
NC-371
04.12.2025
Esce in Italia, per Wudz Edizioni, tradotto da Silvia Oppedisano, il libro Le ragazze sapevano tutto, una raccolta di interviste alla regista Sofia Coppola curata da Amy N. Monaghan e originariamente pubblicata in America dalla casa editrice dell'università del Mississippi nella collana Conversations with Filmmakers. Il testo abbraccia praticamente tutto il percorso registico, e in generale artistico, della Coppola, partendo da una divertente e scherzosa registrazione che il padre - il maestro Francis Ford Coppola - le fece quando aveva cinque anni arrivando fino a On the Rocks del 2020; l'unico film che ne resta fuori, il biopic sulla moglie di Elvis Presley Priscilla, è uscito nel 2023 dopo la pubblicazione del libro negli States. Come ricorda anche l'introduzione al volume, sin dalla nascita la vita di Sofia Coppola è stata documentata dal padre Francis, che aveva mostrato a una festa di gala il filmato della sua nascita, "con una produzione più elaborata di quella che la maggior parte dei papà sarebbe in grado di realizzare", come scrisse a suo tempo il San Francisco Chronicle; il video venne poi utilizzato anche in una delle installazioni artistiche degli anni settanta della madre Eleanor. Sofia neonata appare anche nella scena del battesimo del figlio di Michael Corleone nel primo Padrino (1972); nel terzo capitolo della saga, uscito nel 1990, Francis Ford Coppola la richiamò per sostituire all'ultimo minuto Winona Ryder nel ruolo della figlia del boss interpretato da Al Pacino, ma la sua recitazione andò incontro a una vera e propria mattanza critica, di cui riecheggiarono inizialmente i pregiudizi al momento dell'annuncio dell'approdo della giovane alla regia.
Le ragazze sapevano tutto si compone di ventotto interviste alla cineasta, tra le più talentuose figlie d'arte della Storia del Cinema: tra queste, sorprende un breve dialogo con Wes Anderson sul lungometraggio d'esordio di Sofia, Il giardino delle vergini suicide; tra gli intervistatori spicca anche il nome di Mia Hansen-Løve, che prima di diventare la pluripremiata regista di L'avenir (Le cose che verranno, 2006) e Bergman Island (L’isola di Bergman, 2021) aveva avuto una significativa esperienza di critica per i Cahiers du Cinéma. Il volume, che restituisce con chiarezza la voce e la sensibilità della regista, permette di ripercorrere la nascita di un’autrice che ha costruito la sua poetica in un costante equilibrio tra pudore e determinazione, leggerezza e controllo - non per nulla il suo attore-feticcio Bill Murray l’ha soprannominata velvet hammer, “martello di velluto”. Prima donna americana a essere candidata all’Oscar come Miglior regista grazie a Lost in Translation (2003), dopo l’italiana Lina Wertmüller e l’australiana Jane Campion, Sofia Coppola ha mosso i suoi primi passi nella regia con la curiosa serie televisiva Hi-Octane, co-condotta con un’altra figlia d’arte, Zoe Cassavetes, che ha visto, nel suo breve periodo di trasmissione su Comedy Central, ospiti del calibro di Martin Scorsese, Naomi Campbell, Keanu Reeves, Gus Van Sant, Anna Wintour e Nicolas Cage.

Sofia Coppola - nel mezzo - fotografata insieme al cast femminile di The Beguiled (L’inganno, 2017)

