
di Alessio Agostini
NC-424
14.05.2026
Quando due registi come Mike Leigh e Lynne Ramsay si confrontano su un terreno comune, nasce un dialogo criticamente stimolante. Entrambi in un breve lasso temporale esplorano i temi del dramma psicologico e della crisi individuale, ma lo fanno attraverso traiettorie visive e poetiche profondamente diverse: Leigh affonda le mani nel realismo sociale, costruendo la propria osservazione sulle dinamiche relazionali; Ramsay, al contrario, plasma un universo perturbante in cui l’interiorità è al centro del racconto e si manifesta attraverso derive oniriche.
Nel film di Leigh, Hard Truths, Pansy Deacon è una donna depressa, incapace di contenere la propria frustrazione. Il suo disagio si riversa sul marito Curtley, idraulico mite e rassegnato, e sul figlio Moses, giovane svuotato di slanci e incapace di orientarsi nel mondo. Attorno a lei si sviluppa un microcosmo familiare che reagisce per sottrazione; solo la sorella Chantelle, incarnazione di una resistenza affettiva ostinata, tenta di mantenere un contatto umano.
Nel film di Ramsay, Die My Love, Grace (scrittrice e futura madre) si trasferisce con il compagno Jackson in una casa isolata nel Montana. La maternità sembra innescare una disgregazione interiore che si manifesta in comportamenti sempre più alienanti: Grace si distacca dal lavoro, dal figlio e progressivamente dalla realtà stessa. I tentativi di normalizzazione (visite ai parenti, un matrimonio tardivo) risultano inefficaci. In entrambe le opere, il baricentro è saldamente ancorato alle interpretazioni delle protagoniste.
Marianne Jean-Baptiste costruisce una Pansy fatta di tensioni represse e improvvise deflagrazioni, dando vita a un ritratto che da grottesco e respingente si evolve in qualcosa di dolorosamente concreto e comprensibile. Jennifer Lawrence sceglie invece una via più ‘estrema’ e decisamente corporea: la sua performance, sospesa tra l’inquietante e l’ambiguo, assume tratti quasi animaleschi. La sua presenza attoriale, mimica e produttiva (Lawrence figura anche in qualità di produttrice) finisce per travolgere l’intero film.

Die My Love (2026)
Queste interpretazioni totalizzanti si rivelano perfettamente coerenti con le rispettive regie. Leigh, noto per la lunga e meticolosa collaborazione con i suoi attori, costruisce un tessuto narrativo sospeso tra rigore e improvvisazione. Nonostante il rischio che l’assolo di Jean-Baptiste sovrasti il resto del racconto e degli attori, ogni personaggio emerge con vividezza, attraverso le loro reazioni si percepisce come l’infelicità della protagonista si propaghi su coloro che condividono i suoi spazi.
Lo sguardo chiuso, dove ogni scena deve essere osservata da vicino, trasforma ogni ambiente in un microcosmo soffocante, ma la regia invisibile di Leigh, anche grazie al lavoro con il fidato direttore della fotografia Dick Pope, evolve da una serrata black comedy quasi alla Curb Your Enthusiasm a un’osservazione più analitica, fatta di luce naturale, piani fissi e movimenti minimi. La narrazione delle emozioni nasce quindi dai comportamenti dei personaggi coinvolti con la figura ingombrante di Pansy, non dagli artifici cinematografici.
Ramsay, invece, radicalizza il linguaggio già ellittico e sensoriale del suo precedente film, You Were Never Really Here (2017), e, tramite la performance della protagonista, sposta il fulcro dal piano psicologico a quello percettivo. Die My Love non vuole affrontare la depressione come oggetto di racconto, ma come esperienza da incarnare: non si vuole raccontare una malattia, né un particolare caso clinico; non ci sono origine, diagnosi, spiegazione o percorso di guarigione nel film. La performance dell’attrice protagonista deve cannibalizzare la narrazione, far emergere lo scollamento tra individuo e realtà, come in Hard Truths, ma qui è reso attraverso l'uso innaturale della fotografia di Seamus McGarvey, movimenti di macchina sinuosi, l’isolamento spaziale e la sofferenza del corpo attoriale.
