
INT-123
02.07.2026
Tra le voci più interessanti del panorama del cinema d’animazione giapponese contemporaneo è sicuramente presente quella di Kohei Kadowaki, che ha proiettato la sua opera prima, We Are Aliens, alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes, per poi approdare anche al Festival di Annecy. Il film segna il suo ingresso nel circuito internazionale dei grandi festival, attirando l’attenzione per il suo approccio fortemente artigianale all’animazione e per la sensibilità con cui affronta il racconto della crescita.
We Are Aliens segue l’incontro tra due bambini, Tsubasa e Gyotaro, che diventano rapidamente amici durante il terzo anno di scuola elementare in una piccola città giapponese. Tsubasa è un ragazzo timido e introverso, mentre Gyotaro è più estroverso e fantasioso; tra i due nasce un legame spontaneo, fatto di giochi, confidenze e momenti di quotidianità condivisa. La loro amicizia viene però spezzata da un episodio apparentemente banale ma determinante, che innesca una frattura irreversibile tra i due e dà origine a dinamiche di isolamento e bullismo scolastico. Da quel momento, le loro vite prendono direzioni sempre più distanti, segnate dalle conseguenze emotive di quell’evento. Il racconto si estende poi su un arco temporale molto ampio, seguendo i protagonisti dall’infanzia fino all’età adulta, fino a un nuovo incontro dopo molti anni di distanza. In questo intervallo, le esperienze dell’infanzia continuano a riemergere, trasformandosi in ferite emotive, cambiamenti identitari e in un confronto inevitabile con il proprio passato.
We Are Aliens si distingue per un’animazione realizzata principalmente a mano, radicata nella tradizione classica giapponese ma arricchita da tecniche come il rotoscoping. Kadowaki costruisce un universo in cui ogni elemento, dai personaggi agli ambienti fino ai dettagli più minuti del mondo naturale, è trattato con grande attenzione espressiva, dando vita a un’estetica che privilegia la sensibilità del tratto rispetto alla perfezione digitale.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Kohei Kadowaki che ci ha raccontato del perché si è avvicinato al mondo dell’animazione, del suo pensiero sullo Studio Ghibli, oltre ad approfondire le tecniche d’animazione utilizzate nel film, il complesso lavoro con i bambini durante la produzione e la gestione di tematiche delicate come il bullismo e lo sguardo nostalgico verso il passato.

We Are Aliens (2026)
Il film è stato prima presentato al Festival di Cannes e poi ad Annecy, come hai vissuto questa esperienza?
Mi sono sentito come in Paradiso perché… sento di aver lavorato così duramente alla produzione, che mi sembra di essere morto e di essere arrivato in paradiso.
Come ti sei avvicinato al mondo dell’animazione?
La mia motivazione principale è stata pensare a quale sarebbe stato il modo per permettere al maggior numero possibile di persone di vedere i miei disegni. E ho pensato che l’animazione sarebbe stata il mezzo migliore per farlo. Ed è per questo che sono entrato in questo settore.
Puoi parlare un po’ di più delle tecniche di animazione del film e di quali sono state le sue principali ispirazioni per questo film?
Beh, tecnicamente parlando, l’idea di base è disegnare tutto da zero. È simile alle tecniche di animazione tradizionale che sono state sviluppate nel tempo. Ma c’è anche un po’ di rotoscopia. Questo è uno degli approcci tecnici utilizzati. Quindi, per quanto riguarda la tecnologia utilizzata, la base è naturalmente lo stile dell’animazione tradizionale, nel senso che disegniamo tutto da zero. Ma a un certo punto cerchiamo di essere flessibili e utilizziamo la tecnica del rotoscopio. Direi che, per questo film specifico, volevo davvero essere unico. Quindi non avevo un’ispirazione precisa. Tuttavia, amo molto le opere dello Studio Ghibli e ho sempre pensato che volessi essere come loro. Una delle cose che ammiro maggiormente di loro è che, quando guardiamo opere più moderne, quando parliamo di personaggi secondari, passeggeri o automobili, tutto ciò che è al di fuori dei protagonisti, spesso per ragioni di contenimento dei costi, è realizzato e animato in 3D. Ma quando si tratta dello Studio Ghibli, è diverso: non sono solo i protagonisti e i personaggi principali, tutto ciò che si muove, persino l’erba o qualsiasi elemento bagnato, viene animato a mano. E questa è una cosa molto bella, ed è qualcosa che sapevo di voler fare anche per le mie opere.
Speravo di sentire qualcosa del genere, perché l’atmosfera non è così vicina al cinema giapponese contemporaneo, cosa che secondo me è piuttosto rinfrescante.
