
NC-440
30.06.2026
Ogni anno, nel mese di giugno, il Festival di Annecy si conferma come il palcoscenico internazionale più prestigioso dedicato al cinema d’animazione, dove vengono presentate alcune delle opere più innovative della stagione. In questa selezione raccontiamo alcune delle visioni che ci hanno maggiormente colpito, un insieme variegato per tecniche espressive, tematiche e pubblico di riferimento.
Si va dall’irriverente e spassosa avventura queer Jim Queen di Marco Nguyen e Nicholas Athané, a Julian di Louise Bagnall, delicato racconto sull’identità di genere, fino a The Last Whale Singer di Reza Memari, storia di formazione pensata per un pubblico più giovane. Si prosegue con Viva Carmen, il nuovo atteso film di Sébastien Laudenbach, e con l’animazione giapponese The Keeper of the Camphor Tree di Tomohiko Itō. Chiude la selezione Welcome to Dolly’s House, riflessione universale sul bisogno disperato di autenticità firmata da Rady Fu, Tree Muta e Seven YCH.
A completare il quadro, la coproduzione italiana La violinista di Ervin Han e Raúl García, vincitrice del Premio Cristal per il Miglior Lungometraggio del Festival: un dramma a sfondo musicale che segue due violoncellisti singaporiani il cui destino cambia radicalmente dopo l’invasione del Giappone all’inizio degli anni '40.
Jim Queen, di Marco Nguyen e Nicolas Athané

“On est les gym queen,
Allure fière et masculine!”
Sulle note di un brano dal ritmo incalzante EDM, Marco Nguyen e Nicolas Athané ci introducono nel mondo dominato dall’influencer Jim Parfait, nel quale chiunque è attratto dal suo fisico scultoreo con ben diciassette addominali. Tutto inizia a crollare quando la città di Parigi viene colpita da un nuovo virus, l’heterosis, che trasforma le persone omosessuali in eterosessuali, tra cui lo stesso Jim. L’unica soluzione sembrerebbe essere un antidoto particolare chiamato Chloroqueer, ma per ottenerlo Jim avrà bisogno dell’aiuto del giovane twink impacciato Lucien, innamorato da anni dell’influencer. Ciò che segue è una strampalata avventura dove i due protagonisti si trovano a vagare in una Parigi sempre più assediata dall’heterosis, incontrando diverse personalità tra drag queen, orsi, la famigerata Gaystapo e puppies BDSM. Il primo trionfo di Jim Queen si trova proprio nella struttura narrativa, dove il duo di registi prende gli stereotipi tipici del genere action e avventuroso e li trasla in un contesto queer. I siparietti che si vengono a creare sono semplicemente esilaranti: Jim Parfait, simbolo della perfezione fisica e dell’immagine gay più stereotipata, si ritrova costretto a chiedere aiuto a Robobear, ex gym queen ora appartenente alla tribe degli orsi, oppure a collaborare con lo sniffeur Michel capace di aiutare i protagonisti dopo aver annusato delle sneakers. La forza del film nasce proprio dal contrasto tra la serietà dei codici del cinema d’azione e l’assurdità dei personaggi che popolano questo universo. A rendere ancora più efficace questa operazione è il mondo queer animato creato dal film, uno spazio sgargiante, colorato ed eccessivo, che ricorda molto le produzioni statunitensi di Adult Swim. Ogni elemento viene portato all’estremo, trasformando Parigi in un luogo surreale dove le regole del reale sembrano lasciare spazio all’immaginazione più sfrenata, come ad esempio uno spazio di cruising, descritto ironicamente come una “backroom a cielo aperto”. Ciò che rende ancora più accattivante la visione è il commento rivolto alla comunità LGBTQ+. Non c’è solo il discorso più evidente legato all’omofobia, rappresentata attraverso la minaccia dell’heterosis, oppure il percorso di crescita e accettazione di Lucien, la cui omosessualità nascosta dalla madre viene mostrata come una parte complessa della sua identità e non come un semplice espediente narrativo. A sorprendere maggiormente è lo sguardo ironico e autoironico verso la stessa comunità gay: tribe diverse, conflitti interni e persino forme di discriminazione vengono mostrati apertamente, per poi ricordare l’importanza dell’unione e dell’accettazione reciproca. Emblematica è la scena della drag queen Glamydia che si esibisce davanti alla Gaystapo per permettere a Jim Parfait e Lucien di scappare, momento che racchiude perfettamente il tono con cui i registi affrontano la storia; esilarante, camp ed esplicito. La comicità del film è interamente costruita sull’eccesso, dove ogni simbolo queer diventa insieme parodia e celebrazione. Jim Queen riesce quindi a trasformare la sua folle avventura in una dichiarazione d’amore verso la comunità queer. Dietro il virus dell’heterosis, gli inseguimenti e le situazioni paradossali si nasconde un messaggio semplice, la vera forza non risiede nella perfezione del corpo di Jim Parfait, ma nella capacità di accettare sé stessi e gli altri.
