
di Omar Franini, Cecilia Parini, Arturo Garavaglia, Antonio Orrico e Lorenzo SartorĀ
NC-451
10.09.2026
Come a ogni manifestazione cinematografica a cui ODG partecipa, nei prossimi giorni pubblicheremo una serie di reportage per raccontarvi i film che stiamo visionando allā83ĀŖ edizione del Festival di Venezia. Dopo avervi parlato di Primetime di Lance Oppenheim, con protagonista Robert Pattinson ā una delle grosse delusioni di questa Competizione ā oggi ci concentriamo su altri titoli attesi della sezione principale. Partiremo da DAU di Ilya Khrzhanovsky, opera principe dellāomonimo progetto sviluppato dal regista nellāarco degli ultimi ventāanni, per poi proseguire con il ritorno di Florian Zeller al Lido con Bunker, che vede protagonisti Javier Bardem e PenĆ©lope Cruz. Ci concentreremo anche su 15/18, coming-of-age ambientato in un ospedale psichiatrico e firmato da CĆ©dric Kahn; sullo struggente sguardo al femminile di May el-Toukhy in Woman Unknown; e, infine, sul gothic horror Company di Casey Affleck. Per Orizzonti sarĆ invece il turno di Eklipse di Manuel Wetscher, Oasis di Jannis Lenz e The Difficult Bride di Rubaiyat Hossain. Dal Fuori Concorso vi parleremo di Musk di Alex Gibney, mastodontico documentario dedicato alla controversa figura di Elon Musk. Dalle Giornate degli Autori vi racconteremo di Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi lāamore di Federico Francioni e Samuele Sestieri, prima di concludere con due film dalla Settimana Internazionale della Critica: Prima della Guerra di Tommaso Usberti e The H@llow Man di Kamel Laaridhi.
DAU, di Ilya Khrzhanovsky

Con i precedenti capitoli cinematografici del progetto DAU, il cineasta Ilya Khrzhanovsky aveva giĆ costruito un macrocosmo narrativo dove le vite degli abitanti dellāistituto, dove tutte le vicende sono ambientate, si intrecciavano e lo spettatore si ritrovava a ricomporre i pezzi del ricco puzzle. Il nuovo capitolo della serie, presentato in concorso a Venezia, di suo potrebbe fungere sia come punto dāinizio da cui far partire tutte le ramificazione della saga, che come punto dāarrivo che mette luce sui pezzi mancanti del progetto. Essendo infatti composto non solo da materiale inedito, ma anche da sequenze rubate dagli altri capitoli della serie, questo nuovo inizio funge da processo di risemantizzazione dei significati dei vecchi capitoli, in cui attraverso il montaggio Khrzhanovsky dimostra come DAU sia sempre stato un progetto basato sulle possibilitĆ del montaggio e su come dei singoli frammenti possano essere isolati e inseriti in un contesto nuovo, riassumendo pure le varie anime che il progetto ha assunto di film in film. Ma prima di ritrovarsi a suo agio nei luoghi dei capitoli precedenti, lo spettatore cerca di abituarsi a una messa in scena della prima ora dellāopera completamente atipica rispetto ai canoni della serie, che qui assume unāinedita apertura verso lāorizzonte, nei confronti di colori ipersaturati e di un tono lirico che esemplificano la ricerca della felicitĆ che Dau (Teodor Currentzis) inseguirĆ per tutta la vita. Man mano che prosegue, lāopera va a restringersi, passando con scioltezza dal teatro dellāassurdo al kammerspiel, a esemplificare il lento conformarsi del protagonista lungo i decenni alla vita da sottomesso del potere a cui ĆØ stato destinato. Se veramente, come dice il personaggio, inseguire la felicitĆ equivale a plasmare il proprio mondo, lāistituto giĆ di suo rappresenta un palcoscenico creato per soddisfare i desideri umani di potere, che pian piano si spegne nel momento in cui lāessere umano si rende conto che ogni finzione che cerca di apparire reale ĆØ destinata a degradarsi, come il corpo di Dau che durante lāopera passerĆ dal pieno vigore della giovinezza ai cambiamenti della vecchiaia e delle malattie. La morte ĆØ infatti un elemento importante per il film, essendo lāapocalisse nucleare sempre sullo sfondo delle vicende interne allāistituto. Ed ĆØ proprio nel processo di osservare la lenta morte di un uomo che per tutta la vita ha inseguito il simulacro di un mondo mai esistito, che il progetto DAUĀ continua a dirci molto sul cinema del nostro presente.
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Bunker, di Florian Zeller

Dopo il famigerato The Son (2022), la carriera di Florian Zeller ha subito una brusca frenata. Il talentuoso autore di The Father (2020) non ĆØ infatti riuscito a replicare il successo della sua opera prima, finendo per allontanarsi dal possibile capitolo conclusivo della trilogia cinematografica dedicata alla famiglia e tratta dalle sue opere teatrali. Con Bunker, Zeller cambia quindi registro, pur rimanendo ossessionato dalle dinamiche familiari. Al centro cāĆØ un benestante nucleo spagnolo trasferitosi a Londra, apparentemente al riparo da qualsiasi minaccia, fino a quando un miliardario del mondo della tecnologia non chiede al capofamiglia Miguel (Javier Bardem), celebre architetto, di progettare un bunker sotterraneo capace di salvare una trentina di persone in caso di collasso dellāumanitĆ . Un incarico apparentemente innocuo, che inizia però a sedimentare nella mente dellāuomo proprio quando la moglie Sofia (PenĆ©lope Cruz) comincia a interrogarsi sulla funzione etica e morale di un progetto pensato per proteggere i privilegi di pochi. Ć qui che Zeller costruisce il proprio gioco di specchi, dove il bunker non ĆØ soltanto quello commissionato dal miliardario, ma diventa la metafora della casa, della coppia e, più in generale, di una societĆ che sceglie lāisolamento come risposta alla paura. La crepa nel muro provocata dal vicino Toby (Stephen Graham), che vuole aprire una finestra sulla proprietĆ dei protagonisti, diventa cosƬ lāaltra faccia della stessa ossessione, da una parte chi vuole chiudersi al mondo, dallāaltra chi pretende di entrarvi. Non ĆØ un caso che il film nasca anche dallāinfluenza di El hombre de al lado (2009) di Gastón Duprat e Mariano Cohn, dei quali Zeller riprende proprio lāidea della finestra come detonatore della paranoia. Il problema ĆØ che Zeller non ĆØ mai particolarmente sottile nellāaffrontare le proprie tematiche. Anzi, sembra quasi voler trasformare la didascalia in una precisa scelta estetica. I dialoghi spiegano, ribadiscono e sottolineano, il sottotesto finisce continuamente per emergere in superficie, fino a rendere alcune battute involontariamente comiche. Eppure, proprio questa eccentricitĆ rende Bunker un oggetto sorprendentemente affascinante. Zeller non sembra davvero interessato a realizzare un thriller puro e quando la storia vira verso lāhome invasion, nella seconda parte, il film sembra quasi sabotare deliberatamente le proprie ambizioni di suspense, preferendo il grottesco, lāassurdo e una tensione che non rinuncia mai a parlare di qualcosāaltro. Le metafore sono ovunque: la casa trasparente, il buco nel muro, il bunker, persino la disposizione dei personaggi nello spazio. Quando Miguel e Sofia sono ancora una coppia, occupano insieme il centro dellāinquadratura; mentre il loro rapporto si sgretola, Zeller li separa visivamente, relegandoli ai lati opposti del quadro. Ć una regia forse fin troppo consapevole, ma capace di trovare una propria eleganza. A tenere tutto insieme sono soprattutto Javier Bardem e PenĆ©lope Cruz, magnifici nel trasformare una coppia in crisi in qualcosa di credibile anche quando la scrittura li costringe a confrontarsi con dialoghi spesso eccessivi. Bunker ĆØ dunque un film imperfetto, spesso didascalico e incapace di trovare un equilibrio definitivo tra satira, dramma coniugale e thriller. Ma proprio nella sua ostinazione, nella volontĆ quasi ossessiva di trasformare ogni elemento in una metafora, conserva qualcosa di genuinamente interessante. Lāimmagine di una coppia che, nel tentativo di proteggersi dalle minacce del mondo, finisce per interrogarsi sui privilegi che le permettono di vivere separata da esso.
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15/18, di CƩdric Kahn

