
di Fabio Massimo Tufarelli
NC-444
10.07.2026
C'è un motto, verso la fine di Amores perros, che suona come una sentenza: "noi siamo anche ciò che abbiamo perduto". Venticinque anni dopo la sua uscita, quella frase continua a definire il cinema di Alejandro González Iñárritu meglio di qualsiasi retrospettiva critica, e MUBI lo sa bene: la piattaforma ha riportato nelle sale il film restaurato a giugno 2026, proprio in coincidenza con il quarto di secolo dalla sua uscita. Non è un caso isolato. A settembre 2025 il regista messicano aveva già portato alla Fondazione Prada di Milano Sueño perro, un'installazione che rielabora il materiale scartato di quel film seminale. Il cerchio si chiude, ma senza nostalgia.
Amores perros racconta tre storie che si intrecciano attorno a un incidente stradale a Città del Messico: un adolescente che rischia tutto per fuggire con la cognata, una modella che perde ogni cosa dopo essersi trasferita dall'amante, un senzatetto che deve fare i conti con i fantasmi del proprio passato. Il film, uscito nel 1999-2000, non nasceva come lungometraggio unitario. Iñárritu, insieme allo sceneggiatore Guillermo Arriaga, aveva in mente undici cortometraggi pensati per mostrare le contraddizioni di Città del Messico; solo dopo tre anni di lavorazione i due decisero di fondere tre di quei nuclei narrativi nell'opera che conosciamo. È una genesi che spiega molto della struttura del film: quella circolarità di destini incrociati, quella danza macabra dai toni grotteschi che lega vite apparentemente distanti attraverso un singolo evento traumatico.
Già nel suo esordio, però, emerge anche ciò che avrebbe reso il cinema di Iñárritu tanto amato quanto discusso negli anni successivi: la tendenza a spingere il dolore fino ai limiti dell’esperienza spettacolare, a cercare nella sofferenza un movimento narrativo e visivo quasi assoluto. La violenza, la perdita e il destino non sono mai elementi marginali del suo cinema, ma forze che mettono in moto i personaggi e li trascinano verso una forma di collisione inevitabile. È proprio questo eccesso, questa vocazione al melodramma e al barocco emotivo, ad aver diviso la critica: per alcuni è il segno di un autore capace di trasformare il caos del reale in una forma cinematografica potente; per altri il rischio di un cinema che estetizza troppo il dolore che racconta.

Alejandro González Iñárritu

L'attore Gael García Bernal nel ruolo di Octavio, uno dei protagonisti di Amores perros (2000)
Il successo fu travolgente. Amores perros vinse il premio della Settimana della Critica a Cannes, ottenne una candidatura all'Oscar come Miglior film straniero e collezionò oltre sessanta riconoscimenti internazionali, diventando l'opera più premiata al mondo in quell'annata. Ma il dato che più conta, con il senno di poi, è un altro: il film lanciò la carriera di Gael García Bernal e, insieme ai lavori dei conterranei Alfonso Cuarón e Guillermo del Toro, contribuì a imporre un nuovo canone di cinema messicano che avrebbe poi trovato ampio spazio a Hollywood. MUBI stessa, presentando il restauro, parla di "una nuova età dell'oro per il cinema messicano" nata proprio da quel momento. È da qui che prende forma il cinema di un autore che farà del massimalismo la propria cifra stilistica.
Prima di arrivare al cinema, Iñárritu costruisce il proprio linguaggio attraversando il mondo delle radio, della musica e della pubblicità. Dopo gli studi cinematografici negli Stati Uniti e le prime esperienze nelle TV messicane, fonda Zeta Films e si dedica alla realizzazioni di cortometraggi e spot. È un apprendistato decisivo: quando arriva Amores perros, porta con sé una cultura della forma breve e della frammentazione, trasformando l’idea del cortometraggio in una struttura narrativa complessa, fatta di collisioni improvvise e destini che si incontrano.
Dopo l'esordio, il regista dirige nel 2002 il segmento messicano di 11'09''01 - September 11, film collettivo sull'11 settembre realizzato insieme a registi come Youssef Chahine, Ken Loach, Sean Penn e Samira Makhmalbaf. Segue 21 Grams (21 grammi, 2003), lungometraggio che conferma quella che sarebbe diventata la cifra stilistica dell'autore: trame corali di destini incrociati che riflettono sulla fragilità della vita, sul fato, su un filo rosso che sembra collegare esseri umani apparentemente estranei.

