
NC-399
03.03.2026
Il critico cinematografico Edoardo Ferrarese e lo sceneggiatore Rai Giulio Fabroni danno alle stampe per Jimenez Edizioni, una casa editrice da sempre molto attenta alla cultura americana, il saggio CineMarvel. Come il Marvel Cinematic Universe ha cambiato il mondo, uno dei pochi saggi italiani ad affrontare analiticamente e storicamente il fenomeno dei cinecomics. Il libro ricostruisce con precisione il percorso del Marvel Cinematic Universe a partire dal 2008, anno di uscita del primo Iron Man, individuando le varie fasi produttive e narrative che hanno scandito l’evoluzione del franchise: dalla Fase Uno, improntata alla presentazione dei personaggi e culminata con The Avengers, passando per la Fase Due e Tre, che espandono l’universo e ne approfondiscono i temi fino alla chiusura dell’arco narrativo con Avengers: Endgame, per arrivare infine alle più controverse Fasi Quattro e Cinque. Un’attenzione particolare è dedicata ai record al botteghino, che hanno reso l’MCU il progetto cinematografico più redditizio della storia del cinema, capace di superare complessivamente i trenta miliardi di dollari di incassi e di occupare stabilmente le prime posizioni delle classifiche mondiali, ridefinendo il concetto stesso di blockbuster e di serialità cinematografica.
"Le strutture narrative più popolari si dividono principalmente in due tipologie, che per intenderci chiameremo Storie Finibili e Storie Infinibili. Chi inizia a scrivere una Storia Finibile (come un film o un romanzo), deve già sapere dove la storia andrà a parare: in questo caso è il finale che dà significato ai personaggi e alle loro vicende”, come nel caso de Il Signore degli Anelli o di Star Wars, perlomeno nelle due trilogie realizzate da George Lucas, “chi invece scrive una Storia Infinibile (come una serie a fumetti o una soap opera, ma anche i telefilm antesignani delle moderne serie tv) segue un ragionamento quasi opposto. Il significato della storia non è racchiuso nel finale ma nel conflitto interiore dei personaggi, che devono affrontarlo in infinite trame. In questo caso un finale definitivo è una forzatura (di solito decretata da vendite o ascolti insufficienti), e se costruito con poca oculatezza rischia di togliere senso a tutta la lunghissima storia”. Nell’interpretazione fornita da Ferrarese e Fabroni, il Marvel Cinematic Universe rappresenta l’unicum – o perlomeno l’esordio – di “una mastodontica Storia Infinibile nel contesto narrativo più tradizionalmente Finibile”, il cinema per il grande schermo.
“Da sempre, chi cambia il mondo con le storie sono gli autori. Scrittori, registi, illustratori. È naturale, no? Certo, poi c’è chi ci crede e ci investe… ma quando mai un’idea che rivoluziona lo storytelling nasce alla scrivania di un produttore?”. A più riprese CineMarvel evidenzia il ruolo chiave rivestito nella costruzione del MCU da Kevin Feige. Il lancio del primo Iron Man viene descritto come una scommessa quasi temeraria: un personaggio di secondo piano per il grande pubblico, affidato a un regista emergente come Jon Favreau e soprattutto a un attore come Robert Downey Jr., reduce da anni di problemi personali e professionali. La scelta di Downey Jr. fu tutt’altro che scontata per gli studios, ma Feige intuì che proprio la sovrapposizione tra le fragilità dell’attore e quelle del personaggio avrebbe potuto rendere Tony Stark credibile e umano. “Kevin Feige sapeva bene che le migliori storie di supereroi nascono da un difetto, e forse in questo caso abbattere quasi totalmente la distanza tra attore e personaggio era la scelta giusta”.

La copertina del saggio
Per guidare il Marvel Cinematic Universe Kevin Feige si inventò di fatto una nuova figura più vicina alle strutture produttive della serialità televisiva contemporanea che a quelle dei tradizionali blockbuster hollywoodiani che erano venuti prima dei cinecomics: la figura del produttore-showrunner, che peraltro supervisiona nella catena produttiva dei vari progetti una o più writers’ room, altra pratica fino ai primi anni duemila decisamente più televisiva che cinematografica. “È Feige che sceglie la cifra stilistica di Iron Man e di tutti i film MCU, optando per un tono che si discosta sia dal realismo adulto del Cavaliere oscuro, sia dal rétro cartoonesco di Superman Returns. La formula resta immutata in tutta la cosiddetta Fase Uno dell’universo cinematografico: un protagonista imperfetto ma carismatico, tanta azione condita da pennellate di commedia (anche tagliente), storie semplici e a lieto fine ma non per questo prive di elementi maturi. Non sarà cinema d’autore, insomma, ma c’è da divertirsi per tutta la famiglia”. Abbastanza presto nel MCU si fa strada l’idea di differenziare i singoli film attraverso l’ibridazione dei generi.
“Anche in questa proposta di generi diversi sta la bellezza dell’arazzo immaginato da Kevin Feige: ce n’è davvero per tutti i gusti. Pur senza tradire il tono generale da action comedy (al punto che una critica mossa ai film Marvel è sempre stata quella di sembrare realizzati con lo stampino) da qui in poi i franchise che compongono il MCU sperimenteranno con la fantascienza, la spy story, l’heist movie, la space opera, il teen drama alla John Hughes… L’idea è che nell’universo Marvel ogni tipo di spettatore, anche chi non ama necessariamente i supereroi o il cinema d’azione, possa essere conquistato dal personaggio o dalla storia”. È così che un film come il primo Iron Man è una origin story con tratti da tech thriller, Captain America – The First Avengers ha molti elementi da war movie, il terzo Iron Man diretto da Shane Black vira decisamente verso i toni della action comedy e del buddy movie, il successivo Guardiani della Galassia è una space opera decisamente pop – ma tutte queste narrazioni sono concepite per destinare assieme nella serie crossover degli Avengers, in costante conflitto con l’Avatar di James Cameron per il titolo di film più redditizio di sempre se non si considera l’inflazione.