Sì, infatti, perché quando abbiamo iniziato a costruire la storia, stavamo costruendo i personaggi. Ma non era solo questo. Volevo davvero mostrare un universo, un mondo. E in quel caso ciò che stiamo disegnando non sono solo i personaggi, ma la storia e il mondo stesso. Quindi ogni scena sarebbe anche una sorta di frammento di questo mondo che osserviamo da una determinata prospettiva.

Una sequenza del lungometraggio
E come si è formato il tono del film, tra intimità e strati emotivi più oscuri? E inoltre, perché hai scelto di ambientare questa storia di formazione in un ambiente piccolo e chiuso?
Beh, è una domanda difficile. In effetti ci sono alcune scene tristi, più oscure. Ma quello che sapevo è che non volevo fare qualcosa di estremo, come: questa è una scena cupa o triste, quindi la renderò in bianco e nero. Per me era importante essere molto coerente nel modo in cui avrei animato e mostrato le cose, sia che si trattasse di scene tristi o più oscure, sia che fossero scene più felici e divertenti. Ed è vero che, in base alla mia esperienza, non considero questo un film oscuro o emotivamente oscuro. Quindi quando a volte le persone mi danno questo tipo di feedback, rimango un po’ sorpreso. Per me ci sono effettivamente scene più cupe, ma è come un cinquanta e cinquanta: metà divertimento e metà oscurità. Anche il finale è una sorta di lieto fine complesso. Quindi è difficile rispondere a come ho deciso il tono del film, perché per me non c’è stata davvero una decisione precisa in questo senso.
E continuando su questo tema, come hai affrontato il passaggio del tempo nella storia, soprattutto il cambiamento verso l’età adulta?
Ho cercato di inserire questi tipo di salti temporali perché, secondo me, guardando questo film, a volte ci si rende conto improvvisamente che lui non è più un bambino di quarta elementare, ma è diventato un bambino di quinta. E so che, per gli spettatori, i salti temporali possono essere un elemento un po’ stressante. Ho cercato quindi di essere molto consapevole di come collegare il passaggio del tempo e di come esprimere questi cambiamenti, cercando allo stesso tempo di renderli molto fluidi. Mi sono concentrato anche sui volti, sul processo di un bambino che diventa adulto, quindi sul processo dell’invecchiamento. Volevo che fosse davvero convincente. Credo personalmente di essere una persona molto attenta e che osserva molto il modo in cui le persone invecchiano. Quindi anche quando si tratta semplicemente del passaggio dalla terza alla quarta elementare, è solo un anno in più, ma volevo essere convincente nel mostrare che questo bambino non è più un bambino di terza: è un bambino di quarta. E riuscire a rendere credibili questi piccoli cambiamenti mi ha fatto pensare che anche per gli spettatori ci sarebbe stato meno stress durante questi salti temporali.
Cosa ti ha spinto a raccontare questa storia sul bullismo?
Penso che quando le persone vedranno questo film, proveranno probabilmente un’emozione nostalgica che emergerà dentro di loro. E ho pensato che, per riuscire a realizzarlo, non potevamo concentrarci solo sugli aspetti positivi, perché non sarebbe stato autentico. Quando pensiamo al nostro passato, credo che tutti abbiamo momenti belli e momenti brutti nei nostri ricordi. E per riuscire a trasmettere correttamente la nostalgia, abbiamo bisogno di avere ricordi positivi e negativi in egual misura. Quindi, per me, è stato semplicemente un approccio autentico includere anche questi aspetti negativi.
Abbiamo già parlato dell’animazione, ma sono curioso di sapere anche come è stato il processo di selezione delle voci, se puoi parlarne un po’, e se sei stato coinvolto nella scelta degli attori.
Per questo film, praticamente tutti i bambini sono doppiati da bambini reali anche nella vita, ad eccezione del cast principale degli adulti, dove c’è stata una selezione diversa perché si trattava più di trovare una certa immagine e qualcuno che fosse davvero un bravo doppiatore. A parte i personaggi principali adulti, tutti gli altri, siano essi bambini o altri adulti, sono stati scelti attraverso le audizioni che abbiamo realizzato. Per quanto riguarda il mio ruolo nelle decisioni, sì, ho avuto praticamente la libertà di scegliere chi volevo, che fosse qualcuno di famoso o meno, in base all’immagine che avevo dei personaggi. Ho potuto esprimere liberamente i miei commenti e le mie opinioni, così da trovare la corrispondenza perfetta per ogni personaggio.

We Are Aliens (2026)
Com’è stato lavorare con i bambini?
