
NC-464
13.10.2026
Il racconto extrafilmico sul cinema - quel profluvio di parole che esulano dall'immagine, spesso legate più alla realizzazione che al film compiuto - si nutre anche e volentieri di faide, contrasti, rivalità presunte o vere che, dai manuali di storia del cinema fino al gossip industriale dei web magazine, trasformano le singole produzioni cinematografiche in luoghi agonici dove si trovano a lottare registi e produttori, registi e attori, o attori tra loro, per limitarci alla casistica più recente. Esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe. Nel cinema classico hollywoodiano, la conclamata rivalità tra le attrici Bette Davis e Joan Crawford sfociò sullo schermo nel thriller psicologico What Ever Happened to Baby Jane? (Che fine ha fatto Baby Jane?, 1962), l'unico titolo che le vide recitare insieme. Nel cinema italiano dei tempi d'oro, la proverbiale antitesi tra ammiratori di Federico Fellini e partigiani di Michelangelo Antonioni, al netto della sostanziale amicizia che legava i due.
Per passare alla Nouvelle Vague, Francois Truffaut e Jean-Luc Godard sul finire degli anni sessanta, dopo un'intensa amicizia e circuitazione di idee. Ormai da decenni Spike Lee e Quentin Tarantino litigano a distanza sulla rappresentazione della comunità afroamericana, e del relativo slang, sullo schermo. Più brevemente, Abel Ferrara e Werner Herzog a causa del remake di Bad Lieutenant (Il cattivo tenente, 1992), con una guerriglia di dichiarazioni alla stampa poi risolte con un giro di birre a Locarno, o, per spostarci dall'arthouse ai blockbuster, il pluriennale braccio di ferro tra Zack Snyder e la Warner Bros. attorno al cosiddetto final cut del film di supereroi Justice League (2017) – e questa è solo una piccola parte dei molti esempi che si potrebbero fare a riguardo.

La copertina del volume
È a una delle rivalità più leggendarie della storia del cinema italiano che è dedicato il libro di Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice La guerra dei vulcani. Rossellini, Magnani, Bergman: storia di cinema e d'amore, recentemente pubblicato da il Saggiatore in una terza edizione aggiornata, con una nuova prefazione di Giuseppe Tornatore che adesso affianca la storica introduzione di Adriano Aprà, e un'appendice inedita a firma del solo Anile; nel frattempo nel 2012 il libro aveva avuto anche un adattamento documentaristico, per la regia di Francesco Patierno.
Un uomo, due donne, un soggetto, due film: è in queste poche coordinate che si può sintetizzare la storia del triangolo amoroso che legò Roberto Rossellini, Anna Magnani e Ingrid Bergman, e che portò alla surreale realizzazione parallela di due film: da un lato Stromboli, terra di Dio, di Rossellini con la Bergman, dall'altro Vulcano, con la Magnani, diretto dal regista tedesco William Dieterle, felicemente tornato in Europa dopo un lungo periodo negli Stati Uniti.
A metà tra saggio e romanzo storico, con una grande accuratezza documentale ma al tempo stesso un respiro narrativo coinvolgente, il libro di Anile e della Giannice prende le mosse rievocando il sodalizio tra Pietro Moncada, Francesco Alliata, Quinto di Napoli e Renzo Avanzo, quattro giovani aristocratici o alto borghesi che con la fondazione della Panaria Film furono tra gli apripista, a livello internazionale, delle riprese subacquee, realizzando documentari prevalentemente nelle isole Eolie e nei loro fondali che finirono per essere presentati nei più importanti festival europei. Avanzo era cugino di Rossellini – e cognato di Luchino Visconti, per inciso – e presto nacque il progetto di portare Rossellini sulle Eolie per realizzare un film di finzione a partire dalle esperienze e dall’immaginario antropologico e visivo accumulato dalla Panaria con i suoi documentari, magari facendo interpretare il film ad Anna Magnani, con cui ai tempi Rossellini era all’apice del sodalizio artistico e della liason sentimentale.