La recente filmografia di CĆ©dric Kahn ĆØ forse tra le più interessanti degli ultimi anni: passato dal courtroom drama di Le procĆØs Goldman (2023) allāesplorazione, in chiave comica, del mondo della produzione cinematografica con Making Of (2023), il prolifico regista francese si immerge questa volta nelle dinamiche di un reparto psichiatrico dedicato agli adolescenti tra i 15 e i 18 anni. Alla sua prima comparsa in concorso alla Mostra di Venezia, Kahn confeziona un piccolo gioiello capace di raccontare le singolari esperienze dei suoi giovani protagonisti con estrema sensibilitĆ . Dopo le prime scene dedicate alla presentazione dei vari personaggi, tra cui la ribelle Lucia (Malou Khebizi), il film entra nel vivo durante le sessioni di terapia, vero cuore dellāopera. Kahn riesce a differenziare cinematograficamente ogni incontro, adattando ritmo, messa in scena e registro alle diverse personalitĆ dei ragazzi e lasciando emergere fragilitĆ , rabbia e paure senza mai ricorrere a facili giudizi. Ed ĆØ proprio nel suo carattere corale che 15/18 trova forse la sua intuizione più riuscita. Kahn non trasforma il reparto in un semplice contenitore di storie individuali, ma in un vero e proprio microcosmo della societĆ francese, dove fragilitĆ familiari, disuguaglianze, abusi e solitudini finiscono per convivere dietro le stesse porte. Il regista mantiene però sempre lo sguardo sui ragazzi, evitando di ridurli alla loro patologia. Persino nei momenti più duri, il dolore convive con lāironia, la complicitĆ e una vitalitĆ tipicamente adolescenziale. Lāesempio più lampante ĆØ la sequenza dove una breve lite si trasforma in un momento di pura comunitĆ adolescenziale sulle note del brano RĆ©seaux di Niska. Ć questo equilibrio tra sofferenza e desiderio di vivere a impedire al film di scivolare completamente nel miserabilismo, conferendogli una sorprendente energia nonostante lāambientazione. A rendere ancora più credibile il racconto ĆØ poi un cast composto in larga parte da interpreti esordienti, capaci di restituire ai dialoghi una spontaneitĆ e una ruviditĆ che difficilmente avrebbero avuto attori più navigati. Per gran parte della sua durata, Kahn percorre però binari piuttosto sicuri, quelli ormai consolidati del cinema sociale francese, senza discostarsene particolarmente. Ć negli ultimi venti minuti che il film cambia improvvisamente direzione; una svolta inizialmente sorprendente, persino discutibile, che rischia di apparire come una forzatura rispetto a quanto costruito fino a quel momento. SarĆ però la scena conclusiva, tanto semplice quanto significativa, a dare senso a questa improvvisa sovversione narrativa, rileggendo ciò che abbiamo visto sotto una luce diversa. Un finale che non elimina del tutto le perplessitĆ , ma che contribuisce a rendere il film più ambiguo e stratificato di quanto la sua prima parte lasciasse immaginare.
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Woman Unknown, di May el-Toukhy

āLa guerra non ha un volto di donnaā. CosƬ apre il film Woman Unknown di May el-Toukhy e presentato in Concorso a Venezia 83. La citazione ĆØ di Svjatlana AleksieviÄ e fa riferimento alla sua opera omonima, nella quale la scrittrice bielorussa raccoglie 200 testimonianze di donne che hanno vissuto la seconda guerra mondiale. Come nella letteratura, e anche nel cinema, la guerra ha sempre un volto maschile: il soldato che sta sul fronte o il partigiano che lotta nella propria casa, mentre le donne sono quasi sempre āextraā nella storia, ma quasi mai reali protagoniste. May el-Toukhy col suo film vuole raccontare anche quellāaltro volto della guerra, quel femminile che non solo ha dovuto fare di tutto per sopravvivere al conflitto ma anche quando tutto sembra finito. Marie fa la bambinaia in una casa alto borghese dove la vita scorre serena mentre fuori scoppia la gioia per la liberazione danese dopo anni di occupazione nazzista. Nella tranquillitĆ della ricca casa, la vita di Marie sta per cambiare perchĆ© si avvicinano le nozze con Christian, il suo datore di lavoro. Questo matrimonio renderĆ Marie la donna della casa e potrĆ vivere per sempre una vita agiata, ma ĆØ proprio quando tutto sembra andare per il verso giusto che succede sempre lāimprevisto peggiore. May el-Toukhy racconta in conferenza stampa di essere rimasta colpita dalla foto di una donna seduta su una panchina, coi vestiti strappati e una svastica dipinta sulla schiena. Da quella storia inizia a fare ricerca sulle donne che furono accusate di collaborazionismo coi tedeschi e per questo venivano punite e umiliate sulla pubblica piazza. La punizione consisteva soprattutto nella rasatura dei capelli, fatte con enormi forbici e con forza, tanto da far sanguinare spesso la testa delle donne colpite da tale umiliazione, poi venivano loro strappate le vesti, come a dover far vedere a tutti il corpo di colei che ha tradito la patria e infine marchiarlo col simbolo del nemico, un enorme svastica rossa sulla schiena, cosƬ che tutti sapessero. La fotografia del film dai toni scuri ĆØ inĀ contrasto con lāatmosfera festante di un popolo libero dalla guerra e da un nemico, o anche solo di un matrimonio, ci fanno immergere ancora di più nelle paure che prova la protagonista. Mathilde Arcel, che interpreta Marie, ĆØ impeccabile. Attraverso il corpo e lo sguardo ci comunica immediatamente le emozioni del proprio personaggio, le sue paure e angosce ma anche il senso di colpa di portare il peso di un segreto che nessuno dovrĆ mai scoprire. Con Woman Unknown la regista danese non vuole raccontare nello specifico di Marie, ma di tutte le donne che hanno visto il proprio corpo trasformarsi in altro, in una merce di scambio per sopravvivere, in un oggetto preso dagli occupanti e successivamente ripreso dai propri concittadini. La donna sconosciuta ĆØ tale perchĆ© ha diritto di essere solo un oggetto da punire e riconquistare.
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Company, di Casey Affleck

Nel nuovo film di Casey Affleck, tre volte uno sconosciuto viene invitato a entrare in casa. Pur appartenendo a tre epoche distinte, le tre donne di queste storie sono collegate dallāambiguitĆ del filo dello storytelling: la protagonista del primo livello racconta la storia della seconda, che a sua volta narra la vita della terza. Affleck rivela fin da subito il suo debito nei confronti del cinema classico hollywoodiano mettendo in scena unāambientazione piccola, ma caratteristica del western, dove i personaggi, più che esseri umani sfaccettati, rappresentano delle icone, dei segni puri del genere dāappartenenza. Nel suo impostare Company come una serie di storie allāinterno di altre storie, il regista dona al film un respiro contemporaneo che lo allontana subito dal rischio di conservatorismo che il setting sembrava suggerire. Lāopera terza di Casey Affleck non rappresenta esclusivamente una matrioska dove tante storie vengono raccontate allāinterno di altre storie, o un gioco intellettuale di narrazione chirurgica, ma vuole mettere in discussione la stessa scissione tra realtĆ e rappresentazione. Tutti i racconti nei racconti, le bugie e le veritĆ che vengono narrate da un personaggio allāaltro sono reali su un medesimo piano rappresentazionale, in quanto il cinema esibisce la sua autoriflessivitĆ dietro ognuno di questi frammenti, dicendo chiaramente che lo statuto delle immagini mediate da sguardi altrui ĆØ sempre, di suo, fonte di incertezza. Questa opera meta-riflessiva non ricerca però la forma giocosa del cinema del Pampero, bensƬ lāausteritĆ formale di un linguaggio minimalista, lontano dai virtuosismi e segnato semplicemente da campi e controcampi, inquadrature totali, immagini simboliche ripetute e un ritmo lento. Ci sono colpi di scena e momenti scioccanti, ma tutto ĆØ accompagnato da una linea volutamente monocorde e da una decostruzione dei vari generi americani che coglie alla sprovvista senza mai sfociare nel giĆ visto. Tutto perchĆ© questi personaggi, le loro vite e i luoghi che abitano sono solo ombre di altre storie, come se man mano i racconti che continuano a passare di narratore in narratore cominciassero a svanire. Pur avendo le idee chiare a livello teorico, Affleck riesce comunque a equilibrare i vari livelli del film, non dimenticandosi mai che alla base di questa spirale rimane comunque centrale lāesistenza umana e lāidea che la vita assuma un valore pieno solo nel momento in cui viene raccontata da voci altrui.
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Eklipse, di Manuel Wetscher