È stato sicuramente molto impegnativo, perché con i bambini puoi dire: “Ok, questa è la situazione in cui ci troviamo, quindi devi essere triste”. Ma con loro non funziona. La domanda è sempre: come possiamo riuscire a ottenere da loro questo tipo di voce? A volte mi chiedevo persino: cosa sto facendo? Perché prendevo il bambino, lo spostavo verso la telecamera e cercavo di ottenere una voce un po’ tesa, perché la situazione era triste. Una delle cose che ricordo maggiormente è che i bambini sono davvero pessimi soprattutto nel ridere. Quando dici loro che devono ridere, quello che esce è una risata molto finta. Quindi con alcuni abbiamo dovuto semplicemente far loro il solletico, e a quel punto ridevano. Ma alcuni non sono molto sensibili al solletico, quindi non funzionava. C’era un bambino in particolare che non riuscivamo a far ridere. A un certo punto, una persona dello staff si è accorta che quel bambino rideva quando vedeva un pugile chiamato Bob Sapp, molto famoso in Giappone. Quando gli mostravamo delle espressioni strane di questo specifico pugile, il bambino rideva. Quindi ogni volta gli facevamo guardare una faccia buffa di Bob Sapp, ed è così che riuscivamo a farlo ridere.
Lavorare con i bambini è stata la sfida più grande che hai affrontato durante la produzione del film? E ci sono state sequenze specifiche di animazione o disegno in cui ha avuto particolari difficoltà?
Beh, certamente lavorare con i bambini è stato impegnativo, ma penso che allo stesso livello di difficoltà ci fosse anche tutto il processo di creare tutti i disegni e il modo in cui comunicare con tutto lo staff. Anche quello è stato altrettanto difficile.
Per concludere, il film ha molti livelli di lettura, quale tipo di conversazione si aspetta, o spera, che il film possa aprire con il pubblico?
Penso che quello che desidererei maggiormente, idealmente, è che le persone si rendano conto: “Oh, mi sono rivisto in questa parte di Tsubasa” oppure “Mi sono rivisto in questa parte di Gyotaro”. E che il film diventi uno stimolo per far loro ricordare qualcosa che non ricordavano da molto tempo. E che questa scintilla possa magari motivarli a contattare un vecchio amico. Se questo accadesse, sarebbe la cosa più bella e ideale.
Il trailer originale di We Are Aliens (2026)
INT-123
02.07.2026
Tra le voci più interessanti del panorama del cinema d’animazione giapponese contemporaneo è sicuramente presente quella di Kohei Kadowaki, che ha proiettato la sua opera prima, We Are Aliens, alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes, per poi approdare anche al Festival di Annecy. Il film segna il suo ingresso nel circuito internazionale dei grandi festival, attirando l’attenzione per il suo approccio fortemente artigianale all’animazione e per la sensibilità con cui affronta il racconto della crescita.
We Are Aliens segue l’incontro tra due bambini, Tsubasa e Gyotaro, che diventano rapidamente amici durante il terzo anno di scuola elementare in una piccola città giapponese. Tsubasa è un ragazzo timido e introverso, mentre Gyotaro è più estroverso e fantasioso; tra i due nasce un legame spontaneo, fatto di giochi, confidenze e momenti di quotidianità condivisa. La loro amicizia viene però spezzata da un episodio apparentemente banale ma determinante, che innesca una frattura irreversibile tra i due e dà origine a dinamiche di isolamento e bullismo scolastico. Da quel momento, le loro vite prendono direzioni sempre più distanti, segnate dalle conseguenze emotive di quell’evento. Il racconto si estende poi su un arco temporale molto ampio, seguendo i protagonisti dall’infanzia fino all’età adulta, fino a un nuovo incontro dopo molti anni di distanza. In questo intervallo, le esperienze dell’infanzia continuano a riemergere, trasformandosi in ferite emotive, cambiamenti identitari e in un confronto inevitabile con il proprio passato.
We Are Aliens si distingue per un’animazione realizzata principalmente a mano, radicata nella tradizione classica giapponese ma arricchita da tecniche come il rotoscoping. Kadowaki costruisce un universo in cui ogni elemento, dai personaggi agli ambienti fino ai dettagli più minuti del mondo naturale, è trattato con grande attenzione espressiva, dando vita a un’estetica che privilegia la sensibilità del tratto rispetto alla perfezione digitale.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Kohei Kadowaki che ci ha raccontato del perché si è avvicinato al mondo dell’animazione, del suo pensiero sullo Studio Ghibli, oltre ad approfondire le tecniche d’animazione utilizzate nel film, il complesso lavoro con i bambini durante la produzione e la gestione di tematiche delicate come il bullismo e lo sguardo nostalgico verso il passato.

