
di Agnese Tomassoli
NC-462
06.10.2026
Qual è il segreto che ha permesso a Curry Barker, la mente dietro al travolgente fenomeno Obsession (2025), di emergere fino a conquistare un posto tra i registi emergenti più interessanti del panorama cinematografico contemporaneo? Questo giovanissimo autore comincia a muovere i primi passi nello sterminato ecosistema di YouTube come parte di un duo comico insieme all’attore e amico Cooper Tomlinson, con il canale di sketch comedy That’s a Bad Idea. Questo esordio lo inserisce in una traiettoria condivisa da una nuova generazione di registi provenienti dall’universo del web, del found footage, ma anche delle creepypasta: un percorso che, con modalità differenti, accomuna anche autori come Kane Parsons, regista di Backrooms (2026).
Inizialmente Barker si dedica alla scrittura e alla realizzazione di cortometraggi horror a bassissimo budget, ma la vena comica e l’impostazione maturata nell’ambiente digitale non vengono mai realmente abbandonate. Al contrario, sembrano sedimentarsi all’interno della sua poetica, diventando parte integrante di un’identità autoriale che si costruisce progressivamente. Ogni sua creazione appare così come il tassello, ancora embrionale, di un percorso destinato a trovare in Obsession una prima sintesi compiuta, senza però recidere quel legame con l’habitat da cui Barker proviene.
Obsession nasce infatti dall’incontro tra diverse componenti già presenti nei suoi lavori precedenti. Da un lato, il film eredita una precisa grammatica dell’horror: i primi piani sui volti dei protagonisti, deformati da espressioni inquietanti, le inquadrature tese e gli ambienti immersi nell’ombra, fino alla costruzione di una crescente sensazione di disagio. Dall’altro, Barker non rinuncia affatto alle proprie radici comiche. Il film si inserisce nel recente filone del cosiddetto “horror di coppia” e affronta temi come la possessione e la progressiva cancellazione del libero arbitrio, rielaborandoli, però, attraverso un tono che alterna l’inquietudine all’assurdità, introducendo in questo modo una componente grottesca capace di rinnovare la narrazione.

Curry Barker

Backrooms (2026)
Come accade già in alcuni dei precedenti cortometraggi del giovane Barker, anche Obsession porta l’orrore vicino alla quotidianità. È proprio in questa prossimità che si inserisce la sua straniante comicità: come afferma lo stesso regista, «la condizione umana può far ridere le persone». Non si tratta, tuttavia, di una risata liberatoria o semplicemente “divertente”, quanto piuttosto di una risata amara, tesa, capace di lasciare emergere, dietro l’assurdità delle situazioni, una dimensione di disagio e (perchè no) riflessione.
È qui che Obsession trova la propria cifra stilistica: il grottesco diviene uno strumento attraverso cui accompagnare lo spettatore verso una lenta presa di consapevolezza. Ridere delle ossessioni, delle debolezze e delle imperfezioni dei suoi personaggi significa, in fondo, ridere di una condizione profondamente umana. Barker sembra suggerire che possiamo riconoscerci nell’assurdità di ciò che accade sullo schermo e persino ironizzarci sopra. La domanda però arriva dopo: che cosa resta quando le risate si fermano?

Curry Barker, Inde Navarrette e Michael Johnston sul set di Obsession (2025)
Una sedia, dei biglietti lasciati sul parabrezza di un’automobile, un semplice bastoncino di legno. Le storie che Curry Barker sceglie di raccontare prendono spesso avvio da oggetti apparentemente innocui, elementi della quotidianità che, nel corso della narrazione, finiscono per trasformarsi in veri e propri amuleti spettrali. È proprio nel rapporto tra l’oggetto e la persona che lo utilizza che si riconosce una delle caratteristiche più ricorrenti del suo cinema: il dubbio su quale sia, in realtà, l’origine del male. È davvero l’oggetto a essere maledetto oppure è la persona che lo utilizza a nascondere dentro di sé un’oscurità che quel “feticcio” si limita a portare alla luce? È una domanda che Barker lascia spesso aperta, trasformandola in uno strumento per coinvolgere direttamente lo spettatore.
Il suo cinema, infatti, sembra dialogare costantemente con il pubblico proprio attraverso situazioni semplici e riconoscibili, nelle quali un elemento ordinario viene improvvisamente sottratto alla quotidianità per assumere una nuova, e inquietante, collocazione. In questo modo, lo spettatore non è soltanto chiamato ad assistere alla storia, ma può facilmente immaginare se stesso al posto dei protagonisti: ciò che accade sullo schermo appare più inquietante proprio perché potrebbe, almeno in apparenza, accadere a chiunque.
Barker costruisce così i suoi racconti attorno agli scherzi della mente, ai desideri più macabri e alle fragilità umane, suggerendo che il vero pericolo non risieda necessariamente nell’oggetto stesso, quanto nella persona che lo possiede e nel modo in cui decide di servirsene. L’oggetto “magico” diventa allora un dispositivo narrativo attraverso cui portare in superficie qualcosa che era già presente: paure, ossessioni, desideri o impulsi che, una volta liberati, possono trasformare una situazione ordinaria in un incubo ad occhi aperti.

