
di Omar Franini, Cecilia Parini, Arturo Garavaglia e Lorenzo SartorĀ
NC-450
08.09.2026
Come ad ogni manifestazione cinematografica a cui ODG partecipa, nei prossimi giorni pubblicheremo diversi reportage in cui vi racconteremo i film che stiamo visionando alla 83 edizione del Festival di Venezia. Dopo avervi parlato di InkĀ di Danny Boyle, film dāapertura della manifestazione, e Wild Horse Nine di Martin McDonagh, oggi entriamo nel vivo delle sezioni principali, concentrandoci sui primi lungometraggi presentati. Tra questi, due titoli in concorso: Bucking Fastard di Werner Herzog, grande ritorno al cinema di finzione del cineasta tedesco, e Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto, ennesimo racconto bellico del regista giapponese. Dal Fuori Concorso vi racconteremo di Queer Edward II di Theo Rollason, documentario sul celebre film di Derek Jarman e del divisivo The Basics of Philosophy di Paul Schrader. Per la sezione Orizzonti vi parleremo del film di apertura, La ragazza con la leica di Alina Marazzi, La cittĆ dei vivi di Edoardo Gabbriellini, Too Much Sugar di Robert Greene. Chiuderemo con due titoli da Giornate degli Autori; Anatomia di un ritratto di Francesco Clerici e Mattia Colombo, e I plant my hand in the garden, di Hoda Taheri e Boris Hadzija
Anatomia di un ritratto, di Francesco Clerici e Mattia Colombo

Presentato nella sezione Notti Veneziane delle Giornate degli Autori, Anatomia di un ritratto ĆØ la seconda collaborazione fra i documentaristi Francesco Clerici e Mattia Colombo e si sofferma sulla figura di Fernanda Wittgens, storica direttrice della Pinacoteca di Brera negli anni del fascismo e nel primo decennio del dopoguerra, che durante la II Guerra Mondiale si adoperò per far fuggire gli ebrei in Svizzera e per salvare i dipinti esposti nel museo dai bombardamenti alleati, di cui ci restano solo qualche foto, diverse lettere e pochi secondi di filmato. Sin dal titolo ā una dichiarazione programmatica ā risulta evidente come gli autori rifuggano i canoni del biopic o del documentario biografico per soffermarsi sul processo di incorporazione e di messa in forma di una figura di cui la storia ha lasciato poche tracce da parte di unāattrice ā Sara Drago ā chiamata ad interpretarla con lāaiuto della principale biografa e studiosa di quella figura, la storica dellāarte Giovanna Ginex. Clerici e Colombo, dunque, si soffermano sullāanatomia, su ciò che sta prima del ritratto, sugli schizzi preparatori, immergendo lo spettatore nellāatelier di un pittore che prova a dare una presenza, unāidentitĆ concreta, a un personaggio di cui la storia ha conservato solo pochi frammenti di un volto ufficiale. In questa doppia tensione, il film si inserisce alla perfezione nelle filmografie singole degli autori: il primo, Francesco Clerici, lo ricordiamo per Il gesto delle mani (2015), documentario dāosservazione che testimonia il processo artistico dellāofficina dello scultore Velasco Vitali, il secondo, Mattia Colombo, per Sconosciuti Puri (2023), ritratto dellāantropologa forense Cristina Cattaneo, direttrice di un laboratorio che si occupa dellāidentificazione di cadaveri senza identitĆ . Anatomia di un ritratto, dunque, ĆØ sia la documentazione di un processo artistico, sia un film-saggio sulle possibilitĆ e le impossibilitĆ del film biografico, sia un'opera sulle possibilitĆ delle immagini di dare forma e corpo a persone che non hanno lasciato immagini di sĆ©. Il ricorso creativo alle immagini dāarchivio, immagini che non ritraggono Fernanda Wittgens, serve a colmare il vuoto iconografico della sua vicenda biografica. Lungi dallāessere però solo una mera didascalia, esse interagiscono direttamente con il processo interpretativo di Sara Drago, fino a dare forma a un campo/controcampo impossibile nel celebre discorso che la Wittgens tenne alla riapertura di Brera dopo i lavori di ricostruzione seguiti ai bombardamenti. La macchina da presa di Clerici e Colombo ĆØ inoltre estremamente sensibile nel percepire il cambiamento, fisico ed emotivo, posturale e vocale, di Sara Drago. Da unāiniziale attitudine estremamente formale e āaccademicaā nel rapporto con il personaggio e con la storica Giovanna Ginex, lāattrice sviluppa progressivamente una crescente intimitĆ e confidenza con lāambiente e con il personaggio che la portano a modificare la propria fisicitĆ e vocalitĆ , fino a un monologo finale, girato in un raccolto ma folgorante primo piano - in cui, fuori dallo spazio di ricerca dello studio di registrazione, lāattrice sembra dare realmente voce allāanima di Fernanda Wittgens. Il ritratto ĆØ compiuto.
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Bucking Fastard, di Werner Herzog

Le due sorelle Holbrooke seguono lo stesso copione, ma non sono una persona sola. Allo stesso modo, le loro interpreti, Kate Mara e Rooney Mara, sono due attrici distinte con particolaritĆ individuali, ma rappresentano un nucleo recitativo unitario. Lāuna ripete sempre le battute dellāaltra, le due attrici sono sempre presenti assieme in scena e allāinterno di una sceneggiatura dal registro allucinatorio, che trova molto presto la chiave per abbandonare la narrazione classica e inseguire lāonirismo, ĆØ il loro muoversi anarchico tra uno spazio allāaltro allāinterno di un presente indefinito a portare avanti un film interamente pensato sulle spalle della coppia di performer. Lāumorismo con cui il cineasta tedesco ci introduce a questo mondo simile al nostro ricerca cosƬ il costante straniamento, rifiutando la trasparenza assoluta in favore dellāambiguitĆ di statuto. Non a caso la nuova opera di Werner Herzog inizia con una dedica a David Lynch, perchĆ© la scissione dellāidentitĆ personale in entitĆ disuguali e distinte ha sempre accomunato il cinema di entrambi i registi. Le due protagonista, come in una variazione di Mulholland Drive (2001) che sostituisce le luci artificiali di Hollywood con i grigi paesaggi industriali del Regno Unito, cercano un universo oltre la loro realtĆ in cui il male non può esistere, ma finiscono per credere in immagini fasulle, in altre dimensioni create come via di fuga semplicistica da un mondo che gli esseri umani non riescono a comprendere. Ad esempio, in una scena chiave che esemplifica lāidea di Herzog sulla possibilitĆ di conoscere il reale, un individuo che soffre di problematiche psichiche arriva a tagliare i capelli a una delle due sorelle per riuscire a distinguerle, perchĆ© lāuomo soffre il perturbamento di non poter riconoscere il mondo che ci circonda ed ĆØ disposto a deturparlo pur di arrivare a una veritĆ , forse raggiungibile solo scavando nelle profonditĆ della terra e della complessitĆ dellāessere umano. Non ĆØ un caso che, una volta oltrepassato il confine che separa lāindividuo sociale dalle barriere più rigide del proprio desiderio, le due donne si ritrovino davanti a una ricostruzione consumistica delle proprie utopie amorose, come a dimostrare che lāumanitĆ non può raggiungere la concretizzazione del proprio sogno, ma solo rimanere intrappolati dentro di esso, inseguendo unāunitĆ dellāessere irraggiungibile allāinterno della totale fluiditĆ identitaria della nostra epoca.
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I plant my hand in the garden, di Hoda Taheri e Boris Hadzija