Nell’idea di riunire i suoi principali supereroi in un unico gruppo la Marvel era stata effettivamente superata dalla DC Comics, che già nel 1960 aveva radunato Superman, Batman, Wonder Woman, Flash e altri personaggi nella Justice League of America, le cui avventure si svolgevano su una testata pubblicata in maniera parallela e distinta rispetto alle serie individualmente dedicate agli specifici personaggi. La natura di questo crossover era però occasionale, e le linee narrative degli albi sulla Justice League non influenzavano le storie indipendenti dei singoli personaggi. Stan Lee invece volle interconnettere permanentemente le trame di tutte le storie dei personaggi di casa Marvel, creando una grande sinergia all’interno di un unico universo narrativo, una continuity. Nacquero così gli Avengers. Nei primi anni duemila, “Kevin Feige era davvero appassionato di comics, perciò si dispiaceva di come, essendo sparpagliati tra varie società, i supereroi Marvel al cinema non potessero convivere nello stesso mondo come invece accadeva nei fumetti. Quando però, fra il 2005 e il 2006, la Marvel riottenne i diritti di alcuni personaggi i cui film non erano stati realizzati, Feige comprese di avere per le mani un’occasione unica. Il primo a “tornare a casa” fu proprio Iron Man - ceduto alla New Line Cinema perché pare che il CEO lo ritenesse un personaggio poco credibile in quanto “troppo pesante per volare” -, seguito da Thor e da Black Widow/Vedova Nera: agli occhi di un profano erano personaggi poco noti, datati, e forse dallo scarso potenziale cinematografico… ma Kevin Feige si rese conto che i Marvel Studios stavano tornando a possedere gli Avengers”. Arriviamo così a The Avengers del 2012, diretto da Joss Whedon e da lui scritto con Zak Penn, il film che, con il suo incasso di un miliardo e mezzo di dollari, consacrò definitivamente il Marvel Cinematic Universe come un fenomeno di cultura popolare dalla portata globale.

“Ormai avrete capito che il Marvel Cinematic Universe è molto più di una serie di film di supereroi che fanno a cazzotti. Ne deriva che The Avengers è molto più di un film”, scrivono Ferrarese e Fabroni introducendo il film in CineMarvel. La particolarità che più evidenziano nel saggio sta nella struttura stessa del lungometraggio diretto da Joss Whedon, che dedica l’intero primo atto non all’azione, ma alla costruzione del gruppo, mostrando come ciascun personaggio venga letteralmente “reclutato” all’interno di una narrazione che è prima di tutto autenticamente corale. Insomma, “il protagonista di Avengers non era un membro della squadra, ma proprio il gruppo, che doveva evolversi narrativamente come un personaggio unico”, e infatti il film segue una traiettoria di crescita collettiva: dall’iniziale diffidenza reciproca, passando per il conflitto interno esploso sull’Helicarrier dello S.H.I.E.L.D., fino alla definitiva saldatura durante la battaglia di New York. Ogni Vendicatore è presente sullo schermo in modo più o meno equo per circa mezz’ora, mentre Tony Stark/Iron Man, l’eroe più amato dal pubblico, entra in campo contro il villain Loki e il suo esercito alieno solo dopo tre quarti d’ora di film, a conferma di come la narrazione rifiuti la centralità del singolo per privilegiare la dinamica di gruppo. Su The Avengers del 2012 CineMarvel evidenzia che “l’anima del film risiede nella consapevolezza che i personaggi di Avengers non sono fatti per stare insieme, e perciò sono perfetti per formare un’autentica famiglia”: una famiglia disfunzionale, fatta di attriti, gelosie e incomprensioni, che trova però la propria ragion d’essere nel momento della crisi, quando la minaccia esterna costringe ciascun eroe a riconoscere il valore dell’altro.
CineMarvel non può non citare la celebre e controversa dichiarazione che Martin Scorsese fece in un’intervista per Empire nel 2019, durante la promozione del suo fluviale The Irishman, affermando che i cinecomis non erano cinema, ma luna park. L’attacco di uno dei più grandi registi viventi contro il MCU e similari suscitò reazioni molto variegate nell’industria del cinema americano, con nomi soprattutto della “vecchia guardia” della New Hollywood come Francis Ford Coppola e Paul Schrader che diedero pienamente ragione a Scorsese, il più giovane Alejandro Iñárritu che parlò tout court di un “genocidio culturale” in atto, mentre Kevin Feige, Taika Wakiti, fresco del successo di Thor: Ragnarok, e James Gunn che difendevano i cinecomics come una forma legittima di cinema di intrattenimento che lasciava margini di autorialità all’interno del sistema produttivo hollywoodiano. In tema di registi e di autorialità CineMarvel sottolinea come l’MCU abbia scelto spesso cineasti provenienti da percorsi eterogenei. Se Joe Johnston, pupillo di Lucas e Spielberg con un lungo background negli effetti visivi, era un regista tecnico di alto livello, Kenneth Branagh era un raffinato interprete e regista shakespeariano che aveva comunque realizzato dei kolossal in costume con grandi battaglie come l’Enrico IV, e che peraltro da bambino era appassionato dei fumetti di Thor, come lui stesso mostra nell’autobiografico Belfast del 2022. Fallì, dopo lunghi anni di collaborazione sullo sviluppo, la collaborazione tra la Marvel ed Edgar Wright per il primo Ant-Man, che finì per essere diretto da Peyton Reed: “io volevo fare un film Marvel, ma non credo che loro volessero davvero fare un film di Edgar Wright”, fu il secco commendo del leggendario regista indie inglese, un autore troppo riconoscibile per integrarsi pienamente nella macchina produttiva. Ryan Coogler, reduce dal suo esordio indipendente Fruitvale Station e dal successo multimilionario di Creed – Nato per combattere, subentrò ad Ava DuVernay nella regia di Black Panther, portando nel MCU una forte identità culturale e politica. Esperimento controverso fu invece quello di Chloe Zhao, fresca vincitrice di un Leone d’oro a Venezia e di svariati Oscar con Nomadland, alla regia di The Eternals. “Non è forse considerabile d’autore l’opera di nomi impiegati dai Marvel Studios come la costumista Alexandra Bryne, il direttore della fotografia Dante Spinotti, il compositore Danny Elfman? E che dire dell’autorialità di chi cura effetti visivi o coreografie, che spesso caratterizzano l’identità di un film Marvel, molto più di un dialogo o di un movimento della macchina da presa? Se c’è una cosa che il MCU ci ha insegnato, dandoci una prospettiva pluralista e forse più umile sull’industria cinematografica, è che la firma autoriale di un film può venire anche da un produttore o da un attore”.