Il "feticcio" che attiva il meccanismo narrativo di Obsession (2025)
È proprio ciò che accade a Bear (Michael Johnston) in Obsession. Il film si apre con una confessione amorosa che contiene già in sé un gioco di amara ironia: la destinataria dei sentimenti di Bear non è infatti la ragazza che lo sta ascoltando. Quelle parole sono la preparazione ad un discorso che non avrà mai luogo. Bear è innamorato della sua amica più stretta, Nikki (Inde Navarrette), ma non ha mai trovato il coraggio di confessarle ciò che prova. E forse è proprio questo il punto: Bear non desidera davvero affrontare Nikki, perché farlo significherebbe esporsi alla possibilità del rifiuto e, soprattutto, alla responsabilità di assumersi l’impegno che una relazione reale richiede. È significativo che sia proprio Nikki, impegnata nella scrittura di un romanzo, a voler raccontare “l’amore vero”.
Quello che Bear sembra invece cercare è una versione dell’amore priva del suo percorso: niente corteggiamento, niente rischio, niente possibilità di fallimento. Il suo desiderio è ottenere direttamente il risultato, saltando tutti quei passaggi attraverso cui una relazione si costruisce e che implicano vulnerabilità, reciprocità e accettazione dell’altro. In questo senso, Bear diventa l’espressione di una concezione dei rapporti interpersonali fondata sulla ricerca di una scorciatoia, sulla possibilità di evitare il dolore e l’incertezza che accompagnano inevitabilmente qualsiasi legame autentico. Barker sembra così utilizzare il personaggio per interrogare alcune modalità contemporanee di vivere le relazioni: rapporti più precari, all’insegna dell’iper velocità del mondo social, difficoltà di esporsi emotivamente e tentazione di ridurre al minimo il rischio personale.
Quella stessa incapacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni emerge in un episodio che Barker sfrutta per anticipare alcune dinamiche narrative. Quando il suo gatto muore dopo aver ingerito alcune pillole, la prima reazione di Bear è chiedersi come l’animale abbia fatto a raggiungerle. Non si interroga sulla propria responsabilità, né pensa immediatamente che avrebbe potuto conservarle in un luogo più sicuro: il problema viene spostato sulla vittima. Anche se l’episodio è fortuito, la sua reazione rivela una tendenza a considerare le conseguenze senza interrogarsi sulle proprie azioni. È lo stesso meccanismo che ritorna nel rapporto con Nikki.

Obsession (2025)
Quando Bear spezza il bastoncino di legno One Wish Willow ed esprime il desiderio che la ragazza lo ami “più di qualsiasi altra cosa al mondo”, sceglie ancora una volta la via più semplice: non affronta il rischio del rifiuto, ma lo elimina. Recita la formula magica che dovrebbe condurlo direttamente al traguardo, scavalcando però del tutto le volontà di Nikki. La ragazza, infatti, dimostra di non provare per Bear altro che un affetto fraterno. Sarà il desiderio del protagonista maschile a intrappolarla in un corpo e in una vita in cui lei non si riconosce. L'oggetto diventa così la soluzione perfetta per un personaggio che non vuole attraversare il processo necessario per ottenere ciò che desidera. Bear non conquista Nikki: desidera che lei lo ami. E proprio in questa differenza si trova il cuore della sua ossessione.
È per questo che, almeno inizialmente, la loro relazione sembra procedere magnificamente. I primi venti minuti della pellicola mostrano una coppia quasi idealizzata, che sembra corrispondere esattamente all’immagine che Bear aveva costruito nella propria mente nel corso del tempo. La realtà che ha sempre desiderato si è finalmente materializzata davanti ai suoi occhi e Bear la accetta senza indugiare. I primi segnali di crisi emergono però quando Nikki, vittima dell’incantesimo del bastoncino, comincia a diventare sempre più insistente nel chiedere a Bear una conferma del suo amore. Ciò che inizialmente appare come la realizzazione perfetta del desiderio del ragazzo comincia così a trasformarsi in qualcosa di diverso: l’amore che Bear aveva immaginato come una condizione ideale si rivela un rapporto che richiede a sua volta una risposta, un coinvolgimento e una responsabilità che il ragazzo non è disposto ad assumersi.
Ciò che doveva rimanere platonico ora è reale, ma Bear non riesce ad affrontarlo, così come inizialmente non è disposto a interrogarsi sulle ragioni che hanno trasformato Nikki. Per lui, infatti, ciò che sta accadendo non ha nulla a che vedere con le proprie azioni. Ancora una volta, Bear sposta il seme della crisi sulla vittima: Nikki diventa improvvisamente una psicopatica, una ragazza ossessionata da lui al punto da rendere la sua vita impossibile. Cerca la causa del problema all'esterno e finisce per attribuirla a chi ne sta invece subendo le conseguenze.