Naomi Watts e Sean Penn in una scena di 21 Grams (21 grammi, 2003)
Nel 2006 arriva Babel, con Brad Pitt e Cate Blanchett, terzo e ultimo capitolo di quella che viene definita "trilogia del destino" insieme ad Amores perros e 21 Grams. In Babel la geografia del suo cinema si allarga dal Messico al mondo, ma resta immutata la convinzione che ogni vita sia attraversata dagli effetti delle altre.
Con Biutiful (2010), Iñárritu lascia per la prima volta il proprio Paese come ambientazione principale e sposta la macchina da presa su Barcellona, raccontando la storia di Uxbal, un uomo ai margini della legalità che scopre di avere pochi mesi di vita mentre cerca di garantire un futuro ai propri figli. Il film porta a Javier Bardem il premio per la Miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes, ex aequo con Elio Germano per La nostra vita (2010), oltre a una candidatura all'Oscar come Miglior Attore. È un film che, pur cambiando geografia, non abbandona l'ossessione dell'autore per la morte, il margine, l'ingiustizia sociale.
La consacrazione internazionale arriva con Birdman (2014) e Revenant (Redivivo, 2015), che gli valgono due Oscar consecutivi alla Miglior Regia. Con questi due film, Iñárritu diventa il primo regista messicano nominato sia agli Oscar sia dalla Directors Guild of America nella categoria Best Director. Pur abbandonando la struttura corale degli esordi, l'autore continua a inseguire la stessa idea di cinema: un’esperienza totale, fisica, in cui il virtuosismo non è mai fine a sé stesso, ma diventa il modo di rappresentare personaggi costantemente sospesi tra sopravvivenza, memoria e perdita.

Iñárritu e Leonardo Di Caprio sul set di The Revenant (Redivivo, 2015), film per il quale l'attore si aggiudicò un premio Oscar
Nel 2022 Iñárritu presenta Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades (Bardo, falsa cronaca di alcune verità) in concorso alla 79ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Il protagonista è Silverio Gama, un giornalista e documentarista messicano che vive a Los Angeles e che, dopo essere stato insignito di un prestigioso premio internazionale, è costretto a tornare nel proprio paese natale in un viaggio che lo spinge verso un limite esistenziale. La critica italiana ha letto il film come una sorta di "8½ alla messicana", accostandolo per ambizione e onirismo al capolavoro del 1963 di Federico Fellini, con Daniel Giménez Cacho nei panni di un personaggio che fisicamente ricorda lo stesso Iñárritu.
Il film contiene anche una nota apertamente autobiografica: il regista ha perso un figlio circa vent'anni prima, un lutto che riaffiora in una delle sequenze più discusse del film, trattata però con un registro ironico piuttosto che elegiaco. Le reazioni critiche sono state tutt'altro che unanimi: c'è chi ha apprezzato le singole sequenze visionarie definendole "grande cinema" pur segnalando i rischi di un'opera "onirica, tortuosa" e troppo lunga, e chi ha sottolineato come il tema portante del film sia, ancora una volta, la contraddizione, quella stessa contraddizione messicana che percorre l'intera opera del regista fin da Amores perros.
Il capitolo più recente della relazione tra Iñárritu e la propria opera prima non è un film, ma, come appunto dicevamo, un'installazione. Sueño perro raccoglie il materiale di scarto di Amores perros: più di trecento chilometri di pellicola girata, di cui nel film finito ne erano confluiti appena quindicimila metri. Il regista lo racconta senza mezzi termini: "è vero che i film si fanno con l'uno per cento del girato". L'installazione proietta su vari schermi il materiale rimasto fuori dal montaggio definitivo, privo di qualsiasi ordine narrativo imposto, in modo che sia lo spettatore a costruirsi il proprio percorso.

Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades (Bardo, falsa cronaca di alcune verità, 2022)
Il regista rifiuta esplicitamente la lettura nostalgica dell'operazione. "A me non piace rivisitare il passato", dichiara, aggiungendo di non essere interessato a nuovi director's cut: "il film è quello che hai fatto". Il senso dell'installazione, spiega, è piuttosto quello di indagare cosa quel film dica oggi, non di celebrarne il passato per se stesso. È un'affermazione identitaria precisa quando parla della propria cultura di provenienza: "noi messicani non siamo astratti, minimalisti: siamo massimalisti", una dichiarazione di poetica che illumina retroattivamente tutta la sua filmografia, dalle trame coralmente eccessive di Amores perros e Babel fino alla sovrabbondanza visionaria di Bardo.
All'installazione si accompagna anche Mexico 2000: The Moment That Exploded, una raccolta di fotografie e articoli di giornale curata da Pablo Ortiz Monasterio, che documenta la Città del Messico da cui il film aveva tratto la propria materia originaria, fatta di molti drammi e poche speranze. Non è la prima volta che Iñárritu porta un progetto sperimentale alla Fondazione Prada: nel 2017 aveva presentato Carne y arena, un'installazione in realtà virtuale sul confine messicano-statunitense che restituiva l'esperienza dei migranti attraverso visori VR, un lavoro definito da chi lo ha visto un vero e proprio incubo visivo.
Il ritorno di Amores perros in una versione inedita restaurata in 4K su MUBI e nelle sale non è quindi un semplice esercizio di catalogo, ma l'occasione per rileggere un'opera che ha anticipato ogni tratto distintivo del cinema di Alejandro González Iñárritu: la struttura corale, l'ossessione per il destino e la perdita, l'ambientazione messicana come luogo di violenza e redenzione insieme. Rivedere oggi il film restaurato significa anche misurare la distanza tra l'esordiente che nel 1999 fondeva insieme frammenti di cortometraggi diversi e l'autore che, venticinque anni dopo, smonta pubblicamente quello stesso film in un'installazione fatta di scarti, senza alcuna intenzione celebrativa.
In fondo è questo il tratto che attraversa tutta la sua opera: tornare continuamente sulle ossessioni senza cercare di risolverle. Come dice lui stesso, non si tratta di un anniversario né di una celebrazione, semmai di un'esercitazione: un modo per continuare a interrogare, attraverso il passato, ciò che il cinema può ancora dire nel presente.

Brad Pitt e Cate Blanchett in Babel (2006)
di Fabio Massimo Tufarelli
NC-444
10.07.2026

Alejandro González Iñárritu
C'è un motto, verso la fine di Amores perros, che suona come una sentenza: "noi siamo anche ciò che abbiamo perduto". Venticinque anni dopo la sua uscita, quella frase continua a definire il cinema di Alejandro González Iñárritu meglio di qualsiasi retrospettiva critica, e MUBI lo sa bene: la piattaforma ha riportato nelle sale il film restaurato a giugno 2026, proprio in coincidenza con il quarto di secolo dalla sua uscita. Non è un caso isolato. A settembre 2025 il regista messicano aveva già portato alla Fondazione Prada di Milano Sueño perro, un'installazione che rielabora il materiale scartato di quel film seminale. Il cerchio si chiude, ma senza nostalgia.
Amores perros racconta tre storie che si intrecciano attorno a un incidente stradale a Città del Messico: un adolescente che rischia tutto per fuggire con la cognata, una modella che perde ogni cosa dopo essersi trasferita dall'amante, un senzatetto che deve fare i conti con i fantasmi del proprio passato. Il film, uscito nel 1999-2000, non nasceva come lungometraggio unitario. Iñárritu, insieme allo sceneggiatore Guillermo Arriaga, aveva in mente undici cortometraggi pensati per mostrare le contraddizioni di Città del Messico; solo dopo tre anni di lavorazione i due decisero di fondere tre di quei nuclei narrativi nell'opera che conosciamo. È una genesi che spiega molto della struttura del film: quella circolarità di destini incrociati, quella danza macabra dai toni grotteschi che lega vite apparentemente distanti attraverso un singolo evento traumatico.
Già nel suo esordio, però, emerge anche ciò che avrebbe reso il cinema di Iñárritu tanto amato quanto discusso negli anni successivi: la tendenza a spingere il dolore fino ai limiti dell’esperienza spettacolare, a cercare nella sofferenza un movimento narrativo e visivo quasi assoluto. La violenza, la perdita e il destino non sono mai elementi marginali del suo cinema, ma forze che mettono in moto i personaggi e li trascinano verso una forma di collisione inevitabile. È proprio questo eccesso, questa vocazione al melodramma e al barocco emotivo, ad aver diviso la critica: per alcuni è il segno di un autore capace di trasformare il caos del reale in una forma cinematografica potente; per altri il rischio di un cinema che estetizza troppo il dolore che racconta.