CineMarvel ricostruisce bene anche le dinamiche produttive attraversate nel dietro-le-quinte dell’universo Marvel, a cominciare dalla lenta scalata al potere da parte di Kevin Feige. Critico fu il rapporto tra Feige e Ike Perlmutter, l’imprenditore che negli anni novanta, assieme al suo socio Avi Arad, aveva salvato letteralmente la Marvel dalla bancarotta, fondendo la casa editrice fumettistica con la loro compagnia di giocattoli, la Toy Biz, per dar vita al gruppo Marvel Entertainment: sul finire del millennio infatti i principali introiti per la Marvel derivarono non dalla vendita dei fumetti in sé, ma dalla fitta attività di licensing che permetteva ai produttori di giocattoli o di film di realizzare. Perlmutter ebbe un ruolo determinante nelle fasi iniziali del MCU, imponendo un controllo ferreo sui budget e sulle scelte creative, spesso guidato da logiche esclusivamente economiche che mal si conciliavano con l’espansione narrativa immaginata da Feige. La goccia che fece traboccare il vaso fu la proposta di Perlmutter di “eliminare il personaggio di Iron Man dal film in sviluppo Captain America: Civil War, la cui trama si basa sullo scontro tra Captain America… e Iron Man”. Fu così che Disney decise di riorganizzare i Marvel Studios, separandoli dal controllo diretto di Marvel Entertainment e garantendo finalmente a Feige piena autonomia creativa.

Thor: Ragnarok (2017)
Uno dei maggiori pregi di CineMarvel sta proprio nell’attenzione alle dinamiche produttive e alle complesse questioni legali che stanno dietro la realizzazione dei cinecomics, in particolare alla questione dell’IP, vale a dire alla gestione dei diritti di sfruttamento inerenti di una proprietà intellettuale quale un personaggio fumettistico e/o cinematografico - a detta di Ferrarese e Fabroni, “una materia legale ancora più complessa del funzionamento di un multiverso”. Il personaggio di Hulk non ha avuto un film da solista dal 2008 ad oggi – anche - perché i diritti del personaggio erano in mano alla Universal, che li retrocesse alla Marvel in cambio di mantenere i diritti di distribuzione. Analogamente anche sul personaggio di Spider-Man si è realizzato un co-affido traballante tra Marvel/Disney e la Sony Pictures, che deteneva i diritti del personaggio: più volte è apparso incerto il futuro dello Spider-Man del MCU interpretato da Tom Holland, mentre la Sony intanto sviluppava un suo universo cinematografico incentrato sugli storici villain di Spider-Man come Venom e Morbius, il Sony’s Spiderman Universe, curiosamente privo proprio dell’Uomo Ragno, il cui futuro, soprattutto dopo il clamoroso flop di Madame Web, appare ormai segnato. Mentre l’universo della Sony faticava a decollare, e il DC Extended Universe di Zack Snyder collassava su sé stesso venendo recentemente rifondato da James Gunn con il titolo di Gods and Monsters, il Marvel Cinematic Universe tra il 2016 e il 2019 viveva il suo momento di maggiore gloria, facendo uscire nel giro di pochi anni, e tutti e tre per la regia dei fratelli Russo, Captain America: Civil War, Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame, rispettivamente il trentesimo, il settimo e il secondo film di maggiore di incasso della storia del cinema.
La doppietta Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame viene letta da CineMarvel come il vertice creativo dell’intero progetto. “La vera innovazione drammaturgica di Avengers: Infinity War è il fatto che il protagonista tecnico della storia… è l’antagonista degli eroi titolari. Il percorso narrativo portante del film, tradizionalmente denominato ‘viaggio dell’eroe’, non viene compiuto da nessuno degli Avengers, né dal gruppo come era stato nel primo capitolo, bensì dal personaggio che nella trama si oppone ai Vendicatori… i quali teoricamente dovrebbero essere i protagonisti”, rilevano Ferrarese e Fabroni. “L’immedesimazione dello spettatore in Thanos è resa possibile dall’ingegnosa trovata di sceneggiatura che ribalta la tradizionale dicotomia morale tra bene e male, trasformando il villain in un personaggio tragico dotato di una propria, distorta coerenza etica”. Per quanto nato dalla passion dei due autori nei confronti dei film di supereroi, CineMarvel non è un saggio eccessivamente idealizzante, e sa porgere delle critiche fondate anche verso i più apprezzati titoli della Marvel: a proposito della conclusione del primo ciclo narrativo del MCU, Ferrarese e Fabroni evidenziano che “la gestione dei viaggi nel tempo è forse il principale problema di sceneggiatura in Endgame”, propendendo per una narrazione semplicistica sia delle modalità che delle implicazioni delle modalità con cui gli Avengers superstiti ripercorrono à rebours i momenti fondamentali del Marvel Cinematic Univers raccontati fino a quel momento per annullare lo schiocco di dita con cui Thanos ha spazzato via metà della vita dell’universo. Più in generale, CineMarvel ribadisce che “nessuno in questo libro pretenderà mai di convincervi che The Avengers o Civil War sono capolavori del cinema all’altezza di Apocalypse Now, I 400 colpi o C’eravamo tanto amati, né che la scrittura di Markus e McFreely sia nemmeno lontanamente paragonabile all’autorialità sublime dei fratelli Coen, di Age & Scarpelli o di Billy Wilder e I.A.L. Diamond”. Dall’altro lato, “è vero però che con il terzo e il quarto capitolo degli Avengers i due sceneggiatori e i due registi hanno realizzato qualcosa di mai fatto prima, equilibrando un cast composto da decine di personaggi, sperimentando con strutture narrative senza precedenti (vi viene in mente un altro film dove l’antagonista è il protagonista?) e confezionando la degna chiusura di un mastodontico arco narrativo durato undici anni e venti film. E non è detto che la maggior parte dei premi Oscar per la sceneggiatura ce l’avrebbe fatta a portare a casa lo stesso incarico. Con buona pace di Martin Scorsese (sempre sia lodato)”.
