

Venezia 83,
recensione di Lorenzo Sartor
RV-152
07.09.2026
“Perché menti continuamente?”, chiede una giovane militante di sinistra, interpretata da Mariana Di Girolamo, a Chris (John Malkovich), agente della CIA malato terminale a cui restano pochi giorni da vivere. Il personaggio interpretato da Malkovich è infatti una maschera, un prestigiatore che racconta storie sulla propria vita che si contraddicono tra di loro e che esprime volontà che lui stesso dimentica per via della malattia, lasciando dietro di sé una serie di misteri sul suo passato. Il suo collega Lee (Sam Rockwell) è invece l'opposto: un libro aperto, dagli obiettivi di vita diretti e semplici, con l’interesse nel documentare tutto quello che guarda, come fa con la piccola cinepresa in Super 8 che si porta dietro.
Essendo Wild Horse Nine una diretta prosecuzione dell’evoluzione che il cinema di Martin McDonagh ha attraversato grazie a The Banshees of Inisherin (Gli spiriti dell’isola, 2022), il nuovo film dell’autore britannico è un’altra tragicommedia sulle estreme conseguenze di un’amicizia tra due personaggi sopra le righe, in cui ritorna la scelta di un’ambientazione remota (l’Isola di Pasqua in Polinesia, anche nota come Rapa Noi) e l’attenzione data a un contesto storico e politico che rimarrà nel fuori-campo e che verrà solamente evocato a parole per quasi tutta la durata dell’opera.
La macro-Storia lasciata fuoricampo è quella del Cile, del golpe militare dell’11 settembre 1973 con cui Augusto Pinochet rovesciò il governo presieduto da Salvador Allende e del ruolo della CIA e di Richard Nixon, evocato da fotografie e labili riferimenti, nell’uccisione del leader marxista e nella repressione delle forze rivoluzionarie. Wild Horse Nine racconta così la storia guardandola da un binocolo, come i protagonisti di The Banshees of Inisherin osservavano dalla loro isola la Guerra civile irlandese, riaffermando così l’idea del cinema di McDonagh per cui i singoli individui sono solo spettatori di una storia già scritta e che arriva loro sotto forma di tracce.
Anche il personaggio di Chris, per questa sua natura da bugiardo dalle idee mutevoli e dalla memoria precaria, diventa una figura che durante il film andrà a scomparire, lasciando dietro di sé tracce disordinate e frammenti contraddittori. Che siano i video in Super 8 girati da Lee in cui lo scorbutico killer della CIA assume l’aspetto di un anziano più gioioso o i nastri in cui quest’ultimo cerca di registrare le proprie memorie, sono sempre i dispositivi a disperdere le tracce dell’identità di Chris, creando una netta scissione tra l’agire del personaggio e ciò che racconta di essere.
Questo interesse per la frammentazione dell’immagine di Chris permette al cineasta di disseminare il suo classico schema da giallo-british di una serie di riflessioni teoriche che riescono a non prendere mai eccessivo spazio rispetto ai meccanismi narrativi della sceneggiatura. Quando infatti i personaggi arrivano a citare “il punto di vista dell’omicidio di Kennedy filmato da Zapruder” che lasciava fuoricampo la visione del killer o parlano di come “sarebbe noioso un western dal punto di vista del cavallo”, McDonagh intende esprimere come lo sguardo del singolo sulla Storia parta sempre dai resti, dalle rovine lasciate da chi l’ha vissuta, da un punto di vista soggettivo che però può essere registrato, messo su nastro, estratto dal caotico susseguirsi degli eventi per cristallizzarsi in un’immagine.
I brillanti dialoghi in cui Lee cerca di comprendere gli ultimi desideri dell’amico morente sono infatti rappresentativi dei tentativi dell’uomo comune di intercettare una storia che svanisce nel momento stesso in cui gli si presenta davanti, che può solo riecheggiare in racconti che vengono continuamente riscritti e contraddetti. La stessa scrittura dei due protagonisti ricerca una forma di tipizzazione che inevitabilmente rimanda alle forme del vecchio cinema americano, che viene citato in un quadro esplicitamente debitore di Sentieri selvaggi (John Ford, 1956), in cui la Monument Valley porta con sé un’iconografia totalmente opposta agli spazi aperti di Rapa Noi, in un dialogo al telefono tra due personaggi morenti che stanno portando con sé nella tomba il lascito di un cinema ormai defunto.