L'attore Gael García Bernal nel ruolo di Octavio, uno dei protagonisti di Amores perros (2000)
Il successo fu travolgente. Amores perros vinse il premio della Settimana della Critica a Cannes, ottenne una candidatura all'Oscar come Miglior film straniero e collezionò oltre sessanta riconoscimenti internazionali, diventando l'opera più premiata al mondo in quell'annata. Ma il dato che più conta, con il senno di poi, è un altro: il film lanciò la carriera di Gael García Bernal e, insieme ai lavori dei conterranei Alfonso Cuarón e Guillermo del Toro, contribuì a imporre un nuovo canone di cinema messicano che avrebbe poi trovato ampio spazio a Hollywood. MUBI stessa, presentando il restauro, parla di "una nuova età dell'oro per il cinema messicano" nata proprio da quel momento. È da qui che prende forma il cinema di un autore che farà del massimalismo la propria cifra stilistica.
Prima di arrivare al cinema, Iñárritu costruisce il proprio linguaggio attraversando il mondo delle radio, della musica e della pubblicità. Dopo gli studi cinematografici negli Stati Uniti e le prime esperienze nelle TV messicane, fonda Zeta Films e si dedica alla realizzazioni di cortometraggi e spot. È un apprendistato decisivo: quando arriva Amores perros, porta con sé una cultura della forma breve e della frammentazione, trasformando l’idea del cortometraggio in una struttura narrativa complessa, fatta di collisioni improvvise e destini che si incontrano.
Dopo l'esordio, il regista dirige nel 2002 il segmento messicano di 11'09''01 - September 11, film collettivo sull'11 settembre realizzato insieme a registi come Youssef Chahine, Ken Loach, Sean Penn e Samira Makhmalbaf. Segue 21 Grams (21 grammi, 2003), lungometraggio che conferma quella che sarebbe diventata la cifra stilistica dell'autore: trame corali di destini incrociati che riflettono sulla fragilità della vita, sul fato, su un filo rosso che sembra collegare esseri umani apparentemente estranei.

Naomi Watts e Sean Penn in una scena di 21 Grams (21 grammi, 2003)
Nel 2006 arriva Babel, con Brad Pitt e Cate Blanchett, terzo e ultimo capitolo di quella che viene definita "trilogia del destino" insieme ad Amores perros e 21 Grams. In Babel la geografia del suo cinema si allarga dal Messico al mondo, ma resta immutata la convinzione che ogni vita sia attraversata dagli effetti delle altre.
Con Biutiful (2010), Iñárritu lascia per la prima volta il proprio Paese come ambientazione principale e sposta la macchina da presa su Barcellona, raccontando la storia di Uxbal, un uomo ai margini della legalità che scopre di avere pochi mesi di vita mentre cerca di garantire un futuro ai propri figli. Il film porta a Javier Bardem il premio per la Miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes, ex aequo con Elio Germano per La nostra vita (2010), oltre a una candidatura all'Oscar come Miglior Attore. È un film che, pur cambiando geografia, non abbandona l'ossessione dell'autore per la morte, il margine, l'ingiustizia sociale.
La consacrazione internazionale arriva con Birdman (2014) e Revenant (Redivivo, 2015), che gli valgono due Oscar consecutivi alla Miglior Regia. Con questi due film, Iñárritu diventa il primo regista messicano nominato sia agli Oscar sia dalla Directors Guild of America nella categoria Best Director. Pur abbandonando la struttura corale degli esordi, l'autore continua a inseguire la stessa idea di cinema: un’esperienza totale, fisica, in cui il virtuosismo non è mai fine a sé stesso, ma diventa il modo di rappresentare personaggi costantemente sospesi tra sopravvivenza, memoria e perdita.