We Are Aliens (2026)
Il film è stato prima presentato al Festival di Cannes e poi ad Annecy, come hai vissuto questa esperienza?
Mi sono sentito come in Paradiso perché… sento di aver lavorato così duramente alla produzione, che mi sembra di essere morto e di essere arrivato in paradiso.
Come ti sei avvicinato al mondo dell’animazione?
La mia motivazione principale è stata pensare a quale sarebbe stato il modo per permettere al maggior numero possibile di persone di vedere i miei disegni. E ho pensato che l’animazione sarebbe stata il mezzo migliore per farlo. Ed è per questo che sono entrato in questo settore.
Puoi parlare un po’ di più delle tecniche di animazione del film e di quali sono state le sue principali ispirazioni per questo film?
Beh, tecnicamente parlando, l’idea di base è disegnare tutto da zero. È simile alle tecniche di animazione tradizionale che sono state sviluppate nel tempo. Ma c’è anche un po’ di rotoscopia. Questo è uno degli approcci tecnici utilizzati. Quindi, per quanto riguarda la tecnologia utilizzata, la base è naturalmente lo stile dell’animazione tradizionale, nel senso che disegniamo tutto da zero. Ma a un certo punto cerchiamo di essere flessibili e utilizziamo la tecnica del rotoscopio. Direi che, per questo film specifico, volevo davvero essere unico. Quindi non avevo un’ispirazione precisa. Tuttavia, amo molto le opere dello Studio Ghibli e ho sempre pensato che volessi essere come loro. Una delle cose che ammiro maggiormente di loro è che, quando guardiamo opere più moderne, quando parliamo di personaggi secondari, passeggeri o automobili, tutto ciò che è al di fuori dei protagonisti, spesso per ragioni di contenimento dei costi, è realizzato e animato in 3D. Ma quando si tratta dello Studio Ghibli, è diverso: non sono solo i protagonisti e i personaggi principali, tutto ciò che si muove, persino l’erba o qualsiasi elemento bagnato, viene animato a mano. E questa è una cosa molto bella, ed è qualcosa che sapevo di voler fare anche per le mie opere.
Speravo di sentire qualcosa del genere, perché l’atmosfera non è così vicina al cinema giapponese contemporaneo, cosa che secondo me è piuttosto rinfrescante.
Sì, infatti, perché quando abbiamo iniziato a costruire la storia, stavamo costruendo i personaggi. Ma non era solo questo. Volevo davvero mostrare un universo, un mondo. E in quel caso ciò che stiamo disegnando non sono solo i personaggi, ma la storia e il mondo stesso. Quindi ogni scena sarebbe anche una sorta di frammento di questo mondo che osserviamo da una determinata prospettiva.

Una sequenza del lungometraggio
E come si è formato il tono del film, tra intimità e strati emotivi più oscuri? E inoltre, perché hai scelto di ambientare questa storia di formazione in un ambiente piccolo e chiuso?
Beh, è una domanda difficile. In effetti ci sono alcune scene tristi, più oscure. Ma quello che sapevo è che non volevo fare qualcosa di estremo, come: questa è una scena cupa o triste, quindi la renderò in bianco e nero. Per me era importante essere molto coerente nel modo in cui avrei animato e mostrato le cose, sia che si trattasse di scene tristi o più oscure, sia che fossero scene più felici e divertenti. Ed è vero che, in base alla mia esperienza, non considero questo un film oscuro o emotivamente oscuro. Quindi quando a volte le persone mi danno questo tipo di feedback, rimango un po’ sorpreso. Per me ci sono effettivamente scene più cupe, ma è come un cinquanta e cinquanta: metà divertimento e metà oscurità. Anche il finale è una sorta di lieto fine complesso. Quindi è difficile rispondere a come ho deciso il tono del film, perché per me non c’è stata davvero una decisione precisa in questo senso.
E continuando su questo tema, come hai affrontato il passaggio del tempo nella storia, soprattutto il cambiamento verso l’età adulta?
Ho cercato di inserire questi tipo di salti temporali perché, secondo me, guardando questo film, a volte ci si rende conto improvvisamente che lui non è più un bambino di quarta elementare, ma è diventato un bambino di quinta. E so che, per gli spettatori, i salti temporali possono essere un elemento un po’ stressante. Ho cercato quindi di essere molto consapevole di come collegare il passaggio del tempo e di come esprimere questi cambiamenti, cercando allo stesso tempo di renderli molto fluidi. Mi sono concentrato anche sui volti, sul processo di un bambino che diventa adulto, quindi sul processo dell’invecchiamento. Volevo che fosse davvero convincente. Credo personalmente di essere una persona molto attenta e che osserva molto il modo in cui le persone invecchiano. Quindi anche quando si tratta semplicemente del passaggio dalla terza alla quarta elementare, è solo un anno in più, ma volevo essere convincente nel mostrare che questo bambino non è più un bambino di terza: è un bambino di quarta. E riuscire a rendere credibili questi piccoli cambiamenti mi ha fatto pensare che anche per gli spettatori ci sarebbe stato meno stress durante questi salti temporali.