Presentato nel corso delle Giornate degli Autori, I plant my hand in the garden ĆØ lāesordio al lungometraggio della coppia di registi di stanza a Berlino Hoda Taheri, iraniana, e Boris Hadzija, serbo. Autobiografia finzionale, o finzione autobiografica, in cui gli autori del film si mettono in gioco in prima persona in qualitĆ di attori per raccontare la propria ā possibile ā storia, il film di Taheri e Hadzija gioca con intelligenza con il linguaggio cinematografico, ora ibridando e mescolando piani temporali allāinterno della stessa inquadratura, ora sfidando lo spettatore a scorgere punti di fuga alternativi grazie a dĆ©cadrage e a quadri nel quadro. Un approccio cosƬ ludico, ma non per questo privo di luciditĆ , si incontra felicemente con una trama in cui lāinganno, la finzione e la continua rinegoziazione delle identitĆ richiamano allāutopia di unāaltra possibilitĆ di vivere i legami interpersonali e gli affetti. Quello messo in scena in I plant my hand in the garden ĆØ infatti un universo senza padri e con madri alternative, un universo fluido in cui le identitĆ e le relazioni aprono a scenari che normalmente penseremo impossibili. La famiglia tradizionale ā e con essa il matrimonio ā sono solo espedienti burocratici, il femminile e il maschile, i nomi e i cognomi, sono ruoli da occupare ed abitare momentaneamente e a propria convenienza, rappresentazione e realtĆ appaiono indistinguibili o interscambiabili. Diversi livelli, varie stratificazioni, che convivono con ingegno in unāopera autenticamente queer, provocatoria ma mai autocompiaciuta, in cui lo stesso linguaggio cinematografico partecipa della fluiditĆ dellāintreccio e della diegesi, rifiutando le pose estetiche e narrative canoniche del cinema queer contemporaneo di grande consumo. Si può parlare di fluiditĆ e di identitĆ mantenendo un rapporto con lo spettatore maturo. Senza illustrare pigramente ideologie, sfruttando lāellissi e il fuoricampo, stimolando una riflessione sui mezzi e le possibilitĆ di rappresentazione e auto-rappresentazione che il cinema ā che ĆØ prima di tutto produzione di identitĆ ā può offrire.
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La cittĆ dei vivi, di Edoardo Gabbriellini

Si sa che una telefonata può cambiarti la vita per sempre. CāĆØ chi con una telefonata riceve la notizia più bella della propria esistenza e cāĆØ chi,purtroppo, rispondendo incontra la morte. Il 4 marzo 2016 non ĆØ una data come le altre, ma il giorno in cui la vita di tre ragazzi, e quella delle rispettive famiglie, cambierĆ per sempre. Quel 4 marzo il Paese scoprirĆ che il male si cela dove meno te lo aspetteresti, e che esiste chi uccide un ragazzo innocente per noia e non per un reale motivo. La storia di Luca Varani ĆØ stata raccontata e analizzata da molti, ma uno tra tutti ha scritto il libro che meglio ne segue le vicende e che prova a comprendere come sia potuto nascere uno degli omicidi più efferati degli ultimi anni. La cittĆ dei vivi, di Nicola Lagioia (Einaudi, 2020) segue le vite dei tre protagonisti della vicenda, la vittima Luca Varani e i suoi due carnefici: Marco Prato e Manuel Foffo. A dieci anni dallāomicidio Edoardo Gabbriellini porta a Venezia 83, nella categoria Orizzonti, la sua trasposizione cinematografica. La cittĆ dei vivi di Edoardo Gabbriellini compie unāoperazione rischiosa, dedicare la narrazione esclusivamente a Luca Varani, senza mai approfondire le figure dei due assassini. Negli ultimi dieci anni, quando si parlava dellāomicidio Varani, ci si ĆØ sempre concentrati maggiormente su Marco Prato e Manuel Foffo. Indubbiamente la psiche degli assassini ĆØ sempre più interessante, inoltre Marco Prato era un celebre PR romano che conosceva tutti e il suo gesto creò un certo shock allāinterno della comunitĆ festaiola e queer romana. Gabbriellini, invece, tenta di dare quell umanitĆ che ĆØ stata strappata a Luca, che purtroppo come quasi tutte le vittime di omicidio, alla fine della narrazione diventa un nome tra le righe della cronaca, senza che nessuno sappia davvero chi sia o quali fossero le sue passioni e i suoi sogni. Il film ĆØ lineare e presenta Luca nella sua quotidianitĆ . Il rapporto con i genitori adottivi ā con Valerio Mastandrea che interpreta il padre ā e quello con la fidanzata, la scuola serale e il lavoro in officina. Luca, però, ha anche una vita che nessuno conosce, tra prostituzione maschile e festini di droga. Il film ĆØ ben diretto, e prepara lo spettatore in maniera impercettibile al peggio. Attraverso degli still frame, il regista ci mostra gli interni delle case romane, bilocali come quello dove Luca ha trovato la sua fine. Il cast ĆØ eccezionale, soprattutto i giovani ragazzi Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi. Ma La cittĆ dei vivi, nonostante renda giustizia alla vita di Luca, rimane abbastanza edulcorato nel raccontarla. Non approfondisce minimamente la sua seconda vita e nemmeno racconta quella Roma che ha portato alla creazione dei suoi carnefici. Gabbriellini non ha voluto raccontare i āmostriā o le ragioni che hanno portato a una tale tragedia, ma focalizzarsi su come una vita apparentemente ānormaleā possa finire in un attimo.
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La ragazza con la leica, di Alina Marazzi