La copertina del volume, tratta da una sequenza di The Virgin Suicides (Il giardino delle vergini suicide, 1999)
Innamoratasi del romanzo di Jeffrey Eugenides The Virgin Suicides (Il giardino delle vergini suicide), la giovane Coppola aveva iniziato a scriverne un adattamento per puro esercizio personale. Solo quando seppe che i diritti erano stati opzionati per un film, decise di intervenire, spinta dal desiderio di “proteggere quel libro che amava”. “Non avevo intenzione di fare la regista: il merito di quel libro è stato quello di avermi fatta diventare una regista”, ricorda Sofia Coppola in un’intervista retrospettiva con Rodrigo Perez per The Playlist in occasione dell’edizione Criterion del DVD del film, a quasi vent’anni dalla sua uscita. Nella malinconia suburbana e sospesa di Eugenides, Coppola aveva un territorio da esplorare come straniera: “il modo in cui era scritto sembrava cinematografico. Mi è sempre piaciuta la periferia: per me è esotica, perché non sono cresciuta lì. Non volevo che fosse un film sugli anni settanta, ma qualcosa senza tempo”.
Fin dall’inizio, la regista si trova a confrontarsi con lo stigma della “figlia di papà” e con l’influenza, reale o presunta, dell’allora marito Spike Jonze - “certo che mi preoccupa come verrò vista: non posso farci troppo caso, ma spero che la gente veda il film per quello che è, senza pensare a tutto il resto”, dice in una delle interviste del primo periodo della sua carriera -, ma il notevole e inaspettato successo di Lost in Translation del 2003 contribuisce a consacrare la sua voce, portandole anche le prime nomination agli Oscar. L’atmosfera sonnacchiosa che caratterizza la magia dell’ambientazione alberghiera, straniera e straniante di Lost in Translation è in fondo frutto del jet lag e delle esperienze personali della regista a riguardo: “il jet lag ti fa contemplare la vita in modo diverso. Sei lontano da tutte le distrazioni della tua vita normale”. Strutturando il film in modo che avesse “tutte le diverse parti di una relazione condensate in pochi giorni”, Sofia Coppola ha deciso di girare in pellicola per evocare un “sentimento frammentato, dislocato, malinconico, romantico. Lost in Translation è il ricordo di pochi giorni incantati. Il video sembra più immediato, nel presente”. I personaggi interpretati da Bill Murray e Scarlett Johansson, secondo la regista, “non potrebbero mai funzionare, ma quando tornano alle loro vite, sono almeno tornati in contatto con sé stessi”.

L’iconico titolo del film per la Coppola si origina anche dal ricordo delle interviste che aveva rilasciato a Tokyo durante la promozione di The Virgin Suicides (1999), che era stato un grosso successo ai botteghini nipponici: le sue risposte ai giornalisti locali erano di solito molto brevi, ma poi l’interprete parlava a lungo in giapponese, o a volte una spiegazione più elaborata in inglese si riduceva a poche parole della traduttrice. Tra i riferimenti di Lost in Translation c’è anche molto cinema italiano: “adoro il vagabondaggio di Antonioni o della Dolce Vita”. Divertente anche il racconto delle difficoltà inizialmente avute per ingaggiare Bill Murray, l’unico attore che la Coppola riusciva a immaginare per il ruolo di Bob, leggendariamente noto per le difficoltà di entrare in contatto con lui: “è quasi una sfida superare tutti gli ostacoli quando qualcuno mi dice che non posso fare qualcosa. Mi spinge a impegnarmi ancora di più. Per cinque mesi è stato come un lavoro a tempo pieno, contattare Bill Murray”.
Ne Le ragazze sapevano tutto è Sofia Coppola stessa a riconoscere il fil rouge che lega i primi tre titoli della sua filmografia - The Virgin Suicides, Lost in Translation e Marie Antoinette - mostrando in tutte e tre le opere “giovani ragazze in un momento di transizione che trovano sé stesse e diventano donne”. Con Marie Antoinette la regista porta al massimo la tensione tra intimità e spettacolo, tra adolescenza e potere. “A livello umano, io e Kirsten potevamo capire la figura di Maria Antonietta. Ma sarebbe impossibile identificarsi con la portata del suo stile di vita. Mi interessavano le sensazioni condivisibili da qualsiasi ragazza di quell’età”, dice la Coppola in un’intervista. Da questa prospettiva derivano anche le forti scelte registiche sulla controversa colonna sonora, che alterna musica classica a brani rock completamente avulsi dal contesto storico del film: “per me questa opposizione riflette la divisione tra il mondo ufficiale della corte e il suo mondo interiore. Corrisponde anche al fatto che è un’adolescente: stavo cercando di esprimere una certa vitalità che questa musica sa interpretare bene”.