In concorso nella sezione Orizzonti, Eklipse ĆØ lāesordio al lungometraggio del regista tedesco Manuel Wetscher. Girato nella cornice naturale delle Alpi, il film ĆØ un coming-of-age ambientato nellāestate del 1999, nei giorni antecedenti a unāeclissi, in cui due ragazzini vedono la propria amicizia incrinarsi a seguito della scoperta da parte dellāuno che il padre dellāaltro ha lāAIDS. Sin dalla scelta dalle primissime immagini, appare evidente come la macchina da presa di Wetscher sia interessata a stare molto vicina ai corpi, a cercare simmetrie nei dettagli e negli stacchi di montaggio, ad alimentare un senso di tattilitĆ con la materia ripresa. Questa idea di messa in scena, estremamente interessante e che denota anche una certa sensibilitĆ della regia nella costruzione delle singole sequenze, si accompagna purtroppo a una storia che sembra prendersi un poā troppo tempo per venire raccontata. Nonostante la lodevole intuizione di dare il primato allāazione e non al dialogo, il logorarsi dei rapporti fra i due giovani protagonisti sembra consumarsi a scoppio ritardato, con una fretta che contraddice i tempi piuttosto distesi dellāintera prima parte del film. Allo stesso modo, alcuni elementi nella sceneggiatura ā lungi dal costruire unāatmosfera o dal definire al meglio un certo ambiente umano in cui la vicenda si svolge ā appesantiscono la narrazione, disperdono invece di concentrare, risultando ora sin troppo ridondanti ora sin troppo vacui. Se il tema dellāAIDS e della discriminazione che questa malattia comporta ĆØ ancora urgente, purtroppo il film di Wetscher non riesce appieno a trasmettere la sua urgenza. La sensazione, finito il film, ĆØ che il regista tedesco abbia voluto raccontare una storia estremamente personale ā il padre ĆØ morto per un tumore causato dallāAIDS ā ma che nel farlo non abbia trovato il dispositivo narrativo adeguato per rendere il film universale. UnāuniversalitĆ che, paradossalmente, viene semmai trasmessa dal ricorso a immagini dāarchivio - appartenenti allo stesso Wetscher - che aprono uno squarcio che collega lo spettatore alla realtĆ personale dellāautore e danno visibilitĆ a un padre malato di AIDS che nella diegesi non viene mai mostrato. Unāintuizione lodevole, che dona al film un senso di malinconia ed allo stesso tempo rende lāeclissi metafora per parlare di labilitĆ ed evanescenza del ricordo. Unāintuizione che riesce solo nel finale a far instaurare fra film e spettatore un dialogo affettivo e intellettuale attivo fin lƬ precluso.
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Oasis, di Jannis Lenz

Presentato in concorso nella sezione Orizzonti, Oasis ĆØ lāesordio al lungometraggio di finzione del regista tedesco Jannis Lenz. Al centro della vicenda vi ĆØ la relazione fra tre adolescenti, due ragazzi e una ragazza, che, a seguito di tensioni che si sviluppano dopo la pubblicazione di un video in cui uno di loro minaccia i suoi compagni di classe, trovano rifugio in un bosco in cui danno il via a una serie di ritualitĆ . Ć un film che si pone faccia a faccia con il contemporaneo, Oasis. Lo ĆØ poichĆ© ĆØ evidente che nel ritratto che Lenz prova a fare della generazione portata in scena, e di quella dei loro padri, al di fuori del quadro si sentono gli echi della guerra in Europa, del riarmo, di unāatmosfera di militarizzazione che si ripercuote inevitabilmente sul vissuto dei più giovani. Allo stesso tempo, lāopera di Jannis Lenz recupera temi mai sopiti nel discorso contemporaneo sui giovani, sulla questione dellāipervisibilitĆ propria dei social contemporanei, sulla circolazione di video virali, sul cosiddetto cyberbullismo, ma li approccia con un punto di vista del tutto inedito. I protagonisti del film, infatti, sembrano compiere una serie di ritualitĆ volte a trattenere, a diluire, a fare gli anticorpi per anestetizzare la violenza e la sofferenza che li circonda. Particolarmente significativa ĆØ la figura femminile dei tre, Maya (Matilda Smidt), la quale dĆ il lĆ a queste ritualitĆ , tenendo traccia di esse su una vecchia videocamera che ogni volta che registra sovrascrive i video precedenti. Un tentativo di sottrarsi, di separarsi dal mondo, che pur prendendo una piega via via sempre più disturbante e implausibile, attiene molto di più alla realtĆ di quanto non possa sembrare. Sono tante le tematiche che Oasis prova a sollevare, e il film di Lenz ha il pregio di scegliere una forma molto asciutta ed essenziale nella messa in scena, lasciando parlare più i quadri che i movimenti di camera, dosando con grande attenzione i tempi dellāinquadratura ā i long-take presenti nel film hanno tutti una notevole forza drammaturgica ā facendoci apprezzare le ottime performance dellāintero cast. Purtroppo, quando il focus di Lenz viene spostato nella relazione fra gli adulti e i ragazzi, la distanza generazionale viene sin troppo esibita, e la narrazione stessa mostra alcune ingenuitĆ che fanno percepire sin troppo un approccio smaccatamente āa tesiā nei confronti dellāoggetto del racconto. Ć una manchevolezza a cui vanno incontro molti film che trattano di giovani e scuola, ma che in Oasis con il passare dei minuti diventa sempre più evidente. Certo, non mancano anche nel tratteggiare il mondo scolastico alcune felici intuizioni: lāintroduzione del personaggio dellāex-militare che fa corsi nelle scuole per gestire la rabbia ā ad esempio ā funziona sia dal punto di vista metaforico sia come espediente narrativo per portare il film a una convincente conclusione. Oasis, dunque, pur non essendo un film perfetto e difettando forse anche di unāeccessiva lunghezza nelle scene finali, fa trasparire chiaramente uno sguardo molto lucido dellāautore sulle giovani generazioni e su come si possa fare oggi, in Europa, un coming-of-age āborgheseā. E non ĆØ cosa da poco.
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The Difficult Bride, di Rubaiyat Hossain

Uno dei titoli più attesi dalla sezione Orizzonti era sicuramente il quarto lungometraggio di Rubaiyat Hossain. Ambientato nella regione di Dakha, il film racconta di Zaineen, giovane promessa sposa che fatica a seguire i rigidi protocolli pre-matrimonio, tra cui la cura del proprio corpo. à proprio il corpo, però, a diventare il vero campo di battaglia di The Difficult Bride. Hossain trasforma progressivamente i rituali di bellezza in una discesa nel perturbante, facendo emergere sotto la superficie levigata di creme, cerette e trattamenti estetici un immaginario da body horror. Lesioni, sensazioni di qualcosa che striscia sotto la pelle, animali e improvvise alterazioni fisiche trasformano la pressione sociale in una manifestazione concreta e quasi mostruosa. Il corpo di Zaineen, sottoposto alla necessità di essere continuamente corretto e addomesticato, finisce così per ribellarsi alla propria stessa trasformazione. à una scelta efficace anche perché il film non separa nettamente il soprannaturale dalla dimensione psicologica. Ciò che accade potrebbe essere tanto una vera infestazione quanto la materializzazione di un disagio impossibile da esprimere altrimenti. A colpire è anche la regia di Hossain, che trova nelle inquadrature statiche e nella composizione rigorosa degli spazi uno strumento per restituire la sensazione di prigionia della protagonista. La macchina da presa osserva, spesso senza intervenire, mentre il salone di bellezza e gli ambienti domestici diventano gabbie elegantissime. La fissità dell'immagine entra così in contrasto con il progressivo disfacimento del corpo, producendo una tensione sottile che il film sa alimentare attraverso dettagli, silenzi e improvvise intrusioni del grottesco. Il problema è che questa forza visiva non trova sempre un equivalente nella scrittura. The Difficult Bride sembra voler allargare il proprio discorso alla condizione femminile, alle differenze di classe e ai meccanismi sociali che regolano il corpo delle donne, ma finisce per concentrarsi quasi esclusivamente sul rapporto tra Zaineen e la sua aiutante. à in questo confronto tra privilegio e subordinazione che emerge il commento sociale più interessante, ma anche quello più circoscritto. Resta comunque un film curioso e coraggioso, soprattutto per il modo in cui Hossain innesta il folklore e il soprannaturale dentro una realtà quotidiana, senza rinunciare alla propria specificità culturale. Più riuscito come esperienza sensoriale e perturbante che come compiuto discorso politico, The Difficult Bride trova nel corpo della sua protagonista la sua immagine più potente, quello che tutti vogliono rendere perfetto è anche ciò che, alla fine, si rifiuta di obbedire.
Musk, di Alex Gibney

Nel 1937 uscƬ nelle sale il film The Man Who Could Work Miracles di Lothar Mendes. La pellicola racconta di un uomo, George McWhriter Fotheringay, che un giorno scopre di aver ricevuto il potere di far accadere tutto ciò che vuole, diventando cosƬ lāuomo dei miracoli. George si paragona, o meglio si considera un dio. Attraverso i suoi poteri crede di poter fare il bene degli altri e del pianeta, ma il delirio di onnipotenza lo porterĆ invece a distruggere tutto ciò che gli sta attorno. Spesso si dice che la realtĆ superi la fantasia, e chi lāavrebbe mai detto che da quel film del 1937 ci saremmo trovati nel 2026 con un uomo che si considera davvero un dio e che attraverso il capitalismo e la comunicazione sembra avere il mondo in pugno. Alex Gibney giunge a Venezia, fuori concorso, col suo mastodontico documentario Musk, dove cerca di raccontare una storia che tutti noi conosciamo, lāascesa di uno degli uomini più influenti dell'epoca contemporanea: Elon Musk. In quasi tre ore e mezza di documentario, Gibney racconta una storia che tutti noi conosciamo, ma lo fa da un punto di vista che vuole āsmascherareā lāimprenditore sudafricano, per quello che ĆØ: un impostore che attraverso il marketing e il carisma ha fatto strada anche senza averne le reali competenze.Ā Il film scorre bene, il montaggio ĆØ dinamico e il regista inserisce degli intermezzi stile videogioco ā sia per richiamare la passione di Musk nei confronti del videoludico, sia per riprendere una vecchia affermazione dellāimprenditore che sostiene che noi tutti viviamo in una simulazione ā che rappresentano i vari stadi della vita di Elon Musk.Ā Nel corso del documentario Gibney suddivide la vita di Musk in capitoli, che non seguono necessariamente un ordine cronologico, ma i diversi ruoli e vicende che l'ingegnere, imprenditore, figlio, padre, uomo dello spazio, capitalista, re delle comunicazioni, MAGA e politico ha vissuto nel corso della propria esistenza. A raccontare chi sia davvero Elon Musk, il regista ha contattato persone che gli sono state vicino e che nel corso del tempo hanno perso la sua fiducia, compreso suo padre Errol Musk. Nonostante Gibney abbia cercato più volte di contattare Musk per farlo partecipare al progetto, ottenendo alla fine solo un insulto pubblico su X (il compianto Twitter), il regista non ha ceduto ad averlo nel proprio film, arrivando a crearne una versione AI che partecipa al documentario ripetendo vecchie affermazioni fatte dallāimprenditore nel corso degli ultimi 30 anni. Musk non vuole raccontare veritĆ nascoste su una delle figure più influenti e controverse di oggi, ma vuole urlare al mondo: āAprite gli occhi, lui ĆØ sempre stato un impostore e voi lo avete sempre saputoā.
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Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi lāamore, di Federico Francioni e Samuele Sestieri