Julián, di Louise Bagnall

Con Julián, Louise Bagnall porta sullo schermo una storia di crescita e scoperta personale in cui l’immaginazione diventa lo strumento principale per raccontare la costruzione dell’identità. Il film segue Julián, un bambino che trascorre un periodo a Brooklyn insieme alla nonna e che, attraverso il gioco e la fantasia, inizia a esplorare il proprio modo di essere e di vedere il mondo. Il desiderio di trasformarsi in una sirena, ispirato dall’albo illustrato Julián Is a Mermaid di Jessica Love, non è soltanto un momento di evasione infantile, ma un gesto creativo attraverso cui il protagonista dà forma alla propria sensibilità e al proprio immaginario. Il percorso di Julián non è raccontato come un conflitto drammatico, ma come una progressiva presa di coscienza. Il bambino non cerca semplicemente di diventare qualcun altro, ma anche un linguaggio per esprimere ciò che sente di essere. La trasformazione fantastica diventa quindi una metafora della libertà di costruire la propria identità senza lasciarsi limitare dalle aspettative esterne. Ed in questo senso, il rapporto con la nonna assume un ruolo fondamentale, dove la sua presenza rappresenta uno spazio di accoglienza e comprensione, in cui la diversità del bambino viene riconosciuta attraverso l’affetto più che attraverso spiegazioni o giudizi. Uno degli elementi più affascinanti del film è la qualità pittorica dell’animazione. Lo stile visivo di Bagnall trasforma ogni inquadratura in un’immagine ricca di materia, colori e movimento, avvicinando il film alla sensibilità dell’illustrazione. Le forme morbide, le tonalità calde e la cura per i dettagli contribuiscono a creare un universo sospeso tra realtà e sogno, nel quale lo sguardo del protagonista modifica continuamente ciò che lo circonda. L’animazione non accompagna semplicemente la storia, ma diventa il mezzo attraverso cui vengono rappresentate emozioni, desideri e trasformazioni interiori. La dimensione fantastica permette inoltre al film di affrontare temi profondi con grande delicatezza. La creatività infantile non viene presentata come una fuga dalla realtà, ma come un modo per comprenderla e reinterpretarla. Brooklyn, con i suoi spazi quotidiani e la sua varietà culturale, si trasforma così in un luogo aperto alle possibilità, dove ogni elemento può essere reinventato dalla fantasia di Julián. Con il suo equilibrio tra poesia visiva e sensibilità narrativa, Julián è un racconto sulla libertà di esprimersi e sul valore dell’immaginazione come strumento di conoscenza di sé. Louise Bagnall realizza un film capace di parlare ai più giovani senza semplificare i suoi temi, affidandosi alla forza delle immagini per raccontare un percorso universale, quello di trovare il proprio posto nel mondo.
La violinista, di Ervin Han e Raúl García

Con l’avvento del cinema e della fotografia siamo abituati a vedere le storie tramandate per immagine, ma se a raccontare una guerra e un amore perduto fosse un violino e la sua musica? Singapore ai giorni nostri, un reporter spagnolo cerca di scoprire la storia dietro al violino della celebre violinista Lee Fei. Davanti a lui siede un’anziana signora che ha calcato i teatri più prestigiosi al mondo, che ha incantato col suo violino infiniti pubblici, e che anche davanti all’idea di poter suonare uno stradivari ha sempre fatto affidamento sul suo violino che cela una storia che va oltre la musica, ma parla di un amore e di un popolo spezzato dalla guerra. La violinista di Ervin Han e Raúl García racconta uno spaccato di storia che in occidente ignoriamo: la seconda guerra sino-giapponese. Singapore, anni ‘30, Lee Fei fin da piccola viene educata all’amore per la musica e suona tutti i giorni il suo violino accompagnata dal padre al pianoforte. A casa con loro vive un giovane orfano, Kai, che si innamorerà della musica e mostrerà fin da subito di avere non solo un ottimo orecchio, ma un vero e proprio talento musicale. I due ragazzi iniziano a suonare insieme per tutta Singapore, dalle sale del console, ai salotti borghesi e anche per i portuali e la gente al porto. Le loro vite vengono però scosse dalla notizia dell’invasione da parte del Giappone della Manciuria e temono che possa estendersi per la Malesia fino a giungere a loro. Kai, decide di lasciare il violino e la sua amata Fei per unirsi ai ribelli e cercare di combattere per scacciare gli invasori. I due giovani si lasciano con la promessa di ritrovarsi finita la guerra e tornare insieme a suonare. L’animazione è prevalentemente in 2D, tranne nelle scene di musica o guerra dove viene utilizzato anche il 3D (più come supporto tecnico che per scelta stilistica). Nonostante il comparto tecnico punti su un’animazione decisamente low-budget e un frame-rate a tratti legnoso, la storia colpisce subito al cuore. Si è da subito rapiti dalle storie di Kai e Fei e del popolo singaporese devastato dalla guerra. Han e García non si risparmiano nel mostrare la brutalità del conflitto, ma mostrano anche i legami umani che si formano nei momenti di crisi, dove non tutti gli invasori sono mostri e non tutti gli alleati sono santi. Oltre a Kai e Fei, l’altra grande protagonista del film è la Musica, non tanto per la colonna sonora che mischia musica classica e cinese tradizionale, ma è la musa che invita i due protagonisti a vivere. È solo attraverso la musica che Fei e Kai riescono ad andare avanti nonostante tutto intorno a loro crolli, e che li terrà legati per sempre anche quando la Storia e le guerre li terranno lontani.
