

Berlino 76,
recensione di Cecilia Parini
RV-131
17.02.2026
Una villa maestosa sotto il sole della Spagna, abiti di marca e una famiglia unita, ma si sa che non è sempre oro ciò che luccica, e che anche la migliore delle famiglie all’apparenza, nasconde i più scabrosi dei segreti. Rosebush Pruning, che vede la prima collaborazione tra il regista brasiliano Karim Aïnouz e lo sceneggiatore greco Efthimis Filippou (celebre per la sua lunga collaborazione con Yorgos Lanthimos), altro non è che la storia di una famiglia disfunzionale e i suoi segreti, o almeno all’apparenza.
Nell’enorme villa vivono i fratelli Jack, Ed e Robert insieme alla sorella Anna e il padre ormai cieco che richiede varie cure e attenzioni. I cinque adulti sembrano vivere la propria convivenza in armonia, fino a quando Jack non presenta loro la sua fidanzata Martha. Questo contatto con il mondo esterno porterà i vari membri a cercare un modo per difendere il proprio equilibrio, anche attraverso gesti estremi. Il film, liberamente ispirato al primo lungometraggio di Marco Bellocchio I pugni in tasca (1965), si allontana abbastanza dalla fonte originale - infatti è in parte assente la forza politica che rappresentava uno degli elementi principali nella pellicola del regista italiano - ma ne riprende i rapporti morbosi interni a una famiglia che rifiuta il mondo esterno e che si crogiola nella propria bolla protetta, anche se con logiche malate.
Nonostante la storia sia raccontata attraverso la voice over di Ed, interpretato da Callum Turner, il pilastro della famiglia è il figlio maggiore Jack, interpretato da Jamie Bell. Tutti stravedono per lui, perché si presenta come una persona matura e sempre pronta ad aiutare (anche se controvoglia) i suoi fratelli e il padre. Purtroppo Jack non sa che è proprio il suo carattere altruista che lo ha trasformato nel sogno erotico e proibito del fratello minore Robert e della sorella Anna (e non solo). Anche Ed vuole bene al fratello e informa fin da subito lo spettatore che, se solo uno di loro dovesse sopravvivere, quello dovrebbe essere proprio Jack.
I due personaggi di Turner e Bell sono all’apparenza i più “normali” e per certi aspetti si assomigliano, nonostante incarnino il contraltare l’uno dell’altro. Se da una parte Jack cerca in tutti i modi di scappare dalla sua famiglia, tanto da creare una frattura portando la fidanzata Martha in casa, in realtà non riesce mai davvero a fuggire da quella casa e dalle persone che la abitano, perché in qualche modo sente la responsabilità di proteggerle.Ed, invece, ha accettato le assurde logiche interne della sua famiglia, e nonostante anche lui voglia scappare, non cerca mai il confronto aperto, ma manipola i desideri e le convinzioni dei suoi fratelli per ottenere ciò che vuole: liberare Jack dal peso di una famiglia ingombrante. E proprio sotto l’occhio vigile di Ed che osserviamo gli altri personaggi come se fossero le pedine di una scacchiera, tralasciando la loro complessità umana.
Infatti, se si può trovare una prima pecca, oltre ad Ed e Jack, gli altri personaggi, soprattutto quelli femminili, mancano un po’ nello sviluppo. La sorella Anna, interpretata da Riley Keough e la fidanzata di Jack, Martha, interpretata da Elle Fanning, all’inizio si scontrano per le proprie diversità. La prima, sensuale e provocatoria, cerca di preservare il suo ruolo di unica donna, e se possibile di divenire desiderabile sessualmente all’interno della casa, la seconda invece, proviene dal mondo esterno è si presenta come una persona normale, dall’aspetto acqua e sapone e felicemente innamorata del suo ragazzo. Oltre a un primo conflitto tra le due, poi non succede quasi più nulla, come se i due personaggi venissero chiamati all’occorrenza per ricordare l'universo di Jack che si divide tra un mondo chiuso dalle dinamiche morbose rappresentato da Anna, e il mondo fuori che è invece personificato dalla figura angelica di Martha ( anche se purtroppo anche gli angeli spesso si fanno corrompere dal male quando lo incontrano).
Una menzione speciale all’interno del cast va a Pamela Anderson (di cui non riveleremo il ruolo per non fare spoiler) che da quando è tornata alla ribalta con The Last Showgirl (L'ultima Showgirl, 2024) sta dimostrando sempre più il suo talento come attrice. Inoltre, nel film è presente una citazione a Baywatch (1989-2001), nella quale la vediamo tuffarsi in piscina ripresa con inquadrature che richiamano alla serie - dimostrazione che ormai si è liberata del fantasma della donna sexy tanto da poterci scherzare sopra.