Un’affascinante digressione del libro ci porta ad approfondire i meccanismi e le dinamiche della relazione tra Roberto Rossellini e Anna Magnagni: la loro relazione era iniziata qualche tempo dopo le riprese di Roma città aperta, durante un viaggio assieme a Cannes per la presentazione della pietra miliare del neorealismo, nonché de Il bandito (1946) di Alberto Lattuada, che vedeva sempre la Magnani come protagonista. Dopo il successo internazionale di Roma città aperta la Magnani e Rossellini stavano valutando numerosi nuovi progetti da realizzare insieme, anche se l’unico che andò in porto fu il dittico di L’amore (1948), con l’episodio Una voce umana tratto dal celebre monologo di Jean Cocteau, e il più favolistico Il miracolo scritto da Rossellini con un giovane Federico Fellini.
La relazione personale tra i due era però offuscata da numerose, leggendarie liti, spesso suscitate dalla presunta o effettiva infedeltà del regista: all’Excelsior a via Veneto i camerieri e il personale dell’albergo ricordarono per decenni esclamazioni della Magnani che si sentivano ben oltre le mura della camera della coppia, incluso un beffardo “esci fuori da lì sotto che te devo menà” dopo che Rossellini si era rifugiato sotto il letto per scappare all’ira della compagna. Si sparse la voce che la Magnani avesse tentato di far rimpatriare la ballerina tedesca Roswita Schmidt, per un periodo amante di Rossellini.
In visita al set in Sorrento de Il miracolo, la starlette Marylin Buferd, Miss America 1946, si sentì urlare contro dall’attrice italiana “guarda che io facevo la mignotta prima ancora che tu nascessi!” per aver dato troppe attenzioni a Rossellini – e dopo aver saputo di un telegramma dell’agente che negoziava con Ingrid Bergman tenuto nascosto gli rovesciò del tutto un piatto di spaghetti in testa. Per farsi perdonare dai numerosi dissidi il regista decise che L’amore venisse aperto dalla scritta “questo film è un omaggio all’arte di Anna Magnani”, firmato Rossellini, e il film a dittico fruttò alla sua protagonista assoluta il Nastro d’Argento.

Le infedeltà di Rossellini nei confronti della Magnani però non erano solo sentimentali, ma avevano anche una natura professionale: contrariamente ai desideri dell’attrice, che voleva restare in Italia anche per badare al figlio Luca, avuto con Massimo Serato, Rossellini stava sempre più concretamente valutando la possibilità di fare un film in America, o quantomeno con gli americani. Roma città aperta (1945) e Paisà (1946) erano stati dei veri e propri successi internazionali, a livello di critica e di apprezzamento degli addetti ai lavori – “la storia del cinema si divide in due ere: una prima e una dopo Roma città aperta”, sentenziò il regista austriaco espatriato Otto Preminger - ma anche entro una certa misura di pubblico.
Entrambi i film erano stati indicati come i migliori in assoluto dell’anno dalla National Board of Reviews e candidati all’Oscar per la sceneggiatura, Roma città aperta aveva ottenuto anche la Palma d’Oro a Cannes nel 1946, e nonostante un’accoglienza più frastagliata per il tragico Germania anno zero (1948) c’erano grandi aspettative per i nuovi progetti del regista italiano. Inizialmente Rossellini era in dialogo con Rod. E Geiger e Joseph Burstyn, che avevano distribuito i suoi ultimi film, ma presto si trovò a interfacciarsi direttamente con alcuni dei più grandi magnati dello studio system statunitense, come David O. Selznick e Howard Hughes. Tra i progetti vagheggiati un Cristo fra i muratori che adattasse il libro dell’italo-americano Pietro Di Donato, un Natie Son incentrato su un giovane assassino nero, un soggetto corale su Napoli, uno sugli emigranti italiani in Francia e la storia di una donna che sposa un soldato americano e lo segue nel suo paese – questa storia, a ruoli ribaltati, sarebbe diventata il canovaccio di Stromboli, terra di Dio (1950).
In queste trattative con gli Stati Uniti Rossellini si trovò ad avere un’incredibile quanto inaspettata alleata: Ingrid Bergman, attrice svedese felicemente trapiantata a Hollywood, assurta alla notorietà internazionale con Casablanca (1942), vincitrice del premio Oscar con Gaslight (Angoscia) di George Cukor nel 1945 - e destinata ad essere nuovamente premiata con la statuetta nel 1957 e nel 1975 -, alla ricerca di progetti con una maggiore identità artistica, inclusa una vita di Giovanna d’Arco da lei fortemente voluta, diretta da Victor Fleming ma che riscosse un successo di critica e di pubblico inferiore alle aspettative.

Ingrid Bergman in una sequenza di Casablanca (1942)
“Caro signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma Città Aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un’attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo ‘ti amo’, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei”.
Fu questa la succinta lettera che diede avvio a una delle collaborazioni più iconiche, controverse e chiacchierate della storia del cinema, nonché al triangolo amoroso al centro de La guerra dei vulcani. Come brillantemente ricostruiscono Anile e la Giannice, il “ti amo” finale, che assunse retrospettivamente un forte valore sensuale, era in realtà un riferimento a una battuta di Arch of Triumph (Arco di trionfo), film del 1948 tratto da un romanzo di Remarque, in cui la Bergman era la protagonista femminile. Quando lesse la lettera della diva, Rossellini fra tutti i film della già allora ricca filmografia della Bergman aveva visto solo Intermezzo, film, girato dapprima in Svezia (nel 1936) da Gustaf Molander e tre anni dopo in America da Gregory Ratof, che aveva portato all’attrice l’aggancio con Hollywood.
La lettera della Bergman peraltro aveva raggiunto Rossellini con un anno di ritardo: l’attrice aveva indirizzato la missiva presso gli uffici della Minerva Film, che aveva distribuito Roma città aperta; ma i magazzini della società di produzione erano andati a fuoco a maggio 1947 in un tragico rogo che portò alla morte ventidue persone, provocando mesi caotici nell’organizzazione della struttura; solo un anno dopo un manager della Minerva ritrovò la lettera e si premurò di consegnarla subito al regista l’8 maggio 1948 – il giorno stesso del suo quarantaduesimo compleanno.