Il libro affronta anche l’espansione televisiva del MCU, a partire da Agents of S.H.I.E.L.D., primo tentativo di integrazione tra cinema e serialità. Nel 2013 Netflix ordinò a Marvel Television un blocco di cinque serie intere, senza nemmeno richiedere di visionare prima un episodio pilota. Con l’arrivo di Disney+ l’universo Marvel si è ulteriormente ampliato, ma secondo gli autori questo ha generato un problema di sovrapproduzione: un numero eccessivo di titoli, spesso percepiti come obbligatori per comprendere la macrotrama, ha finito per saturare il pubblico e indebolire l’evento cinematografico, dando al pubblico generico la sensazione che per seguire le trame dei prodotti per il grande schermo fosse necessario essere a conoscenza degli eventi narrati nella serie, questione che ha influenzato soprattutto l’andamento al box office di Thunderbolts* ovvero The New Angers, uscito nella primavera del 2025 incassando nemmeno 400 milioni di dollari al botteghino nonostante delle recensioni da parte della critica decisamente più positive della media dei film recenti del Marvel Cinematic Universe.

Ampio spazio in CineMarvel è dedicato all’introduzione del Metaverso a partire da Spider-Man: No Way Home del 2021 di Jon Watts, e da Doctor Strange nel Multiverso della Follia del 2022, diretto da Sam Raimi. Il concetto di multiverso, che affonda le sue radici nel mondo classico dell’antica Grecia e dell’antica Roma, passando poi per Giordano Bruno, per essere poi applicato alla scienza dal fisico statunitense Hugh Everett III nel 1957, viene riletto nella sua declinazione fumettistica e cinematografica. Dopo l’esperimento delle storie autoconclusive del format Marvel What If…?, il primo ad approfondire il concetto di multiverso all’interno dell’immaginario della Marvel Comics fu un giovane Alan Moore. Secondo Ferrarese e Fabroni, “Spider-Man: No Way Home è il vero grande spartiacque della Saga del Multiverso MCU, perché svela ai Marvel Studios una via più facile e meno programmatica, ma dannatamente remunerativa”. In casa Marvel inizia a serpeggiare un pericoloso interrogativo: “perché sforzarsi di imbastire una macrotrama ragionata sapendo che l’hype per vedere chi apparirà basta a riempire le sale? Anche se la vera domanda sarebbe da proiettare molto più in là: come si torna indietro quando hai guastato il palato del pubblico?”.
A tal riguardo il 2024 viene indicato come “l’anno che certifica ufficialmente quanto i contentini verso i fan abbiano surclassato per importanza la macrotrama MCU: al cinema esce solo Deadpool & Wolverine, e incassa un miliardo e 330 milioni. Dal 2021 al 2025 gli unici titoli a sbancare il botteghino sono quelli che vivono primariamente di fanservice: Spider-Man: No Way Home, Doctor Strange nel Multiverso della Follia e Deadpool & Wolverine. Altri tre hanno incassato molto bene (ma erano sequel di franchise già consolidati come Thor, Black Panther o I Guardiani della Galassia) mentre ben otto lungometraggi sono andati dal maluccio al malissimo. Otto su quattordici. È come se i Marvel Studios avessero ideato la cura a una malattia che contemporaneamente continua a peggiorarla”. Nelle ultime pagine il saggio di Ferrarese e Fabroni affronta anche la vexata quaestio della superhero fatigue, inizialmente invocata, preconizzata, auspicata, interrogandosi se il problema risieda davvero nel genere in sé o piuttosto nelle modalità industriali con cui viene ormai prodotto e consumato.
CineMarvel è complessivamente un ottimo saggio sull’universo Marvel e sulle sue implicazioni narrative e produttive; anche se interrotto un po’ troppo spesso da aneddoti ironici in cui Edoardo Ferrarese e Giulio Fabroni raccontano la loro amicizia e le loro vicissitudini professionali in parallelo all’evoluzione dell’universo cinematografico Marvel – e DC -, CineMarvel fornisce una disamina al tempo stesso appassionata ed equilibrata di uno dei più grandi fenomeni pop della storia del cinema, e in generale della narrativa, occidentale. Restano da approfondire le implicazioni più marcatamente sociologiche e anche per certi versi politiche del successo che hanno avuto i film di supereroi perlomeno fino a pochi anni fa, evidenziate fra gli altri dallo stesso Alan Moore che ha tracciato un parallelismo tra l’idea messianica incarnata dalle trame dei cinecomics e il crescente successo che dal 2016, anno della prima elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti d’America, ha avuto il populismo di destra in giro per tutto il mondo occidentale. In attesa di Avengers: Doomsday, previsto per dicembre 2026, e Avengers: Secret Wars, previsto per un anno dopo, entrambi nuovamente diretti dai fratelli Russo, CineMarvel presenta con efficacia lo stato dell’arte del Marvel Cinematic Universe di Kevin Feige e della Disney fornendosi come un importante strumento di orientamento nelle sempre più stratificate trame del più grande universo cinematografico e televisivo mai realizzato.