Può una foto fermare una guerra? No, ma ci può e deve provare. Almeno cosƬ la pensava Gerta Pohorylle, meglio conosciuta come Gerda Taro, una delle fotoreporter più celebri della storia. Alina Marazzi apre il festival, nella categoria Orizzonti, col suo nuovo film La ragazza con la leica, nel quale cerca di far emergere il lavoro e la vita di Gerda Taro che ĆØ stata troppo a lungo oscurata da quella del suo compagno di lavoro e vita Robert Capa. Marazzi si riconferma la maestra del found footage, infatti il film ĆØ prevalentemente composto da immagini dāarchivio, che si intersecano con la fiction, non solo arricchendo il racconto, ma proiettando ancora di più lo spettatore in quegli anni di libertĆ e paura che precedono la seconda guerra mondiale. Nonostante il montaggio interessante e il racconto puramente storiografico di quegli anni, il film non riesce a dare un reale e profondo ritratto di chi fosse Gerda Taro. I toni e i dialoghi rimangono in superficie e i personaggi non si svelano mai. Purtroppo complice, forse, anche la recitazione di Emilia Schüle che porta sul grande schermo una Taro che più che una fotografa e attivista politica, risulta una pick me girl, in costante ricerca di attenzione. Purtroppo non viene trasmesso il senso di libertĆ , anche sessuale, che si viveva nei circoli artistici e intellettuali di quegli anni. A causa di questa percezione, sembra come venire a mancare lo sguardo femminile della sua regista, portando a un immagine a tratti stereotipata di Gerda in quanto donna in un ambiente maschile. Anche il rapporto, più quello lavorativo che sentimentale, tra Taro e Capa nel film si perde un poā. Marazzi ci mostra il loro primo incontro e successivamente sprazzi della loro vita insieme, ma senza raccontarci come i due abbiamo deciso di andare a seguire la guerra civile spagnola per la prima volta. Quasi ogni aspetto della sua vita, da quella politica a quella di reporter di guerra, rimane sfuggente, mai spiegata fino in fondo. Alla fine della visione, che ripeto essere esteticamente appagante, andiamo via dalla sala senza aver davvero compreso chi fosse Gerda Taro, ma capendo, almeno, lāimportanza del suo lavoro.
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Mr. Nelson, Did You Kill People?, di Shinya Tsukamoto

āPerchĆ© hai ucciso quelle persone?ā ĆØ la domanda che lo psicologo Dr. Daniels (Geoffrey Rush) pone a un soldato della guerra del Vietnam per più di dieci anni, rimanendo ogni volta senza risposta. Allen Nelson (Rodney Hicks) ĆØ stato un vero veterano ma il nuovo biopic di guerra girato da Shinya Tsukamoto non ĆØ un film che guarda alla realtĆ . Fin dalla prima sequenza tutto il mondo del veterano Nelson ĆØ filtrato dal suo sguardo, da una memoria che continua a ripercorrere gli stessi spazi ed eventi manipolandoli di volta in volta. Alcuni eventi si ripropongono in modo straniante, su altri lo spettatore arriva pure a dubitare del loro statuto. Lo stesso studio dove si incontrano il soldato e lo psicologo muta pian piano sotto gli occhi inconsapevoli dello spettatore, assumendo luci forti e bianchi più accesi che rivelano pian piano lāavvicinarsiĀ del protagonista alla veritĆ sul proprio trauma. Ma ciò che rivela la novitĆ dellāopera di Tsukamoto rispetto al modello del classico film di guerra sul PTSD sta nellāaffrontare le dinamiche problematiche che si creano nellāatto di raccontare del proprio trauma. Una volta superata la barriera che gli impediva di parlare dellāesperienza in Vietnam, Nelson diventa assuefatto dal performare la propria storia davanti allāinterno di una conferenza, perdendo il contatto con la famiglia e rimanendo da solo in mezzo ai fantasmi del suo passato e le voci senza corpo che lo tormentano. Tsukamoto parla quindi di un uomo la cui immagine scompare allāinterno della sua storia, rimanendo solo come racconto orale da tramandare mentre la carne si degrada. E il regista ci tiene a insistere sul corpo del suo protagonista, che suda, perde sangue, invecchia di seduta in seduta mentre i ricordi di quotidianitĆ cominciano a venire contaminati da quelli della degradazione della carne. Esibendo la centralitĆ allāinterno della filmografia dellāautore della simbiosi tra le deviazioni del corpo e quelle della mente, Mr. Nelson, Did You Kill People? aggiunge un ulteriore tassello allāarazzo della sua poetica anti-militarista, applicando i canoni di molto cinema giapponese a un contesto statunitense inedito per il cineasta. Ed ĆØ questo incontro stilistico tra due dimensioni cinematografiche diverse e due ideali culturali cosƬ distanti a definire lāanalisi di un uomo che ĆØ stato oppresso tanto dal militarismo americano quanto dal più astratto senso di colpa della cultura orientale.
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Queer Edward II, di Theo Rollason

Irriverente, geniale, artista, attivista, poliedrico; gli articoli per descrivere Derek Jarman (Jubilee,1978; Caravaggio, 1986) e il suo cinema sarebbero infiniti, ma cāĆØ ne uno che inizialmente lo stesso Jarman odiava ma che poi ha fatto suo: queer. Il cinema di Derek Jarman non ĆØ solo un omaggio alla comunitĆ lgbt+, ma una vera e propria analisi psicologica di cosa significhi essere queer tra gli anni ā70 e ā90 in unāInghilterra conservatrice e moralista.Ā Theo Rollason arriva a Venezia 83, nella categoria Venice Open, col suo documentario Queer Edward II. Rollason porta sul grande schermo le immagini inedite, girate da Seamus McGarvey, che costituiscono il backstage di uno degli ultimi film di Jarman, appunto Edward II (1991) ā che fu presentato alla 48 edizione della Mostra Internazionale dāArte Cinematografica di Venezia ā, trasposizione dellāopera omonima di Christopher Marlowe. Rollason attraverso il documentario, non vuole solo mostrare il metodo di lavoro di Jarman, ma il suo coinvolgimento politico nella lotta dei diritti per la comunitĆ queer. Derek Jarman, considerava solo il fatto di esistere un atto politico, non perchĆ© era un personaggio pubblico dichiaratamente gay, ma soprattutto perchĆ© fu la prima persona a dichiarare pubblicamente in Inghilterra di essere positivo allāHIV. Nel corso del film, la produzione di Edward II si interseca col clima politico di quegli anni, dalla partecipazione al gruppo di difesa dei diritti OutRage! a la lotta per modificare la legge 145, che indicava lāetĆ del consenso sessuale tra due persone dello stesso sesso a 21 anni, mentre il movimento lgbt+ chiedeva fosse abbassato ai 16 come era indicato per gli etero sessuali. Attraverso il punto di vista di Rollason ā e le immagini girate da Seamus McGarvey ā abbiamo lāonore di vedere come fosse la vita su un set di Jarman. Il regista britannico, circondato da fidati collaboratori, aveva creato un clima dove il confine tra lavoro, amicizia e politica non esisteva. Sul set troviamo una giovane Tilda Swinton ā che vinse la Coppa Volpi per la miglior performance femminile ā che scherza col regista e colleghi. Queer Edward II non ĆØ solo il ritratto di un regista che col suo cinema ha cercato di dare riscatto alla propria comunitĆ attraverso lāarte, ma ĆØ la testimonianza di tutti coloro che lottano per i propri diritti e gridano al mondo che esistono anche loro.
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The Basics of Philosophy, di Paul Schrader