La poetica di McDonagh continua così a ruotare attorno a personaggi destinati a scomparire, a frammentarsi in più immagini, a morire, nonostante si possano già definire come morti che camminano. Ne è un esempio il personaggio di MJ (Steve Buscemi), eroinomane supervisore dei due agenti protagonisti ed emblema di un sistema tradizionale che, continuando a portare avanti la carcassa della democrazia occidentale, sta solamente rimandando la sua data di scadenza.
Se, come dice Chris, “questo Paese non è morto con Kennedy, ma era già morto prima”, allora anche i personaggi di Wild Horse Nine sono già cadaveri, icone decadute di una nazione che con loro sta assistendo alla degradazione della propria immagine agli occhi del resto del mondo. L’ultima opera di McDonagh non si fa infatti problemi a mostrare l’America come agente di destabilizzazione dei governi stranieri, ad affermare la legittimità della resistenza rivoluzionaria e a rivendicare la natura schierata del cinema di militanza.
Tuttavia, l’unica debolezza dell'opera si può trovare proprio nel dover ricercare un equilibrio tra sentimenti ideologici che inquadrano un determinato quadro storico e un’empatia che nasce spontaneamente verso personaggi il cui sistema di valori collide con queste battaglie politiche. Se quindi non creava fastidio simpatizzare per i protagonisti psicopatici dei precedenti film di McDonagh, che nella loro disfunzionalità portavano comunque una distanza dalla realtà contemporanea abbastanza netto da non riconoscersi in una serie di valori, appare più frettoloso il modo in cui l’autore redime e dona ulteriori sfumature di umanità (e perché no, di retorica) a personaggi che il film si è premurato di definire anche come difensori di un sistema politico problematico e che invece, anche nell’ultima scena, riescono a rinnegare il passato, cristallizzando così più i loro lati verso cui simpatizzare di quelli negativi.
Personaggi che assumono profondità e che forse, data l’atmosfera di decadenza delle immagini della tradizione rimarcata dal regista, avrebbero trovato un loro posto ideale accanto ai monoliti Moai dell’Isola di Pasqua, abbandonati a subire il passaggio del tempo senza possibilità di fuggire dal giudizio della Storia sulle loro azioni.

Venezia 83,
recensione di Lorenzo Sartor
RV-152
07.09.2026
“Perché menti continuamente?”, chiede una giovane militante di sinistra, interpretata da Mariana Di Girolamo, a Chris (John Malkovich), agente della CIA malato terminale a cui restano pochi giorni da vivere. Il personaggio interpretato da Malkovich è infatti una maschera, un prestigiatore che racconta storie sulla propria vita che si contraddicono tra di loro e che esprime volontà che lui stesso dimentica per via della malattia, lasciando dietro di sé una serie di misteri sul suo passato. Il suo collega Lee (Sam Rockwell) è invece l'opposto: un libro aperto, dagli obiettivi di vita diretti e semplici, con l’interesse nel documentare tutto quello che guarda, come fa con la piccola cinepresa in Super 8 che si porta dietro.
Essendo Wild Horse Nine una diretta prosecuzione dell’evoluzione che il cinema di Martin McDonagh ha attraversato grazie a The Banshees of Inisherin (Gli spiriti dell’isola, 2022), il nuovo film dell’autore britannico è un’altra tragicommedia sulle estreme conseguenze di un’amicizia tra due personaggi sopra le righe, in cui ritorna la scelta di un’ambientazione remota (l’Isola di Pasqua in Polinesia, anche nota come Rapa Noi) e l’attenzione data a un contesto storico e politico che rimarrà nel fuori-campo e che verrà solamente evocato a parole per quasi tutta la durata dell’opera.
La macro-Storia lasciata fuoricampo è quella del Cile, del golpe militare dell’11 settembre 1973 con cui Augusto Pinochet rovesciò il governo presieduto da Salvador Allende e del ruolo della CIA e di Richard Nixon, evocato da fotografie e labili riferimenti, nell’uccisione del leader marxista e nella repressione delle forze rivoluzionarie. Wild Horse Nine racconta così la storia guardandola da un binocolo, come i protagonisti di The Banshees of Inisherin osservavano dalla loro isola la Guerra civile irlandese, riaffermando così l’idea del cinema di McDonagh per cui i singoli individui sono solo spettatori di una storia già scritta e che arriva loro sotto forma di tracce.