NC-399
03.03.2026
Il critico cinematografico Edoardo Ferrarese e lo sceneggiatore Rai Giulio Fabroni danno alle stampe per Jimenez Edizioni, una casa editrice da sempre molto attenta alla cultura americana, il saggio CineMarvel. Come il Marvel Cinematic Universe ha cambiato il mondo, uno dei pochi saggi italiani ad affrontare analiticamente e storicamente il fenomeno dei cinecomics. Il libro ricostruisce con precisione il percorso del Marvel Cinematic Universe a partire dal 2008, anno di uscita del primo Iron Man, individuando le varie fasi produttive e narrative che hanno scandito l’evoluzione del franchise: dalla Fase Uno, improntata alla presentazione dei personaggi e culminata con The Avengers, passando per la Fase Due e Tre, che espandono l’universo e ne approfondiscono i temi fino alla chiusura dell’arco narrativo con Avengers: Endgame, per arrivare infine alle più controverse Fasi Quattro e Cinque. Un’attenzione particolare è dedicata ai record al botteghino, che hanno reso l’MCU il progetto cinematografico più redditizio della storia del cinema, capace di superare complessivamente i trenta miliardi di dollari di incassi e di occupare stabilmente le prime posizioni delle classifiche mondiali, ridefinendo il concetto stesso di blockbuster e di serialità cinematografica.
"Le strutture narrative più popolari si dividono principalmente in due tipologie, che per intenderci chiameremo Storie Finibili e Storie Infinibili. Chi inizia a scrivere una Storia Finibile (come un film o un romanzo), deve già sapere dove la storia andrà a parare: in questo caso è il finale che dà significato ai personaggi e alle loro vicende”, come nel caso de Il Signore degli Anelli o di Star Wars, perlomeno nelle due trilogie realizzate da George Lucas, “chi invece scrive una Storia Infinibile (come una serie a fumetti o una soap opera, ma anche i telefilm antesignani delle moderne serie tv) segue un ragionamento quasi opposto. Il significato della storia non è racchiuso nel finale ma nel conflitto interiore dei personaggi, che devono affrontarlo in infinite trame. In questo caso un finale definitivo è una forzatura (di solito decretata da vendite o ascolti insufficienti), e se costruito con poca oculatezza rischia di togliere senso a tutta la lunghissima storia”. Nell’interpretazione fornita da Ferrarese e Fabroni, il Marvel Cinematic Universe rappresenta l’unicum – o perlomeno l’esordio – di “una mastodontica Storia Infinibile nel contesto narrativo più tradizionalmente Finibile”, il cinema per il grande schermo.
“Da sempre, chi cambia il mondo con le storie sono gli autori. Scrittori, registi, illustratori. È naturale, no? Certo, poi c’è chi ci crede e ci investe… ma quando mai un’idea che rivoluziona lo storytelling nasce alla scrivania di un produttore?”. A più riprese CineMarvel evidenzia il ruolo chiave rivestito nella costruzione del MCU da Kevin Feige. Il lancio del primo Iron Man viene descritto come una scommessa quasi temeraria: un personaggio di secondo piano per il grande pubblico, affidato a un regista emergente come Jon Favreau e soprattutto a un attore come Robert Downey Jr., reduce da anni di problemi personali e professionali. La scelta di Downey Jr. fu tutt’altro che scontata per gli studios, ma Feige intuì che proprio la sovrapposizione tra le fragilità dell’attore e quelle del personaggio avrebbe potuto rendere Tony Stark credibile e umano. “Kevin Feige sapeva bene che le migliori storie di supereroi nascono da un difetto, e forse in questo caso abbattere quasi totalmente la distanza tra attore e personaggio era la scelta giusta”.

La copertina del saggio
Per guidare il Marvel Cinematic Universe Kevin Feige si inventò di fatto una nuova figura più vicina alle strutture produttive della serialità televisiva contemporanea che a quelle dei tradizionali blockbuster hollywoodiani che erano venuti prima dei cinecomics: la figura del produttore-showrunner, che peraltro supervisiona nella catena produttiva dei vari progetti una o più writers’ room, altra pratica fino ai primi anni duemila decisamente più televisiva che cinematografica. “È Feige che sceglie la cifra stilistica di Iron Man e di tutti i film MCU, optando per un tono che si discosta sia dal realismo adulto del Cavaliere oscuro, sia dal rétro cartoonesco di Superman Returns. La formula resta immutata in tutta la cosiddetta Fase Uno dell’universo cinematografico: un protagonista imperfetto ma carismatico, tanta azione condita da pennellate di commedia (anche tagliente), storie semplici e a lieto fine ma non per questo prive di elementi maturi. Non sarà cinema d’autore, insomma, ma c’è da divertirsi per tutta la famiglia”. Abbastanza presto nel MCU si fa strada l’idea di differenziare i singoli film attraverso l’ibridazione dei generi.
“Anche in questa proposta di generi diversi sta la bellezza dell’arazzo immaginato da Kevin Feige: ce n’è davvero per tutti i gusti. Pur senza tradire il tono generale da action comedy (al punto che una critica mossa ai film Marvel è sempre stata quella di sembrare realizzati con lo stampino) da qui in poi i franchise che compongono il MCU sperimenteranno con la fantascienza, la spy story, l’heist movie, la space opera, il teen drama alla John Hughes… L’idea è che nell’universo Marvel ogni tipo di spettatore, anche chi non ama necessariamente i supereroi o il cinema d’azione, possa essere conquistato dal personaggio o dalla storia”. È così che un film come il primo Iron Man è una origin story con tratti da tech thriller, Captain America – The First Avengers ha molti elementi da war movie, il terzo Iron Man diretto da Shane Black vira decisamente verso i toni della action comedy e del buddy movie, il successivo Guardiani della Galassia è una space opera decisamente pop – ma tutte queste narrazioni sono concepite per destinare assieme nella serie crossover degli Avengers, in costante conflitto con l’Avatar di James Cameron per il titolo di film più redditizio di sempre se non si considera l’inflazione.