Samuele Sestieri e Federico Francioni si sono formati attraverso un percorso rigoroso segnato da acclamati documentari e cortometraggi, tra cui il premiato Rue Garibaldi (2021), presentato al Torino Film Festival nel 2021 e vincitore della sezione Doc Italiana proprio nellāanno della sua permanenza al festival. I due registi giungono, questāanno, nella cornice della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia con il loro Si Sveglia, Sbadiglia Il Gatto, Poi LāAmore, film decisamente āalienoā nel panorama italiano odierno e che, in virtù di questi motivi, rappresenta una decisa ventata di freschezza allāinterno del nostro cinema. Nel racconto della vita di Chiara - una bravissima Carlotta Velda Mei - vi ĆØ lo specchio di una generazione che ĆØ ormai completamente frammentata e alienata, sommersa dalla precarietĆ lavorativa ed emotiva e alla disperata ricerca di un segnale e delle sensazioni che riescano a ravvivare i nuovi giovani. Sotto questa coltre molto pessimistica, però, il film rilascia tutta la sua ironia e tutta la sua luce, trasformandosi in continuazione e dando corpo alla frammentazione dellāidentitĆ della sua protagonista attraverso la sua forma, strutturandosi attraverso raccordi liberi e frammentati, alternando la materialitĆ del quotidiano a momenti di sospensione o visioni interiori, con le inquadrature che, in modo del tutto liquido, si evolvono attraverso gli stadi della sua protagonista, passando da un modello post-moderno che inevitabilmente richiama il linguaggio delle pubblicitĆ progresso - come nello splendido incipit - e che risulta incredibilmente fresco e moderno, passando attraverso gesti trattenuti in camera a giochi dāimmagine con doppie esposizioni e split-screen che creano un film quasi punk, sfrenato e libero di giocare in quanto completamente avulso da ogni schema. Eppure, proprio questa libertĆ gli garantisce una contemporaneitĆ e una certa genialitĆ nellāaffrontare, a modo proprio, un presente destabilizzante e inquieto, filtrato però da un senso d'amore e di presenza che fanno da contrappunto proprio a questo stadio emotivo. Si Sveglia, Sbadiglia Il Gatto, Poi LāAmore ĆØ diviso tra le sue due anime, quella più rivoluzionaria/giocosa e quella più gravosa, che Sestieri e Francioni riescono mirabilmente ad equilibrare nel corso del loro film, creando un racconto personale di una delle tante identitĆ dissociate giovanili che abitano il nostro oggi, senza risultare affatto scontati o noiosi.
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Prima della Guerra, di Tommaso Usberti

Regista e sceneggiatore italo-francese diplomatosi alla FĆ©mis di Parigi, Tommaso Usberti - giĆ formatosi attraverso una serie di folgoranti cortometraggi e premiato alla CinĆ©fondation del Festival di Cannes con Deux Ć©garĆ©s sont morts (2017) - approda al lungometraggio dāesordio con Prima della guerra (2026), presentato nella cornice della Settimana Internazionale della Critica alla Mostra del Cinema di Venezia. Il regista si muove tra il racconto di formazione e la cruda indagine sociale, esplorando le dinamiche di isolamento, maschilismo e appartenenza all'interno di una provincia padana emotivamente e culturalmente asfittica, trasformando il territorio nel palcoscenico di una profonda e sotterranea crisi esistenziale. Ereditando dal cinema di Ermanno Olmi un approccio rigoroso e un forte legame con il paesaggio e la materia quotidiana, Usberti mette in scena una riflessione universale sulle crepe della mascolinitĆ contemporanea e sul peso coercitivo dei retaggi culturali. Non ĆØ un caso che nel mondo di Guido (Piero Usberti) - che il cineasta connota in un perimetro in cui l'aggressivitĆ , il razzismo e il machismo rappresentano gli unici strumenti per integrarsi e farsi rispettare, rendendo al pubblico una rappresentazione sanguigna della realtĆ provinciale italiana - non ci sia spazio per la fragilitĆ o la trascendenza spirituale. L'incontro con Sonia, una giovane immigrata kosovara, innesca tuttavia una dissonanza stridente che porta a galla una sotterranea dissociazione tra l'imperativo di conformarsi al gruppo e l'insopprimibile bisogno di autenticitĆ e affetto. La regia di Usberti preferisce un linguaggio essenziale basato su inquadrature misurate, tempi morti e sguardi fissi, ricordando da vicino lāapproccio āolmianoā, ripreso soprattutto nel profondo umanesimo e nella gestione quasi ascetica del ritmo quotidiano della vita dei protagonisti, catturando la violenza endemica e la sottomissione al branco prima ancora che esse esplodano nel gesto fisico. La fotografia, che gioca intelligentemente sulla freddezza della luce naturale ed essenziale della pianura, contribuisce a definire unāatmosfera rarefatta e sospesa, capace di dare corpo e tensione drammatica anche agli spazi più grigi e spogli. Ne emerge unāopera intensa e dolorosa, una riflessione urgente sulla vulnerabilitĆ e sulla ricerca d'amore al confine tra un mondo che sgretola le sue certezze e un futuro ancora tutto da decifrare.
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The H@llow Man, di Kamel Laaridhi

Kamel Laaridhi ha debuttato nel mondo del cinema nel reparto fotografia di produzioni tunisine e internazionali, co-fondando anche la sua casa di produzione nel 2011, chiamata Inside Productions. Laaridhi, nel 2026, approda con il suo primo lungometraggio, dal titolo The H@llow Man, alla SIC di Venezia 2026. Il regista si muove in unāambiziosa intersezione tra il dramma distopico di fantascienza e la cruda indagine politica, esplorando le dinamiche di alienazione, controllo emotivo e ribellione identitaria all'interno di una Tunisia del 2059 fredda e tecnologizzata, trasformando la mente del protagonista e uno spazio clandestino nel palcoscenico di una profonda e sotterranea crisi esistenziale. Allāinterno di questo scenario prettamente di genere, cāĆØ spazio per una riflessione universale e del tutto attualizzata sulla de-realizzazione dei sentimenti e sul peso coercitivo dei regimi di controllo cibernetico. Nel mondo di The H@llow Man, infatti, non vi ĆØ spazio per l'autenticitĆ o la libera espressione del dolore, ma lāunico strumento per provare lāintegrazione ed evitare il collasso sociale ĆØ lāassenza dāempatia. Un film, dunque, che nasce sulla base di un paradosso e che si impone di criticare, in modo indirettamente politico, la stringenza dei governi dittatoriali, che Laaridhi mette in mostra come plasmati totalmente dal potere religioso, immerso tra credenze popolari e superstizioni che appaiono alquanto anacronistiche, plasmano la mente altrui con la manipolazione e gettano più di unāombra sullāallegoria politica che il film racconta, e la necessitĆ doverosa di smarcarsi da loro per ricominciare a vivere. Una riflessione piuttosto attuale, che il regista tunisino preferisce raccontare attraverso unāestetica contemporanea, ricca di glitch, inserti visivi che manipolano il formato dellāimmagine - portandolo dal classico 16:9 al 4:3 improvvisamente - e un contrasto continuo tra luci artificiali algide e le ombre rarefatte degli spazi clandestini, capace di restituire corpo e dimensione drammatica anche ad unāoperazione cosƬ apparentemente interessante. The H@llow Man, però, latita molto dal punto di vista del ritmo e non riesce a smarcarsi da una costruzione molto āfumosaā, poco consistente se non nel suo set-up, che funziona a fasi alterne e resta, nel suo svolgimento, molto poco centrata, decidendo di concretizzare le suggestioni effettive che narra solamente nella parte finale, senza dubbi la più riuscita del lungometraggio.
di Omar Franini, Cecilia Parini, Arturo Garavaglia, Antonio Orrico e Lorenzo SartorĀ
NC-451
10.09.2026
Come a ogni manifestazione cinematografica a cui ODG partecipa, nei prossimi giorni pubblicheremo una serie di reportage per raccontarvi i film che stiamo visionando allā83ĀŖ edizione del Festival di Venezia. Dopo avervi parlato di Primetime di Lance Oppenheim, con protagonista Robert Pattinson ā una delle grosse delusioni di questa Competizione ā oggi ci concentriamo su altri titoli attesi della sezione principale. Partiremo da DAU di Ilya Khrzhanovsky, opera principe dellāomonimo progetto sviluppato dal regista nellāarco degli ultimi ventāanni, per poi proseguire con il ritorno di Florian Zeller al Lido con Bunker, che vede protagonisti Javier Bardem e PenĆ©lope Cruz. Ci concentreremo anche su 15/18, coming-of-age ambientato in un ospedale psichiatrico e firmato da CĆ©dric Kahn; sullo struggente sguardo al femminile di May el-Toukhy in Woman Unknown; e, infine, sul gothic horror Company di Casey Affleck. Per Orizzonti sarĆ invece il turno di Eklipse di Manuel Wetscher, Oasis di Jannis Lenz e The Difficult Bride di Rubaiyat Hossain. Dal Fuori Concorso vi parleremo di Musk di Alex Gibney, mastodontico documentario dedicato alla controversa figura di Elon Musk. Dalle Giornate degli Autori vi racconteremo di Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi lāamore di Federico Francioni e Samuele Sestieri, prima di concludere con due film dalla Settimana Internazionale della Critica: Prima della Guerra di Tommaso Usberti e The H@llow Man di Kamel Laaridhi.
DAU, di Ilya Khrzhanovsky