La Bergman e Rossellini
Il prosieguo, come si suol dire, è storia del cinema: lunghe trattative a Hollywood condotte personalmente da Rossellini con l’aiuto di un piccolo numero di agenti e avvocati di volta in volta sfiduciati; il regista ospite nella villa famigliare di Ingrid Bergman, all’epoca sposata con il neurochirurgo Peter Lindström e già con una figlia; un lungo braccio di ferro con Selznick; dichiarazioni surreali alla stampa americana del calibro di: “non sono fra quelli che dicono che Hollywood sia terribile, Hollywood è un gran posto: è come un’industria di salumi che produce dei buoni salami. Tornerò in Italia, dove mi sento libero: sono venuto, ho visto le palme, che altro?”; l’intervento salvifico di Howard Hughes che decise di finanziare il film con la sua RKO, più per fare un favore alla Bergman che per interesse verso il progetto di Rossellini.
E ancora, l’arrivo trionfale della Bergman a Roma, accolta personalmente da Rossellini in aeroporto; l’incontro con le personalità più variegate del cinema e della cultura italiana, da Aldo Fabrizi a Carlo Levi, passando per Vittorio De Sica che soprannominò la Bergman “la grande ignara”; i tentativi di garantire alla diva svedese una relativa privacy dalla stampa; l’arrivo infine in Sicilia e, dopo una tappa a Taormina, l’approdo a Stromboli; l’ideale di lasciarsi ispirare dalla realtà del posto per concretizzare al meglio l’ambientazione del film: impresari siciliani che organizzavano tour turistici per vedere la Bergman a Stromboli a cinquemila lire per viaggiatore; l’utilizzo di attori non professionisti per la stragrande maggioranza degli altri ruoli del film, e le difficoltà che questo comportava nell’interazione con la Bergman - “recitare con dilettanti assoluti era un supplizio in più: Rossellini non spiegava ai suoi ‘attori’ il senso delle loro battute, e se si rivelavano incapaci di tenere i ‘tempi’ gli faceva legare ai piedi un filo che tirava nel momento in cui dovevano pronunciare le battute, come un burattino con i suoi pezzi di legno”, raccontano Anile e la Giannice.
Mentre già sulla stampa italiana e internazionale si moltiplicavano gli articoli che lasciavano trapelare come il sodalizio tra Rossellini e la Bergman fosse andato ben al di là della mera collaborazione artistica, il rancore del gruppo della Panaria Film, e della Magnani ormai definitivamente abbandonata da Rossellini, trovarono un inaspettato punto di sbocco: la realizzazione di un film gemello, o quantomeno cugino, da realizzarsi sempre nelle Eolie, con la Magnani protagonista assoluta, l’apporto di capitali americani, e una storia non molto dissimile da quella del film con la Bergman, nato del resto dalle conversazioni di Rossellini con Avanzo e i suoi soci alla Panaria. Mentre in privato la Magnani si lasciava andare ad esternazioni sul tenore di “c’è anche la vergogna di soffrire d’amore per uno che ride coi denti di coniglio”, nell’ufficialità delle dichiarazioni ai giornalisti si cercava di smorzare i toni della competizione tra i due titoli.

Ingrid Bergman in Stromboli, terra di Dio (1950)
“C’era un tempo in cui Sarah Bernhardt recitava La signora delle camelie in un teatro ed Eleonora Duse lo interpretava in un altro. La gente interessata all’arte andò a vederle entrambe, non con l’intenzione migliore, ma semplicemente per gioire del diverso stile e della diversa concezione di recitazione”, affermò il regista William Dieterle alla stampa, provando a stemperare i toni della contesa, “così ora avremo due film con un vulcano che erutta sullo sfondo: Vulcano e Stromboli”. Stromboli, terra di Dio e Vulcano (1950) si ritrovarono tuttavia a girare per un periodo in parallelo sulle isole Eolie: opposto ai metodi registici di Rossellini per la ferrea organizzazione del set, Dieterle mescolava Vulcano, Lipari e Salina scegliendo gli scenari che più si confacevano alla sua visione; in vacanza nella zona, Erol Flynn e il nobile Raimondo Lanza si misero a fare la spola tra i due set e si divertivano a seminare zizzania.
Fedeli ai dettami del Neorealismo anche sul set di Vulcano si puntò a una sinergia con la popolazione locale: sulle location del film con la Magnani, “l’universo degli emigranti e dei pescatori s’integrò con quello dei cineasti, senza diffidenze né clamori, in un reciproco rispetto che avrebbe lasciato in molti un ricordo nostalgico”, commentano Anile e la Giannice; Dieterle avrebbe raccontato a lungo la storia di vecchietto del posto che, assunto per una giornata per fare la comparsa, con i soldi ricevuti in anticipo corse dal barbiere, perdendo del tutto il fascino antropologico dell’isolano. Ma l’immagine più affascinante, bella e tragica al contempo, della lavorazione di Vulcano riguarda inevitabilmente la Magnani, che, “più volte, al tramonto, concluse le riprese della giornata, si metteva su una punta dell’isola e sgranava una serie di coloriti epiteti in direzione di Stromboli”.
Da questa surreale situazione dei due film rivali, girati in simultanea e usciti nello stesso anno – prima Vulcano, poi Stromboli – inizialmente nessuno poté uscirne vincitore: Vulcano fu un fiasco sin dalla proiezione in anteprima al cinema Fiamma di Roma il 2 febbraio 1950, dove per problemi tecnici ci furono addirittura quattro interruzioni – e intanto quella sera stessa nacque Robertino “Robin” Rossellini, primo figlio dell’unione ancora da formalizzare tra la Bergman e il regista, polarizzando su di sé le attenzioni della stampa. Se il fallimento tecnico della sfarzosa anteprima di Vulcano diede adito addirittura a teorie del complotto ante litteram, non andò comunque meglio a Stromboli, terra di Dio, la cui post-produzione fu offuscata anche da contrasti tra Rossellini e il produttore Howard Hughes sul montaggio finale, tanto che a seconda dei paesi vennero distribuite versioni molto diverse: tra i suoi spettatori di eccezione ci fu addirittura Che Guevera, che dopo aver visto la versione di Hughes in Perù annotò nei Diari della motocicletta: “non potrei definirlo altro che un brutto film”.