Nell’idea di riunire i suoi principali supereroi in un unico gruppo la Marvel era stata effettivamente superata dalla DC Comics, che già nel 1960 aveva radunato Superman, Batman, Wonder Woman, Flash e altri personaggi nella Justice League of America, le cui avventure si svolgevano su una testata pubblicata in maniera parallela e distinta rispetto alle serie individualmente dedicate agli specifici personaggi. La natura di questo crossover era però occasionale, e le linee narrative degli albi sulla Justice League non influenzavano le storie indipendenti dei singoli personaggi. Stan Lee invece volle interconnettere permanentemente le trame di tutte le storie dei personaggi di casa Marvel, creando una grande sinergia all’interno di un unico universo narrativo, una continuity. Nacquero così gli Avengers. Nei primi anni duemila, “Kevin Feige era davvero appassionato di comics, perciò si dispiaceva di come, essendo sparpagliati tra varie società, i supereroi Marvel al cinema non potessero convivere nello stesso mondo come invece accadeva nei fumetti. Quando però, fra il 2005 e il 2006, la Marvel riottenne i diritti di alcuni personaggi i cui film non erano stati realizzati, Feige comprese di avere per le mani un’occasione unica. Il primo a “tornare a casa” fu proprio Iron Man - ceduto alla New Line Cinema perché pare che il CEO lo ritenesse un personaggio poco credibile in quanto “troppo pesante per volare” -, seguito da Thor e da Black Widow/Vedova Nera: agli occhi di un profano erano personaggi poco noti, datati, e forse dallo scarso potenziale cinematografico… ma Kevin Feige si rese conto che i Marvel Studios stavano tornando a possedere gli Avengers”. Arriviamo così a The Avengers del 2012, diretto da Joss Whedon e da lui scritto con Zak Penn, il film che, con il suo incasso di un miliardo e mezzo di dollari, consacrò definitivamente il Marvel Cinematic Universe come un fenomeno di cultura popolare dalla portata globale.

“Ormai avrete capito che il Marvel Cinematic Universe è molto più di una serie di film di supereroi che fanno a cazzotti. Ne deriva che The Avengers è molto più di un film”, scrivono Ferrarese e Fabroni introducendo il film in CineMarvel. La particolarità che più evidenziano nel saggio sta nella struttura stessa del lungometraggio diretto da Joss Whedon, che dedica l’intero primo atto non all’azione, ma alla costruzione del gruppo, mostrando come ciascun personaggio venga letteralmente “reclutato” all’interno di una narrazione che è prima di tutto autenticamente corale. Insomma, “il protagonista di Avengers non era un membro della squadra, ma proprio il gruppo, che doveva evolversi narrativamente come un personaggio unico”, e infatti il film segue una traiettoria di crescita collettiva: dall’iniziale diffidenza reciproca, passando per il conflitto interno esploso sull’Helicarrier dello S.H.I.E.L.D., fino alla definitiva saldatura durante la battaglia di New York. Ogni Vendicatore è presente sullo schermo in modo più o meno equo per circa mezz’ora, mentre Tony Stark/Iron Man, l’eroe più amato dal pubblico, entra in campo contro il villain Loki e il suo esercito alieno solo dopo tre quarti d’ora di film, a conferma di come la narrazione rifiuti la centralità del singolo per privilegiare la dinamica di gruppo. Su The Avengers del 2012 CineMarvel evidenzia che “l’anima del film risiede nella consapevolezza che i personaggi di Avengers non sono fatti per stare insieme, e perciò sono perfetti per formare un’autentica famiglia”: una famiglia disfunzionale, fatta di attriti, gelosie e incomprensioni, che trova però la propria ragion d’essere nel momento della crisi, quando la minaccia esterna costringe ciascun eroe a riconoscere il valore dell’altro.
CineMarvel non può non citare la celebre e controversa dichiarazione che Martin Scorsese fece in un’intervista per Empire nel 2019, durante la promozione del suo fluviale The Irishman, affermando che i cinecomis non erano cinema, ma luna park. L’attacco di uno dei più grandi registi viventi contro il MCU e similari suscitò reazioni molto variegate nell’industria del cinema americano, con nomi soprattutto della “vecchia guardia” della New Hollywood come Francis Ford Coppola e Paul Schrader che diedero pienamente ragione a Scorsese, il più giovane Alejandro Iñárritu che parlò tout court di un “genocidio culturale” in atto, mentre Kevin Feige, Taika Wakiti, fresco del successo di Thor: Ragnarok, e James Gunn che difendevano i cinecomics come una forma legittima di cinema di intrattenimento che lasciava margini di autorialità all’interno del sistema produttivo hollywoodiano. In tema di registi e di autorialità CineMarvel sottolinea come l’MCU abbia scelto spesso cineasti provenienti da percorsi eterogenei. Se Joe Johnston, pupillo di Lucas e Spielberg con un lungo background negli effetti visivi, era un regista tecnico di alto livello, Kenneth Branagh era un raffinato interprete e regista shakespeariano che aveva comunque realizzato dei kolossal in costume con grandi battaglie come l’Enrico IV, e che peraltro da bambino era appassionato dei fumetti di Thor, come lui stesso mostra nell’autobiografico Belfast del 2022. Fallì, dopo lunghi anni di collaborazione sullo sviluppo, la collaborazione tra la Marvel ed Edgar Wright per il primo Ant-Man, che finì per essere diretto da Peyton Reed: “io volevo fare un film Marvel, ma non credo che loro volessero davvero fare un film di Edgar Wright”, fu il secco commendo del leggendario regista indie inglese, un autore troppo riconoscibile per integrarsi pienamente nella macchina produttiva. Ryan Coogler, reduce dal suo esordio indipendente Fruitvale Station e dal successo multimilionario di Creed – Nato per combattere, subentrò ad Ava DuVernay nella regia di Black Panther, portando nel MCU una forte identità culturale e politica. Esperimento controverso fu invece quello di Chloe Zhao, fresca vincitrice di un Leone d’oro a Venezia e di svariati Oscar con Nomadland, alla regia di The Eternals. “Non è forse considerabile d’autore l’opera di nomi impiegati dai Marvel Studios come la costumista Alexandra Bryne, il direttore della fotografia Dante Spinotti, il compositore Danny Elfman? E che dire dell’autorialità di chi cura effetti visivi o coreografie, che spesso caratterizzano l’identità di un film Marvel, molto più di un dialogo o di un movimento della macchina da presa? Se c’è una cosa che il MCU ci ha insegnato, dandoci una prospettiva pluralista e forse più umile sull’industria cinematografica, è che la firma autoriale di un film può venire anche da un produttore o da un attore”.