Anche il personaggio di Chris, per questa sua natura da bugiardo dalle idee mutevoli e dalla memoria precaria, diventa una figura che durante il film andrà a scomparire, lasciando dietro di sé tracce disordinate e frammenti contraddittori. Che siano i video in Super 8 girati da Lee in cui lo scorbutico killer della CIA assume l’aspetto di un anziano più gioioso o i nastri in cui quest’ultimo cerca di registrare le proprie memorie, sono sempre i dispositivi a disperdere le tracce dell’identità di Chris, creando una netta scissione tra l’agire del personaggio e ciò che racconta di essere.
Questo interesse per la frammentazione dell’immagine di Chris permette al cineasta di disseminare il suo classico schema da giallo-british di una serie di riflessioni teoriche che riescono a non prendere mai eccessivo spazio rispetto ai meccanismi narrativi della sceneggiatura. Quando infatti i personaggi arrivano a citare “il punto di vista dell’omicidio di Kennedy filmato da Zapruder” che lasciava fuoricampo la visione del killer o parlano di come “sarebbe noioso un western dal punto di vista del cavallo”, McDonagh intende esprimere come lo sguardo del singolo sulla Storia parta sempre dai resti, dalle rovine lasciate da chi l’ha vissuta, da un punto di vista soggettivo che però può essere registrato, messo su nastro, estratto dal caotico susseguirsi degli eventi per cristallizzarsi in un’immagine.
I brillanti dialoghi in cui Lee cerca di comprendere gli ultimi desideri dell’amico morente sono infatti rappresentativi dei tentativi dell’uomo comune di intercettare una storia che svanisce nel momento stesso in cui gli si presenta davanti, che può solo riecheggiare in racconti che vengono continuamente riscritti e contraddetti. La stessa scrittura dei due protagonisti ricerca una forma di tipizzazione che inevitabilmente rimanda alle forme del vecchio cinema americano, che viene citato in un quadro esplicitamente debitore di Sentieri selvaggi (John Ford, 1956), in cui la Monument Valley porta con sé un’iconografia totalmente opposta agli spazi aperti di Rapa Noi, in un dialogo al telefono tra due personaggi morenti che stanno portando con sé nella tomba il lascito di un cinema ormai defunto.
La poetica di McDonagh continua così a ruotare attorno a personaggi destinati a scomparire, a frammentarsi in più immagini, a morire, nonostante si possano già definire come morti che camminano. Ne è un esempio il personaggio di MJ (Steve Buscemi), eroinomane supervisore dei due agenti protagonisti ed emblema di un sistema tradizionale che, continuando a portare avanti la carcassa della democrazia occidentale, sta solamente rimandando la sua data di scadenza.
Se, come dice Chris, “questo Paese non è morto con Kennedy, ma era già morto prima”, allora anche i personaggi di Wild Horse Nine sono già cadaveri, icone decadute di una nazione che con loro sta assistendo alla degradazione della propria immagine agli occhi del resto del mondo. L’ultima opera di McDonagh non si fa infatti problemi a mostrare l’America come agente di destabilizzazione dei governi stranieri, ad affermare la legittimità della resistenza rivoluzionaria e a rivendicare la natura schierata del cinema di militanza.
Tuttavia, l’unica debolezza dell'opera si può trovare proprio nel dover ricercare un equilibrio tra sentimenti ideologici che inquadrano un determinato quadro storico e un’empatia che nasce spontaneamente verso personaggi il cui sistema di valori collide con queste battaglie politiche. Se quindi non creava fastidio simpatizzare per i protagonisti psicopatici dei precedenti film di McDonagh, che nella loro disfunzionalità portavano comunque una distanza dalla realtà contemporanea abbastanza netto da non riconoscersi in una serie di valori, appare più frettoloso il modo in cui l’autore redime e dona ulteriori sfumature di umanità (e perché no, di retorica) a personaggi che il film si è premurato di definire anche come difensori di un sistema politico problematico e che invece, anche nell’ultima scena, riescono a rinnegare il passato, cristallizzando così più i loro lati verso cui simpatizzare di quelli negativi.
Personaggi che assumono profondità e che forse, data l’atmosfera di decadenza delle immagini della tradizione rimarcata dal regista, avrebbero trovato un loro posto ideale accanto ai monoliti Moai dell’Isola di Pasqua, abbandonati a subire il passaggio del tempo senza possibilità di fuggire dal giudizio della Storia sulle loro azioni.