Come riportato in precedenza, la sceneggiatura di Rosebush Pruning è firmata da Efthimis Filippou, uno dei massimi esponenti del cinema greco, che si è fatto conoscere grazie alla lunga collaborazione con Yorgos Lanthimos, con il quale ha creato film che sono entrati di diritto nella Storia del cinema recente come Dogtooth (2009),The Lobster (2015)The Killing of a Sacred Deer (ll sacrificio del cervo sacro, 2017) e Kind of Kindness (2024). Filippou e Lanthimos si erano sicuramente trovati, artisticamente parlando, tanto che questa sceneggiatura, volente o nolente, ci richiama subito alla mente il regista greco. Non solo perché certe dinamiche di trama ricordano Dogtooth (il loro primo film insieme dove anche lì vi era al centro una famiglia disfunzionale composta dai genitori e dai loro figli adulti che avevano il divieto di vivere oltre le mura di casa) ma anche perché sia Fililppou che Lanthimos hanno come la sadica passione di porre lo spettatore davanti a un cinema disturbante, che amplifica gli aspetti più malsani del genere umano fino a costringerlo ad affrontare tabù che non oserebbe nemmeno pronunciare.
Per tanto, a una prima visione superficiale il film potrebbe tranquillamente far pensare di essere firmato da Lanthimos, per quanto la sceneggiatura si pregna degli elementi che lo hanno reso celebre, ma a uno sguardo più attento si può invece comprendere che lo sguardo dietro la camera sia proprio quello di Karim Aïnouz. Al contrario di Lanthimos, che nella sua regia si è sempre divertito a giocare con le lenti per esasperare le immagini e renderle in qualche modo disturbanti ma affascinanti allo stesso tempo - basti pensare all’uso che fa spesso del grandangolo - e della sua ricerca per i dettagli e soprattutto i primi e primissimi piani, come a voler proprio entrare non solo nella mente dei suoi personaggi, ma proprio nella loro carne, il regista brasiliano nella sua regia lascia maggiore respiro.
Aïnouz non cerca a tutti i costi il dettaglio visivo disturbante, ma lo crea nella composizione d’insieme, infatti le sue inquadrature, anche quando sono ravvicinate, hanno lo scopo di far comprendere la psiche dei suoi protagonisti per mezzo dell'ambiente che li circonda. Utilizzando, per esempio, la luce, la casa dove si svolge la vicenda è in semi ombra per tutto il tempo, come a voler sottolineare l’opprimenza a cui sono sottoposti, mentre le scene d’esterno, come la spiaggia da cui parte il lunogmetraggio, sono luce pura. La fotografia è un elemento chiave nella poetica di Aïnouz che, non a caso, anche per quest’ultimo film si è messo nelle mani di una delle più grandi DOP dei nostri giorni: Hélène Louvart. Alla loro terza collaborazione insieme - dopo Firebrand (2023) e Motel Destino (2024) - Louvart con la sua fotografia riesce a farci immergere nelle dinamiche tossiche che legano i vari personaggi.
Un’altro motivo per il quale il film di Aïnouz si differenzia dal cinema di Lanthimos, è che in qualche modo si limita nel voler scandalizzare, al contrario del regista greco che ha fatto della propria cifra stilistica quella di mettere a disagio lo spettatore con i desideri più malsani della mente umana. Uno degli elementi centrali del film dovrebbe infatti essere la pulsione erotica che scorre all'interno della famiglia, ma che sembra non esplodere mai, anzi, rimane un’idea, a volte lievemente manifestata ma mai sbattuta in faccia allo spettatore. Il regista turco ci ha mostrato il suo talento nel portare la sessualità, o meglio ancora il sesso “nudo e crudo” sul grande schermo, basti pensare al suo precedente lavoro Motel Destino, ma nel caso di Rosebush Pruning, l’elemento incestuoso e il desiderio sessuale ci sono, si percepiscono ma non arrivano mai a creare quel momento di rottura che si ha solo nello svelare appieno un tabù.
Alla fine di tutto Rosebush Pruning si rivela un buon film, che però rimane sospeso tra quello che è e quello che poteva essere se Aïnouz si fosse spinto ben oltre. Invece, l'opera lascia un senso di incompiutezza. Ci si rende conto che sono pochi i registi che riescono a esprimere tutto il disagio e la perversione descritte nelle sceneggiature di Efthimis Filippou, e che hanno davvero il potere di metterci davanti a quanto la mente umana possa essere contorta e senza limiti.