CineMarvel ricostruisce bene anche le dinamiche produttive attraversate nel dietro-le-quinte dell’universo Marvel, a cominciare dalla lenta scalata al potere da parte di Kevin Feige. Critico fu il rapporto tra Feige e Ike Perlmutter, l’imprenditore che negli anni novanta, assieme al suo socio Avi Arad, aveva salvato letteralmente la Marvel dalla bancarotta, fondendo la casa editrice fumettistica con la loro compagnia di giocattoli, la Toy Biz, per dar vita al gruppo Marvel Entertainment: sul finire del millennio infatti i principali introiti per la Marvel derivarono non dalla vendita dei fumetti in sé, ma dalla fitta attività di licensing che permetteva ai produttori di giocattoli o di film di realizzare. Perlmutter ebbe un ruolo determinante nelle fasi iniziali del MCU, imponendo un controllo ferreo sui budget e sulle scelte creative, spesso guidato da logiche esclusivamente economiche che mal si conciliavano con l’espansione narrativa immaginata da Feige. La goccia che fece traboccare il vaso fu la proposta di Perlmutter di “eliminare il personaggio di Iron Man dal film in sviluppo Captain America: Civil War, la cui trama si basa sullo scontro tra Captain America… e Iron Man”. Fu così che Disney decise di riorganizzare i Marvel Studios, separandoli dal controllo diretto di Marvel Entertainment e garantendo finalmente a Feige piena autonomia creativa.

Thor: Ragnarok (2017)
Uno dei maggiori pregi di CineMarvel sta proprio nell’attenzione alle dinamiche produttive e alle complesse questioni legali che stanno dietro la realizzazione dei cinecomics, in particolare alla questione dell’IP, vale a dire alla gestione dei diritti di sfruttamento inerenti di una proprietà intellettuale quale un personaggio fumettistico e/o cinematografico - a detta di Ferrarese e Fabroni, “una materia legale ancora più complessa del funzionamento di un multiverso”. Il personaggio di Hulk non ha avuto un film da solista dal 2008 ad oggi – anche - perché i diritti del personaggio erano in mano alla Universal, che li retrocesse alla Marvel in cambio di mantenere i diritti di distribuzione. Analogamente anche sul personaggio di Spider-Man si è realizzato un co-affido traballante tra Marvel/Disney e la Sony Pictures, che deteneva i diritti del personaggio: più volte è apparso incerto il futuro dello Spider-Man del MCU interpretato da Tom Holland, mentre la Sony intanto sviluppava un suo universo cinematografico incentrato sugli storici villain di Spider-Man come Venom e Morbius, il Sony’s Spiderman Universe, curiosamente privo proprio dell’Uomo Ragno, il cui futuro, soprattutto dopo il clamoroso flop di Madame Web, appare ormai segnato. Mentre l’universo della Sony faticava a decollare, e il DC Extended Universe di Zack Snyder collassava su sé stesso venendo recentemente rifondato da James Gunn con il titolo di Gods and Monsters, il Marvel Cinematic Universe tra il 2016 e il 2019 viveva il suo momento di maggiore gloria, facendo uscire nel giro di pochi anni, e tutti e tre per la regia dei fratelli Russo, Captain America: Civil War, Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame, rispettivamente il trentesimo, il settimo e il secondo film di maggiore di incasso della storia del cinema.
La doppietta Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame viene letta da CineMarvel come il vertice creativo dell’intero progetto. “La vera innovazione drammaturgica di Avengers: Infinity War è il fatto che il protagonista tecnico della storia… è l’antagonista degli eroi titolari. Il percorso narrativo portante del film, tradizionalmente denominato ‘viaggio dell’eroe’, non viene compiuto da nessuno degli Avengers, né dal gruppo come era stato nel primo capitolo, bensì dal personaggio che nella trama si oppone ai Vendicatori… i quali teoricamente dovrebbero essere i protagonisti”, rilevano Ferrarese e Fabroni. “L’immedesimazione dello spettatore in Thanos è resa possibile dall’ingegnosa trovata di sceneggiatura che ribalta la tradizionale dicotomia morale tra bene e male, trasformando il villain in un personaggio tragico dotato di una propria, distorta coerenza etica”. Per quanto nato dalla passion dei due autori nei confronti dei film di supereroi, CineMarvel non è un saggio eccessivamente idealizzante, e sa porgere delle critiche fondate anche verso i più apprezzati titoli della Marvel: a proposito della conclusione del primo ciclo narrativo del MCU, Ferrarese e Fabroni evidenziano che “la gestione dei viaggi nel tempo è forse il principale problema di sceneggiatura in Endgame”, propendendo per una narrazione semplicistica sia delle modalità che delle implicazioni delle modalità con cui gli Avengers superstiti ripercorrono à rebours i momenti fondamentali del Marvel Cinematic Univers raccontati fino a quel momento per annullare lo schiocco di dita con cui Thanos ha spazzato via metà della vita dell’universo. Più in generale, CineMarvel ribadisce che “nessuno in questo libro pretenderà mai di convincervi che The Avengers o Civil War sono capolavori del cinema all’altezza di Apocalypse Now, I 400 colpi o C’eravamo tanto amati, né che la scrittura di Markus e McFreely sia nemmeno lontanamente paragonabile all’autorialità sublime dei fratelli Coen, di Age & Scarpelli o di Billy Wilder e I.A.L. Diamond”. Dall’altro lato, “è vero però che con il terzo e il quarto capitolo degli Avengers i due sceneggiatori e i due registi hanno realizzato qualcosa di mai fatto prima, equilibrando un cast composto da decine di personaggi, sperimentando con strutture narrative senza precedenti (vi viene in mente un altro film dove l’antagonista è il protagonista?) e confezionando la degna chiusura di un mastodontico arco narrativo durato undici anni e venti film. E non è detto che la maggior parte dei premi Oscar per la sceneggiatura ce l’avrebbe fatta a portare a casa lo stesso incarico. Con buona pace di Martin Scorsese (sempre sia lodato)”.