The Keeper of the Camphor Tree, di Tomohiko Itō

Senza un passato si può sognare un futuro? Reito Naoi, non ha nemmeno 25 anni e a causa di un passato complicato sente di non meritarsi un futuro, per tanto si lascia vivere dagli eventi e decide il da farsi attraverso la sorte lanciando una monetina da 100 yen. Un giorno, questo suo “stile” di vita lo porterà ai margini fino a giungere in carcere per un errore non suo, e proprio quando tutto sembra perduto, che farà la conoscenza di Chifune Yanagisawa. La donna si presenta come sua zia e gli offre un lavoro, diventare il custode dell’albero della canfora, un albero centenario dove le persone giungono per pregare i propri desideri. Tratto dalla serie light novel di Keigo Higashino, The Keeper of the Camphor Tree, affronta vari temi: il potere dei desideri e dei ricordi e i legami umani. Attraverso il suo nuovo lavoro Naoi intreccia la propria vita a quella di altri giovani che come lui cercano risposte ai problemi della vita e capiranno che è attraverso la collettività e la comunicazione che si può arrivare a desiderare nuovamente un futuro. Tomohiko Itō (Hello World, 2019) attraverso l’animazione 2D tipica degli anime giapponesi, ci trasporta in un Giappone che vive tra futuro e tradizione. L’animazione in alcuni punti pecca un po’, soprattutto nelle movenze spesso molto scattanti e poco naturali, ma i background e i dettagli sono degni della storia dell’animazione nipponica. Nel film ci sono dei momenti che richiamano alla mente i film di Mamoru Hosoda, sarà anche perché Itō lavorò col maestro ai film La ragazza che saltava nel tempo (2006) e Summer Wars (2009). Infatti, come Hosoda, anche Itō mischia vari stile di animazione e disegno per distinguere il reale dall’onirico. Nonostante il film non sia riuscitissimo a causa della sceneggiatura che nella prima parte sovraccarica lo spettatore di informazioni che poi si svelano nell’ultima mezz’ora, The Keeper of the Camphor Tree è un film assolutamente godibile che porta chi lo guarda a voler credere ancora nella vita e nel futuro.
The Last Whale Singer, di Reza Memari

È un racconto semplice, pensato principalmente per un pubblico molto giovane, quello realizzato da Reza Memari. Sfruttando un immaginario marino già utilizzato in passato con grande successo, The Last Whale Singer racconta la storia di Vincent, un giovane balenottero figlio di un “whale singer”, una figura capace in passato di mantenere l’equilibrio dell’oceano attraverso il proprio canto. Dopo la perdita dei genitori, Vincent si trova a convivere con il timore di non essere all’altezza dell’eredità ricevuta. Quando il mare viene minacciato dal risveglio del Leviathan, una creatura distruttiva in grado di compromettere l’ecosistema marino, Vincent è costretto a intraprendere un viaggio nelle profondità dell’oceano. Questo percorso rappresenta non solo una missione per salvare il mondo in cui vive, ma anche un’occasione per affrontare le proprie paure e maturare come individuo. Uno degli aspetti centrali del film è proprio il significato del canto; la “voce” di Vincent non rappresenta soltanto un potere legato alla tradizione dei whale singer, ma diventa una metafora della ricerca della propria identità. Il film si rivolge soprattutto ai più giovani, affrontando temi come l’accettazione di sé, la crescita personale e il valore dell’amicizia. Il rapporto con i compagni di viaggio rafforza il messaggio di collaborazione e fiducia, rendendo la storia semplice ma capace di trasmettere un coinvolgimento emotivo. Tuttavia, alcuni personaggi secondari rimangono principalmente funzionali al percorso del protagonista e avrebbero potuto essere approfonditi maggiormente. Dal punto di vista narrativo, l’opera segue una struttura classica e in alcuni momenti prevedibile, vicina alla tradizione dei racconti di formazione ambientati nel mondo naturale. Nonostante ciò, The Last Whale Singer riesce a costruire una propria identità grazie all’elemento mitologico del canto delle balene e a un messaggio ecologico chiaro, che rimane ben integrato nello sviluppo della vicenda. L’ambientazione marina rappresenta uno degli elementi più riusciti del film. L’oceano non è soltanto uno sfondo per l’avventura, ma diventa un mondo complesso e fragile da proteggere. L’animazione è ricca di dettagli e alterna scenari luminosi ad atmosfere più cupe, riuscendo a rappresentare sia la meraviglia sia la vulnerabilità dell’ambiente marino. In un panorama dell’animazione spesso orientato verso storie più ironiche o caratterizzate da una maggiore complessità narrativa, The Last Whale Singer sceglie una strada più classica e fiabesca, affidandosi alla forza del viaggio di crescita e a un messaggio ambientale immediato. Pur senza distinguersi per originalità, il film funziona grazie alla sensibilità dei temi affrontati, alla qualità visiva e al coinvolgimento del pubblico più giovane.