Kristen Dunst in Marie Antoinette (2006)
Per quanto riguarda Somewhere, che le valse il Leone d’Oro nel 2010, l'ispirazione di base venne alla Coppola da una fotografia in bianco e nero scattata da Bruce Weeber che ritrae Matt Dillon da giovane con un'aria un po' malinconica. Più volte, nel corso di queste interviste, rifiuta l’idea che il lungometraggio possa essere autobiografico, avendo avuto con il padre Francis rapporti molto diversi da quelli tra i protagonisti Johnny (Stephen Dorff) e Cleo (Elle Fanning); nella sceneggiatura di Somewhere ci sono tutt’al più singoli ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza della regista, come la versione rielaborata della partecipazione del padre ai Telegatti sulla RAI, per cui tutta la famiglia accompagnò Coppola Sr. in Italia.
Qua e là in Le ragazze sapevano tutto ci sono infatti delle belle testimonianze sul rapporto personale e sull’iniziale collaborazione artistica tra Francis Ford Coppola e Sofia, a partire dal leggendario e travagliatissimo set per ricostruire il Vietnam conradiano di Apocalpyse Now (1979): “avevo cinque anni quando mio padre mi portò nelle Filippine mentre girava Apocalpyse Now: fu probabilmente il momento più bello della mia vita!”. Per il cortometraggio del padre Life Without Zoe, inserito nel film antologico New York Stories (1989) contenente episodi diretti anche da Martin Scorsese e Woody Allen, Sofia Coppola fece sia da co-sceneggiatrice che da costumista. Circa l’esperienza da attrice sul set de Il Padrino III (1990) la Coppola ribadisce che “mi piaceva stare sul set ma non davanti alla telecamera dove dovevi sempre articolare, stare dritta, etc.: non mi piace che mi si dica cosa fare!”, ma che, al netto delle critiche, "in realtà, è stata un'enorme esperienza formativa. Probabilmente mi ha temprata. È passato così tanto tempo che cerco di non farci troppo caso, ma ovviamente quando si è insicuri e si hanno diciotto anni... È stata un po' una baracconata. Non è stata un'esperienza piacevole. Se ci pensassi troppo, probabilmente non farei più nulla, perché non vuoi essere fatto a pezzi quando ti metti in gioco, corri dei rischi. E le persone hanno un problema con il nepotismo”. Tra i consigli registici ricevuti dal celebre padre ricorda “di non usare un video assist” e “di stare vicino alla telecamera”. Un’intervista ricorda anche la dolorosa perdita del fratello Gian-Carlo, rimasto ucciso in un incidente in motoscafo nel Maryland per cui Griffin O’Neal, figlio di Ryan, la star di Barry Lyndon (1975), venne condannato per negligenza.

Nelle pagine del libro trovano spazio anche il racconto delle prime ispirazioni avute per alcuni dei suoi film più recenti, spesso frutto di sfide personali: la sceneggiatura di On the Rocks (2020), derivata da una provocazione dello sceneggiatore Buck Henry, che la sfidò a scrivere un film con molti dialoghi, “per una volta”. The Beguiled (L’inganno, 2017), con un ricco cast che comprende Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning e Collin Farrel, nato invece da una battuta della scenografa Anne Ross, che le suggerì un remake al femminile di La notte brava del soldato Jonathan, film con Clint Eastwood del 1971 diretto da Don Siegel e tratto da un romanzo di Thomas P. Cullinan.
In un momento storico in cui il dibattito sulla presenza delle donne nell’industria cinematografica globale, sul presunto female gaze e sulla caratterizzazione e rappresentazione delle protagoniste è particolarmente forte, un libro come Le ragazze sapevano tutto rappresenta un significativo ritratto d’autrice che si impone per la coerenza delle sue risposte e per la completezza del suo percorso.Un testo che, di intervista in intervista, consente di tracciare la filmografia di una delle registe americane contemporanee più influenti e significative.