Il libro affronta anche l’espansione televisiva del MCU, a partire da Agents of S.H.I.E.L.D., primo tentativo di integrazione tra cinema e serialità. Nel 2013 Netflix ordinò a Marvel Television un blocco di cinque serie intere, senza nemmeno richiedere di visionare prima un episodio pilota. Con l’arrivo di Disney+ l’universo Marvel si è ulteriormente ampliato, ma secondo gli autori questo ha generato un problema di sovrapproduzione: un numero eccessivo di titoli, spesso percepiti come obbligatori per comprendere la macrotrama, ha finito per saturare il pubblico e indebolire l’evento cinematografico, dando al pubblico generico la sensazione che per seguire le trame dei prodotti per il grande schermo fosse necessario essere a conoscenza degli eventi narrati nella serie, questione che ha influenzato soprattutto l’andamento al box office di Thunderbolts* ovvero The New Angers, uscito nella primavera del 2025 incassando nemmeno 400 milioni di dollari al botteghino nonostante delle recensioni da parte della critica decisamente più positive della media dei film recenti del Marvel Cinematic Universe.

Ampio spazio in CineMarvel è dedicato all’introduzione del Metaverso a partire da Spider-Man: No Way Home del 2021 di Jon Watts, e da Doctor Strange nel Multiverso della Follia del 2022, diretto da Sam Raimi. Il concetto di multiverso, che affonda le sue radici nel mondo classico dell’antica Grecia e dell’antica Roma, passando poi per Giordano Bruno, per essere poi applicato alla scienza dal fisico statunitense Hugh Everett III nel 1957, viene riletto nella sua declinazione fumettistica e cinematografica. Dopo l’esperimento delle storie autoconclusive del format Marvel What If…?, il primo ad approfondire il concetto di multiverso all’interno dell’immaginario della Marvel Comics fu un giovane Alan Moore. Secondo Ferrarese e Fabroni, “Spider-Man: No Way Home è il vero grande spartiacque della Saga del Multiverso MCU, perché svela ai Marvel Studios una via più facile e meno programmatica, ma dannatamente remunerativa”. In casa Marvel inizia a serpeggiare un pericoloso interrogativo: “perché sforzarsi di imbastire una macrotrama ragionata sapendo che l’hype per vedere chi apparirà basta a riempire le sale? Anche se la vera domanda sarebbe da proiettare molto più in là: come si torna indietro quando hai guastato il palato del pubblico?”.
A tal riguardo il 2024 viene indicato come “l’anno che certifica ufficialmente quanto i contentini verso i fan abbiano surclassato per importanza la macrotrama MCU: al cinema esce solo Deadpool & Wolverine, e incassa un miliardo e 330 milioni. Dal 2021 al 2025 gli unici titoli a sbancare il botteghino sono quelli che vivono primariamente di fanservice: Spider-Man: No Way Home, Doctor Strange nel Multiverso della Follia e Deadpool & Wolverine. Altri tre hanno incassato molto bene (ma erano sequel di franchise già consolidati come Thor, Black Panther o I Guardiani della Galassia) mentre ben otto lungometraggi sono andati dal maluccio al malissimo. Otto su quattordici. È come se i Marvel Studios avessero ideato la cura a una malattia che contemporaneamente continua a peggiorarla”. Nelle ultime pagine il saggio di Ferrarese e Fabroni affronta anche la vexata quaestio della superhero fatigue, inizialmente invocata, preconizzata, auspicata, interrogandosi se il problema risieda davvero nel genere in sé o piuttosto nelle modalità industriali con cui viene ormai prodotto e consumato.
CineMarvel è complessivamente un ottimo saggio sull’universo Marvel e sulle sue implicazioni narrative e produttive; anche se interrotto un po’ troppo spesso da aneddoti ironici in cui Edoardo Ferrarese e Giulio Fabroni raccontano la loro amicizia e le loro vicissitudini professionali in parallelo all’evoluzione dell’universo cinematografico Marvel – e DC -, CineMarvel fornisce una disamina al tempo stesso appassionata ed equilibrata di uno dei più grandi fenomeni pop della storia del cinema, e in generale della narrativa, occidentale. Restano da approfondire le implicazioni più marcatamente sociologiche e anche per certi versi politiche del successo che hanno avuto i film di supereroi perlomeno fino a pochi anni fa, evidenziate fra gli altri dallo stesso Alan Moore che ha tracciato un parallelismo tra l’idea messianica incarnata dalle trame dei cinecomics e il crescente successo che dal 2016, anno della prima elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti d’America, ha avuto il populismo di destra in giro per tutto il mondo occidentale. In attesa di Avengers: Doomsday, previsto per dicembre 2026, e Avengers: Secret Wars, previsto per un anno dopo, entrambi nuovamente diretti dai fratelli Russo, CineMarvel presenta con efficacia lo stato dell’arte del Marvel Cinematic Universe di Kevin Feige e della Disney fornendosi come un importante strumento di orientamento nelle sempre più stratificate trame del più grande universo cinematografico e televisivo mai realizzato.