
di Maurizio Encari
NC-404
24.03.2026
Quando nel 2005 Nobuhiro Yamashita presentava Linda Linda Linda - fresco e toccante dramma adolescenziale su una band scolastica femminile - che aveva conquistato festival internazionali e stabilito la reputazione del regista come maestro nel ritrarre l'adolescenza giapponese con un musical dalla colonna sonora contagiosa, pochi avrebbero immaginato che quasi vent'anni dopo avrebbe continuato a esplorare quel territorio con rinnovata sensibilità. Niente ritornelli da cantare a squarciagola in quest'occasione, ma una trama anzi apparentemente statica, ambientata per la pressochè totalità in una piscina scolastica. Piscina vuota, colma di sabbia proveniente dal vicino campo da baseball, dove si ritrovano le quattro (di nuovo un poker) protagoniste di Swimming in a Sand Pool, lavoro del 2024 nel quale Yamashita riflette sui traumi della generazione Z.
Il film è uscito nello stesso anno di un altro titolo assai diverso ma firmato dallo stesso autore, ovvero l'esordio nel mondo dell'animazione con Ghost Cat Anzu (2024), segno di una varietà di toni e umori che Nobuhiro Yamashita è capace di esprimere senza paura di insinuarsi anche in territori a lui sconosciuti. Ma qui invece "gioca in casa" e le studentesse protagoniste sono lo specchio non soltanto di quanto affrontato quotidianamente dalle loro coetanee, ma di un Giappone che più cerca di cambiare più rimane uguale a se stesso, con tutti i pro e i contro del caso.
Introduciamo brevemente la trama: le vacanze estive sono iniziate, ma non per tutti, quattro studentesse si ritrovano nella piscina del loro liceo per ripulirla dai detriti. Mentre cercano di completare quel lavoro (commisionato dalla loro insegnante di educazione fisica con un intento più pedagogico che per effettiva utilità) apparentemente impossibile per un così ridotto numero di persone, cominciano a discutere di vita scolastica e di amori segreti, in un circolo di parole ed emozioni che svela spunti inattesi, avvicinandole e allontanandole al contempo.

Nobuhiro Yamashita
Insieme, nonostante tutto
Un peculiare coming-of-age limitato al breve arco temporale di un pomeriggio (compresso ulteriormente in ottanta minuti nella rappresentazione filmica), trascorso in quella piscina che diventa teatro di confessioni e litigi, insicurezze e nuove conferme, fino a quella pioggia finale che spazza via tutto e che rifocalizza le protagoniste sugli obiettivi futuri. Un film che chiede pazienza allo spettatore, dove accade apparentemente poco o nulla, ma che è capace di tratteggiare con sensibilità il ritratto di una gioventù femminile inquieta e febbrile, pronta a scoprire quel mondo che già pensava (forse) di conoscere.
Ci troviamo davanti all'adattamento di una pièce teatrale scritta e rappresentata originariamente dagli studenti del Tokushima City High School Drama Club nel 2021, vincitrice di diversi premi nazionali. Una trama così semplice e lineare che, pian piano, si trasforma in una sorta di meditazione poetica - dal taglio esplicitamente ozuiano - su conformità, genere e resistenza quotidiana. D'altronde il regista aveva già dimostrato la sua capacità di adattare atmosfere studentesche attraverso una sensibilità del tutto particolare, e qui sceglie consapevolmente di preservare la voce più autentica degli adolescenti, piuttosto che di imporre forzatamente una visione adulta fittizia o precostituita.
La sceneggiatura dell’esordiente Yumuka Nakada preserva la struttura teatrale originale: le ragazze discutono della vita di tutti i giorni, di sogni e aspettative, di cotte e quant'altro, in una resistenza contro la conformità e quelle rigide regole imposte dall'istituzione scolastica. Yamashita costruisce il film attraverso inquadrature meticolosamente simmetriche, dove ogni protagonista occupa un angolo dello spazio, con la macchina da presa che si muove soltanto quando ritiene importante farlo. Un'esperienza che privilegia l'osservazione contemplativa rispetto allo sviluppo narrativo tradizionale. Una premessa solo sulla carta limitata nel concetto di spazio e di tempo, ma che crea un ambiente avvolgente, capace di dire molto su chi siano i personaggi e quale posto occupino nel mondo che li circonda.

