spettatore con scelte di montaggio che ricordassero a chi guarda del confine tra la propria vita e quelle che sta spiando attraverso lo schermo.

DAU (2026)
La sorveglianza non è infatti solo intrinsecamente presente in un’operazione di puro happening teatrale come DAU - opera spesso discussa nello spazio-limite tra video-arte da installazione performativa e cinema - ma pure sottolineata continuamente dalle discussioni sul libero arbitrio, sulla scelta tra monogamia e poligamia e sul ruolo del singolo nell’essere un ingranaggio nella macchina statale.
Pur essendo Khrzhanovsky esplicitamente critico nei confronti dei meccanismi autoritari dell’Unione Sovietica, andando a indagare nello specifico le particolarità con cui i vari film del progetto analizzano il rapporto tra assolutismo e libero arbitrio emerge una visione molto più stratificata e complessa, all’interno della quale anche il ruolo del regista stesso arriva a scontrarsi con alcuni cortocircuiti etici irrisolti.
Ne è un esempio il confronto dialettico al centro del capitolo The Empire. Novel One: Return of the Prodigal Son (2020), in cui il protagonista della serie, Dau (Teodor Currentzis), scienziato a favore della liberazione dell’individuo dall’imposizione dello Stato, si scontra con le idee del direttore del laboratorio, Anatoly (Anatoly Vasiliev), fervente stalinista e sostenitore dell’ideale che il singolo sia solo un ingranaggio della macchina rivoluzionaria.
I dialoghi tra i due protagonisti, oltre a presentare soluzioni stilistiche stranianti attraverso cui è comprensibile comprendere come Dau e Anatoly vivano in una sospensione tra realtà e finzione ancor più ambigua di quella degli altri personaggi, sembrano solo in apparenza prendere le parti dello scienziato, che da una parte è molto razionale nell’esporre le sue idee individualistiche, ma dall’altra è sempre lui a tradire amici e colleghi per mantenere il proprio potere all’interno dell’Istituto, laddove invece l’anziano predecessore appare più trasparente nello svolgere il proprio ruolo all’interno della macchina stalinista.

DAU (2026)
Anche gli altri capitoli della serie esplorano le dinamiche quotidiane che portano il libertinismo di Dau a creare conflitti nelle mura domestiche, frammentando il legame con la moglie Nora (Radmilla Shegoleva) e portando con sé una forma di disordine, che sarà il germe da cui partiranno varie deformazioni morali che sconvolgeranno la vita nel laboratorio.
Le contraddizioni morali del protagonista verranno esplorate con maggiore profondità nell’ultimo capitolo, tra quelli finora distribuiti del progetto, dal titolo omonimo Dau (2026), presentato in concorso all’ultima edizione del Festival di Venezia.
All’interno della serie questo capitolo rappresenta una summa di tutte le anime di DAU e allo stesso tempo un tradimento della sua ricerca stilistica. Questo nuovo esperimento non mira infatti solo a costituire un altro frammento in un mosaico più grande, ma cerca di risemantizzare le immagini già viste nel resto del progetto.
Ciò che prima era frammentato nei singoli episodi del progetto, viene qui rimesso in ordine e il nuovo centro diventa la ricerca di felicità del protagonista e le ipocrisie etiche di cui si macchia nel momento in cui intraprende la strada attraverso cui esaudire il desiderio di una vita.
La centralità data allo sguardo e allo smarrimento morale dell’uomo rende chiaro come Khrzhanovsky tratti Dau con uno sguardo diverso rispetto agli altri personaggi, non perché arrivi a redimerlo, ma perché il suo ruolo è il più simile a quello svolto dal regista stesso.

DAU. Natasha (2020)
Nonostante alla base delle intenzioni dell’autore risieda la volontà di criticare un sistema in cui l’individualità del singolo viene cancellata dalla macchina statale, allo stesso modo il progetto DAU nella sua interezza è un’altra grande prigione panopticon, una macchina assolutista in cui lo sguardo autoritario del regista si impone sulle vite degli attori che filma, interrogandoci così su quale atto di violenza sia realmente più grave, se quello compiuto da uomini su altri simili, o quello intrinsecamente presente nell’occhio stesso del cinema.
Sono infatti molteplici i momenti in cui guardando i singoli episodi del progetto gli spettatori possono arrivare a interrogarsi sulla loro stessa moralità nel sottoporsi alle immagini di Khrzhanovsky: guardare un maiale sgozzato e la sua testa posta su un tavolo da pranzo in Degeneration (2020) ci rende colpevoli di quella violenza?
L’idea che quanto stiamo osservando sia un lavoro di finzione rende meno colpevoli l’attore che ha ucciso quell’animale o l’occhio che l’ha filmato nell’atto? E se la violenza psicologica a cui molti attori sono stati sottoposti è reale, lo spettatore è veramente distaccato da tali soprusi solo perché uno schermo protegge la sua moralità?
L’interrogativo da porsi non riguarda tanto l’etica di chi ha filmato in tempo reale quelle immagini scioccanti o di chi le ha recitate, quanto piuttosto se, guardando esse, il pubblico senta di avere un potere che sovrasta quello dei personaggi, condannati a una spirale di immoralità a cui lo spettatore si sottrae con l’alibi di star visionando una “simulazione”.

DAU. Degeneration (2020)
Come operazione sull’ipocrisia umana riguardo al nostro universale desiderio di voyeurismo, DAU si pone come punto di rottura importante, perché quanto guardiamo nelle immagini ci tiene distaccati, pur facendoci credere che quella osservata sia una realtà realmente vissuta.
L’occhio di Khrzhanovsky è auto-esibito e tutti gli attori sono consapevoli di essere violentati dal nostro sguardo spettatoriale ed è così più facile perdersi in questa soglia di liminalità tra reale e figurativo, piuttosto che allontanarsene completamente.
Tale pulsione scopica non viene espressa solo dalla forma scelta dal cineasta per il suo progetto, ma diventa elemento ricorrente all’interno della narrazione orizzontale della saga, la quale ruota attorno alle sottotrame degli scienziati e degli agenti segreti che lavorano dietro le quinte dell’Istituto.
Il gigantesco laboratorio in cui centinaia di persone hanno vissuto per anni diventa così il contenitore di un altro laboratorio più piccolo all’interno del quale gli attori osservano spesso altri personaggi: soggetti vittime di esperimenti sui propri corpi e tenuti separati dal vetro delle teche in cui sono rinchiusi.

DAU. Nikita e Tanya (2020)
I protagonisti, che non si sentono responsabili delle violenze inflitte ai soggetti osservati al di là di questi vetri, riflettono la condizione dello spettatore, che usa questa distanza rispetto ai personaggi del film per fare in modo che la realtà colta oltre lo schermo non danneggi mai la propria.
DAU diventa quindi un’operazione in cui convergono numerose discipline e il cui dibattito esula dal semplice discorso cinematografico, suscitando una serie di interrogativi destinati a non estinguersi con la semplice (ma ancora lontana) conclusione del progetto.
Perché mentre noi ci poniamo dubbi sullo statuto di questi film e sui quesiti morali che portano con sé, è Khrzhanovsky a guardarci dall’altra parte dello schermo e a farsi le stesse domande sul nostro ruolo come spettatori dell’orrore messo in scena.