

Venezia 82,
recensione di Omar Franini
RV-120
05.09.2025
Cosa rimarrà di Ann Lee, “la donna vestita di sole con la luna ai suoi piedi”? Era una “falsa profeta”? O forse la reincarnazione femminile di Gesù Cristo, una Messia pronta a guidare i suoi seguaci verso la luce? La regista di origini norvegesi Mona Fastvold pone queste domande al centro del sua nuovo lavoro, The Testament of Ann Lee, un'opera ispirata liberamente alla figura rivoluzionaria della fondatrice del movimento religioso degli Shakers. Le risposte a questi interrogativi rimangono volutamente sospese per tutta la durata del film. Fastvold, infatti, non offre mai un accesso pieno o definitivo alla figura di Ann Lee (Amanda Seyfried), e il titolo stesso ne è già un’indicazione: si tratta di un testamento, non di una biografia. Un racconto spirituale, filtrato dallo sguardo di Mary (Thomasin McKenzie), la “discepola” più devota a Mother Lee, colei che ne raccoglie parole, gesti e forse anche visioni.
La citazione dall'Apocalisse, “la donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi”, non è solo una suggestione simbolica, ma la lente attraverso cui si costruisce tutta l’aura mistica di Ann Lee. Non una semplice figura storica, ma l'epifania di un’energia divina e femminile, inevitabilmente un ostacolo per l’ordine patriarcale. Fastvold lavora sul confine tra santità e follia, fede e isteria, con una tensione costante. La Lee è davvero portatrice di una rivelazione o soltanto il prodotto di un delirio collettivo? Piuttosto che offrire risposte certe, il film ci lascia a contemplare quell’inevitabile incertezza che avvolge la protagonista, un alone di mistero e ambiguità che si insinua in ogni gesto e parola, mantenendo viva la tensione tra fede e dubbio lungo tutta la narrazione.
Ripercorrendo il vissuto della protagonista da questo punto di vista, Fastvold, affiancata dal collaboratore abituale e compagno di vita Brady Corbet, suddivide il lungometraggio in tre movimenti. Si parte dalle origini del culto in Inghilterra, immerse in un tempo cupo e interiore, segnato dal dolore della maternità negata, i figli morti prematuramente, il corpo ferito, la convinzione che il desiderio sia peccato e punizione. Segue il lungo attraversamento dell’oceano, l’approdo in America, dove il culto prende forma e si espande, tra nuove terre e antiche diffidenze. Infine, la persecuzione: il corpo di Ann si fa fragile, la voce più visionaria, mentre la sua presenza si dissolve in una dimensione sempre più mistica, affidata alla memoria di chi resta.
Nel cuore di questo spazio ambivalente si muove la comunità degli Shakers, rappresentata come un corpo vivo e pulsante, attraversato da rituali, gesti e soprattutto danze. Le scene di ballo, centrali nella narrazione del film, assumono una doppia funzione; da un lato sono rappresentazione fedele della pratica spirituale degli Shakers (il cui nome stesso deriva da shaking, il tremare in estasi), dall’altro diventano metafora cinematografica del transito tra materialismo e spiritualità, individualità e fusione collettiva. La danza diventa l’unico linguaggio possibile in una comunità che rifiuta il possesso carnale e la sessualità. È un atto di fede, ma anche un modo di tenere insieme i corpi in assenza del desiderio.
Fondamentale, in questo senso, è la scelta del formato VistaVision (già adottato da Corbet in The Brutalist), che qui genera un contrasto affascinante. In The Testament of Ann Lee, l’immagine è ampia, nitida, pittorica, ma i corpi sembrano piccoli, isolati, come imprigionati in una cornice sacra. Le inquadrature si trasformano in immagini mistiche, cariche di una spiritualità compressa, come se ogni composizione avesse la solennità di un’icona, ma anche il gelo di una gabbia. Lo spazio, invece di liberare, diventa misura esatta del conflitto interiore dei personaggi.
A questa architettura visiva si affianca la colonna sonora di Daniel Blumberg, il cui lavoro è costruito sui canti originali degli Shakers, rielaborati in una partitura volutamente dissonante ed estesa, creando una sorta di cacofonia sacra. Il risultato è un tessuto sonoro che richiama ritmi spirituali, ma a tratti si trasforma in una sinfonia infernale, culminando nel climax del film con un’esplosione musicale perturbante. La colonna sonora non accompagna semplicemente la storia, la eleva a una dimensione trascendentale e ipnotica, come se lo spettatore stesso fosse in trance davanti a ciò che sta vedendo.