Contro ogni preconcetto
Ciò che distingue Swimming in a Sand Pool dai tradizionali coming-of-age è il tentativo di incorporare una riflessione seria sulle questioni di genere e sui meccanismi di controllo sociale attraverso cui le ragazze sono spesso costrette a scegliere. Il film si spinge con efficacia oltre gli archetipi tradizionali del filone per interrogare il legame tra la gioventù e la realtà adulta che le aspetta, prossima più che mai ad arrivare e a cambiare drasticamente il loro modo di vedere le cose.
Una sequenza chiave riguarda il trucco: il personaggio di Kokoro lo indossa perchè le piace, nonostante il divieto scolastico. Ma quando scopre che anche la professoressa Yamamoto (la famigerata insegnate di ginnastica) ne mette - seppur in modo assai leggero - la questione non diventa più se indossarlo o meno, ma cosa si considera troppo e cosa giusto. Attraverso questo scambio comprendiamo che le ragazze vengono giudicate secondo standard più severi e arbitrari rispetto agli adulti, che certi comportamenti vengono demonizzati soltanto quando esibiti da adolescenti che non hanno ancora imparato i codici non scritti della femminilità ritenuta "accettabile". D'altronde il Giappone contemporaneo mantiene regolamenti scolastici notoriamente rigidi riguardo all'aspetto fisico - proibendo anche tinture per capelli, piercing, e persino acconciature considerate "non conformi" - trasformando le scuole in laboratori di normalizzazione sociale.
Non mancano nemmeno i dubbi sulla propria sessualità, con una delle quattro protagoniste che sembra covare un parziale interesse per una compagna estranea al quartetto principale, comparente per alcuni minuti proprio per sottolineare una questione di genere che rischia di essere soffocata in una società ancora, per molti versi, ancorata ad uno stampo patriarcale e indietro su tematiche di primaria urgenza, come dimostra anche la recente legge che vieta matrimoni tra persone dello stesso sesso.
Swimming in a Sand Pool è un film sicuramente destinato a una nicchia di appassionati di cinema giapponese, a coloro che apprezzano le storie ambientate tra i banchi di scuola, coming-of- age pronti a evocare nostalgie immediate e altre future, che mettono alla prova il cuore e la mente di personaggi-bruchi prossimi a diventare farfalle e spiccare il volo verso il domani. Ma, all'interno di quei confini ristretti, rappresenta un esempio riuscito di come preservare la sincerità di un'età che non tornerà più, mentre si aggiungono significati e sensazioni attraverso scelte registiche precise. E se la piscina è vuota, a riempirla ci pensano l'anima e il cuore di queste ragazze in cerca del proprio posto nel mondo.

Swimming in a Sand Pool (2024)
di Maurizio Encari
NC-404
24.03.2026
Quando nel 2005 Nobuhiro Yamashita presentava Linda Linda Linda - fresco e toccante dramma adolescenziale su una band scolastica femminile - che aveva conquistato festival internazionali e stabilito la reputazione del regista come maestro nel ritrarre l'adolescenza giapponese con un musical dalla colonna sonora contagiosa, pochi avrebbero immaginato che quasi vent'anni dopo avrebbe continuato a esplorare quel territorio con rinnovata sensibilità. Niente ritornelli da cantare a squarciagola in quest'occasione, ma una trama anzi apparentemente statica, ambientata per la pressochè totalità in una piscina scolastica. Piscina vuota, colma di sabbia proveniente dal vicino campo da baseball, dove si ritrovano le quattro (di nuovo un poker) protagoniste di Swimming in a Sand Pool, lavoro del 2024 nel quale Yamashita riflette sui traumi della generazione Z.
Il film è uscito nello stesso anno di un altro titolo assai diverso ma firmato dallo stesso autore, ovvero l'esordio nel mondo dell'animazione con Ghost Cat Anzu (2024), segno di una varietà di toni e umori che Nobuhiro Yamashita è capace di esprimere senza paura di insinuarsi anche in territori a lui sconosciuti. Ma qui invece "gioca in casa" e le studentesse protagoniste sono lo specchio non soltanto di quanto affrontato quotidianamente dalle loro coetanee, ma di un Giappone che più cerca di cambiare più rimane uguale a se stesso, con tutti i pro e i contro del caso.
Introduciamo brevemente la trama: le vacanze estive sono iniziate, ma non per tutti, quattro studentesse si ritrovano nella piscina del loro liceo per ripulirla dai detriti. Mentre cercano di completare quel lavoro (commisionato dalla loro insegnante di educazione fisica con un intento più pedagogico che per effettiva utilità) apparentemente impossibile per un così ridotto numero di persone, cominciano a discutere di vita scolastica e di amori segreti, in un circolo di parole ed emozioni che svela spunti inattesi, avvicinandole e allontanandole al contempo.