La Magnani in una sequenza di Vulcano (1950)
Roberto Rossellini e Ingrid Bergman si sposarono, ebbero altre due figlie, le gemelle Isotta Ingrid e Isabella, e continuarono a collaborare per altri film – Europa ’51 (1952), un episodio del film collettivo Siamo donne (1953), Viaggio in Italia (1954), La paura (1954), Giovanna d’Arco al rogo (1954), tutti usciti in un periodo in cui il regista italiano aveva, di fatto, monopolizzato l’agenda della attrice. Solo dopo la collaborazione con Jean Renoir in Eléna et les hommes (Eliana e gli uomini, 1956), la Bergman tornò trionfalmente a Hollywood come protagonista di un kolossal incentrato sulle vicende degli zar di Russia dopo la Rivoluzione d’ottobre, Anastasia (1956) di Anatole Litvak, che le fruttò il suo secondo Oscar; l’unione con Rossellini terminò definitivamente quando questi conobbe la sceneggiatrice Sonali das Gupta durante le riprese del documentario India: Matri Bhumi (1959).
Negli anni sessanta furono invece Rossellini e la Magnani a riavvicinarsi, dopo essere stati invitati separatamente a una proiezione pubblica de L‘amore: si vagheggiò anche un ritorno dei due sul set per mettere in scena Sagapò di Renzo Biasion, un progetto molto caro alla Magnani, ma dopo un inaspettato bacio della attrice durante una delle riunioni sulla sceneggiatura Rossellini preferì lasciar morire l’ipotesi di tornare a dirigerla, timoroso dei rischi sentimentali che poteva comportare per entrambi un nuovo set assieme; nondimeno, Rossellini rimase in contatto frequente con la Magnani, e fu al suo fianco durante gli ultimi mesi di vita dell’attrice, colpita da un cancro al pancreas, arrivando a truccarla personalmente sul letto di morte il 26 settembre 1973.