Pur condividendo ellissi e ripetizioni, i due film divergono profondamente anche sul piano narrativo. In Die My Love non esiste una vera progressione: la crisi depressiva si dilata per tutta la durata del film, ma senza scosse o svolte. In Hard Truths, invece, si costruisce una lenta accumulazione di dettagli e micro-variazioni emotive, che arricchiscono progressivamente il quadro psicologico dei personaggi. Questa differenza emerge con chiarezza nel ruolo decisivo che giocano gli spazi usati dai due registi.

Hard Truths (2024)
In Die My Love, natura e ambienti non sono mai semplici sfondi, ma estensioni dello stato mentale di Grace: la campagna è estremamente luminosa e spesso sovraesposta, in tensione con il caos interiore della protagonista; la casa è abbastanza vuota e minimale, seppur confusionari, e silenziosa. Se la distinzione tra realtà e percezione qui si dissolve, in Hard Truths invece lo spettatore può tranquillamente affidarsi a ciò che vede e sente, tanto che gli spazi sono sì estensioni dello stato mentale di Pansy, ma plasmati dalle sue stesse mani: la casa, nel suo candore e nella sua pulizia quasi respingenti, ha un piccolo giardino incolto inquadrato sempre a distanza e attraverso un finestrone trasparente; gli altri luoghi (il cimitero o la casa della sorella di Pansy, per esempio) risultano stranamente ostili al corpo e alla voce della protagonista (lei non ne sembra mai all’interno), pur essendo ben riconoscibili nelle loro coordinate temporali e geografiche.
Quell'ambientazione ‘fuori dal mondo’ di Die My Love sembra voler tramutare un caso specifico (la depressione di Grace, definita post partum da alcuni critici) in un racconto universale. Ma, secondo il parere di chi scrive, Hard Truths fa questo passaggio senza la necessità soffocante di evocare costantemente qualcosa. Il film di Lynne Ramsay abbandona progressivamente ogni mediazione narrativa a favore di un’esperienza diretta, dove le strutture simboliche (famiglia, linguaggio, ruoli) perdono di senso, anche se non è difficile vedere di volta in volta una sorta di braccio di ferro tra la produttrice/attrice e la regista/sceneggiatrice per quello che vorrebbero che il film potesse essere.
Un esempio particolarmente significativo è l’episodio del cane. Dopo che l’animale dei due coniugi rimane ferito in un incidente d’auto, Grace si presenta da Jackson con un fucile in braccio e gli chiede di sparargli. Jackson si rifiuta, sostenendo che lo porterà dal veterinario il giorno seguente. A quel punto Grace prende il cane e lo uccide lei stessa. La mattina dopo, mentre Jackson sta seppellendo l’animale nel giardino, Grace si scaglia contro una porta a vetri, frantumandola e procurandosi profonde ferite lungo tutto il corpo. Il concetto di potere attraverso l’appropriazione e l’uso di un simbolo può essere efficacemente interpretato alla luce del pensiero di Pierre Bourdieu (La distinzione. Critica sociale del gusto, 1979), secondo cui il «potere simbolico» si esercita in modo invisibile e quotidiano, imponendo costantemente i propri significati.
Questo meccanismo è evidente nel gesto del marito Curtley in Hard Truths, dove il semplice atto di gettare i fiori regalati dal figlio alla madre svuota il simbolo del dono del suo valore (affetto e tentativo di riconoscimento), esercitando una forma di dominio silenziosa (imposizione di un nuovo significato tramite una violenza senza testimoni). Diversamente, in Die My Love il «potere simbolico» assume forme esplicite e distruttive che eccedono il quadro bourdieusiano: Grace non vuole controllare il simbolo (il cane che le provoca fastidio), ma distruggerlo: prima si appropria del fucile/fallo per annientare un simbolo significativo per il marito, poi misteriosamente frantuma la porta a vetri per disintegrare se stessa.