Berlino 76,
recensione di Cecilia Parini
RV-131
17.02.2026
Una villa maestosa sotto il sole della Spagna, abiti di marca e una famiglia unita, ma si sa che non è sempre oro ciò che luccica, e che anche la migliore delle famiglie all’apparenza, nasconde i più scabrosi dei segreti. Rosebush Pruning, che vede la prima collaborazione tra il regista brasiliano Karim Aïnouz e lo sceneggiatore greco Efthimis Filippou (celebre per la sua lunga collaborazione con Yorgos Lanthimos), altro non è che la storia di una famiglia disfunzionale e i suoi segreti, o almeno all’apparenza.
Nell’enorme villa vivono i fratelli Jack, Ed e Robert insieme alla sorella Anna e il padre ormai cieco che richiede varie cure e attenzioni. I cinque adulti sembrano vivere la propria convivenza in armonia, fino a quando Jack non presenta loro la sua fidanzata Martha. Questo contatto con il mondo esterno porterà i vari membri a cercare un modo per difendere il proprio equilibrio, anche attraverso gesti estremi. Il film, liberamente ispirato al primo lungometraggio di Marco Bellocchio I pugni in tasca (1965), si allontana abbastanza dalla fonte originale - infatti è in parte assente la forza politica che rappresentava uno degli elementi principali nella pellicola del regista italiano - ma ne riprende i rapporti morbosi interni a una famiglia che rifiuta il mondo esterno e che si crogiola nella propria bolla protetta, anche se con logiche malate.
Nonostante la storia sia raccontata attraverso la voice over di Ed, interpretato da Callum Turner, il pilastro della famiglia è il figlio maggiore Jack, interpretato da Jamie Bell. Tutti stravedono per lui, perché si presenta come una persona matura e sempre pronta ad aiutare (anche se controvoglia) i suoi fratelli e il padre. Purtroppo Jack non sa che è proprio il suo carattere altruista che lo ha trasformato nel sogno erotico e proibito del fratello minore Robert e della sorella Anna (e non solo). Anche Ed vuole bene al fratello e informa fin da subito lo spettatore che, se solo uno di loro dovesse sopravvivere, quello dovrebbe essere proprio Jack.
I due personaggi di Turner e Bell sono all’apparenza i più “normali” e per certi aspetti si assomigliano, nonostante incarnino il contraltare l’uno dell’altro. Se da una parte Jack cerca in tutti i modi di scappare dalla sua famiglia, tanto da creare una frattura portando la fidanzata Martha in casa, in realtà non riesce mai davvero a fuggire da quella casa e dalle persone che la abitano, perché in qualche modo sente la responsabilità di proteggerle.Ed, invece, ha accettato le assurde logiche interne della sua famiglia, e nonostante anche lui voglia scappare, non cerca mai il confronto aperto, ma manipola i desideri e le convinzioni dei suoi fratelli per ottenere ciò che vuole: liberare Jack dal peso di una famiglia ingombrante. E proprio sotto l’occhio vigile di Ed che osserviamo gli altri personaggi come se fossero le pedine di una scacchiera, tralasciando la loro complessità umana.
Infatti, se si può trovare una prima pecca, oltre ad Ed e Jack, gli altri personaggi, soprattutto quelli femminili, mancano un po’ nello sviluppo. La sorella Anna, interpretata da Riley Keough e la fidanzata di Jack, Martha, interpretata da Elle Fanning, all’inizio si scontrano per le proprie diversità. La prima, sensuale e provocatoria, cerca di preservare il suo ruolo di unica donna, e se possibile di divenire desiderabile sessualmente all’interno della casa, la seconda invece, proviene dal mondo esterno è si presenta come una persona normale, dall’aspetto acqua e sapone e felicemente innamorata del suo ragazzo. Oltre a un primo conflitto tra le due, poi non succede quasi più nulla, come se i due personaggi venissero chiamati all’occorrenza per ricordare l'universo di Jack che si divide tra un mondo chiuso dalle dinamiche morbose rappresentato da Anna, e il mondo fuori che è invece personificato dalla figura angelica di Martha ( anche se purtroppo anche gli angeli spesso si fanno corrompere dal male quando lo incontrano).
Una menzione speciale all’interno del cast va a Pamela Anderson (di cui non riveleremo il ruolo per non fare spoiler) che da quando è tornata alla ribalta con The Last Showgirl (L'ultima Showgirl, 2024) sta dimostrando sempre più il suo talento come attrice. Inoltre, nel film è presente una citazione a Baywatch (1989-2001), nella quale la vediamo tuffarsi in piscina ripresa con inquadrature che richiamano alla serie - dimostrazione che ormai si è liberata del fantasma della donna sexy tanto da poterci scherzare sopra.