Con i precedenti capitoli cinematografici del progetto DAU, il cineasta Ilya Khrzhanovsky aveva giĆ costruito un macrocosmo narrativo dove le vite degli abitanti dellāistituto, dove tutte le vicende sono ambientate, si intrecciavano e lo spettatore si ritrovava a ricomporre i pezzi del ricco puzzle. Il nuovo capitolo della serie, presentato in concorso a Venezia, di suo potrebbe fungere sia come punto dāinizio da cui far partire tutte le ramificazione della saga, che come punto dāarrivo che mette luce sui pezzi mancanti del progetto. Essendo infatti composto non solo da materiale inedito, ma anche da sequenze rubate dagli altri capitoli della serie, questo nuovo inizio funge da processo di risemantizzazione dei significati dei vecchi capitoli, in cui attraverso il montaggio Khrzhanovsky dimostra come DAU sia sempre stato un progetto basato sulle possibilitĆ del montaggio e su come dei singoli frammenti possano essere isolati e inseriti in un contesto nuovo, riassumendo pure le varie anime che il progetto ha assunto di film in film. Ma prima di ritrovarsi a suo agio nei luoghi dei capitoli precedenti, lo spettatore cerca di abituarsi a una messa in scena della prima ora dellāopera completamente atipica rispetto ai canoni della serie, che qui assume unāinedita apertura verso lāorizzonte, nei confronti di colori ipersaturati e di un tono lirico che esemplificano la ricerca della felicitĆ che Dau (Teodor Currentzis) inseguirĆ per tutta la vita. Man mano che prosegue, lāopera va a restringersi, passando con scioltezza dal teatro dellāassurdo al kammerspiel, a esemplificare il lento conformarsi del protagonista lungo i decenni alla vita da sottomesso del potere a cui ĆØ stato destinato. Se veramente, come dice il personaggio, inseguire la felicitĆ equivale a plasmare il proprio mondo, lāistituto giĆ di suo rappresenta un palcoscenico creato per soddisfare i desideri umani di potere, che pian piano si spegne nel momento in cui lāessere umano si rende conto che ogni finzione che cerca di apparire reale ĆØ destinata a degradarsi, come il corpo di Dau che durante lāopera passerĆ dal pieno vigore della giovinezza ai cambiamenti della vecchiaia e delle malattie. La morte ĆØ infatti un elemento importante per il film, essendo lāapocalisse nucleare sempre sullo sfondo delle vicende interne allāistituto. Ed ĆØ proprio nel processo di osservare la lenta morte di un uomo che per tutta la vita ha inseguito il simulacro di un mondo mai esistito, che il progetto DAUĀ continua a dirci molto sul cinema del nostro presente.
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Bunker, di Florian Zeller

Dopo il famigerato The Son (2022), la carriera di Florian Zeller ha subito una brusca frenata. Il talentuoso autore di The Father (2020) non ĆØ infatti riuscito a replicare il successo della sua opera prima, finendo per allontanarsi dal possibile capitolo conclusivo della trilogia cinematografica dedicata alla famiglia e tratta dalle sue opere teatrali. Con Bunker, Zeller cambia quindi registro, pur rimanendo ossessionato dalle dinamiche familiari. Al centro cāĆØ un benestante nucleo spagnolo trasferitosi a Londra, apparentemente al riparo da qualsiasi minaccia, fino a quando un miliardario del mondo della tecnologia non chiede al capofamiglia Miguel (Javier Bardem), celebre architetto, di progettare un bunker sotterraneo capace di salvare una trentina di persone in caso di collasso dellāumanitĆ . Un incarico apparentemente innocuo, che inizia però a sedimentare nella mente dellāuomo proprio quando la moglie Sofia (PenĆ©lope Cruz) comincia a interrogarsi sulla funzione etica e morale di un progetto pensato per proteggere i privilegi di pochi. Ć qui che Zeller costruisce il proprio gioco di specchi, dove il bunker non ĆØ soltanto quello commissionato dal miliardario, ma diventa la metafora della casa, della coppia e, più in generale, di una societĆ che sceglie lāisolamento come risposta alla paura. La crepa nel muro provocata dal vicino Toby (Stephen Graham), che vuole aprire una finestra sulla proprietĆ dei protagonisti, diventa cosƬ lāaltra faccia della stessa ossessione, da una parte chi vuole chiudersi al mondo, dallāaltra chi pretende di entrarvi. Non ĆØ un caso che il film nasca anche dallāinfluenza di El hombre de al lado (2009) di Gastón Duprat e Mariano Cohn, dei quali Zeller riprende proprio lāidea della finestra come detonatore della paranoia. Il problema ĆØ che Zeller non ĆØ mai particolarmente sottile nellāaffrontare le proprie tematiche. Anzi, sembra quasi voler trasformare la didascalia in una precisa scelta estetica. I dialoghi spiegano, ribadiscono e sottolineano, il sottotesto finisce continuamente per emergere in superficie, fino a rendere alcune battute involontariamente comiche. Eppure, proprio questa eccentricitĆ rende Bunker un oggetto sorprendentemente affascinante. Zeller non sembra davvero interessato a realizzare un thriller puro e quando la storia vira verso lāhome invasion, nella seconda parte, il film sembra quasi sabotare deliberatamente le proprie ambizioni di suspense, preferendo il grottesco, lāassurdo e una tensione che non rinuncia mai a parlare di qualcosāaltro. Le metafore sono ovunque: la casa trasparente, il buco nel muro, il bunker, persino la disposizione dei personaggi nello spazio. Quando Miguel e Sofia sono ancora una coppia, occupano insieme il centro dellāinquadratura; mentre il loro rapporto si sgretola, Zeller li separa visivamente, relegandoli ai lati opposti del quadro. Ć una regia forse fin troppo consapevole, ma capace di trovare una propria eleganza. A tenere tutto insieme sono soprattutto Javier Bardem e PenĆ©lope Cruz, magnifici nel trasformare una coppia in crisi in qualcosa di credibile anche quando la scrittura li costringe a confrontarsi con dialoghi spesso eccessivi. Bunker ĆØ dunque un film imperfetto, spesso didascalico e incapace di trovare un equilibrio definitivo tra satira, dramma coniugale e thriller. Ma proprio nella sua ostinazione, nella volontĆ quasi ossessiva di trasformare ogni elemento in una metafora, conserva qualcosa di genuinamente interessante. Lāimmagine di una coppia che, nel tentativo di proteggersi dalle minacce del mondo, finisce per interrogarsi sui privilegi che le permettono di vivere separata da esso.
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15/18, di CƩdric Kahn