Viva Carmen!, di Sébastien Laudenbach

Sicuramente tutti hanno sentito almeno una volta l’inizio di quest’aria: “L’amour est un oiseau rebelle, que nul ne peut apprivoiser” (L’amore è un uccello ribelle che nessuno potrà mai addomesticare). È con queste prime parole che Carmen si presenta nell’omonima opera di Georges Bizet al pubblico. La Carmen racconta di un femminicidio, non perché la protagonista viene uccisa alla fine dall’uomo che professa di amarla – possiamo affermare che nella lirica le eroine protagoniste muoiano nei peggiori dei modi – ma perché racconta una violenza di genere, dove lei viene uccisa perché è una donna libera che si rifiuta di sottomettersi al volere di un uomo. Nel corso della storia ci sono state diverse versione di quest’opera, non solo per la musica immortale, ma appunto per l’attualità della storia. Nel cinema sono infiniti gli adattamenti della Carmen, tra cui quella del 1984 di Francesco Rosi, dove il punto di vista è sempre stato quello di lei, ma che succede se si sposta questo punto di vista? Se a raccontare la tragedia non sia la vittima ma chi le sta accanto? È con questo pensiero che Sébastien Laudenbach – regista che si è fatto notare in Italia col suo ultimo film Linda e il pollo (2023) – crea la propria versione dell’opera di Bizet con Viva Carmen!. I protagonisti sono un gruppo di bambini, tra cui spiccano Salvator e Belén. Salvator è l’apprendista di Tonio, un affilatore di coltelli girovago che attraverso il suo lavoro riesce a vedere il futuro, ed è attraverso il maestro che scoprirà che la vita di Carmen è in pericolo e si farà aiutare da Belén, una giovane ladra, a salvare la donna. Per questo progetto Sébastien Laudenbach ha voluto come direttore artistico il fumettista Cyril Pedrosa, col quale ha creato un mondo meraviglioso che non solo richiama Siviglia, città dove è ambientata la storia, ma la musica stessa. È come se con le note di colore che prendono il sopravvento, i personaggi si facciano musica, emozioni e diventino un tutt'uno con l’ambiente. Chi davvero si sovrasta tra tutti, per il character design, è il personaggio di Carmen, che se nell’opera di Bizet era celebre per la voce, nell’animazione di Laudenbach a renderla magnetica sono gli occhi verdissimi che illuminano anche nell’oscurità più profonda. Viva Carmen! Non solo è un inno alla libertà femminile, ma è anche un gioiellino dell’animazione 2D francese che si conferma tra le migliori scuole non solo europee ma nel mondo, per la sua poetica e stile.
Welcome To Dolly’s House, di Radu Fu, Tree Muta e Seven YCH

Tree Muta, nome d’arte di Ba Dong Yao, è un artista taiwanese a 360°, capace di fondere la video-arte e la tradizione del glove puppetry taiwanese con le possibilità offerte dalla realtà virtuale e dall’animazione contemporanea. Dopo aver creato Hungry (2024), lavoro creato in collaborazione con la Cineteca di Milano, l’artista approda al lungometraggio d’animazione con il suo primo film realizzato in collaborazione con Rady Fu e Seven YCH, dal titolo Welcome To Dolly’s House, presentato nella cornice del Festival di Annecy 2026. L’opera si muove in equilibrio tra il dramma psicologico e la sperimentazione visiva, esplorando le dinamiche di isolamento e di identità artificiale all'interno di uno spazio apparentemente perfetto ma emotivamente claustrofobico, trasformando la "casa" del titolo nel palcoscenico di una profonda crisi esistenziale. Ispirandosi fin dai titoli di testa al pensiero di Walt Whitman, infatti, i registi mettono in scena una riflessione universale sulla finzione dei legami e sul disperato bisogno di autenticità all’interno di un universo e di un mondo segnato, irrimediabilmente, dalle finzioni e dalle costruzioni sociali. Non è un caso che nel mondo della protagonista Maria, animato in 2D con il rotoscope, ci sia lo spazio per una continua rimediazione dei contenuti identitari - attraverso dirette streaming e dispositivi di vario tipo - che portano a galla la dissociazione contemporanea che l’uomo vive al giorno d’oggi tramite i social. Questa continua dissonanza crea un contrasto stridente che riflette la natura ibrida e "costruita" del mondo in cui si muovono i personaggi. I movimenti dei corpi, volutamente scattosi e marionettistici, accentuano il senso di perturbante, ma allo stesso tempo la regia non è mai eccessiva, ma preferisce un approccio rigoroso puntando su angolazioni geometriche e sguardi fissi, quasi asfittici, alternati a improvvisi dettagli sui volti inespressivi delle "bambole", catturando la sottile violenza psicologica che si consuma tra le mura domestiche. Sebbene nella parte centrale la narrazione accusi qualche frammentazione di troppo, rischiando di disperdere la tensione accumulata, il film ritrova piena forza drammatica grazie a un controllo formale sorprendente. La fotografia, che gioca magistralmente su toni algidi, contrasti netti e l'uso espressivo delle luci artificiali, contribuisce a definire un’atmosfera rarefatta, quasi ipnotica, capace di dare colore e profondità anche agli sfondi più spogli. Ne emerge un’opera intensa e dolorosa, una riflessione universale sulla fiction dei legami e sul disperato bisogno di autenticità che conferma la sensibilità autoriale e l'audacia tecnica dei due registi.