Come può lāuomo contemporaneo cercare lāespiazione dei propri peccati in un mondo razionalista che tende a seppellire tutte le anomalie che deviano dai principi basi della civilizzazione? Ć più semplice nascondere tutti i desideri degradanti dietro un velo, coprendoli con la religione, con lāistituzione della famiglia tradizionale, con una cattedra prestigiosa che permetti altre vite alternative attraverso cui giustificare il proprio sentimento di intrusi nella societĆ civile. Ć questa la risposta che si trova Jack (John Huston), protagonista dellāultimo lavoro di Paul Schrader, in cui lāinteresse da parte del cineasta statunitense verso lāanalisi psicologica di uomini che cercano lāespiazione cattolica dei propri peccati incomunicabili raggiunge un estremo di totale impossibilitĆ dellāessere umano di incontrare la propria redenzione. Ciò che rende Jack atipico rispetto agli ultimi antieroi schraderiani ĆØ proprio la scelta che prende per rimanere parte integrante della borghesia a cui la sua famiglia appartiene: insegnando basi di filosofia allāuniversitĆ , il protagonista impiega le teorie del pensiero razionalista dellāilluminismo per redimersi, per convincersi che ogni essere umano può raggiungere la redenzione dopo il cambiamento, arrivando a immaginare che lo stesso Baruch Spinoza, su cui sta scrivendo un libro, gli darebbe ragione se potesse tornare in vita e parlargli. Ma il fallimento del protagonista nello scrivere un libro con cui riuscire a dare una quadra al pensiero del filosofo olandese rappresenta il suo stesso fallimento nella ricerca del perdono da parte della sua vittima, perchĆ© ogni tentativo di espiazione nasconde la narcisistica volontĆ umana di mantenere integro uno status quo che, in nome della razionalitĆ che il padre defunto gli ha insegnato di perseguire, prevede il totale inabissamento dellāirrazionale. Infatti Schrader, nel suo trattare dei conflitti interiori tra gli uomini senza via di redenzione e il loro desiderio, continua a perseguire uno stile sempre più minimalista, concentrato in poche scelte stilistiche e nella totale assenza del sensazionalismo, per cercare le risposte essenziali negli uomini e nelle loro azioni più che in riquadri didascalici. Proprio perchĆ© impossibilitati a raggiungere un vero cambiamento dentro di sĆ©, i protagonisti dei film di Schrader imparano a guardare verso il basso quellāabisso della moralitĆ umana che loro cercavano di controllare attraverso una posizione di potere interna alle istituzioni. Solo una volta invertite le posizioni di potere e ridotti i personaggi a chinarsi di fronte al manifesto delle loro colpe, Schrader riesce a definire lāambiguitĆ di un protagonista che non ricerca la nostra empatia, ma che non conduce nemmeno alla totale deumanizzazione.
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Too Much Sugar, di Robert Greene

Nato dalla collaborazione tra il regista Robert Greene e Ryan āHolli-woodā Hollinger, carismatico uomo della classe media del Missouri, incontrato durante una partita di basket dei figli, compagni di classe, Too Much Sugar nasce da un incontro casuale che si trasforma progressivamente in unāamicizia. Inizialmente il soggetto non era particolarmente simpatico a Greene, ma con il tempo tra i due nasce un rapporto dal quale Hollinger arriva a chiedere al regista di fare un film su di lui. Too Much Sugar ĆØ un film sulla famiglia, sui padri e sui figli in cerca di una connessione e su come, in questo caso, il cinema possa assumere un ruolo terapeutico, sostenendo ciò che non si riesce ad affrontare apertamente. Hollinger rappresenta proprio lāemblema di questo approccio: ĆØ un sognatore, una persona determinata che sta cercando di creare un futuro stabile per i suoi sei figli, avuti da cinque donne diverse, e per le persone che gli sono vicine. Ma ĆØ forse proprio lui la persona che necessita meno di questa forma cinematografica di terapia. Ad accompagnare le vicende del protagonista ci sono infatti lāamico e collega AccRite, che non ha ancora superato la morte del figlio adolescente, ucciso in una sparatoria, e Amanda, la moglie che, attraverso il film, arriverĆ a interrogarsi sulla possibilitĆ che il proprio futuro sia ancora al fianco di Hollinger. Greene chiede a ogni personaggio quale film vorrebbe fare e il risultato ĆØ inaspettatamente struggente quanto divertente nella sua messa in scena: supereroi dotati di poteri speciali, oppure la possibilitĆ di tornare indietro nel tempo per evitare determinati eventi. La finzione diventa cosƬ una sorta di zona protetta, nella quale ĆØ possibile dire ciò che nella realtĆ rimane taciuto. AccRite può immaginare di tornare indietro nel tempo e impedire la morte del figlio, mentre Amanda può trasformare in una commedia surreale il proprio desiderio di essere finalmente riconosciuta allāinterno della famiglia. Non ĆØ quindi soltanto la realtĆ a essere trasposta nel cinema, ma ĆØ il cinema stesso a creare uno spazio nel quale la realtĆ può essere finalmente affrontata. Il dispositivo escogitato da Greene finisce inoltre per sottrarre Hollinger al ruolo di protagonista assoluto. La domanda āche film vorresti fare?ā permette a ciascuno di raccontare qualcosa di sĆ©, ma soprattutto qualcosa del proprio rapporto con gli altri. E proprio qui Too Much Sugar diventa più interessante; il film non offre una sola versione di Hollinger, ma tante quante sono le persone che gli stanno intorno. Lāimmagine che lui ha di sĆ©, quella di un padre amorevole, di un uomo che cerca continuamente di rimettere insieme i pezzi della propria vita, entra inevitabilmente in conflitto con quella degli altri membri della famiglia. Ć proprio questa ambiguitĆ a impedire al film di trasformarsi in un semplice elogio del potere terapeutico del cinema. PerchĆ© fare un film su se stessi può essere anche una forma di narcisismo, soprattutto quando si ĆØ abituati a occupare il centro della scena. Se per Hollinger il cinema sembra soprattutto un modo per raccontare ciò che ĆØ stato e immaginare ciò che potrebbe essere, per Amanda diventa uno strumento per capire cosa fare del presente. La macchina da presa non serve quindi soltanto a elaborare un trauma, ma anche a prendere una decisione sul futuro. Ed ĆØ forse qui che il cinema di Greene trova la sua dimensione più autentica, non nella possibilitĆ di riscrivere davvero il passato, ma nella capacitĆ di creare un luogo in cui le persone possano guardare diversamente ciò che ĆØ accaduto e, forse, capire cosa farne. Greene alterna momenti di osservazione documentaria, conversazioni e scene costruite, facendo progressivamente sfumare il confine tra ciò che viene vissuto e ciò che viene messo in scena. Il tono passa cosƬ dalla commedia al dramma senza mai abbandonare completamente lāironia, proprio come se il film cercasse una forma capace di contenere insieme il dolore e il desiderio di continuare a giocare, immaginare, raccontare. Too Much Sugar sembra suggerire che forse il cinema non può davvero aggiustare una famiglia, cancellare un lutto o cambiare le conseguenze delle proprie scelte. Può però creare le condizioni per guardarle da unāaltra prospettiva.
di Omar Franini, Cecilia Parini, Arturo Garavaglia e Lorenzo SartorĀ
NC-450
08.09.2026
Come ad ogni manifestazione cinematografica a cui ODG partecipa, nei prossimi giorni pubblicheremo diversi reportage in cui vi racconteremo i film che stiamo visionando alla 83 edizione del Festival di Venezia. Dopo avervi parlato di InkĀ di Danny Boyle, film dāapertura della manifestazione, e Wild Horse Nine di Martin McDonagh, oggi entriamo nel vivo delle sezioni principali, concentrandoci sui primi lungometraggi presentati. Tra questi, due titoli in concorso: Bucking Fastard di Werner Herzog, grande ritorno al cinema di finzione del cineasta tedesco, e Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto, ennesimo racconto bellico del regista giapponese. Dal Fuori Concorso vi racconteremo di Queer Edward II di Theo Rollason, documentario sul celebre film di Derek Jarman e del divisivo The Basics of Philosophy di Paul Schrader. Per la sezione Orizzonti vi parleremo del film di apertura, La ragazza con la leica di Alina Marazzi, La cittĆ dei vivi di Edoardo Gabbriellini, Too Much Sugar di Robert Greene. Chiuderemo con due titoli da Giornate degli Autori; Anatomia di un ritratto di Francesco Clerici e Mattia Colombo, e I plant my hand in the garden, di Hoda Taheri e Boris Hadzija
Anatomia di un ritratto, di Francesco Clerici e Mattia Colombo