NC-371
04.12.2025

Sofia Coppola - nel mezzo - fotografata insieme al cast femminile di The Beguiled (L’inganno, 2017)
Esce in Italia, per Wudz Edizioni, tradotto da Silvia Oppedisano, il libro Le ragazze sapevano tutto, una raccolta di interviste alla regista Sofia Coppola curata da Amy N. Monaghan e originariamente pubblicata in America dalla casa editrice dell'università del Mississippi nella collana Conversations with Filmmakers. Il testo abbraccia praticamente tutto il percorso registico, e in generale artistico, della Coppola, partendo da una divertente e scherzosa registrazione che il padre - il maestro Francis Ford Coppola - le fece quando aveva cinque anni arrivando fino a On the Rocks del 2020; l'unico film che ne resta fuori, il biopic sulla moglie di Elvis Presley Priscilla, è uscito nel 2023 dopo la pubblicazione del libro negli States. Come ricorda anche l'introduzione al volume, sin dalla nascita la vita di Sofia Coppola è stata documentata dal padre Francis, che aveva mostrato a una festa di gala il filmato della sua nascita, "con una produzione più elaborata di quella che la maggior parte dei papà sarebbe in grado di realizzare", come scrisse a suo tempo il San Francisco Chronicle; il video venne poi utilizzato anche in una delle installazioni artistiche degli anni settanta della madre Eleanor. Sofia neonata appare anche nella scena del battesimo del figlio di Michael Corleone nel primo Padrino (1972); nel terzo capitolo della saga, uscito nel 1990, Francis Ford Coppola la richiamò per sostituire all'ultimo minuto Winona Ryder nel ruolo della figlia del boss interpretato da Al Pacino, ma la sua recitazione andò incontro a una vera e propria mattanza critica, di cui riecheggiarono inizialmente i pregiudizi al momento dell'annuncio dell'approdo della giovane alla regia.
Le ragazze sapevano tutto si compone di ventotto interviste alla cineasta, tra le più talentuose figlie d'arte della Storia del Cinema: tra queste, sorprende un breve dialogo con Wes Anderson sul lungometraggio d'esordio di Sofia, Il giardino delle vergini suicide; tra gli intervistatori spicca anche il nome di Mia Hansen-Løve, che prima di diventare la pluripremiata regista di L'avenir (Le cose che verranno, 2006) e Bergman Island (L’isola di Bergman, 2021) aveva avuto una significativa esperienza di critica per i Cahiers du Cinéma. Il volume, che restituisce con chiarezza la voce e la sensibilità della regista, permette di ripercorrere la nascita di un’autrice che ha costruito la sua poetica in un costante equilibrio tra pudore e determinazione, leggerezza e controllo - non per nulla il suo attore-feticcio Bill Murray l’ha soprannominata velvet hammer, “martello di velluto”. Prima donna americana a essere candidata all’Oscar come Miglior regista grazie a Lost in Translation (2003), dopo l’italiana Lina Wertmüller e l’australiana Jane Campion, Sofia Coppola ha mosso i suoi primi passi nella regia con la curiosa serie televisiva Hi-Octane, co-condotta con un’altra figlia d’arte, Zoe Cassavetes, che ha visto, nel suo breve periodo di trasmissione su Comedy Central, ospiti del calibro di Martin Scorsese, Naomi Campbell, Keanu Reeves, Gus Van Sant, Anna Wintour e Nicolas Cage.