Come riportato in precedenza, la sceneggiatura di Rosebush Pruning è firmata da Efthimis Filippou, uno dei massimi esponenti del cinema greco, che si è fatto conoscere grazie alla lunga collaborazione con Yorgos Lanthimos, con il quale ha creato film che sono entrati di diritto nella Storia del cinema recente come Dogtooth (2009),The Lobster (2015)The Killing of a Sacred Deer (ll sacrificio del cervo sacro, 2017) e Kind of Kindness (2024). Filippou e Lanthimos si erano sicuramente trovati, artisticamente parlando, tanto che questa sceneggiatura, volente o nolente, ci richiama subito alla mente il regista greco. Non solo perché certe dinamiche di trama ricordano Dogtooth (il loro primo film insieme dove anche lì vi era al centro una famiglia disfunzionale composta dai genitori e dai loro figli adulti che avevano il divieto di vivere oltre le mura di casa) ma anche perché sia Fililppou che Lanthimos hanno come la sadica passione di porre lo spettatore davanti a un cinema disturbante, che amplifica gli aspetti più malsani del genere umano fino a costringerlo ad affrontare tabù che non oserebbe nemmeno pronunciare.
Per tanto, a una prima visione superficiale il film potrebbe tranquillamente far pensare di essere firmato da Lanthimos, per quanto la sceneggiatura si pregna degli elementi che lo hanno reso celebre, ma a uno sguardo più attento si può invece comprendere che lo sguardo dietro la camera sia proprio quello di Karim Aïnouz. Al contrario di Lanthimos, che nella sua regia si è sempre divertito a giocare con le lenti per esasperare le immagini e renderle in qualche modo disturbanti ma affascinanti allo stesso tempo - basti pensare all’uso che fa spesso del grandangolo - e della sua ricerca per i dettagli e soprattutto i primi e primissimi piani, come a voler proprio entrare non solo nella mente dei suoi personaggi, ma proprio nella loro carne, il regista brasiliano nella sua regia lascia maggiore respiro.
Aïnouz non cerca a tutti i costi il dettaglio visivo disturbante, ma lo crea nella composizione d’insieme, infatti le sue inquadrature, anche quando sono ravvicinate, hanno lo scopo di far comprendere la psiche dei suoi protagonisti per mezzo dell'ambiente che li circonda. Utilizzando, per esempio, la luce, la casa dove si svolge la vicenda è in semi ombra per tutto il tempo, come a voler sottolineare l’opprimenza a cui sono sottoposti, mentre le scene d’esterno, come la spiaggia da cui parte il lunogmetraggio, sono luce pura. La fotografia è un elemento chiave nella poetica di Aïnouz che, non a caso, anche per quest’ultimo film si è messo nelle mani di una delle più grandi DOP dei nostri giorni: Hélène Louvart. Alla loro terza collaborazione insieme - dopo Firebrand (2023) e Motel Destino (2024) - Louvart con la sua fotografia riesce a farci immergere nelle dinamiche tossiche che legano i vari personaggi.
Un’altro motivo per il quale il film di Aïnouz si differenzia dal cinema di Lanthimos, è che in qualche modo si limita nel voler scandalizzare, al contrario del regista greco che ha fatto della propria cifra stilistica quella di mettere a disagio lo spettatore con i desideri più malsani della mente umana. Uno degli elementi centrali del film dovrebbe infatti essere la pulsione erotica che scorre all'interno della famiglia, ma che sembra non esplodere mai, anzi, rimane un’idea, a volte lievemente manifestata ma mai sbattuta in faccia allo spettatore. Il regista turco ci ha mostrato il suo talento nel portare la sessualità, o meglio ancora il sesso “nudo e crudo” sul grande schermo, basti pensare al suo precedente lavoro Motel Destino, ma nel caso di Rosebush Pruning, l’elemento incestuoso e il desiderio sessuale ci sono, si percepiscono ma non arrivano mai a creare quel momento di rottura che si ha solo nello svelare appieno un tabù.
Alla fine di tutto Rosebush Pruning si rivela un buon film, che però rimane sospeso tra quello che è e quello che poteva essere se Aïnouz si fosse spinto ben oltre. Invece, l'opera lascia un senso di incompiutezza. Ci si rende conto che sono pochi i registi che riescono a esprimere tutto il disagio e la perversione descritte nelle sceneggiature di Efthimis Filippou, e che hanno davvero il potere di metterci davanti a quanto la mente umana possa essere contorta e senza limiti.