Jennifer Lawrence e Lynne Ramsay sul set di Die My Love (2026)
In conclusione, l’analisi comparata dei due film mostra come Leigh e Ramsay, pur confrontandosi entrambi con la crisi depressiva e il dramma psicologico, adottino strategie espressive radicalmente differenti. Il regista inglese indaga le micro‑dinamiche della quotidianità, quei piccoli eventi apparentemente insignificanti che, accumulandosi, generano tensioni sottili fino allo splendido e irrisolto finale. La regista scozzese, al contrario, dissolve e diluisce il racconto in un flusso di percezioni e di atti performativi della protagonista, ricordando lavori come Antichrist di Lars von Trier o Madre! di Darren Aronofsky.
Ma il contrasto non riguarda solo due registi, ma in generale due modi di intendere il cinema contemporaneo: l’immersione estetico/sensoriale di stampo americano e l’osservazione ravvicinata e ‘fredda’ tipica della tradizione europea. Non è un caso allora se nel film americano la storia si fa esperienza, i primi piani sulla protagonista sono ossessivi e ripetuti, il montaggio si frammenta e il formato in 4:3 amplifica il senso di disagio espresso da Jennifer Lawrence.
Se questo è un cinema che tende all’escalation emotiva dell’attore e dello spettatore, il film europeo, al contrario, si fonda su una macchina da presa ferma, che lascia che siano le frizioni quotidiane, le conversazioni e i silenzi a far emergere una complessità a prima vista invisibile. È un cinema che viaggia a braccetto con la sua musica, composta da Gary Yershon, e che non intende mai dilatare le emozioni, ma le fa lievitare lentamente, a piccoli pizzichi sulle corde degli archi. Due visioni quasi estreme, ma comunque affascinanti.
di Alessio Agostini
NC-424
14.05.2026
Quando due registi come Mike Leigh e Lynne Ramsay si confrontano su un terreno comune, nasce un dialogo criticamente stimolante. Entrambi in un breve lasso temporale esplorano i temi del dramma psicologico e della crisi individuale, ma lo fanno attraverso traiettorie visive e poetiche profondamente diverse: Leigh affonda le mani nel realismo sociale, costruendo la propria osservazione sulle dinamiche relazionali; Ramsay, al contrario, plasma un universo perturbante in cui l’interiorità è al centro del racconto e si manifesta attraverso derive oniriche.
Nel film di Leigh, Hard Truths, Pansy Deacon è una donna depressa, incapace di contenere la propria frustrazione. Il suo disagio si riversa sul marito Curtley, idraulico mite e rassegnato, e sul figlio Moses, giovane svuotato di slanci e incapace di orientarsi nel mondo. Attorno a lei si sviluppa un microcosmo familiare che reagisce per sottrazione; solo la sorella Chantelle, incarnazione di una resistenza affettiva ostinata, tenta di mantenere un contatto umano.
Nel film di Ramsay, Die My Love, Grace (scrittrice e futura madre) si trasferisce con il compagno Jackson in una casa isolata nel Montana. La maternità sembra innescare una disgregazione interiore che si manifesta in comportamenti sempre più alienanti: Grace si distacca dal lavoro, dal figlio e progressivamente dalla realtà stessa. I tentativi di normalizzazione (visite ai parenti, un matrimonio tardivo) risultano inefficaci. In entrambe le opere, il baricentro è saldamente ancorato alle interpretazioni delle protagoniste.
Marianne Jean-Baptiste costruisce una Pansy fatta di tensioni represse e improvvise deflagrazioni, dando vita a un ritratto che da grottesco e respingente si evolve in qualcosa di dolorosamente concreto e comprensibile. Jennifer Lawrence sceglie invece una via più ‘estrema’ e decisamente corporea: la sua performance, sospesa tra l’inquietante e l’ambiguo, assume tratti quasi animaleschi. La sua presenza attoriale, mimica e produttiva (Lawrence figura anche in qualità di produttrice) finisce per travolgere l’intero film.