Presentato nella sezione Notti Veneziane delle Giornate degli Autori, Anatomia di un ritratto ĆØ la seconda collaborazione fra i documentaristi Francesco Clerici e Mattia Colombo e si sofferma sulla figura di Fernanda Wittgens, storica direttrice della Pinacoteca di Brera negli anni del fascismo e nel primo decennio del dopoguerra, che durante la II Guerra Mondiale si adoperò per far fuggire gli ebrei in Svizzera e per salvare i dipinti esposti nel museo dai bombardamenti alleati, di cui ci restano solo qualche foto, diverse lettere e pochi secondi di filmato. Sin dal titolo ā una dichiarazione programmatica ā risulta evidente come gli autori rifuggano i canoni del biopic o del documentario biografico per soffermarsi sul processo di incorporazione e di messa in forma di una figura di cui la storia ha lasciato poche tracce da parte di unāattrice ā Sara Drago ā chiamata ad interpretarla con lāaiuto della principale biografa e studiosa di quella figura, la storica dellāarte Giovanna Ginex. Clerici e Colombo, dunque, si soffermano sullāanatomia, su ciò che sta prima del ritratto, sugli schizzi preparatori, immergendo lo spettatore nellāatelier di un pittore che prova a dare una presenza, unāidentitĆ concreta, a un personaggio di cui la storia ha conservato solo pochi frammenti di un volto ufficiale. In questa doppia tensione, il film si inserisce alla perfezione nelle filmografie singole degli autori: il primo, Francesco Clerici, lo ricordiamo per Il gesto delle mani (2015), documentario dāosservazione che testimonia il processo artistico dellāofficina dello scultore Velasco Vitali, il secondo, Mattia Colombo, per Sconosciuti Puri (2023), ritratto dellāantropologa forense Cristina Cattaneo, direttrice di un laboratorio che si occupa dellāidentificazione di cadaveri senza identitĆ . Anatomia di un ritratto, dunque, ĆØ sia la documentazione di un processo artistico, sia un film-saggio sulle possibilitĆ e le impossibilitĆ del film biografico, sia un'opera sulle possibilitĆ delle immagini di dare forma e corpo a persone che non hanno lasciato immagini di sĆ©. Il ricorso creativo alle immagini dāarchivio, immagini che non ritraggono Fernanda Wittgens, serve a colmare il vuoto iconografico della sua vicenda biografica. Lungi dallāessere però solo una mera didascalia, esse interagiscono direttamente con il processo interpretativo di Sara Drago, fino a dare forma a un campo/controcampo impossibile nel celebre discorso che la Wittgens tenne alla riapertura di Brera dopo i lavori di ricostruzione seguiti ai bombardamenti. La macchina da presa di Clerici e Colombo ĆØ inoltre estremamente sensibile nel percepire il cambiamento, fisico ed emotivo, posturale e vocale, di Sara Drago. Da unāiniziale attitudine estremamente formale e āaccademicaā nel rapporto con il personaggio e con la storica Giovanna Ginex, lāattrice sviluppa progressivamente una crescente intimitĆ e confidenza con lāambiente e con il personaggio che la portano a modificare la propria fisicitĆ e vocalitĆ , fino a un monologo finale, girato in un raccolto ma folgorante primo piano - in cui, fuori dallo spazio di ricerca dello studio di registrazione, lāattrice sembra dare realmente voce allāanima di Fernanda Wittgens. Il ritratto ĆØ compiuto.
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Bucking Fastard, di Werner Herzog

Le due sorelle Holbrooke seguono lo stesso copione, ma non sono una persona sola. Allo stesso modo, le loro interpreti, Kate Mara e Rooney Mara, sono due attrici distinte con particolaritĆ individuali, ma rappresentano un nucleo recitativo unitario. Lāuna ripete sempre le battute dellāaltra, le due attrici sono sempre presenti assieme in scena e allāinterno di una sceneggiatura dal registro allucinatorio, che trova molto presto la chiave per abbandonare la narrazione classica e inseguire lāonirismo, ĆØ il loro muoversi anarchico tra uno spazio allāaltro allāinterno di un presente indefinito a portare avanti un film interamente pensato sulle spalle della coppia di performer. Lāumorismo con cui il cineasta tedesco ci introduce a questo mondo simile al nostro ricerca cosƬ il costante straniamento, rifiutando la trasparenza assoluta in favore dellāambiguitĆ di statuto. Non a caso la nuova opera di Werner Herzog inizia con una dedica a David Lynch, perchĆ© la scissione dellāidentitĆ personale in entitĆ disuguali e distinte ha sempre accomunato il cinema di entrambi i registi. Le due protagonista, come in una variazione di Mulholland Drive (2001) che sostituisce le luci artificiali di Hollywood con i grigi paesaggi industriali del Regno Unito, cercano un universo oltre la loro realtĆ in cui il male non può esistere, ma finiscono per credere in immagini fasulle, in altre dimensioni create come via di fuga semplicistica da un mondo che gli esseri umani non riescono a comprendere. Ad esempio, in una scena chiave che esemplifica lāidea di Herzog sulla possibilitĆ di conoscere il reale, un individuo che soffre di problematiche psichiche arriva a tagliare i capelli a una delle due sorelle per riuscire a distinguerle, perchĆ© lāuomo soffre il perturbamento di non poter riconoscere il mondo che ci circonda ed ĆØ disposto a deturparlo pur di arrivare a una veritĆ , forse raggiungibile solo scavando nelle profonditĆ della terra e della complessitĆ dellāessere umano. Non ĆØ un caso che, una volta oltrepassato il confine che separa lāindividuo sociale dalle barriere più rigide del proprio desiderio, le due donne si ritrovino davanti a una ricostruzione consumistica delle proprie utopie amorose, come a dimostrare che lāumanitĆ non può raggiungere la concretizzazione del proprio sogno, ma solo rimanere intrappolati dentro di esso, inseguendo unāunitĆ dellāessere irraggiungibile allāinterno della totale fluiditĆ identitaria della nostra epoca.
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I plant my hand in the garden, di Hoda Taheri e Boris Hadzija