La recente filmografia di CĆ©dric Kahn ĆØ forse tra le più interessanti degli ultimi anni: passato dal courtroom drama di Le procĆØs Goldman (2023) allāesplorazione, in chiave comica, del mondo della produzione cinematografica con Making Of (2023), il prolifico regista francese si immerge questa volta nelle dinamiche di un reparto psichiatrico dedicato agli adolescenti tra i 15 e i 18 anni. Alla sua prima comparsa in concorso alla Mostra di Venezia, Kahn confeziona un piccolo gioiello capace di raccontare le singolari esperienze dei suoi giovani protagonisti con estrema sensibilitĆ . Dopo le prime scene dedicate alla presentazione dei vari personaggi, tra cui la ribelle Lucia (Malou Khebizi), il film entra nel vivo durante le sessioni di terapia, vero cuore dellāopera. Kahn riesce a differenziare cinematograficamente ogni incontro, adattando ritmo, messa in scena e registro alle diverse personalitĆ dei ragazzi e lasciando emergere fragilitĆ , rabbia e paure senza mai ricorrere a facili giudizi. Ed ĆØ proprio nel suo carattere corale che 15/18 trova forse la sua intuizione più riuscita. Kahn non trasforma il reparto in un semplice contenitore di storie individuali, ma in un vero e proprio microcosmo della societĆ francese, dove fragilitĆ familiari, disuguaglianze, abusi e solitudini finiscono per convivere dietro le stesse porte. Il regista mantiene però sempre lo sguardo sui ragazzi, evitando di ridurli alla loro patologia. Persino nei momenti più duri, il dolore convive con lāironia, la complicitĆ e una vitalitĆ tipicamente adolescenziale. Lāesempio più lampante ĆØ la sequenza dove una breve lite si trasforma in un momento di pura comunitĆ adolescenziale sulle note del brano RĆ©seaux di Niska. Ć questo equilibrio tra sofferenza e desiderio di vivere a impedire al film di scivolare completamente nel miserabilismo, conferendogli una sorprendente energia nonostante lāambientazione. A rendere ancora più credibile il racconto ĆØ poi un cast composto in larga parte da interpreti esordienti, capaci di restituire ai dialoghi una spontaneitĆ e una ruviditĆ che difficilmente avrebbero avuto attori più navigati. Per gran parte della sua durata, Kahn percorre però binari piuttosto sicuri, quelli ormai consolidati del cinema sociale francese, senza discostarsene particolarmente. Ć negli ultimi venti minuti che il film cambia improvvisamente direzione; una svolta inizialmente sorprendente, persino discutibile, che rischia di apparire come una forzatura rispetto a quanto costruito fino a quel momento. SarĆ però la scena conclusiva, tanto semplice quanto significativa, a dare senso a questa improvvisa sovversione narrativa, rileggendo ciò che abbiamo visto sotto una luce diversa. Un finale che non elimina del tutto le perplessitĆ , ma che contribuisce a rendere il film più ambiguo e stratificato di quanto la sua prima parte lasciasse immaginare.
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Woman Unknown, di May el-Toukhy

āLa guerra non ha un volto di donnaā. CosƬ apre il film Woman Unknown di May el-Toukhy e presentato in Concorso a Venezia 83. La citazione ĆØ di Svjatlana AleksieviÄ e fa riferimento alla sua opera omonima, nella quale la scrittrice bielorussa raccoglie 200 testimonianze di donne che hanno vissuto la seconda guerra mondiale. Come nella letteratura, e anche nel cinema, la guerra ha sempre un volto maschile: il soldato che sta sul fronte o il partigiano che lotta nella propria casa, mentre le donne sono quasi sempre āextraā nella storia, ma quasi mai reali protagoniste. May el-Toukhy col suo film vuole raccontare anche quellāaltro volto della guerra, quel femminile che non solo ha dovuto fare di tutto per sopravvivere al conflitto ma anche quando tutto sembra finito. Marie fa la bambinaia in una casa alto borghese dove la vita scorre serena mentre fuori scoppia la gioia per la liberazione danese dopo anni di occupazione nazzista. Nella tranquillitĆ della ricca casa, la vita di Marie sta per cambiare perchĆ© si avvicinano le nozze con Christian, il suo datore di lavoro. Questo matrimonio renderĆ Marie la donna della casa e potrĆ vivere per sempre una vita agiata, ma ĆØ proprio quando tutto sembra andare per il verso giusto che succede sempre lāimprevisto peggiore. May el-Toukhy racconta in conferenza stampa di essere rimasta colpita dalla foto di una donna seduta su una panchina, coi vestiti strappati e una svastica dipinta sulla schiena. Da quella storia inizia a fare ricerca sulle donne che furono accusate di collaborazionismo coi tedeschi e per questo venivano punite e umiliate sulla pubblica piazza. La punizione consisteva soprattutto nella rasatura dei capelli, fatte con enormi forbici e con forza, tanto da far sanguinare spesso la testa delle donne colpite da tale umiliazione, poi venivano loro strappate le vesti, come a dover far vedere a tutti il corpo di colei che ha tradito la patria e infine marchiarlo col simbolo del nemico, un enorme svastica rossa sulla schiena, cosƬ che tutti sapessero. La fotografia del film dai toni scuri ĆØ inĀ contrasto con lāatmosfera festante di un popolo libero dalla guerra e da un nemico, o anche solo di un matrimonio, ci fanno immergere ancora di più nelle paure che prova la protagonista. Mathilde Arcel, che interpreta Marie, ĆØ impeccabile. Attraverso il corpo e lo sguardo ci comunica immediatamente le emozioni del proprio personaggio, le sue paure e angosce ma anche il senso di colpa di portare il peso di un segreto che nessuno dovrĆ mai scoprire. Con Woman Unknown la regista danese non vuole raccontare nello specifico di Marie, ma di tutte le donne che hanno visto il proprio corpo trasformarsi in altro, in una merce di scambio per sopravvivere, in un oggetto preso dagli occupanti e successivamente ripreso dai propri concittadini. La donna sconosciuta ĆØ tale perchĆ© ha diritto di essere solo un oggetto da punire e riconquistare.
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Company, di Casey Affleck

Nel nuovo film di Casey Affleck, tre volte uno sconosciuto viene invitato a entrare in casa. Pur appartenendo a tre epoche distinte, le tre donne di queste storie sono collegate dallāambiguitĆ del filo dello storytelling: la protagonista del primo livello racconta la storia della seconda, che a sua volta narra la vita della terza. Affleck rivela fin da subito il suo debito nei confronti del cinema classico hollywoodiano mettendo in scena unāambientazione piccola, ma caratteristica del western, dove i personaggi, più che esseri umani sfaccettati, rappresentano delle icone, dei segni puri del genere dāappartenenza. Nel suo impostare Company come una serie di storie allāinterno di altre storie, il regista dona al film un respiro contemporaneo che lo allontana subito dal rischio di conservatorismo che il setting sembrava suggerire. Lāopera terza di Casey Affleck non rappresenta esclusivamente una matrioska dove tante storie vengono raccontate allāinterno di altre storie, o un gioco intellettuale di narrazione chirurgica, ma vuole mettere in discussione la stessa scissione tra realtĆ e rappresentazione. Tutti i racconti nei racconti, le bugie e le veritĆ che vengono narrate da un personaggio allāaltro sono reali su un medesimo piano rappresentazionale, in quanto il cinema esibisce la sua autoriflessivitĆ dietro ognuno di questi frammenti, dicendo chiaramente che lo statuto delle immagini mediate da sguardi altrui ĆØ sempre, di suo, fonte di incertezza. Questa opera meta-riflessiva non ricerca però la forma giocosa del cinema del Pampero, bensƬ lāausteritĆ formale di un linguaggio minimalista, lontano dai virtuosismi e segnato semplicemente da campi e controcampi, inquadrature totali, immagini simboliche ripetute e un ritmo lento. Ci sono colpi di scena e momenti scioccanti, ma tutto ĆØ accompagnato da una linea volutamente monocorde e da una decostruzione dei vari generi americani che coglie alla sprovvista senza mai sfociare nel giĆ visto. Tutto perchĆ© questi personaggi, le loro vite e i luoghi che abitano sono solo ombre di altre storie, come se man mano i racconti che continuano a passare di narratore in narratore cominciassero a svanire. Pur avendo le idee chiare a livello teorico, Affleck riesce comunque a equilibrare i vari livelli del film, non dimenticandosi mai che alla base di questa spirale rimane comunque centrale lāesistenza umana e lāidea che la vita assuma un valore pieno solo nel momento in cui viene raccontata da voci altrui.
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Eklipse, di Manuel Wetscher