Cosa ti ha spinto a raccontare questa storia sul bullismo?
Penso che quando le persone vedranno questo film, proveranno probabilmente un’emozione nostalgica che emergerà dentro di loro. E ho pensato che, per riuscire a realizzarlo, non potevamo concentrarci solo sugli aspetti positivi, perché non sarebbe stato autentico. Quando pensiamo al nostro passato, credo che tutti abbiamo momenti belli e momenti brutti nei nostri ricordi. E per riuscire a trasmettere correttamente la nostalgia, abbiamo bisogno di avere ricordi positivi e negativi in egual misura. Quindi, per me, è stato semplicemente un approccio autentico includere anche questi aspetti negativi.
Abbiamo già parlato dell’animazione, ma sono curioso di sapere anche come è stato il processo di selezione delle voci, se puoi parlarne un po’, e se sei stato coinvolto nella scelta degli attori.
Per questo film, praticamente tutti i bambini sono doppiati da bambini reali anche nella vita, ad eccezione del cast principale degli adulti, dove c’è stata una selezione diversa perché si trattava più di trovare una certa immagine e qualcuno che fosse davvero un bravo doppiatore. A parte i personaggi principali adulti, tutti gli altri, siano essi bambini o altri adulti, sono stati scelti attraverso le audizioni che abbiamo realizzato. Per quanto riguarda il mio ruolo nelle decisioni, sì, ho avuto praticamente la libertà di scegliere chi volevo, che fosse qualcuno di famoso o meno, in base all’immagine che avevo dei personaggi. Ho potuto esprimere liberamente i miei commenti e le mie opinioni, così da trovare la corrispondenza perfetta per ogni personaggio.

We Are Aliens (2026)
Com’è stato lavorare con i bambini?
È stato sicuramente molto impegnativo, perché con i bambini puoi dire: “Ok, questa è la situazione in cui ci troviamo, quindi devi essere triste”. Ma con loro non funziona. La domanda è sempre: come possiamo riuscire a ottenere da loro questo tipo di voce? A volte mi chiedevo persino: cosa sto facendo? Perché prendevo il bambino, lo spostavo verso la telecamera e cercavo di ottenere una voce un po’ tesa, perché la situazione era triste. Una delle cose che ricordo maggiormente è che i bambini sono davvero pessimi soprattutto nel ridere. Quando dici loro che devono ridere, quello che esce è una risata molto finta. Quindi con alcuni abbiamo dovuto semplicemente far loro il solletico, e a quel punto ridevano. Ma alcuni non sono molto sensibili al solletico, quindi non funzionava. C’era un bambino in particolare che non riuscivamo a far ridere. A un certo punto, una persona dello staff si è accorta che quel bambino rideva quando vedeva un pugile chiamato Bob Sapp, molto famoso in Giappone. Quando gli mostravamo delle espressioni strane di questo specifico pugile, il bambino rideva. Quindi ogni volta gli facevamo guardare una faccia buffa di Bob Sapp, ed è così che riuscivamo a farlo ridere.
Lavorare con i bambini è stata la sfida più grande che hai affrontato durante la produzione del film? E ci sono state sequenze specifiche di animazione o disegno in cui ha avuto particolari difficoltà?
Beh, certamente lavorare con i bambini è stato impegnativo, ma penso che allo stesso livello di difficoltà ci fosse anche tutto il processo di creare tutti i disegni e il modo in cui comunicare con tutto lo staff. Anche quello è stato altrettanto difficile.
Per concludere, il film ha molti livelli di lettura, quale tipo di conversazione si aspetta, o spera, che il film possa aprire con il pubblico?
Penso che quello che desidererei maggiormente, idealmente, è che le persone si rendano conto: “Oh, mi sono rivisto in questa parte di Tsubasa” oppure “Mi sono rivisto in questa parte di Gyotaro”. E che il film diventi uno stimolo per far loro ricordare qualcosa che non ricordavano da molto tempo. E che questa scintilla possa magari motivarli a contattare un vecchio amico. Se questo accadesse, sarebbe la cosa più bella e ideale.
Il trailer originale di We Are Aliens (2026)