Se il corpo collettivo degli Shakers vibra attraverso danze e canti, quello di Mother Lee trova una sua misura anche nelle relazioni più private, nel legame con chi ne conosce la parte più fragile e terrena. In parallelo al rapporto con Mary, emerge con forza quello con il fratello William (Lewis Pullman). Mary, ombrosa presenza scenica, agisce infatti come voce onnisciente, mentre è la relazione con William, che accompagna realmente Ann all’interno del film. È un vincolo intimo, segnato da tenerezza e affetto fraterno, ma anche da una complicità spirituale che non viene mai esplicitata, ed è dentro quegli sguardi, in quella presenza discreta eppure affettiva, che Ann trova ancoraggio. La chimica tra Pullman e Seyfried è palpabile, costruita su silenzi e sguardi che ne rivelano lo spessore emotivo.
Ed è proprio attraverso questo silenzio condiviso, che si impone la presenza scenica di Amanda Seyfried. La sua interpretazione va oltre la classica recitazione, è una performance totale, un corpo che canta, geme e si dona con devozione e forza. L’attrice si lascia condurre da Fastvold in un mondo grezzo e ascetico, dove materia e spirito si intrecciano costantemente. La sua Ann vibra di grazia e follia, attraversata da da un’intensità che non cerca mai l’effetto. Seyfried incarna visceralmente il personaggio, che vive nel corpo prima ancora che nella parola. Nel suo sguardo, nei movimenti misurati ma carichi di tensione, esplora sia il sacro che l’umano di questa figura mistica, portando alla luce un’Ann Lee complessa, vulnerabile e profetica.
The Testament of Ann Lee è un film che si muove dentro una dimensione spirituale non rassicurante, non dogmatica. Fastvold non cerca di “spiegare” la fede, né tantomeno di storicizzarla, ma di interrogarla attraverso il linguaggio del cinema, fatto di gesti, corpi, ritmo e vuoti. Un’opera che non pretende di dire la verità, ma lascia sedimentare le sue domande come un’eco che continua a vibrare ben oltre la visione.

Venezia 82,
recensione di Omar Franini
RV-120
05.09.2025
Cosa rimarrà di Ann Lee, “la donna vestita di sole con la luna ai suoi piedi”? Era una “falsa profeta”? O forse la reincarnazione femminile di Gesù Cristo, una Messia pronta a guidare i suoi seguaci verso la luce? La regista di origini norvegesi Mona Fastvold pone queste domande al centro del sua nuovo lavoro, The Testament of Ann Lee, un'opera ispirata liberamente alla figura rivoluzionaria della fondatrice del movimento religioso degli Shakers. Le risposte a questi interrogativi rimangono volutamente sospese per tutta la durata del film. Fastvold, infatti, non offre mai un accesso pieno o definitivo alla figura di Ann Lee (Amanda Seyfried), e il titolo stesso ne è già un’indicazione: si tratta di un testamento, non di una biografia. Un racconto spirituale, filtrato dallo sguardo di Mary (Thomasin McKenzie), la “discepola” più devota a Mother Lee, colei che ne raccoglie parole, gesti e forse anche visioni.
La citazione dall'Apocalisse, “la donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi”, non è solo una suggestione simbolica, ma la lente attraverso cui si costruisce tutta l’aura mistica di Ann Lee. Non una semplice figura storica, ma l'epifania di un’energia divina e femminile, inevitabilmente un ostacolo per l’ordine patriarcale. Fastvold lavora sul confine tra santità e follia, fede e isteria, con una tensione costante. La Lee è davvero portatrice di una rivelazione o soltanto il prodotto di un delirio collettivo? Piuttosto che offrire risposte certe, il film ci lascia a contemplare quell’inevitabile incertezza che avvolge la protagonista, un alone di mistero e ambiguità che si insinua in ogni gesto e parola, mantenendo viva la tensione tra fede e dubbio lungo tutta la narrazione.