In concorso nella sezione Orizzonti, Eklipse ĆØ lāesordio al lungometraggio del regista tedesco Manuel Wetscher. Girato nella cornice naturale delle Alpi, il film ĆØ un coming-of-age ambientato nellāestate del 1999, nei giorni antecedenti a unāeclissi, in cui due ragazzini vedono la propria amicizia incrinarsi a seguito della scoperta da parte dellāuno che il padre dellāaltro ha lāAIDS. Sin dalla scelta dalle primissime immagini, appare evidente come la macchina da presa di Wetscher sia interessata a stare molto vicina ai corpi, a cercare simmetrie nei dettagli e negli stacchi di montaggio, ad alimentare un senso di tattilitĆ con la materia ripresa. Questa idea di messa in scena, estremamente interessante e che denota anche una certa sensibilitĆ della regia nella costruzione delle singole sequenze, si accompagna purtroppo a una storia che sembra prendersi un poā troppo tempo per venire raccontata. Nonostante la lodevole intuizione di dare il primato allāazione e non al dialogo, il logorarsi dei rapporti fra i due giovani protagonisti sembra consumarsi a scoppio ritardato, con una fretta che contraddice i tempi piuttosto distesi dellāintera prima parte del film. Allo stesso modo, alcuni elementi nella sceneggiatura ā lungi dal costruire unāatmosfera o dal definire al meglio un certo ambiente umano in cui la vicenda si svolge ā appesantiscono la narrazione, disperdono invece di concentrare, risultando ora sin troppo ridondanti ora sin troppo vacui. Se il tema dellāAIDS e della discriminazione che questa malattia comporta ĆØ ancora urgente, purtroppo il film di Wetscher non riesce appieno a trasmettere la sua urgenza. La sensazione, finito il film, ĆØ che il regista tedesco abbia voluto raccontare una storia estremamente personale ā il padre ĆØ morto per un tumore causato dallāAIDS ā ma che nel farlo non abbia trovato il dispositivo narrativo adeguato per rendere il film universale. UnāuniversalitĆ che, paradossalmente, viene semmai trasmessa dal ricorso a immagini dāarchivio - appartenenti allo stesso Wetscher - che aprono uno squarcio che collega lo spettatore alla realtĆ personale dellāautore e danno visibilitĆ a un padre malato di AIDS che nella diegesi non viene mai mostrato. Unāintuizione lodevole, che dona al film un senso di malinconia ed allo stesso tempo rende lāeclissi metafora per parlare di labilitĆ ed evanescenza del ricordo. Unāintuizione che riesce solo nel finale a far instaurare fra film e spettatore un dialogo affettivo e intellettuale attivo fin lƬ precluso.
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Oasis, di Jannis Lenz

Presentato in concorso nella sezione Orizzonti, Oasis ĆØ lāesordio al lungometraggio di finzione del regista tedesco Jannis Lenz. Al centro della vicenda vi ĆØ la relazione fra tre adolescenti, due ragazzi e una ragazza, che, a seguito di tensioni che si sviluppano dopo la pubblicazione di un video in cui uno di loro minaccia i suoi compagni di classe, trovano rifugio in un bosco in cui danno il via a una serie di ritualitĆ . Ć un film che si pone faccia a faccia con il contemporaneo, Oasis. Lo ĆØ poichĆ© ĆØ evidente che nel ritratto che Lenz prova a fare della generazione portata in scena, e di quella dei loro padri, al di fuori del quadro si sentono gli echi della guerra in Europa, del riarmo, di unāatmosfera di militarizzazione che si ripercuote inevitabilmente sul vissuto dei più giovani. Allo stesso tempo, lāopera di Jannis Lenz recupera temi mai sopiti nel discorso contemporaneo sui giovani, sulla questione dellāipervisibilitĆ propria dei social contemporanei, sulla circolazione di video virali, sul cosiddetto cyberbullismo, ma li approccia con un punto di vista del tutto inedito. I protagonisti del film, infatti, sembrano compiere una serie di ritualitĆ volte a trattenere, a diluire, a fare gli anticorpi per anestetizzare la violenza e la sofferenza che li circonda. Particolarmente significativa ĆØ la figura femminile dei tre, Maya (Matilda Smidt), la quale dĆ il lĆ a queste ritualitĆ , tenendo traccia di esse su una vecchia videocamera che ogni volta che registra sovrascrive i video precedenti. Un tentativo di sottrarsi, di separarsi dal mondo, che pur prendendo una piega via via sempre più disturbante e implausibile, attiene molto di più alla realtĆ di quanto non possa sembrare. Sono tante le tematiche che Oasis prova a sollevare, e il film di Lenz ha il pregio di scegliere una forma molto asciutta ed essenziale nella messa in scena, lasciando parlare più i quadri che i movimenti di camera, dosando con grande attenzione i tempi dellāinquadratura ā i long-take presenti nel film hanno tutti una notevole forza drammaturgica ā facendoci apprezzare le ottime performance dellāintero cast. Purtroppo, quando il focus di Lenz viene spostato nella relazione fra gli adulti e i ragazzi, la distanza generazionale viene sin troppo esibita, e la narrazione stessa mostra alcune ingenuitĆ che fanno percepire sin troppo un approccio smaccatamente āa tesiā nei confronti dellāoggetto del racconto. Ć una manchevolezza a cui vanno incontro molti film che trattano di giovani e scuola, ma che in Oasis con il passare dei minuti diventa sempre più evidente. Certo, non mancano anche nel tratteggiare il mondo scolastico alcune felici intuizioni: lāintroduzione del personaggio dellāex-militare che fa corsi nelle scuole per gestire la rabbia ā ad esempio ā funziona sia dal punto di vista metaforico sia come espediente narrativo per portare il film a una convincente conclusione. Oasis, dunque, pur non essendo un film perfetto e difettando forse anche di unāeccessiva lunghezza nelle scene finali, fa trasparire chiaramente uno sguardo molto lucido dellāautore sulle giovani generazioni e su come si possa fare oggi, in Europa, un coming-of-age āborgheseā. E non ĆØ cosa da poco.
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The Difficult Bride, di Rubaiyat Hossain

Uno dei titoli più attesi dalla sezione Orizzonti era sicuramente il quarto lungometraggio di Rubaiyat Hossain. Ambientato nella regione di Dakha, il film racconta di Zaineen, giovane promessa sposa che fatica a seguire i rigidi protocolli pre-matrimonio, tra cui la cura del proprio corpo. à proprio il corpo, però, a diventare il vero campo di battaglia di The Difficult Bride. Hossain trasforma progressivamente i rituali di bellezza in una discesa nel perturbante, facendo emergere sotto la superficie levigata di creme, cerette e trattamenti estetici un immaginario da body horror. Lesioni, sensazioni di qualcosa che striscia sotto la pelle, animali e improvvise alterazioni fisiche trasformano la pressione sociale in una manifestazione concreta e quasi mostruosa. Il corpo di Zaineen, sottoposto alla necessità di essere continuamente corretto e addomesticato, finisce così per ribellarsi alla propria stessa trasformazione. à una scelta efficace anche perché il film non separa nettamente il soprannaturale dalla dimensione psicologica. Ciò che accade potrebbe essere tanto una vera infestazione quanto la materializzazione di un disagio impossibile da esprimere altrimenti. A colpire è anche la regia di Hossain, che trova nelle inquadrature statiche e nella composizione rigorosa degli spazi uno strumento per restituire la sensazione di prigionia della protagonista. La macchina da presa osserva, spesso senza intervenire, mentre il salone di bellezza e gli ambienti domestici diventano gabbie elegantissime. La fissità dell'immagine entra così in contrasto con il progressivo disfacimento del corpo, producendo una tensione sottile che il film sa alimentare attraverso dettagli, silenzi e improvvise intrusioni del grottesco. Il problema è che questa forza visiva non trova sempre un equivalente nella scrittura. The Difficult Bride sembra voler allargare il proprio discorso alla condizione femminile, alle differenze di classe e ai meccanismi sociali che regolano il corpo delle donne, ma finisce per concentrarsi quasi esclusivamente sul rapporto tra Zaineen e la sua aiutante. à in questo confronto tra privilegio e subordinazione che emerge il commento sociale più interessante, ma anche quello più circoscritto. Resta comunque un film curioso e coraggioso, soprattutto per il modo in cui Hossain innesta il folklore e il soprannaturale dentro una realtà quotidiana, senza rinunciare alla propria specificità culturale. Più riuscito come esperienza sensoriale e perturbante che come compiuto discorso politico, The Difficult Bride trova nel corpo della sua protagonista la sua immagine più potente, quello che tutti vogliono rendere perfetto è anche ciò che, alla fine, si rifiuta di obbedire.
Musk, di Alex Gibney

Nel 1937 uscƬ nelle sale il film The Man Who Could Work Miracles di Lothar Mendes. La pellicola racconta di un uomo, George McWhriter Fotheringay, che un giorno scopre di aver ricevuto il potere di far accadere tutto ciò che vuole, diventando cosƬ lāuomo dei miracoli. George si paragona, o meglio si considera un dio. Attraverso i suoi poteri crede di poter fare il bene degli altri e del pianeta, ma il delirio di onnipotenza lo porterĆ invece a distruggere tutto ciò che gli sta attorno. Spesso si dice che la realtĆ superi la fantasia, e chi lāavrebbe mai detto che da quel film del 1937 ci saremmo trovati nel 2026 con un uomo che si considera davvero un dio e che attraverso il capitalismo e la comunicazione sembra avere il mondo in pugno. Alex Gibney giunge a Venezia, fuori concorso, col suo mastodontico documentario Musk, dove cerca di raccontare una storia che tutti noi conosciamo, lāascesa di uno degli uomini più influenti dell'epoca contemporanea: Elon Musk. In quasi tre ore e mezza di documentario, Gibney racconta una storia che tutti noi conosciamo, ma lo fa da un punto di vista che vuole āsmascherareā lāimprenditore sudafricano, per quello che ĆØ: un impostore che attraverso il marketing e il carisma ha fatto strada anche senza averne le reali competenze.Ā Il film scorre bene, il montaggio ĆØ dinamico e il regista inserisce degli intermezzi stile videogioco ā sia per richiamare la passione di Musk nei confronti del videoludico, sia per riprendere una vecchia affermazione dellāimprenditore che sostiene che noi tutti viviamo in una simulazione ā che rappresentano i vari stadi della vita di Elon Musk.Ā Nel corso del documentario Gibney suddivide la vita di Musk in capitoli, che non seguono necessariamente un ordine cronologico, ma i diversi ruoli e vicende che l'ingegnere, imprenditore, figlio, padre, uomo dello spazio, capitalista, re delle comunicazioni, MAGA e politico ha vissuto nel corso della propria esistenza. A raccontare chi sia davvero Elon Musk, il regista ha contattato persone che gli sono state vicino e che nel corso del tempo hanno perso la sua fiducia, compreso suo padre Errol Musk. Nonostante Gibney abbia cercato più volte di contattare Musk per farlo partecipare al progetto, ottenendo alla fine solo un insulto pubblico su X (il compianto Twitter), il regista non ha ceduto ad averlo nel proprio film, arrivando a crearne una versione AI che partecipa al documentario ripetendo vecchie affermazioni fatte dallāimprenditore nel corso degli ultimi 30 anni. Musk non vuole raccontare veritĆ nascoste su una delle figure più influenti e controverse di oggi, ma vuole urlare al mondo: āAprite gli occhi, lui ĆØ sempre stato un impostore e voi lo avete sempre saputoā.
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Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi lāamore, di Federico Francioni e Samuele Sestieri