Iñárritu e Leonardo Di Caprio sul set di The Revenant (Redivivo, 2015), film per il quale l'attore si aggiudicò un premio Oscar
Nel 2022 Iñárritu presenta Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades (Bardo, falsa cronaca di alcune verità) in concorso alla 79ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Il protagonista è Silverio Gama, un giornalista e documentarista messicano che vive a Los Angeles e che, dopo essere stato insignito di un prestigioso premio internazionale, è costretto a tornare nel proprio paese natale in un viaggio che lo spinge verso un limite esistenziale. La critica italiana ha letto il film come una sorta di "8½ alla messicana", accostandolo per ambizione e onirismo al capolavoro del 1963 di Federico Fellini, con Daniel Giménez Cacho nei panni di un personaggio che fisicamente ricorda lo stesso Iñárritu.
Il film contiene anche una nota apertamente autobiografica: il regista ha perso un figlio circa vent'anni prima, un lutto che riaffiora in una delle sequenze più discusse del film, trattata però con un registro ironico piuttosto che elegiaco. Le reazioni critiche sono state tutt'altro che unanimi: c'è chi ha apprezzato le singole sequenze visionarie definendole "grande cinema" pur segnalando i rischi di un'opera "onirica, tortuosa" e troppo lunga, e chi ha sottolineato come il tema portante del film sia, ancora una volta, la contraddizione, quella stessa contraddizione messicana che percorre l'intera opera del regista fin da Amores perros.
Il capitolo più recente della relazione tra Iñárritu e la propria opera prima non è un film, ma, come appunto dicevamo, un'installazione. Sueño perro raccoglie il materiale di scarto di Amores perros: più di trecento chilometri di pellicola girata, di cui nel film finito ne erano confluiti appena quindicimila metri. Il regista lo racconta senza mezzi termini: "è vero che i film si fanno con l'uno per cento del girato". L'installazione proietta su vari schermi il materiale rimasto fuori dal montaggio definitivo, privo di qualsiasi ordine narrativo imposto, in modo che sia lo spettatore a costruirsi il proprio percorso.

Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades (Bardo, falsa cronaca di alcune verità, 2022)
Il regista rifiuta esplicitamente la lettura nostalgica dell'operazione. "A me non piace rivisitare il passato", dichiara, aggiungendo di non essere interessato a nuovi director's cut: "il film è quello che hai fatto". Il senso dell'installazione, spiega, è piuttosto quello di indagare cosa quel film dica oggi, non di celebrarne il passato per se stesso. È un'affermazione identitaria precisa quando parla della propria cultura di provenienza: "noi messicani non siamo astratti, minimalisti: siamo massimalisti", una dichiarazione di poetica che illumina retroattivamente tutta la sua filmografia, dalle trame coralmente eccessive di Amores perros e Babel fino alla sovrabbondanza visionaria di Bardo.
All'installazione si accompagna anche Mexico 2000: The Moment That Exploded, una raccolta di fotografie e articoli di giornale curata da Pablo Ortiz Monasterio, che documenta la Città del Messico da cui il film aveva tratto la propria materia originaria, fatta di molti drammi e poche speranze. Non è la prima volta che Iñárritu porta un progetto sperimentale alla Fondazione Prada: nel 2017 aveva presentato Carne y arena, un'installazione in realtà virtuale sul confine messicano-statunitense che restituiva l'esperienza dei migranti attraverso visori VR, un lavoro definito da chi lo ha visto un vero e proprio incubo visivo.
Il ritorno di Amores perros in una versione inedita restaurata in 4K su MUBI e nelle sale non è quindi un semplice esercizio di catalogo, ma l'occasione per rileggere un'opera che ha anticipato ogni tratto distintivo del cinema di Alejandro González Iñárritu: la struttura corale, l'ossessione per il destino e la perdita, l'ambientazione messicana come luogo di violenza e redenzione insieme. Rivedere oggi il film restaurato significa anche misurare la distanza tra l'esordiente che nel 1999 fondeva insieme frammenti di cortometraggi diversi e l'autore che, venticinque anni dopo, smonta pubblicamente quello stesso film in un'installazione fatta di scarti, senza alcuna intenzione celebrativa.
In fondo è questo il tratto che attraversa tutta la sua opera: tornare continuamente sulle ossessioni senza cercare di risolverle. Come dice lui stesso, non si tratta di un anniversario né di una celebrazione, semmai di un'esercitazione: un modo per continuare a interrogare, attraverso il passato, ciò che il cinema può ancora dire nel presente.

Brad Pitt e Cate Blanchett in Babel (2006)