Presentato nel corso delle Giornate degli Autori, I plant my hand in the garden ĆØ lāesordio al lungometraggio della coppia di registi di stanza a Berlino Hoda Taheri, iraniana, e Boris Hadzija, serbo. Autobiografia finzionale, o finzione autobiografica, in cui gli autori del film si mettono in gioco in prima persona in qualitĆ di attori per raccontare la propria ā possibile ā storia, il film di Taheri e Hadzija gioca con intelligenza con il linguaggio cinematografico, ora ibridando e mescolando piani temporali allāinterno della stessa inquadratura, ora sfidando lo spettatore a scorgere punti di fuga alternativi grazie a dĆ©cadrage e a quadri nel quadro. Un approccio cosƬ ludico, ma non per questo privo di luciditĆ , si incontra felicemente con una trama in cui lāinganno, la finzione e la continua rinegoziazione delle identitĆ richiamano allāutopia di unāaltra possibilitĆ di vivere i legami interpersonali e gli affetti. Quello messo in scena in I plant my hand in the garden ĆØ infatti un universo senza padri e con madri alternative, un universo fluido in cui le identitĆ e le relazioni aprono a scenari che normalmente penseremo impossibili. La famiglia tradizionale ā e con essa il matrimonio ā sono solo espedienti burocratici, il femminile e il maschile, i nomi e i cognomi, sono ruoli da occupare ed abitare momentaneamente e a propria convenienza, rappresentazione e realtĆ appaiono indistinguibili o interscambiabili. Diversi livelli, varie stratificazioni, che convivono con ingegno in unāopera autenticamente queer, provocatoria ma mai autocompiaciuta, in cui lo stesso linguaggio cinematografico partecipa della fluiditĆ dellāintreccio e della diegesi, rifiutando le pose estetiche e narrative canoniche del cinema queer contemporaneo di grande consumo. Si può parlare di fluiditĆ e di identitĆ mantenendo un rapporto con lo spettatore maturo. Senza illustrare pigramente ideologie, sfruttando lāellissi e il fuoricampo, stimolando una riflessione sui mezzi e le possibilitĆ di rappresentazione e auto-rappresentazione che il cinema ā che ĆØ prima di tutto produzione di identitĆ ā può offrire.
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La cittĆ dei vivi, di Edoardo Gabbriellini

Si sa che una telefonata può cambiarti la vita per sempre. CāĆØ chi con una telefonata riceve la notizia più bella della propria esistenza e cāĆØ chi,purtroppo, rispondendo incontra la morte. Il 4 marzo 2016 non ĆØ una data come le altre, ma il giorno in cui la vita di tre ragazzi, e quella delle rispettive famiglie, cambierĆ per sempre. Quel 4 marzo il Paese scoprirĆ che il male si cela dove meno te lo aspetteresti, e che esiste chi uccide un ragazzo innocente per noia e non per un reale motivo. La storia di Luca Varani ĆØ stata raccontata e analizzata da molti, ma uno tra tutti ha scritto il libro che meglio ne segue le vicende e che prova a comprendere come sia potuto nascere uno degli omicidi più efferati degli ultimi anni. La cittĆ dei vivi, di Nicola Lagioia (Einaudi, 2020) segue le vite dei tre protagonisti della vicenda, la vittima Luca Varani e i suoi due carnefici: Marco Prato e Manuel Foffo. A dieci anni dallāomicidio Edoardo Gabbriellini porta a Venezia 83, nella categoria Orizzonti, la sua trasposizione cinematografica. La cittĆ dei vivi di Edoardo Gabbriellini compie unāoperazione rischiosa, dedicare la narrazione esclusivamente a Luca Varani, senza mai approfondire le figure dei due assassini. Negli ultimi dieci anni, quando si parlava dellāomicidio Varani, ci si ĆØ sempre concentrati maggiormente su Marco Prato e Manuel Foffo. Indubbiamente la psiche degli assassini ĆØ sempre più interessante, inoltre Marco Prato era un celebre PR romano che conosceva tutti e il suo gesto creò un certo shock allāinterno della comunitĆ festaiola e queer romana. Gabbriellini, invece, tenta di dare quell umanitĆ che ĆØ stata strappata a Luca, che purtroppo come quasi tutte le vittime di omicidio, alla fine della narrazione diventa un nome tra le righe della cronaca, senza che nessuno sappia davvero chi sia o quali fossero le sue passioni e i suoi sogni. Il film ĆØ lineare e presenta Luca nella sua quotidianitĆ . Il rapporto con i genitori adottivi ā con Valerio Mastandrea che interpreta il padre ā e quello con la fidanzata, la scuola serale e il lavoro in officina. Luca, però, ha anche una vita che nessuno conosce, tra prostituzione maschile e festini di droga. Il film ĆØ ben diretto, e prepara lo spettatore in maniera impercettibile al peggio. Attraverso degli still frame, il regista ci mostra gli interni delle case romane, bilocali come quello dove Luca ha trovato la sua fine. Il cast ĆØ eccezionale, soprattutto i giovani ragazzi Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi. Ma La cittĆ dei vivi, nonostante renda giustizia alla vita di Luca, rimane abbastanza edulcorato nel raccontarla. Non approfondisce minimamente la sua seconda vita e nemmeno racconta quella Roma che ha portato alla creazione dei suoi carnefici. Gabbriellini non ha voluto raccontare i āmostriā o le ragioni che hanno portato a una tale tragedia, ma focalizzarsi su come una vita apparentemente ānormaleā possa finire in un attimo.
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La ragazza con la leica, di Alina Marazzi