Die My Love (2026)
Queste interpretazioni totalizzanti si rivelano perfettamente coerenti con le rispettive regie. Leigh, noto per la lunga e meticolosa collaborazione con i suoi attori, costruisce un tessuto narrativo sospeso tra rigore e improvvisazione. Nonostante il rischio che l’assolo di Jean-Baptiste sovrasti il resto del racconto e degli attori, ogni personaggio emerge con vividezza, attraverso le loro reazioni si percepisce come l’infelicità della protagonista si propaghi su coloro che condividono i suoi spazi.
Lo sguardo chiuso, dove ogni scena deve essere osservata da vicino, trasforma ogni ambiente in un microcosmo soffocante, ma la regia invisibile di Leigh, anche grazie al lavoro con il fidato direttore della fotografia Dick Pope, evolve da una serrata black comedy quasi alla Curb Your Enthusiasm a un’osservazione più analitica, fatta di luce naturale, piani fissi e movimenti minimi. La narrazione delle emozioni nasce quindi dai comportamenti dei personaggi coinvolti con la figura ingombrante di Pansy, non dagli artifici cinematografici.
Ramsay, invece, radicalizza il linguaggio già ellittico e sensoriale del suo precedente film, You Were Never Really Here (2017), e, tramite la performance della protagonista, sposta il fulcro dal piano psicologico a quello percettivo. Die My Love non vuole affrontare la depressione come oggetto di racconto, ma come esperienza da incarnare: non si vuole raccontare una malattia, né un particolare caso clinico; non ci sono origine, diagnosi, spiegazione o percorso di guarigione nel film. La performance dell’attrice protagonista deve cannibalizzare la narrazione, far emergere lo scollamento tra individuo e realtà, come in Hard Truths, ma qui è reso attraverso l'uso innaturale della fotografia di Seamus McGarvey, movimenti di macchina sinuosi, l’isolamento spaziale e la sofferenza del corpo attoriale.
Pur condividendo ellissi e ripetizioni, i due film divergono profondamente anche sul piano narrativo. In Die My Love non esiste una vera progressione: la crisi depressiva si dilata per tutta la durata del film, ma senza scosse o svolte. In Hard Truths, invece, si costruisce una lenta accumulazione di dettagli e micro-variazioni emotive, che arricchiscono progressivamente il quadro psicologico dei personaggi. Questa differenza emerge con chiarezza nel ruolo decisivo che giocano gli spazi usati dai due registi.

Hard Truths (2024)
In Die My Love, natura e ambienti non sono mai semplici sfondi, ma estensioni dello stato mentale di Grace: la campagna è estremamente luminosa e spesso sovraesposta, in tensione con il caos interiore della protagonista; la casa è abbastanza vuota e minimale, seppur confusionari, e silenziosa. Se la distinzione tra realtà e percezione qui si dissolve, in Hard Truths invece lo spettatore può tranquillamente affidarsi a ciò che vede e sente, tanto che gli spazi sono sì estensioni dello stato mentale di Pansy, ma plasmati dalle sue stesse mani: la casa, nel suo candore e nella sua pulizia quasi respingenti, ha un piccolo giardino incolto inquadrato sempre a distanza e attraverso un finestrone trasparente; gli altri luoghi (il cimitero o la casa della sorella di Pansy, per esempio) risultano stranamente ostili al corpo e alla voce della protagonista (lei non ne sembra mai all’interno), pur essendo ben riconoscibili nelle loro coordinate temporali e geografiche.