Ripercorrendo il vissuto della protagonista da questo punto di vista, Fastvold, affiancata dal collaboratore abituale e compagno di vita Brady Corbet, suddivide il lungometraggio in tre movimenti. Si parte dalle origini del culto in Inghilterra, immerse in un tempo cupo e interiore, segnato dal dolore della maternità negata, i figli morti prematuramente, il corpo ferito, la convinzione che il desiderio sia peccato e punizione. Segue il lungo attraversamento dell’oceano, l’approdo in America, dove il culto prende forma e si espande, tra nuove terre e antiche diffidenze. Infine, la persecuzione: il corpo di Ann si fa fragile, la voce più visionaria, mentre la sua presenza si dissolve in una dimensione sempre più mistica, affidata alla memoria di chi resta.
Nel cuore di questo spazio ambivalente si muove la comunità degli Shakers, rappresentata come un corpo vivo e pulsante, attraversato da rituali, gesti e soprattutto danze. Le scene di ballo, centrali nella narrazione del film, assumono una doppia funzione; da un lato sono rappresentazione fedele della pratica spirituale degli Shakers (il cui nome stesso deriva da shaking, il tremare in estasi), dall’altro diventano metafora cinematografica del transito tra materialismo e spiritualità, individualità e fusione collettiva. La danza diventa l’unico linguaggio possibile in una comunità che rifiuta il possesso carnale e la sessualità. È un atto di fede, ma anche un modo di tenere insieme i corpi in assenza del desiderio.
Fondamentale, in questo senso, è la scelta del formato VistaVision (già adottato da Corbet in The Brutalist), che qui genera un contrasto affascinante. In The Testament of Ann Lee, l’immagine è ampia, nitida, pittorica, ma i corpi sembrano piccoli, isolati, come imprigionati in una cornice sacra. Le inquadrature si trasformano in immagini mistiche, cariche di una spiritualità compressa, come se ogni composizione avesse la solennità di un’icona, ma anche il gelo di una gabbia. Lo spazio, invece di liberare, diventa misura esatta del conflitto interiore dei personaggi.
A questa architettura visiva si affianca la colonna sonora di Daniel Blumberg, il cui lavoro è costruito sui canti originali degli Shakers, rielaborati in una partitura volutamente dissonante ed estesa, creando una sorta di cacofonia sacra. Il risultato è un tessuto sonoro che richiama ritmi spirituali, ma a tratti si trasforma in una sinfonia infernale, culminando nel climax del film con un’esplosione musicale perturbante. La colonna sonora non accompagna semplicemente la storia, la eleva a una dimensione trascendentale e ipnotica, come se lo spettatore stesso fosse in trance davanti a ciò che sta vedendo.
Se il corpo collettivo degli Shakers vibra attraverso danze e canti, quello di Mother Lee trova una sua misura anche nelle relazioni più private, nel legame con chi ne conosce la parte più fragile e terrena. In parallelo al rapporto con Mary, emerge con forza quello con il fratello William (Lewis Pullman). Mary, ombrosa presenza scenica, agisce infatti come voce onnisciente, mentre è la relazione con William, che accompagna realmente Ann all’interno del film. È un vincolo intimo, segnato da tenerezza e affetto fraterno, ma anche da una complicità spirituale che non viene mai esplicitata, ed è dentro quegli sguardi, in quella presenza discreta eppure affettiva, che Ann trova ancoraggio. La chimica tra Pullman e Seyfried è palpabile, costruita su silenzi e sguardi che ne rivelano lo spessore emotivo.
Ed è proprio attraverso questo silenzio condiviso, che si impone la presenza scenica di Amanda Seyfried. La sua interpretazione va oltre la classica recitazione, è una performance totale, un corpo che canta, geme e si dona con devozione e forza. L’attrice si lascia condurre da Fastvold in un mondo grezzo e ascetico, dove materia e spirito si intrecciano costantemente. La sua Ann vibra di grazia e follia, attraversata da da un’intensità che non cerca mai l’effetto. Seyfried incarna visceralmente il personaggio, che vive nel corpo prima ancora che nella parola. Nel suo sguardo, nei movimenti misurati ma carichi di tensione, esplora sia il sacro che l’umano di questa figura mistica, portando alla luce un’Ann Lee complessa, vulnerabile e profetica.
The Testament of Ann Lee è un film che si muove dentro una dimensione spirituale non rassicurante, non dogmatica. Fastvold non cerca di “spiegare” la fede, né tantomeno di storicizzarla, ma di interrogarla attraverso il linguaggio del cinema, fatto di gesti, corpi, ritmo e vuoti. Un’opera che non pretende di dire la verità, ma lascia sedimentare le sue domande come un’eco che continua a vibrare ben oltre la visione.