Può una foto fermare una guerra? No, ma ci può e deve provare. Almeno cosƬ la pensava Gerta Pohorylle, meglio conosciuta come Gerda Taro, una delle fotoreporter più celebri della storia. Alina Marazzi apre il festival, nella categoria Orizzonti, col suo nuovo film La ragazza con la leica, nel quale cerca di far emergere il lavoro e la vita di Gerda Taro che ĆØ stata troppo a lungo oscurata da quella del suo compagno di lavoro e vita Robert Capa. Marazzi si riconferma la maestra del found footage, infatti il film ĆØ prevalentemente composto da immagini dāarchivio, che si intersecano con la fiction, non solo arricchendo il racconto, ma proiettando ancora di più lo spettatore in quegli anni di libertĆ e paura che precedono la seconda guerra mondiale. Nonostante il montaggio interessante e il racconto puramente storiografico di quegli anni, il film non riesce a dare un reale e profondo ritratto di chi fosse Gerda Taro. I toni e i dialoghi rimangono in superficie e i personaggi non si svelano mai. Purtroppo complice, forse, anche la recitazione di Emilia Schüle che porta sul grande schermo una Taro che più che una fotografa e attivista politica, risulta una pick me girl, in costante ricerca di attenzione. Purtroppo non viene trasmesso il senso di libertĆ , anche sessuale, che si viveva nei circoli artistici e intellettuali di quegli anni. A causa di questa percezione, sembra come venire a mancare lo sguardo femminile della sua regista, portando a un immagine a tratti stereotipata di Gerda in quanto donna in un ambiente maschile. Anche il rapporto, più quello lavorativo che sentimentale, tra Taro e Capa nel film si perde un poā. Marazzi ci mostra il loro primo incontro e successivamente sprazzi della loro vita insieme, ma senza raccontarci come i due abbiamo deciso di andare a seguire la guerra civile spagnola per la prima volta. Quasi ogni aspetto della sua vita, da quella politica a quella di reporter di guerra, rimane sfuggente, mai spiegata fino in fondo. Alla fine della visione, che ripeto essere esteticamente appagante, andiamo via dalla sala senza aver davvero compreso chi fosse Gerda Taro, ma capendo, almeno, lāimportanza del suo lavoro.
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Mr. Nelson, Did You Kill People?, di Shinya Tsukamoto

āPerchĆ© hai ucciso quelle persone?ā ĆØ la domanda che lo psicologo Dr. Daniels (Geoffrey Rush) pone a un soldato della guerra del Vietnam per più di dieci anni, rimanendo ogni volta senza risposta. Allen Nelson (Rodney Hicks) ĆØ stato un vero veterano ma il nuovo biopic di guerra girato da Shinya Tsukamoto non ĆØ un film che guarda alla realtĆ . Fin dalla prima sequenza tutto il mondo del veterano Nelson ĆØ filtrato dal suo sguardo, da una memoria che continua a ripercorrere gli stessi spazi ed eventi manipolandoli di volta in volta. Alcuni eventi si ripropongono in modo straniante, su altri lo spettatore arriva pure a dubitare del loro statuto. Lo stesso studio dove si incontrano il soldato e lo psicologo muta pian piano sotto gli occhi inconsapevoli dello spettatore, assumendo luci forti e bianchi più accesi che rivelano pian piano lāavvicinarsiĀ del protagonista alla veritĆ sul proprio trauma. Ma ciò che rivela la novitĆ dellāopera di Tsukamoto rispetto al modello del classico film di guerra sul PTSD sta nellāaffrontare le dinamiche problematiche che si creano nellāatto di raccontare del proprio trauma. Una volta superata la barriera che gli impediva di parlare dellāesperienza in Vietnam, Nelson diventa assuefatto dal performare la propria storia davanti allāinterno di una conferenza, perdendo il contatto con la famiglia e rimanendo da solo in mezzo ai fantasmi del suo passato e le voci senza corpo che lo tormentano. Tsukamoto parla quindi di un uomo la cui immagine scompare allāinterno della sua storia, rimanendo solo come racconto orale da tramandare mentre la carne si degrada. E il regista ci tiene a insistere sul corpo del suo protagonista, che suda, perde sangue, invecchia di seduta in seduta mentre i ricordi di quotidianitĆ cominciano a venire contaminati da quelli della degradazione della carne. Esibendo la centralitĆ allāinterno della filmografia dellāautore della simbiosi tra le deviazioni del corpo e quelle della mente, Mr. Nelson, Did You Kill People? aggiunge un ulteriore tassello allāarazzo della sua poetica anti-militarista, applicando i canoni di molto cinema giapponese a un contesto statunitense inedito per il cineasta. Ed ĆØ questo incontro stilistico tra due dimensioni cinematografiche diverse e due ideali culturali cosƬ distanti a definire lāanalisi di un uomo che ĆØ stato oppresso tanto dal militarismo americano quanto dal più astratto senso di colpa della cultura orientale.
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Queer Edward II, di Theo Rollason

Irriverente, geniale, artista, attivista, poliedrico; gli articoli per descrivere Derek Jarman (Jubilee,1978; Caravaggio, 1986) e il suo cinema sarebbero infiniti, ma cāĆØ ne uno che inizialmente lo stesso Jarman odiava ma che poi ha fatto suo: queer. Il cinema di Derek Jarman non ĆØ solo un omaggio alla comunitĆ lgbt+, ma una vera e propria analisi psicologica di cosa significhi essere queer tra gli anni ā70 e ā90 in unāInghilterra conservatrice e moralista.Ā Theo Rollason arriva a Venezia 83, nella categoria Venice Open, col suo documentario Queer Edward II. Rollason porta sul grande schermo le immagini inedite, girate da Seamus McGarvey, che costituiscono il backstage di uno degli ultimi film di Jarman, appunto Edward II (1991) ā che fu presentato alla 48 edizione della Mostra Internazionale dāArte Cinematografica di Venezia ā, trasposizione dellāopera omonima di Christopher Marlowe. Rollason attraverso il documentario, non vuole solo mostrare il metodo di lavoro di Jarman, ma il suo coinvolgimento politico nella lotta dei diritti per la comunitĆ queer. Derek Jarman, considerava solo il fatto di esistere un atto politico, non perchĆ© era un personaggio pubblico dichiaratamente gay, ma soprattutto perchĆ© fu la prima persona a dichiarare pubblicamente in Inghilterra di essere positivo allāHIV. Nel corso del film, la produzione di Edward II si interseca col clima politico di quegli anni, dalla partecipazione al gruppo di difesa dei diritti OutRage! a la lotta per modificare la legge 145, che indicava lāetĆ del consenso sessuale tra due persone dello stesso sesso a 21 anni, mentre il movimento lgbt+ chiedeva fosse abbassato ai 16 come era indicato per gli etero sessuali. Attraverso il punto di vista di Rollason ā e le immagini girate da Seamus McGarvey ā abbiamo lāonore di vedere come fosse la vita su un set di Jarman. Il regista britannico, circondato da fidati collaboratori, aveva creato un clima dove il confine tra lavoro, amicizia e politica non esisteva. Sul set troviamo una giovane Tilda Swinton ā che vinse la Coppa Volpi per la miglior performance femminile ā che scherza col regista e colleghi. Queer Edward II non ĆØ solo il ritratto di un regista che col suo cinema ha cercato di dare riscatto alla propria comunitĆ attraverso lāarte, ma ĆØ la testimonianza di tutti coloro che lottano per i propri diritti e gridano al mondo che esistono anche loro.
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The Basics of Philosophy, di Paul Schrader