Rossellini dirige Ingrid Bergman sul set di Viaggio in Italia (1954)
La conclusione de La guerra dei Vulcani – prima dell’appendice aggiunta da Anile per questa nuova edizione – è innegabilmente cinematografica, quasi catartica: “i funerali di Anna Magnani furono grandiosi. C’era tutta Roma. C’erano tutti i grandi del cinema e del teatro italiano. Fra i tanti fiori arrivati da ogni parte del mondo, sulla sua bara c’era un piccolo mazzo di rose rosse. Le mandava Ingrid Bergman”.
Testimonianza di una stagione irripetibile del cinema italiano e mondiale, ritratto tripartito delle personalità carismatiche e affascinanti di due delle più grandi attrici del cinema europeo e di uno dei più influenti registi del cinema italiano, La guerra dei Vulcani riesce ad essere al tempo stesso un volume di storia della Settima Arte e una disamina di storia del costume, un’elegia per un periodo storico e cinematografico e per i suoi protagonisti, gossip di alto livello e rivelazione dei meccanismi produttivi alla base dei capolavori del Neorealismo e dell’epoca classica del cinema italiano.
I film fatalmente sopravvivono ai propri protagonisti, ogni pellicola d’epoca è un camposanto di fantasmi corrispondenti ad identità e corpi ormai sommersi dal tempo: La guerra dei Vulcani fa rivivere al lettore la passione artistica, umana e sentimentale dietro la creazione di Stromboli, terra di Dio e Vulcano, e conferma ancora una volta il paradosso di come il dietro-le-quinte sia non meno affascinante del prodotto finito.
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13.10.2026
Il racconto extrafilmico sul cinema - quel profluvio di parole che esulano dall'immagine, spesso legate più alla realizzazione che al film compiuto - si nutre anche e volentieri di faide, contrasti, rivalità presunte o vere che, dai manuali di storia del cinema fino al gossip industriale dei web magazine, trasformano le singole produzioni cinematografiche in luoghi agonici dove si trovano a lottare registi e produttori, registi e attori, o attori tra loro, per limitarci alla casistica più recente. Esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe. Nel cinema classico hollywoodiano, la conclamata rivalità tra le attrici Bette Davis e Joan Crawford sfociò sullo schermo nel thriller psicologico What Ever Happened to Baby Jane? (Che fine ha fatto Baby Jane?, 1962), l'unico titolo che le vide recitare insieme. Nel cinema italiano dei tempi d'oro, la proverbiale antitesi tra ammiratori di Federico Fellini e partigiani di Michelangelo Antonioni, al netto della sostanziale amicizia che legava i due.
Per passare alla Nouvelle Vague, Francois Truffaut e Jean-Luc Godard sul finire degli anni sessanta, dopo un'intensa amicizia e circuitazione di idee. Ormai da decenni Spike Lee e Quentin Tarantino litigano a distanza sulla rappresentazione della comunità afroamericana, e del relativo slang, sullo schermo. Più brevemente, Abel Ferrara e Werner Herzog a causa del remake di Bad Lieutenant (Il cattivo tenente, 1992), con una guerriglia di dichiarazioni alla stampa poi risolte con un giro di birre a Locarno, o, per spostarci dall'arthouse ai blockbuster, il pluriennale braccio di ferro tra Zack Snyder e la Warner Bros. attorno al cosiddetto final cut del film di supereroi Justice League (2017) – e questa è solo una piccola parte dei molti esempi che si potrebbero fare a riguardo.

La copertina del volume
È a una delle rivalità più leggendarie della storia del cinema italiano che è dedicato il libro di Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice La guerra dei vulcani. Rossellini, Magnani, Bergman: storia di cinema e d'amore, recentemente pubblicato da il Saggiatore in una terza edizione aggiornata, con una nuova prefazione di Giuseppe Tornatore che adesso affianca la storica introduzione di Adriano Aprà, e un'appendice inedita a firma del solo Anile; nel frattempo nel 2012 il libro aveva avuto anche un adattamento documentaristico, per la regia di Francesco Patierno.
Un uomo, due donne, un soggetto, due film: è in queste poche coordinate che si può sintetizzare la storia del triangolo amoroso che legò Roberto Rossellini, Anna Magnani e Ingrid Bergman, e che portò alla surreale realizzazione parallela di due film: da un lato Stromboli, terra di Dio, di Rossellini con la Bergman, dall'altro Vulcano, con la Magnani, diretto dal regista tedesco William Dieterle, felicemente tornato in Europa dopo un lungo periodo negli Stati Uniti.
A metà tra saggio e romanzo storico, con una grande accuratezza documentale ma al tempo stesso un respiro narrativo coinvolgente, il libro di Anile e della Giannice prende le mosse rievocando il sodalizio tra Pietro Moncada, Francesco Alliata, Quinto di Napoli e Renzo Avanzo, quattro giovani aristocratici o alto borghesi che con la fondazione della Panaria Film furono tra gli apripista, a livello internazionale, delle riprese subacquee, realizzando documentari prevalentemente nelle isole Eolie e nei loro fondali che finirono per essere presentati nei più importanti festival europei. Avanzo era cugino di Rossellini – e cognato di Luchino Visconti, per inciso – e presto nacque il progetto di portare Rossellini sulle Eolie per realizzare un film di finzione a partire dalle esperienze e dall’immaginario antropologico e visivo accumulato dalla Panaria con i suoi documentari, magari facendo interpretare il film ad Anna Magnani, con cui ai tempi Rossellini era all’apice del sodalizio artistico e della liason sentimentale.