Samuele Sestieri e Federico Francioni si sono formati attraverso un percorso rigoroso segnato da acclamati documentari e cortometraggi, tra cui il premiato Rue Garibaldi (2021), presentato al Torino Film Festival nel 2021 e vincitore della sezione Doc Italiana proprio nellāanno della sua permanenza al festival. I due registi giungono, questāanno, nella cornice della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia con il loro Si Sveglia, Sbadiglia Il Gatto, Poi LāAmore, film decisamente āalienoā nel panorama italiano odierno e che, in virtù di questi motivi, rappresenta una decisa ventata di freschezza allāinterno del nostro cinema. Nel racconto della vita di Chiara - una bravissima Carlotta Velda Mei - vi ĆØ lo specchio di una generazione che ĆØ ormai completamente frammentata e alienata, sommersa dalla precarietĆ lavorativa ed emotiva e alla disperata ricerca di un segnale e delle sensazioni che riescano a ravvivare i nuovi giovani. Sotto questa coltre molto pessimistica, però, il film rilascia tutta la sua ironia e tutta la sua luce, trasformandosi in continuazione e dando corpo alla frammentazione dellāidentitĆ della sua protagonista attraverso la sua forma, strutturandosi attraverso raccordi liberi e frammentati, alternando la materialitĆ del quotidiano a momenti di sospensione o visioni interiori, con le inquadrature che, in modo del tutto liquido, si evolvono attraverso gli stadi della sua protagonista, passando da un modello post-moderno che inevitabilmente richiama il linguaggio delle pubblicitĆ progresso - come nello splendido incipit - e che risulta incredibilmente fresco e moderno, passando attraverso gesti trattenuti in camera a giochi dāimmagine con doppie esposizioni e split-screen che creano un film quasi punk, sfrenato e libero di giocare in quanto completamente avulso da ogni schema. Eppure, proprio questa libertĆ gli garantisce una contemporaneitĆ e una certa genialitĆ nellāaffrontare, a modo proprio, un presente destabilizzante e inquieto, filtrato però da un senso d'amore e di presenza che fanno da contrappunto proprio a questo stadio emotivo. Si Sveglia, Sbadiglia Il Gatto, Poi LāAmore ĆØ diviso tra le sue due anime, quella più rivoluzionaria/giocosa e quella più gravosa, che Sestieri e Francioni riescono mirabilmente ad equilibrare nel corso del loro film, creando un racconto personale di una delle tante identitĆ dissociate giovanili che abitano il nostro oggi, senza risultare affatto scontati o noiosi.
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Prima della Guerra, di Tommaso Usberti

Regista e sceneggiatore italo-francese diplomatosi alla FĆ©mis di Parigi, Tommaso Usberti - giĆ formatosi attraverso una serie di folgoranti cortometraggi e premiato alla CinĆ©fondation del Festival di Cannes con Deux Ć©garĆ©s sont morts (2017) - approda al lungometraggio dāesordio con Prima della guerra (2026), presentato nella cornice della Settimana Internazionale della Critica alla Mostra del Cinema di Venezia. Il regista si muove tra il racconto di formazione e la cruda indagine sociale, esplorando le dinamiche di isolamento, maschilismo e appartenenza all'interno di una provincia padana emotivamente e culturalmente asfittica, trasformando il territorio nel palcoscenico di una profonda e sotterranea crisi esistenziale. Ereditando dal cinema di Ermanno Olmi un approccio rigoroso e un forte legame con il paesaggio e la materia quotidiana, Usberti mette in scena una riflessione universale sulle crepe della mascolinitĆ contemporanea e sul peso coercitivo dei retaggi culturali. Non ĆØ un caso che nel mondo di Guido (Piero Usberti) - che il cineasta connota in un perimetro in cui l'aggressivitĆ , il razzismo e il machismo rappresentano gli unici strumenti per integrarsi e farsi rispettare, rendendo al pubblico una rappresentazione sanguigna della realtĆ provinciale italiana - non ci sia spazio per la fragilitĆ o la trascendenza spirituale. L'incontro con Sonia, una giovane immigrata kosovara, innesca tuttavia una dissonanza stridente che porta a galla una sotterranea dissociazione tra l'imperativo di conformarsi al gruppo e l'insopprimibile bisogno di autenticitĆ e affetto. La regia di Usberti preferisce un linguaggio essenziale basato su inquadrature misurate, tempi morti e sguardi fissi, ricordando da vicino lāapproccio āolmianoā, ripreso soprattutto nel profondo umanesimo e nella gestione quasi ascetica del ritmo quotidiano della vita dei protagonisti, catturando la violenza endemica e la sottomissione al branco prima ancora che esse esplodano nel gesto fisico. La fotografia, che gioca intelligentemente sulla freddezza della luce naturale ed essenziale della pianura, contribuisce a definire unāatmosfera rarefatta e sospesa, capace di dare corpo e tensione drammatica anche agli spazi più grigi e spogli. Ne emerge unāopera intensa e dolorosa, una riflessione urgente sulla vulnerabilitĆ e sulla ricerca d'amore al confine tra un mondo che sgretola le sue certezze e un futuro ancora tutto da decifrare.
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The H@llow Man, di Kamel Laaridhi

Kamel Laaridhi ha debuttato nel mondo del cinema nel reparto fotografia di produzioni tunisine e internazionali, co-fondando anche la sua casa di produzione nel 2011, chiamata Inside Productions. Laaridhi, nel 2026, approda con il suo primo lungometraggio, dal titolo The H@llow Man, alla SIC di Venezia 2026. Il regista si muove in unāambiziosa intersezione tra il dramma distopico di fantascienza e la cruda indagine politica, esplorando le dinamiche di alienazione, controllo emotivo e ribellione identitaria all'interno di una Tunisia del 2059 fredda e tecnologizzata, trasformando la mente del protagonista e uno spazio clandestino nel palcoscenico di una profonda e sotterranea crisi esistenziale. Allāinterno di questo scenario prettamente di genere, cāĆØ spazio per una riflessione universale e del tutto attualizzata sulla de-realizzazione dei sentimenti e sul peso coercitivo dei regimi di controllo cibernetico. Nel mondo di The H@llow Man, infatti, non vi ĆØ spazio per l'autenticitĆ o la libera espressione del dolore, ma lāunico strumento per provare lāintegrazione ed evitare il collasso sociale ĆØ lāassenza dāempatia. Un film, dunque, che nasce sulla base di un paradosso e che si impone di criticare, in modo indirettamente politico, la stringenza dei governi dittatoriali, che Laaridhi mette in mostra come plasmati totalmente dal potere religioso, immerso tra credenze popolari e superstizioni che appaiono alquanto anacronistiche, plasmano la mente altrui con la manipolazione e gettano più di unāombra sullāallegoria politica che il film racconta, e la necessitĆ doverosa di smarcarsi da loro per ricominciare a vivere. Una riflessione piuttosto attuale, che il regista tunisino preferisce raccontare attraverso unāestetica contemporanea, ricca di glitch, inserti visivi che manipolano il formato dellāimmagine - portandolo dal classico 16:9 al 4:3 improvvisamente - e un contrasto continuo tra luci artificiali algide e le ombre rarefatte degli spazi clandestini, capace di restituire corpo e dimensione drammatica anche ad unāoperazione cosƬ apparentemente interessante. The H@llow Man, però, latita molto dal punto di vista del ritmo e non riesce a smarcarsi da una costruzione molto āfumosaā, poco consistente se non nel suo set-up, che funziona a fasi alterne e resta, nel suo svolgimento, molto poco centrata, decidendo di concretizzare le suggestioni effettive che narra solamente nella parte finale, senza dubbi la più riuscita del lungometraggio.