Come può lāuomo contemporaneo cercare lāespiazione dei propri peccati in un mondo razionalista che tende a seppellire tutte le anomalie che deviano dai principi basi della civilizzazione? Ć più semplice nascondere tutti i desideri degradanti dietro un velo, coprendoli con la religione, con lāistituzione della famiglia tradizionale, con una cattedra prestigiosa che permetti altre vite alternative attraverso cui giustificare il proprio sentimento di intrusi nella societĆ civile. Ć questa la risposta che si trova Jack (John Huston), protagonista dellāultimo lavoro di Paul Schrader, in cui lāinteresse da parte del cineasta statunitense verso lāanalisi psicologica di uomini che cercano lāespiazione cattolica dei propri peccati incomunicabili raggiunge un estremo di totale impossibilitĆ dellāessere umano di incontrare la propria redenzione. Ciò che rende Jack atipico rispetto agli ultimi antieroi schraderiani ĆØ proprio la scelta che prende per rimanere parte integrante della borghesia a cui la sua famiglia appartiene: insegnando basi di filosofia allāuniversitĆ , il protagonista impiega le teorie del pensiero razionalista dellāilluminismo per redimersi, per convincersi che ogni essere umano può raggiungere la redenzione dopo il cambiamento, arrivando a immaginare che lo stesso Baruch Spinoza, su cui sta scrivendo un libro, gli darebbe ragione se potesse tornare in vita e parlargli. Ma il fallimento del protagonista nello scrivere un libro con cui riuscire a dare una quadra al pensiero del filosofo olandese rappresenta il suo stesso fallimento nella ricerca del perdono da parte della sua vittima, perchĆ© ogni tentativo di espiazione nasconde la narcisistica volontĆ umana di mantenere integro uno status quo che, in nome della razionalitĆ che il padre defunto gli ha insegnato di perseguire, prevede il totale inabissamento dellāirrazionale. Infatti Schrader, nel suo trattare dei conflitti interiori tra gli uomini senza via di redenzione e il loro desiderio, continua a perseguire uno stile sempre più minimalista, concentrato in poche scelte stilistiche e nella totale assenza del sensazionalismo, per cercare le risposte essenziali negli uomini e nelle loro azioni più che in riquadri didascalici. Proprio perchĆ© impossibilitati a raggiungere un vero cambiamento dentro di sĆ©, i protagonisti dei film di Schrader imparano a guardare verso il basso quellāabisso della moralitĆ umana che loro cercavano di controllare attraverso una posizione di potere interna alle istituzioni. Solo una volta invertite le posizioni di potere e ridotti i personaggi a chinarsi di fronte al manifesto delle loro colpe, Schrader riesce a definire lāambiguitĆ di un protagonista che non ricerca la nostra empatia, ma che non conduce nemmeno alla totale deumanizzazione.
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Too Much Sugar, di Robert Greene

Nato dalla collaborazione tra il regista Robert Greene e Ryan āHolli-woodā Hollinger, carismatico uomo della classe media del Missouri, incontrato durante una partita di basket dei figli, compagni di classe, Too Much Sugar nasce da un incontro casuale che si trasforma progressivamente in unāamicizia. Inizialmente il soggetto non era particolarmente simpatico a Greene, ma con il tempo tra i due nasce un rapporto dal quale Hollinger arriva a chiedere al regista di fare un film su di lui. Too Much Sugar ĆØ un film sulla famiglia, sui padri e sui figli in cerca di una connessione e su come, in questo caso, il cinema possa assumere un ruolo terapeutico, sostenendo ciò che non si riesce ad affrontare apertamente. Hollinger rappresenta proprio lāemblema di questo approccio: ĆØ un sognatore, una persona determinata che sta cercando di creare un futuro stabile per i suoi sei figli, avuti da cinque donne diverse, e per le persone che gli sono vicine. Ma ĆØ forse proprio lui la persona che necessita meno di questa forma cinematografica di terapia. Ad accompagnare le vicende del protagonista ci sono infatti lāamico e collega AccRite, che non ha ancora superato la morte del figlio adolescente, ucciso in una sparatoria, e Amanda, la moglie che, attraverso il film, arriverĆ a interrogarsi sulla possibilitĆ che il proprio futuro sia ancora al fianco di Hollinger. Greene chiede a ogni personaggio quale film vorrebbe fare e il risultato ĆØ inaspettatamente struggente quanto divertente nella sua messa in scena: supereroi dotati di poteri speciali, oppure la possibilitĆ di tornare indietro nel tempo per evitare determinati eventi. La finzione diventa cosƬ una sorta di zona protetta, nella quale ĆØ possibile dire ciò che nella realtĆ rimane taciuto. AccRite può immaginare di tornare indietro nel tempo e impedire la morte del figlio, mentre Amanda può trasformare in una commedia surreale il proprio desiderio di essere finalmente riconosciuta allāinterno della famiglia. Non ĆØ quindi soltanto la realtĆ a essere trasposta nel cinema, ma ĆØ il cinema stesso a creare uno spazio nel quale la realtĆ può essere finalmente affrontata. Il dispositivo escogitato da Greene finisce inoltre per sottrarre Hollinger al ruolo di protagonista assoluto. La domanda āche film vorresti fare?ā permette a ciascuno di raccontare qualcosa di sĆ©, ma soprattutto qualcosa del proprio rapporto con gli altri. E proprio qui Too Much Sugar diventa più interessante; il film non offre una sola versione di Hollinger, ma tante quante sono le persone che gli stanno intorno. Lāimmagine che lui ha di sĆ©, quella di un padre amorevole, di un uomo che cerca continuamente di rimettere insieme i pezzi della propria vita, entra inevitabilmente in conflitto con quella degli altri membri della famiglia. Ć proprio questa ambiguitĆ a impedire al film di trasformarsi in un semplice elogio del potere terapeutico del cinema. PerchĆ© fare un film su se stessi può essere anche una forma di narcisismo, soprattutto quando si ĆØ abituati a occupare il centro della scena. Se per Hollinger il cinema sembra soprattutto un modo per raccontare ciò che ĆØ stato e immaginare ciò che potrebbe essere, per Amanda diventa uno strumento per capire cosa fare del presente. La macchina da presa non serve quindi soltanto a elaborare un trauma, ma anche a prendere una decisione sul futuro. Ed ĆØ forse qui che il cinema di Greene trova la sua dimensione più autentica, non nella possibilitĆ di riscrivere davvero il passato, ma nella capacitĆ di creare un luogo in cui le persone possano guardare diversamente ciò che ĆØ accaduto e, forse, capire cosa farne. Greene alterna momenti di osservazione documentaria, conversazioni e scene costruite, facendo progressivamente sfumare il confine tra ciò che viene vissuto e ciò che viene messo in scena. Il tono passa cosƬ dalla commedia al dramma senza mai abbandonare completamente lāironia, proprio come se il film cercasse una forma capace di contenere insieme il dolore e il desiderio di continuare a giocare, immaginare, raccontare. Too Much Sugar sembra suggerire che forse il cinema non può davvero aggiustare una famiglia, cancellare un lutto o cambiare le conseguenze delle proprie scelte. Può però creare le condizioni per guardarle da unāaltra prospettiva.