Un’affascinante digressione del libro ci porta ad approfondire i meccanismi e le dinamiche della relazione tra Roberto Rossellini e Anna Magnagni: la loro relazione era iniziata qualche tempo dopo le riprese di Roma città aperta, durante un viaggio assieme a Cannes per la presentazione della pietra miliare del neorealismo, nonché de Il bandito (1946) di Alberto Lattuada, che vedeva sempre la Magnani come protagonista. Dopo il successo internazionale di Roma città aperta la Magnani e Rossellini stavano valutando numerosi nuovi progetti da realizzare insieme, anche se l’unico che andò in porto fu il dittico di L’amore (1948), con l’episodio Una voce umana tratto dal celebre monologo di Jean Cocteau, e il più favolistico Il miracolo scritto da Rossellini con un giovane Federico Fellini.
La relazione personale tra i due era però offuscata da numerose, leggendarie liti, spesso suscitate dalla presunta o effettiva infedeltà del regista: all’Excelsior a via Veneto i camerieri e il personale dell’albergo ricordarono per decenni esclamazioni della Magnani che si sentivano ben oltre le mura della camera della coppia, incluso un beffardo “esci fuori da lì sotto che te devo menà” dopo che Rossellini si era rifugiato sotto il letto per scappare all’ira della compagna. Si sparse la voce che la Magnani avesse tentato di far rimpatriare la ballerina tedesca Roswita Schmidt, per un periodo amante di Rossellini.
In visita al set in Sorrento de Il miracolo, la starlette Marylin Buferd, Miss America 1946, si sentì urlare contro dall’attrice italiana “guarda che io facevo la mignotta prima ancora che tu nascessi!” per aver dato troppe attenzioni a Rossellini – e dopo aver saputo di un telegramma dell’agente che negoziava con Ingrid Bergman tenuto nascosto gli rovesciò del tutto un piatto di spaghetti in testa. Per farsi perdonare dai numerosi dissidi il regista decise che L’amore venisse aperto dalla scritta “questo film è un omaggio all’arte di Anna Magnani”, firmato Rossellini, e il film a dittico fruttò alla sua protagonista assoluta il Nastro d’Argento.

Le infedeltà di Rossellini nei confronti della Magnani però non erano solo sentimentali, ma avevano anche una natura professionale: contrariamente ai desideri dell’attrice, che voleva restare in Italia anche per badare al figlio Luca, avuto con Massimo Serato, Rossellini stava sempre più concretamente valutando la possibilità di fare un film in America, o quantomeno con gli americani. Roma città aperta (1945) e Paisà (1946) erano stati dei veri e propri successi internazionali, a livello di critica e di apprezzamento degli addetti ai lavori – “la storia del cinema si divide in due ere: una prima e una dopo Roma città aperta”, sentenziò il regista austriaco espatriato Otto Preminger - ma anche entro una certa misura di pubblico.
Entrambi i film erano stati indicati come i migliori in assoluto dell’anno dalla National Board of Reviews e candidati all’Oscar per la sceneggiatura, Roma città aperta aveva ottenuto anche la Palma d’Oro a Cannes nel 1946, e nonostante un’accoglienza più frastagliata per il tragico Germania anno zero (1948) c’erano grandi aspettative per i nuovi progetti del regista italiano. Inizialmente Rossellini era in dialogo con Rod. E Geiger e Joseph Burstyn, che avevano distribuito i suoi ultimi film, ma presto si trovò a interfacciarsi direttamente con alcuni dei più grandi magnati dello studio system statunitense, come David O. Selznick e Howard Hughes. Tra i progetti vagheggiati un Cristo fra i muratori che adattasse il libro dell’italo-americano Pietro Di Donato, un Natie Son incentrato su un giovane assassino nero, un soggetto corale su Napoli, uno sugli emigranti italiani in Francia e la storia di una donna che sposa un soldato americano e lo segue nel suo paese – questa storia, a ruoli ribaltati, sarebbe diventata il canovaccio di Stromboli, terra di Dio (1950).
In queste trattative con gli Stati Uniti Rossellini si trovò ad avere un’incredibile quanto inaspettata alleata: Ingrid Bergman, attrice svedese felicemente trapiantata a Hollywood, assurta alla notorietà internazionale con Casablanca (1942), vincitrice del premio Oscar con Gaslight (Angoscia) di George Cukor nel 1945 - e destinata ad essere nuovamente premiata con la statuetta nel 1957 e nel 1975 -, alla ricerca di progetti con una maggiore identità artistica, inclusa una vita di Giovanna d’Arco da lei fortemente voluta, diretta da Victor Fleming ma che riscosse un successo di critica e di pubblico inferiore alle aspettative.

Ingrid Bergman in una sequenza di Casablanca (1942)
“Caro signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma Città Aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un’attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo ‘ti amo’, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei”.
Fu questa la succinta lettera che diede avvio a una delle collaborazioni più iconiche, controverse e chiacchierate della storia del cinema, nonché al triangolo amoroso al centro de La guerra dei vulcani. Come brillantemente ricostruiscono Anile e la Giannice, il “ti amo” finale, che assunse retrospettivamente un forte valore sensuale, era in realtà un riferimento a una battuta di Arch of Triumph (Arco di trionfo), film del 1948 tratto da un romanzo di Remarque, in cui la Bergman era la protagonista femminile. Quando lesse la lettera della diva, Rossellini fra tutti i film della già allora ricca filmografia della Bergman aveva visto solo Intermezzo, film, girato dapprima in Svezia (nel 1936) da Gustaf Molander e tre anni dopo in America da Gregory Ratof, che aveva portato all’attrice l’aggancio con Hollywood.
La lettera della Bergman peraltro aveva raggiunto Rossellini con un anno di ritardo: l’attrice aveva indirizzato la missiva presso gli uffici della Minerva Film, che aveva distribuito Roma città aperta; ma i magazzini della società di produzione erano andati a fuoco a maggio 1947 in un tragico rogo che portò alla morte ventidue persone, provocando mesi caotici nell’organizzazione della struttura; solo un anno dopo un manager della Minerva ritrovò la lettera e si premurò di consegnarla subito al regista l’8 maggio 1948 – il giorno stesso del suo quarantaduesimo compleanno.