Nobuhiro Yamashita
Insieme, nonostante tutto
Un peculiare coming-of-age limitato al breve arco temporale di un pomeriggio (compresso ulteriormente in ottanta minuti nella rappresentazione filmica), trascorso in quella piscina che diventa teatro di confessioni e litigi, insicurezze e nuove conferme, fino a quella pioggia finale che spazza via tutto e che rifocalizza le protagoniste sugli obiettivi futuri. Un film che chiede pazienza allo spettatore, dove accade apparentemente poco o nulla, ma che è capace di tratteggiare con sensibilità il ritratto di una gioventù femminile inquieta e febbrile, pronta a scoprire quel mondo che già pensava (forse) di conoscere.
Ci troviamo davanti all'adattamento di una pièce teatrale scritta e rappresentata originariamente dagli studenti del Tokushima City High School Drama Club nel 2021, vincitrice di diversi premi nazionali. Una trama così semplice e lineare che, pian piano, si trasforma in una sorta di meditazione poetica - dal taglio esplicitamente ozuiano - su conformità, genere e resistenza quotidiana. D'altronde il regista aveva già dimostrato la sua capacità di adattare atmosfere studentesche attraverso una sensibilità del tutto particolare, e qui sceglie consapevolmente di preservare la voce più autentica degli adolescenti, piuttosto che di imporre forzatamente una visione adulta fittizia o precostituita.
La sceneggiatura dell’esordiente Yumuka Nakada preserva la struttura teatrale originale: le ragazze discutono della vita di tutti i giorni, di sogni e aspettative, di cotte e quant'altro, in una resistenza contro la conformità e quelle rigide regole imposte dall'istituzione scolastica. Yamashita costruisce il film attraverso inquadrature meticolosamente simmetriche, dove ogni protagonista occupa un angolo dello spazio, con la macchina da presa che si muove soltanto quando ritiene importante farlo. Un'esperienza che privilegia l'osservazione contemplativa rispetto allo sviluppo narrativo tradizionale. Una premessa solo sulla carta limitata nel concetto di spazio e di tempo, ma che crea un ambiente avvolgente, capace di dire molto su chi siano i personaggi e quale posto occupino nel mondo che li circonda.

Contro ogni preconcetto
Ciò che distingue Swimming in a Sand Pool dai tradizionali coming-of-age è il tentativo di incorporare una riflessione seria sulle questioni di genere e sui meccanismi di controllo sociale attraverso cui le ragazze sono spesso costrette a scegliere. Il film si spinge con efficacia oltre gli archetipi tradizionali del filone per interrogare il legame tra la gioventù e la realtà adulta che le aspetta, prossima più che mai ad arrivare e a cambiare drasticamente il loro modo di vedere le cose.
Una sequenza chiave riguarda il trucco: il personaggio di Kokoro lo indossa perchè le piace, nonostante il divieto scolastico. Ma quando scopre che anche la professoressa Yamamoto (la famigerata insegnate di ginnastica) ne mette - seppur in modo assai leggero - la questione non diventa più se indossarlo o meno, ma cosa si considera troppo e cosa giusto. Attraverso questo scambio comprendiamo che le ragazze vengono giudicate secondo standard più severi e arbitrari rispetto agli adulti, che certi comportamenti vengono demonizzati soltanto quando esibiti da adolescenti che non hanno ancora imparato i codici non scritti della femminilità ritenuta "accettabile". D'altronde il Giappone contemporaneo mantiene regolamenti scolastici notoriamente rigidi riguardo all'aspetto fisico - proibendo anche tinture per capelli, piercing, e persino acconciature considerate "non conformi" - trasformando le scuole in laboratori di normalizzazione sociale.
Non mancano nemmeno i dubbi sulla propria sessualità, con una delle quattro protagoniste che sembra covare un parziale interesse per una compagna estranea al quartetto principale, comparente per alcuni minuti proprio per sottolineare una questione di genere che rischia di essere soffocata in una società ancora, per molti versi, ancorata ad uno stampo patriarcale e indietro su tematiche di primaria urgenza, come dimostra anche la recente legge che vieta matrimoni tra persone dello stesso sesso.
Swimming in a Sand Pool è un film sicuramente destinato a una nicchia di appassionati di cinema giapponese, a coloro che apprezzano le storie ambientate tra i banchi di scuola, coming-of- age pronti a evocare nostalgie immediate e altre future, che mettono alla prova il cuore e la mente di personaggi-bruchi prossimi a diventare farfalle e spiccare il volo verso il domani. Ma, all'interno di quei confini ristretti, rappresenta un esempio riuscito di come preservare la sincerità di un'età che non tornerà più, mentre si aggiungono significati e sensazioni attraverso scelte registiche precise. E se la piscina è vuota, a riempirla ci pensano l'anima e il cuore di queste ragazze in cerca del proprio posto nel mondo.

Swimming in a Sand Pool (2024)