La copertina del volume, tratta da una sequenza di The Virgin Suicides (Il giardino delle vergini suicide, 1999)
Innamoratasi del romanzo di Jeffrey Eugenides The Virgin Suicides (Il giardino delle vergini suicide), la giovane Coppola aveva iniziato a scriverne un adattamento per puro esercizio personale. Solo quando seppe che i diritti erano stati opzionati per un film, decise di intervenire, spinta dal desiderio di “proteggere quel libro che amava”. “Non avevo intenzione di fare la regista: il merito di quel libro è stato quello di avermi fatta diventare una regista”, ricorda Sofia Coppola in un’intervista retrospettiva con Rodrigo Perez per The Playlist in occasione dell’edizione Criterion del DVD del film, a quasi vent’anni dalla sua uscita. Nella malinconia suburbana e sospesa di Eugenides, Coppola aveva un territorio da esplorare come straniera: “il modo in cui era scritto sembrava cinematografico. Mi è sempre piaciuta la periferia: per me è esotica, perché non sono cresciuta lì. Non volevo che fosse un film sugli anni settanta, ma qualcosa senza tempo”.
Fin dall’inizio, la regista si trova a confrontarsi con lo stigma della “figlia di papà” e con l’influenza, reale o presunta, dell’allora marito Spike Jonze - “certo che mi preoccupa come verrò vista: non posso farci troppo caso, ma spero che la gente veda il film per quello che è, senza pensare a tutto il resto”, dice in una delle interviste del primo periodo della sua carriera -, ma il notevole e inaspettato successo di Lost in Translation del 2003 contribuisce a consacrare la sua voce, portandole anche le prime nomination agli Oscar. L’atmosfera sonnacchiosa che caratterizza la magia dell’ambientazione alberghiera, straniera e straniante di Lost in Translation è in fondo frutto del jet lag e delle esperienze personali della regista a riguardo: “il jet lag ti fa contemplare la vita in modo diverso. Sei lontano da tutte le distrazioni della tua vita normale”. Strutturando il film in modo che avesse “tutte le diverse parti di una relazione condensate in pochi giorni”, Sofia Coppola ha deciso di girare in pellicola per evocare un “sentimento frammentato, dislocato, malinconico, romantico. Lost in Translation è il ricordo di pochi giorni incantati. Il video sembra più immediato, nel presente”. I personaggi interpretati da Bill Murray e Scarlett Johansson, secondo la regista, “non potrebbero mai funzionare, ma quando tornano alle loro vite, sono almeno tornati in contatto con sé stessi”.

L’iconico titolo del film per la Coppola si origina anche dal ricordo delle interviste che aveva rilasciato a Tokyo durante la promozione di The Virgin Suicides (1999), che era stato un grosso successo ai botteghini nipponici: le sue risposte ai giornalisti locali erano di solito molto brevi, ma poi l’interprete parlava a lungo in giapponese, o a volte una spiegazione più elaborata in inglese si riduceva a poche parole della traduttrice. Tra i riferimenti di Lost in Translation c’è anche molto cinema italiano: “adoro il vagabondaggio di Antonioni o della Dolce Vita”. Divertente anche il racconto delle difficoltà inizialmente avute per ingaggiare Bill Murray, l’unico attore che la Coppola riusciva a immaginare per il ruolo di Bob, leggendariamente noto per le difficoltà di entrare in contatto con lui: “è quasi una sfida superare tutti gli ostacoli quando qualcuno mi dice che non posso fare qualcosa. Mi spinge a impegnarmi ancora di più. Per cinque mesi è stato come un lavoro a tempo pieno, contattare Bill Murray”.
Ne Le ragazze sapevano tutto è Sofia Coppola stessa a riconoscere il fil rouge che lega i primi tre titoli della sua filmografia - The Virgin Suicides, Lost in Translation e Marie Antoinette - mostrando in tutte e tre le opere “giovani ragazze in un momento di transizione che trovano sé stesse e diventano donne”. Con Marie Antoinette la regista porta al massimo la tensione tra intimità e spettacolo, tra adolescenza e potere. “A livello umano, io e Kirsten potevamo capire la figura di Maria Antonietta. Ma sarebbe impossibile identificarsi con la portata del suo stile di vita. Mi interessavano le sensazioni condivisibili da qualsiasi ragazza di quell’età”, dice la Coppola in un’intervista. Da questa prospettiva derivano anche le forti scelte registiche sulla controversa colonna sonora, che alterna musica classica a brani rock completamente avulsi dal contesto storico del film: “per me questa opposizione riflette la divisione tra il mondo ufficiale della corte e il suo mondo interiore. Corrisponde anche al fatto che è un’adolescente: stavo cercando di esprimere una certa vitalità che questa musica sa interpretare bene”.