NC-440
30.06.2026
Ogni anno, nel mese di giugno, il Festival di Annecy si conferma come il palcoscenico internazionale più prestigioso dedicato al cinema d’animazione, dove vengono presentate alcune delle opere più innovative della stagione. In questa selezione raccontiamo alcune delle visioni che ci hanno maggiormente colpito, un insieme variegato per tecniche espressive, tematiche e pubblico di riferimento.
Si va dall’irriverente e spassosa avventura queer Jim Queen di Marco Nguyen e Nicholas Athané, a Julian di Louise Bagnall, delicato racconto sull’identità di genere, fino a The Last Whale Singer di Reza Memari, storia di formazione pensata per un pubblico più giovane. Si prosegue con Viva Carmen, il nuovo atteso film di Sébastien Laudenbach, e con l’animazione giapponese The Keeper of the Camphor Tree di Tomohiko Itō. Chiude la selezione Welcome to Dolly’s House, riflessione universale sul bisogno disperato di autenticità firmata da Rady Fu, Tree Muta e Seven YCH.
A completare il quadro, la coproduzione italiana La violinista di Ervin Han e Raúl García, vincitrice del Premio Cristal per il Miglior Lungometraggio del Festival: un dramma a sfondo musicale che segue due violoncellisti singaporiani il cui destino cambia radicalmente dopo l’invasione del Giappone all’inizio degli anni '40.
Jim Queen, di Marco Nguyen e Nicolas Athané

“On est les gym queen,
Allure fière et masculine!”
Sulle note di un brano dal ritmo incalzante EDM, Marco Nguyen e Nicolas Athané ci introducono nel mondo dominato dall’influencer Jim Parfait, nel quale chiunque è attratto dal suo fisico scultoreo con ben diciassette addominali. Tutto inizia a crollare quando la città di Parigi viene colpita da un nuovo virus, l’heterosis, che trasforma le persone omosessuali in eterosessuali, tra cui lo stesso Jim. L’unica soluzione sembrerebbe essere un antidoto particolare chiamato Chloroqueer, ma per ottenerlo Jim avrà bisogno dell’aiuto del giovane twink impacciato Lucien, innamorato da anni dell’influencer. Ciò che segue è una strampalata avventura dove i due protagonisti si trovano a vagare in una Parigi sempre più assediata dall’heterosis, incontrando diverse personalità tra drag queen, orsi, la famigerata Gaystapo e puppies BDSM. Il primo trionfo di Jim Queen si trova proprio nella struttura narrativa, dove il duo di registi prende gli stereotipi tipici del genere action e avventuroso e li trasla in un contesto queer. I siparietti che si vengono a creare sono semplicemente esilaranti: Jim Parfait, simbolo della perfezione fisica e dell’immagine gay più stereotipata, si ritrova costretto a chiedere aiuto a Robobear, ex gym queen ora appartenente alla tribe degli orsi, oppure a collaborare con lo sniffeur Michel capace di aiutare i protagonisti dopo aver annusato delle sneakers. La forza del film nasce proprio dal contrasto tra la serietà dei codici del cinema d’azione e l’assurdità dei personaggi che popolano questo universo. A rendere ancora più efficace questa operazione è il mondo queer animato creato dal film, uno spazio sgargiante, colorato ed eccessivo, che ricorda molto le produzioni statunitensi di Adult Swim. Ogni elemento viene portato all’estremo, trasformando Parigi in un luogo surreale dove le regole del reale sembrano lasciare spazio all’immaginazione più sfrenata, come ad esempio uno spazio di cruising, descritto ironicamente come una “backroom a cielo aperto”. Ciò che rende ancora più accattivante la visione è il commento rivolto alla comunità LGBTQ+. Non c’è solo il discorso più evidente legato all’omofobia, rappresentata attraverso la minaccia dell’heterosis, oppure il percorso di crescita e accettazione di Lucien, la cui omosessualità nascosta dalla madre viene mostrata come una parte complessa della sua identità e non come un semplice espediente narrativo. A sorprendere maggiormente è lo sguardo ironico e autoironico verso la stessa comunità gay: tribe diverse, conflitti interni e persino forme di discriminazione vengono mostrati apertamente, per poi ricordare l’importanza dell’unione e dell’accettazione reciproca. Emblematica è la scena della drag queen Glamydia che si esibisce davanti alla Gaystapo per permettere a Jim Parfait e Lucien di scappare, momento che racchiude perfettamente il tono con cui i registi affrontano la storia; esilarante, camp ed esplicito. La comicità del film è interamente costruita sull’eccesso, dove ogni simbolo queer diventa insieme parodia e celebrazione. Jim Queen riesce quindi a trasformare la sua folle avventura in una dichiarazione d’amore verso la comunità queer. Dietro il virus dell’heterosis, gli inseguimenti e le situazioni paradossali si nasconde un messaggio semplice, la vera forza non risiede nella perfezione del corpo di Jim Parfait, ma nella capacità di accettare sé stessi e gli altri.