Quell'ambientazione ‘fuori dal mondo’ di Die My Love sembra voler tramutare un caso specifico (la depressione di Grace, definita post partum da alcuni critici) in un racconto universale. Ma, secondo il parere di chi scrive, Hard Truths fa questo passaggio senza la necessità soffocante di evocare costantemente qualcosa. Il film di Lynne Ramsay abbandona progressivamente ogni mediazione narrativa a favore di un’esperienza diretta, dove le strutture simboliche (famiglia, linguaggio, ruoli) perdono di senso, anche se non è difficile vedere di volta in volta una sorta di braccio di ferro tra la produttrice/attrice e la regista/sceneggiatrice per quello che vorrebbero che il film potesse essere.
Un esempio particolarmente significativo è l’episodio del cane. Dopo che l’animale dei due coniugi rimane ferito in un incidente d’auto, Grace si presenta da Jackson con un fucile in braccio e gli chiede di sparargli. Jackson si rifiuta, sostenendo che lo porterà dal veterinario il giorno seguente. A quel punto Grace prende il cane e lo uccide lei stessa. La mattina dopo, mentre Jackson sta seppellendo l’animale nel giardino, Grace si scaglia contro una porta a vetri, frantumandola e procurandosi profonde ferite lungo tutto il corpo. Il concetto di potere attraverso l’appropriazione e l’uso di un simbolo può essere efficacemente interpretato alla luce del pensiero di Pierre Bourdieu (La distinzione. Critica sociale del gusto, 1979), secondo cui il «potere simbolico» si esercita in modo invisibile e quotidiano, imponendo costantemente i propri significati.
Questo meccanismo è evidente nel gesto del marito Curtley in Hard Truths, dove il semplice atto di gettare i fiori regalati dal figlio alla madre svuota il simbolo del dono del suo valore (affetto e tentativo di riconoscimento), esercitando una forma di dominio silenziosa (imposizione di un nuovo significato tramite una violenza senza testimoni). Diversamente, in Die My Love il «potere simbolico» assume forme esplicite e distruttive che eccedono il quadro bourdieusiano: Grace non vuole controllare il simbolo (il cane che le provoca fastidio), ma distruggerlo: prima si appropria del fucile/fallo per annientare un simbolo significativo per il marito, poi misteriosamente frantuma la porta a vetri per disintegrare se stessa.

Jennifer Lawrence e Lynne Ramsay sul set di Die My Love (2026)
In conclusione, l’analisi comparata dei due film mostra come Leigh e Ramsay, pur confrontandosi entrambi con la crisi depressiva e il dramma psicologico, adottino strategie espressive radicalmente differenti. Il regista inglese indaga le micro‑dinamiche della quotidianità, quei piccoli eventi apparentemente insignificanti che, accumulandosi, generano tensioni sottili fino allo splendido e irrisolto finale. La regista scozzese, al contrario, dissolve e diluisce il racconto in un flusso di percezioni e di atti performativi della protagonista, ricordando lavori come Antichrist di Lars von Trier o Madre! di Darren Aronofsky.
Ma il contrasto non riguarda solo due registi, ma in generale due modi di intendere il cinema contemporaneo: l’immersione estetico/sensoriale di stampo americano e l’osservazione ravvicinata e ‘fredda’ tipica della tradizione europea. Non è un caso allora se nel film americano la storia si fa esperienza, i primi piani sulla protagonista sono ossessivi e ripetuti, il montaggio si frammenta e il formato in 4:3 amplifica il senso di disagio espresso da Jennifer Lawrence.
Se questo è un cinema che tende all’escalation emotiva dell’attore e dello spettatore, il film europeo, al contrario, si fonda su una macchina da presa ferma, che lascia che siano le frizioni quotidiane, le conversazioni e i silenzi a far emergere una complessità a prima vista invisibile. È un cinema che viaggia a braccetto con la sua musica, composta da Gary Yershon, e che non intende mai dilatare le emozioni, ma le fa lievitare lentamente, a piccoli pizzichi sulle corde degli archi. Due visioni quasi estreme, ma comunque affascinanti.