Kristen Dunst in Marie Antoinette (2006)
Per quanto riguarda Somewhere, che le valse il Leone d’Oro nel 2010, l'ispirazione di base venne alla Coppola da una fotografia in bianco e nero scattata da Bruce Weeber che ritrae Matt Dillon da giovane con un'aria un po' malinconica. Più volte, nel corso di queste interviste, rifiuta l’idea che il lungometraggio possa essere autobiografico, avendo avuto con il padre Francis rapporti molto diversi da quelli tra i protagonisti Johnny (Stephen Dorff) e Cleo (Elle Fanning); nella sceneggiatura di Somewhere ci sono tutt’al più singoli ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza della regista, come la versione rielaborata della partecipazione del padre ai Telegatti sulla RAI, per cui tutta la famiglia accompagnò Coppola Sr. in Italia.
Qua e là in Le ragazze sapevano tutto ci sono infatti delle belle testimonianze sul rapporto personale e sull’iniziale collaborazione artistica tra Francis Ford Coppola e Sofia, a partire dal leggendario e travagliatissimo set per ricostruire il Vietnam conradiano di Apocalpyse Now (1979): “avevo cinque anni quando mio padre mi portò nelle Filippine mentre girava Apocalpyse Now: fu probabilmente il momento più bello della mia vita!”. Per il cortometraggio del padre Life Without Zoe, inserito nel film antologico New York Stories (1989) contenente episodi diretti anche da Martin Scorsese e Woody Allen, Sofia Coppola fece sia da co-sceneggiatrice che da costumista. Circa l’esperienza da attrice sul set de Il Padrino III (1990) la Coppola ribadisce che “mi piaceva stare sul set ma non davanti alla telecamera dove dovevi sempre articolare, stare dritta, etc.: non mi piace che mi si dica cosa fare!”, ma che, al netto delle critiche, "in realtà, è stata un'enorme esperienza formativa. Probabilmente mi ha temprata. È passato così tanto tempo che cerco di non farci troppo caso, ma ovviamente quando si è insicuri e si hanno diciotto anni... È stata un po' una baracconata. Non è stata un'esperienza piacevole. Se ci pensassi troppo, probabilmente non farei più nulla, perché non vuoi essere fatto a pezzi quando ti metti in gioco, corri dei rischi. E le persone hanno un problema con il nepotismo”. Tra i consigli registici ricevuti dal celebre padre ricorda “di non usare un video assist” e “di stare vicino alla telecamera”. Un’intervista ricorda anche la dolorosa perdita del fratello Gian-Carlo, rimasto ucciso in un incidente in motoscafo nel Maryland per cui Griffin O’Neal, figlio di Ryan, la star di Barry Lyndon (1975), venne condannato per negligenza.

Nelle pagine del libro trovano spazio anche il racconto delle prime ispirazioni avute per alcuni dei suoi film più recenti, spesso frutto di sfide personali: la sceneggiatura di On the Rocks (2020), derivata da una provocazione dello sceneggiatore Buck Henry, che la sfidò a scrivere un film con molti dialoghi, “per una volta”. The Beguiled (L’inganno, 2017), con un ricco cast che comprende Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning e Collin Farrel, nato invece da una battuta della scenografa Anne Ross, che le suggerì un remake al femminile di La notte brava del soldato Jonathan, film con Clint Eastwood del 1971 diretto da Don Siegel e tratto da un romanzo di Thomas P. Cullinan.
In un momento storico in cui il dibattito sulla presenza delle donne nell’industria cinematografica globale, sul presunto female gaze e sulla caratterizzazione e rappresentazione delle protagoniste è particolarmente forte, un libro come Le ragazze sapevano tutto rappresenta un significativo ritratto d’autrice che si impone per la coerenza delle sue risposte e per la completezza del suo percorso.Un testo che, di intervista in intervista, consente di tracciare la filmografia di una delle registe americane contemporanee più influenti e significative.