Julián, di Louise Bagnall

Con Julián, Louise Bagnall porta sullo schermo una storia di crescita e scoperta personale in cui l’immaginazione diventa lo strumento principale per raccontare la costruzione dell’identità. Il film segue Julián, un bambino che trascorre un periodo a Brooklyn insieme alla nonna e che, attraverso il gioco e la fantasia, inizia a esplorare il proprio modo di essere e di vedere il mondo. Il desiderio di trasformarsi in una sirena, ispirato dall’albo illustrato Julián Is a Mermaid di Jessica Love, non è soltanto un momento di evasione infantile, ma un gesto creativo attraverso cui il protagonista dà forma alla propria sensibilità e al proprio immaginario. Il percorso di Julián non è raccontato come un conflitto drammatico, ma come una progressiva presa di coscienza. Il bambino non cerca semplicemente di diventare qualcun altro, ma anche un linguaggio per esprimere ciò che sente di essere. La trasformazione fantastica diventa quindi una metafora della libertà di costruire la propria identità senza lasciarsi limitare dalle aspettative esterne. Ed in questo senso, il rapporto con la nonna assume un ruolo fondamentale, dove la sua presenza rappresenta uno spazio di accoglienza e comprensione, in cui la diversità del bambino viene riconosciuta attraverso l’affetto più che attraverso spiegazioni o giudizi. Uno degli elementi più affascinanti del film è la qualità pittorica dell’animazione. Lo stile visivo di Bagnall trasforma ogni inquadratura in un’immagine ricca di materia, colori e movimento, avvicinando il film alla sensibilità dell’illustrazione. Le forme morbide, le tonalità calde e la cura per i dettagli contribuiscono a creare un universo sospeso tra realtà e sogno, nel quale lo sguardo del protagonista modifica continuamente ciò che lo circonda. L’animazione non accompagna semplicemente la storia, ma diventa il mezzo attraverso cui vengono rappresentate emozioni, desideri e trasformazioni interiori. La dimensione fantastica permette inoltre al film di affrontare temi profondi con grande delicatezza. La creatività infantile non viene presentata come una fuga dalla realtà, ma come un modo per comprenderla e reinterpretarla. Brooklyn, con i suoi spazi quotidiani e la sua varietà culturale, si trasforma così in un luogo aperto alle possibilità, dove ogni elemento può essere reinventato dalla fantasia di Julián. Con il suo equilibrio tra poesia visiva e sensibilità narrativa, Julián è un racconto sulla libertà di esprimersi e sul valore dell’immaginazione come strumento di conoscenza di sé. Louise Bagnall realizza un film capace di parlare ai più giovani senza semplificare i suoi temi, affidandosi alla forza delle immagini per raccontare un percorso universale, quello di trovare il proprio posto nel mondo.
La violinista, di Ervin Han e Raúl García

Con l’avvento del cinema e della fotografia siamo abituati a vedere le storie tramandate per immagine, ma se a raccontare una guerra e un amore perduto fosse un violino e la sua musica? Singapore ai giorni nostri, un reporter spagnolo cerca di scoprire la storia dietro al violino della celebre violinista Lee Fei. Davanti a lui siede un’anziana signora che ha calcato i teatri più prestigiosi al mondo, che ha incantato col suo violino infiniti pubblici, e che anche davanti all’idea di poter suonare uno stradivari ha sempre fatto affidamento sul suo violino che cela una storia che va oltre la musica, ma parla di un amore e di un popolo spezzato dalla guerra. La violinista di Ervin Han e Raúl García racconta uno spaccato di storia che in occidente ignoriamo: la seconda guerra sino-giapponese. Singapore, anni ‘30, Lee Fei fin da piccola viene educata all’amore per la musica e suona tutti i giorni il suo violino accompagnata dal padre al pianoforte. A casa con loro vive un giovane orfano, Kai, che si innamorerà della musica e mostrerà fin da subito di avere non solo un ottimo orecchio, ma un vero e proprio talento musicale. I due ragazzi iniziano a suonare insieme per tutta Singapore, dalle sale del console, ai salotti borghesi e anche per i portuali e la gente al porto. Le loro vite vengono però scosse dalla notizia dell’invasione da parte del Giappone della Manciuria e temono che possa estendersi per la Malesia fino a giungere a loro. Kai, decide di lasciare il violino e la sua amata Fei per unirsi ai ribelli e cercare di combattere per scacciare gli invasori. I due giovani si lasciano con la promessa di ritrovarsi finita la guerra e tornare insieme a suonare. L’animazione è prevalentemente in 2D, tranne nelle scene di musica o guerra dove viene utilizzato anche il 3D (più come supporto tecnico che per scelta stilistica). Nonostante il comparto tecnico punti su un’animazione decisamente low-budget e un frame-rate a tratti legnoso, la storia colpisce subito al cuore. Si è da subito rapiti dalle storie di Kai e Fei e del popolo singaporese devastato dalla guerra. Han e García non si risparmiano nel mostrare la brutalità del conflitto, ma mostrano anche i legami umani che si formano nei momenti di crisi, dove non tutti gli invasori sono mostri e non tutti gli alleati sono santi. Oltre a Kai e Fei, l’altra grande protagonista del film è la Musica, non tanto per la colonna sonora che mischia musica classica e cinese tradizionale, ma è la musa che invita i due protagonisti a vivere. È solo attraverso la musica che Fei e Kai riescono ad andare avanti nonostante tutto intorno a loro crolli, e che li terrà legati per sempre anche quando la Storia e le guerre li terranno lontani.