La Bergman e Rossellini
Il prosieguo, come si suol dire, è storia del cinema: lunghe trattative a Hollywood condotte personalmente da Rossellini con l’aiuto di un piccolo numero di agenti e avvocati di volta in volta sfiduciati; il regista ospite nella villa famigliare di Ingrid Bergman, all’epoca sposata con il neurochirurgo Peter Lindström e già con una figlia; un lungo braccio di ferro con Selznick; dichiarazioni surreali alla stampa americana del calibro di: “non sono fra quelli che dicono che Hollywood sia terribile, Hollywood è un gran posto: è come un’industria di salumi che produce dei buoni salami. Tornerò in Italia, dove mi sento libero: sono venuto, ho visto le palme, che altro?”; l’intervento salvifico di Howard Hughes che decise di finanziare il film con la sua RKO, più per fare un favore alla Bergman che per interesse verso il progetto di Rossellini.
E ancora, l’arrivo trionfale della Bergman a Roma, accolta personalmente da Rossellini in aeroporto; l’incontro con le personalità più variegate del cinema e della cultura italiana, da Aldo Fabrizi a Carlo Levi, passando per Vittorio De Sica che soprannominò la Bergman “la grande ignara”; i tentativi di garantire alla diva svedese una relativa privacy dalla stampa; l’arrivo infine in Sicilia e, dopo una tappa a Taormina, l’approdo a Stromboli; l’ideale di lasciarsi ispirare dalla realtà del posto per concretizzare al meglio l’ambientazione del film: impresari siciliani che organizzavano tour turistici per vedere la Bergman a Stromboli a cinquemila lire per viaggiatore; l’utilizzo di attori non professionisti per la stragrande maggioranza degli altri ruoli del film, e le difficoltà che questo comportava nell’interazione con la Bergman - “recitare con dilettanti assoluti era un supplizio in più: Rossellini non spiegava ai suoi ‘attori’ il senso delle loro battute, e se si rivelavano incapaci di tenere i ‘tempi’ gli faceva legare ai piedi un filo che tirava nel momento in cui dovevano pronunciare le battute, come un burattino con i suoi pezzi di legno”, raccontano Anile e la Giannice.
Mentre già sulla stampa italiana e internazionale si moltiplicavano gli articoli che lasciavano trapelare come il sodalizio tra Rossellini e la Bergman fosse andato ben al di là della mera collaborazione artistica, il rancore del gruppo della Panaria Film, e della Magnani ormai definitivamente abbandonata da Rossellini, trovarono un inaspettato punto di sbocco: la realizzazione di un film gemello, o quantomeno cugino, da realizzarsi sempre nelle Eolie, con la Magnani protagonista assoluta, l’apporto di capitali americani, e una storia non molto dissimile da quella del film con la Bergman, nato del resto dalle conversazioni di Rossellini con Avanzo e i suoi soci alla Panaria. Mentre in privato la Magnani si lasciava andare ad esternazioni sul tenore di “c’è anche la vergogna di soffrire d’amore per uno che ride coi denti di coniglio”, nell’ufficialità delle dichiarazioni ai giornalisti si cercava di smorzare i toni della competizione tra i due titoli.

Ingrid Bergman in Stromboli, terra di Dio (1950)
“C’era un tempo in cui Sarah Bernhardt recitava La signora delle camelie in un teatro ed Eleonora Duse lo interpretava in un altro. La gente interessata all’arte andò a vederle entrambe, non con l’intenzione migliore, ma semplicemente per gioire del diverso stile e della diversa concezione di recitazione”, affermò il regista William Dieterle alla stampa, provando a stemperare i toni della contesa, “così ora avremo due film con un vulcano che erutta sullo sfondo: Vulcano e Stromboli”. Stromboli, terra di Dio e Vulcano (1950) si ritrovarono tuttavia a girare per un periodo in parallelo sulle isole Eolie: opposto ai metodi registici di Rossellini per la ferrea organizzazione del set, Dieterle mescolava Vulcano, Lipari e Salina scegliendo gli scenari che più si confacevano alla sua visione; in vacanza nella zona, Erol Flynn e il nobile Raimondo Lanza si misero a fare la spola tra i due set e si divertivano a seminare zizzania.
Fedeli ai dettami del Neorealismo anche sul set di Vulcano si puntò a una sinergia con la popolazione locale: sulle location del film con la Magnani, “l’universo degli emigranti e dei pescatori s’integrò con quello dei cineasti, senza diffidenze né clamori, in un reciproco rispetto che avrebbe lasciato in molti un ricordo nostalgico”, commentano Anile e la Giannice; Dieterle avrebbe raccontato a lungo la storia di vecchietto del posto che, assunto per una giornata per fare la comparsa, con i soldi ricevuti in anticipo corse dal barbiere, perdendo del tutto il fascino antropologico dell’isolano. Ma l’immagine più affascinante, bella e tragica al contempo, della lavorazione di Vulcano riguarda inevitabilmente la Magnani, che, “più volte, al tramonto, concluse le riprese della giornata, si metteva su una punta dell’isola e sgranava una serie di coloriti epiteti in direzione di Stromboli”.
Da questa surreale situazione dei due film rivali, girati in simultanea e usciti nello stesso anno – prima Vulcano, poi Stromboli – inizialmente nessuno poté uscirne vincitore: Vulcano fu un fiasco sin dalla proiezione in anteprima al cinema Fiamma di Roma il 2 febbraio 1950, dove per problemi tecnici ci furono addirittura quattro interruzioni – e intanto quella sera stessa nacque Robertino “Robin” Rossellini, primo figlio dell’unione ancora da formalizzare tra la Bergman e il regista, polarizzando su di sé le attenzioni della stampa. Se il fallimento tecnico della sfarzosa anteprima di Vulcano diede adito addirittura a teorie del complotto ante litteram, non andò comunque meglio a Stromboli, terra di Dio, la cui post-produzione fu offuscata anche da contrasti tra Rossellini e il produttore Howard Hughes sul montaggio finale, tanto che a seconda dei paesi vennero distribuite versioni molto diverse: tra i suoi spettatori di eccezione ci fu addirittura Che Guevera, che dopo aver visto la versione di Hughes in Perù annotò nei Diari della motocicletta: “non potrei definirlo altro che un brutto film”.