The Keeper of the Camphor Tree, di Tomohiko Itō

Senza un passato si può sognare un futuro? Reito Naoi, non ha nemmeno 25 anni e a causa di un passato complicato sente di non meritarsi un futuro, per tanto si lascia vivere dagli eventi e decide il da farsi attraverso la sorte lanciando una monetina da 100 yen. Un giorno, questo suo “stile” di vita lo porterà ai margini fino a giungere in carcere per un errore non suo, e proprio quando tutto sembra perduto, che farà la conoscenza di Chifune Yanagisawa. La donna si presenta come sua zia e gli offre un lavoro, diventare il custode dell’albero della canfora, un albero centenario dove le persone giungono per pregare i propri desideri. Tratto dalla serie light novel di Keigo Higashino, The Keeper of the Camphor Tree, affronta vari temi: il potere dei desideri e dei ricordi e i legami umani. Attraverso il suo nuovo lavoro Naoi intreccia la propria vita a quella di altri giovani che come lui cercano risposte ai problemi della vita e capiranno che è attraverso la collettività e la comunicazione che si può arrivare a desiderare nuovamente un futuro. Tomohiko Itō (Hello World, 2019) attraverso l’animazione 2D tipica degli anime giapponesi, ci trasporta in un Giappone che vive tra futuro e tradizione. L’animazione in alcuni punti pecca un po’, soprattutto nelle movenze spesso molto scattanti e poco naturali, ma i background e i dettagli sono degni della storia dell’animazione nipponica. Nel film ci sono dei momenti che richiamano alla mente i film di Mamoru Hosoda, sarà anche perché Itō lavorò col maestro ai film La ragazza che saltava nel tempo (2006) e Summer Wars (2009). Infatti, come Hosoda, anche Itō mischia vari stile di animazione e disegno per distinguere il reale dall’onirico. Nonostante il film non sia riuscitissimo a causa della sceneggiatura che nella prima parte sovraccarica lo spettatore di informazioni che poi si svelano nell’ultima mezz’ora, The Keeper of the Camphor Tree è un film assolutamente godibile che porta chi lo guarda a voler credere ancora nella vita e nel futuro.
The Last Whale Singer, di Reza Memari

È un racconto semplice, pensato principalmente per un pubblico molto giovane, quello realizzato da Reza Memari. Sfruttando un immaginario marino già utilizzato in passato con grande successo, The Last Whale Singer racconta la storia di Vincent, un giovane balenottero figlio di un “whale singer”, una figura capace in passato di mantenere l’equilibrio dell’oceano attraverso il proprio canto. Dopo la perdita dei genitori, Vincent si trova a convivere con il timore di non essere all’altezza dell’eredità ricevuta. Quando il mare viene minacciato dal risveglio del Leviathan, una creatura distruttiva in grado di compromettere l’ecosistema marino, Vincent è costretto a intraprendere un viaggio nelle profondità dell’oceano. Questo percorso rappresenta non solo una missione per salvare il mondo in cui vive, ma anche un’occasione per affrontare le proprie paure e maturare come individuo. Uno degli aspetti centrali del film è proprio il significato del canto; la “voce” di Vincent non rappresenta soltanto un potere legato alla tradizione dei whale singer, ma diventa una metafora della ricerca della propria identità. Il film si rivolge soprattutto ai più giovani, affrontando temi come l’accettazione di sé, la crescita personale e il valore dell’amicizia. Il rapporto con i compagni di viaggio rafforza il messaggio di collaborazione e fiducia, rendendo la storia semplice ma capace di trasmettere un coinvolgimento emotivo. Tuttavia, alcuni personaggi secondari rimangono principalmente funzionali al percorso del protagonista e avrebbero potuto essere approfonditi maggiormente. Dal punto di vista narrativo, l’opera segue una struttura classica e in alcuni momenti prevedibile, vicina alla tradizione dei racconti di formazione ambientati nel mondo naturale. Nonostante ciò, The Last Whale Singer riesce a costruire una propria identità grazie all’elemento mitologico del canto delle balene e a un messaggio ecologico chiaro, che rimane ben integrato nello sviluppo della vicenda. L’ambientazione marina rappresenta uno degli elementi più riusciti del film. L’oceano non è soltanto uno sfondo per l’avventura, ma diventa un mondo complesso e fragile da proteggere. L’animazione è ricca di dettagli e alterna scenari luminosi ad atmosfere più cupe, riuscendo a rappresentare sia la meraviglia sia la vulnerabilità dell’ambiente marino. In un panorama dell’animazione spesso orientato verso storie più ironiche o caratterizzate da una maggiore complessità narrativa, The Last Whale Singer sceglie una strada più classica e fiabesca, affidandosi alla forza del viaggio di crescita e a un messaggio ambientale immediato. Pur senza distinguersi per originalità, il film funziona grazie alla sensibilità dei temi affrontati, alla qualità visiva e al coinvolgimento del pubblico più giovane.
Viva Carmen!, di Sébastien Laudenbach

Sicuramente tutti hanno sentito almeno una volta l’inizio di quest’aria: “L’amour est un oiseau rebelle, que nul ne peut apprivoiser” (L’amore è un uccello ribelle che nessuno potrà mai addomesticare). È con queste prime parole che Carmen si presenta nell’omonima opera di Georges Bizet al pubblico. La Carmen racconta di un femminicidio, non perché la protagonista viene uccisa alla fine dall’uomo che professa di amarla – possiamo affermare che nella lirica le eroine protagoniste muoiano nei peggiori dei modi – ma perché racconta una violenza di genere, dove lei viene uccisa perché è una donna libera che si rifiuta di sottomettersi al volere di un uomo. Nel corso della storia ci sono state diverse versione di quest’opera, non solo per la musica immortale, ma appunto per l’attualità della storia. Nel cinema sono infiniti gli adattamenti della Carmen, tra cui quella del 1984 di Francesco Rosi, dove il punto di vista è sempre stato quello di lei, ma che succede se si sposta questo punto di vista? Se a raccontare la tragedia non sia la vittima ma chi le sta accanto? È con questo pensiero che Sébastien Laudenbach – regista che si è fatto notare in Italia col suo ultimo film Linda e il pollo (2023) – crea la propria versione dell’opera di Bizet con Viva Carmen!. I protagonisti sono un gruppo di bambini, tra cui spiccano Salvator e Belén. Salvator è l’apprendista di Tonio, un affilatore di coltelli girovago che attraverso il suo lavoro riesce a vedere il futuro, ed è attraverso il maestro che scoprirà che la vita di Carmen è in pericolo e si farà aiutare da Belén, una giovane ladra, a salvare la donna. Per questo progetto Sébastien Laudenbach ha voluto come direttore artistico il fumettista Cyril Pedrosa, col quale ha creato un mondo meraviglioso che non solo richiama Siviglia, città dove è ambientata la storia, ma la musica stessa. È come se con le note di colore che prendono il sopravvento, i personaggi si facciano musica, emozioni e diventino un tutt'uno con l’ambiente. Chi davvero si sovrasta tra tutti, per il character design, è il personaggio di Carmen, che se nell’opera di Bizet era celebre per la voce, nell’animazione di Laudenbach a renderla magnetica sono gli occhi verdissimi che illuminano anche nell’oscurità più profonda. Viva Carmen! Non solo è un inno alla libertà femminile, ma è anche un gioiellino dell’animazione 2D francese che si conferma tra le migliori scuole non solo europee ma nel mondo, per la sua poetica e stile.
Welcome To Dolly’s House, di Radu Fu, Tree Muta e Seven YCH

Tree Muta, nome d’arte di Ba Dong Yao, è un artista taiwanese a 360°, capace di fondere la video-arte e la tradizione del glove puppetry taiwanese con le possibilità offerte dalla realtà virtuale e dall’animazione contemporanea. Dopo aver creato Hungry (2024), lavoro creato in collaborazione con la Cineteca di Milano, l’artista approda al lungometraggio d’animazione con il suo primo film realizzato in collaborazione con Rady Fu e Seven YCH, dal titolo Welcome To Dolly’s House, presentato nella cornice del Festival di Annecy 2026. L’opera si muove in equilibrio tra il dramma psicologico e la sperimentazione visiva, esplorando le dinamiche di isolamento e di identità artificiale all'interno di uno spazio apparentemente perfetto ma emotivamente claustrofobico, trasformando la "casa" del titolo nel palcoscenico di una profonda crisi esistenziale. Ispirandosi fin dai titoli di testa al pensiero di Walt Whitman, infatti, i registi mettono in scena una riflessione universale sulla finzione dei legami e sul disperato bisogno di autenticità all’interno di un universo e di un mondo segnato, irrimediabilmente, dalle finzioni e dalle costruzioni sociali. Non è un caso che nel mondo della protagonista Maria, animato in 2D con il rotoscope, ci sia lo spazio per una continua rimediazione dei contenuti identitari - attraverso dirette streaming e dispositivi di vario tipo - che portano a galla la dissociazione contemporanea che l’uomo vive al giorno d’oggi tramite i social. Questa continua dissonanza crea un contrasto stridente che riflette la natura ibrida e "costruita" del mondo in cui si muovono i personaggi. I movimenti dei corpi, volutamente scattosi e marionettistici, accentuano il senso di perturbante, ma allo stesso tempo la regia non è mai eccessiva, ma preferisce un approccio rigoroso puntando su angolazioni geometriche e sguardi fissi, quasi asfittici, alternati a improvvisi dettagli sui volti inespressivi delle "bambole", catturando la sottile violenza psicologica che si consuma tra le mura domestiche. Sebbene nella parte centrale la narrazione accusi qualche frammentazione di troppo, rischiando di disperdere la tensione accumulata, il film ritrova piena forza drammatica grazie a un controllo formale sorprendente. La fotografia, che gioca magistralmente su toni algidi, contrasti netti e l'uso espressivo delle luci artificiali, contribuisce a definire un’atmosfera rarefatta, quasi ipnotica, capace di dare colore e profondità anche agli sfondi più spogli. Ne emerge un’opera intensa e dolorosa, una riflessione universale sulla fiction dei legami e sul disperato bisogno di autenticità che conferma la sensibilità autoriale e l'audacia tecnica dei due registi.