La Magnani in una sequenza di Vulcano (1950)
Roberto Rossellini e Ingrid Bergman si sposarono, ebbero altre due figlie, le gemelle Isotta Ingrid e Isabella, e continuarono a collaborare per altri film – Europa ’51 (1952), un episodio del film collettivo Siamo donne (1953), Viaggio in Italia (1954), La paura (1954), Giovanna d’Arco al rogo (1954), tutti usciti in un periodo in cui il regista italiano aveva, di fatto, monopolizzato l’agenda della attrice. Solo dopo la collaborazione con Jean Renoir in Eléna et les hommes (Eliana e gli uomini, 1956), la Bergman tornò trionfalmente a Hollywood come protagonista di un kolossal incentrato sulle vicende degli zar di Russia dopo la Rivoluzione d’ottobre, Anastasia (1956) di Anatole Litvak, che le fruttò il suo secondo Oscar; l’unione con Rossellini terminò definitivamente quando questi conobbe la sceneggiatrice Sonali das Gupta durante le riprese del documentario India: Matri Bhumi (1959).
Negli anni sessanta furono invece Rossellini e la Magnani a riavvicinarsi, dopo essere stati invitati separatamente a una proiezione pubblica de L‘amore: si vagheggiò anche un ritorno dei due sul set per mettere in scena Sagapò di Renzo Biasion, un progetto molto caro alla Magnani, ma dopo un inaspettato bacio della attrice durante una delle riunioni sulla sceneggiatura Rossellini preferì lasciar morire l’ipotesi di tornare a dirigerla, timoroso dei rischi sentimentali che poteva comportare per entrambi un nuovo set assieme; nondimeno, Rossellini rimase in contatto frequente con la Magnani, e fu al suo fianco durante gli ultimi mesi di vita dell’attrice, colpita da un cancro al pancreas, arrivando a truccarla personalmente sul letto di morte il 26 settembre 1973.

Rossellini dirige Ingrid Bergman sul set di Viaggio in Italia (1954)
La conclusione de La guerra dei Vulcani – prima dell’appendice aggiunta da Anile per questa nuova edizione – è innegabilmente cinematografica, quasi catartica: “i funerali di Anna Magnani furono grandiosi. C’era tutta Roma. C’erano tutti i grandi del cinema e del teatro italiano. Fra i tanti fiori arrivati da ogni parte del mondo, sulla sua bara c’era un piccolo mazzo di rose rosse. Le mandava Ingrid Bergman”.
Testimonianza di una stagione irripetibile del cinema italiano e mondiale, ritratto tripartito delle personalità carismatiche e affascinanti di due delle più grandi attrici del cinema europeo e di uno dei più influenti registi del cinema italiano, La guerra dei Vulcani riesce ad essere al tempo stesso un volume di storia della Settima Arte e una disamina di storia del costume, un’elegia per un periodo storico e cinematografico e per i suoi protagonisti, gossip di alto livello e rivelazione dei meccanismi produttivi alla base dei capolavori del Neorealismo e dell’epoca classica del cinema italiano.
I film fatalmente sopravvivono ai propri protagonisti, ogni pellicola d’epoca è un camposanto di fantasmi corrispondenti ad identità e corpi ormai sommersi dal tempo: La guerra dei Vulcani fa rivivere al lettore la passione artistica, umana e sentimentale dietro la creazione di Stromboli, terra di Dio e Vulcano, e conferma ancora una volta il paradosso di come il dietro-le-quinte sia non meno affascinante del prodotto finito.