The Chair (2022)
È soprattutto attraverso il personaggio interpretato da Inde Navarrette che emerge la grandezza registica di Barker e, con essa, la vera inquietudine del film. Nikki è infatti costruita a partire da un immaginario horror che il regista ha sviluppato nel corso degli anni, con radici risalenti ai suoi primi cortometraggi. Le sue espressioni, il sorriso inquietante, accompagnato da urla e risate disturbanti, e la postura del corpo richiamano immediatamente The Chair (2022), così come gli scatti quasi felini riportano alla mente alcune delle soluzioni adottate dal regista in Warnings (2023). I movimenti nell’oscurità, le inquadrature dilatate dai silenzi e l’uso della musica come elemento di tensione confermano come la cifra stilistica di Obsession sia in realtà il risultato di un linguaggio che Barker ha costruito e perfezionato attraverso il suo percorso su YouTube.
Nell’ombra, forse, emerge inizialmente il lato più perturbante del personaggio di Nikki: una silhouette dai movimenti meccanici, una presenza che si aggira furtivamente, un corpo che sembra aver smesso di appartenere a se stesso. A questa dimensione inquietante si affiancano, come anticipato precedentemente, momenti di grottesca comicità. La Nikki posseduta e sempre più insistente diverte lo spettatore, ma mentre la risata aumenta cresce anche il senso di inquietudine che pervade (inevitabilmente) le vene di chi la guarda.
Scene come l’urlo con cui Nikki cerca di convincere Bear a dormire accanto a lei durante la notte, o il litigio che precede la festa a cui il ragazzo vorrebbe partecipare, suscitano il riso per la loro esasperazione. Tuttavia, il divertimento si incrina quando lo spettatore si ferma a interrogarsi sulle motivazioni che spingono Nikki ad agire in questo modo: ciò che appariva allora semplicemente assurdo si trasforma in qualcosa di profondamente disturbante.

L'immaginario horror presente in Obsession (2025) adoperato da Barker per veicolare un nuovo tipo di approccio al genere
Ecco perché forse l’inquietudine più profonda arriva quando la silhouette di Nikki fuoriesce dall’oscurità e torna alla luce. La ragazza è ormai divorata dall’incantesimo che la tiene prigioniera e, a quel punto, ciò che spaventa non è più soltanto “osservarla posseduta” nell’angolo buio di una stanza, ma vederla mentre tenta di riemergere dalle profondità in cui Bear e il suo desiderio l’hanno spinta. Due sono, in questo senso, le sequenze forse più perturbanti dell’intero film: quella dell’intimità tra i due e quella della festa. Nel primo caso, Bear è talmente concentrato sul proprio piacere da non accorgersi della paralisi di Nikki. Il corpo della ragazza è lì, ma non è partecipe. Il suo volto sembra quasi tradire un pianto silenzioso, come se Nikki fosse ancora presente, consapevole di ciò che sta accadendo, ma ormai intrappolata in un corpo che non può controllare.
Assume un significato particolare anche la scena della festa alla quale Nikki insiste per partecipare e durante la quale racconta una versione distorta e incestuosa della storia di Hansel e Gretel. Il racconto è forse una richiesta d’aiuto indiretta, quasi un tentativo di comunicare attraverso una fiaba ciò che non riesce più a esprimere direttamente: Bear, il ragazzo che ha sempre considerato come un fratello, si è trasformato nella persona che, attraverso il proprio desiderio, ha finito per appropriarsi della sua volontà.
Ed è forse proprio questa consapevolezza a fare più paura di qualsiasi jumpscare. L’orrore di Obsession non risiede esclusivamente nella trasformazione mostruosa di Nikki, ma nella parabola che ci viene pian piano veicolata dalla narrazione: un individuo che arriva a privare un altro della libertà di scelta quando considera il proprio desiderio più importante della volontà altrui. L’oggetto magico diventa allora soltanto il mezzo attraverso cui questa dinamica viene resa visibile, non crea l’ossessione di Bear, ma le permette di imporsi sul corpo e sull’esistenza di un’altra persona, fino a modificarne l’essenza.
di Agnese Tomassoli
NC-462
06.10.2026

Curry Barker
Qual è il segreto che ha permesso a Curry Barker, la mente dietro al travolgente fenomeno Obsession (2025), di emergere fino a conquistare un posto tra i registi emergenti più interessanti del panorama cinematografico contemporaneo? Questo giovanissimo autore comincia a muovere i primi passi nello sterminato ecosistema di YouTube come parte di un duo comico insieme all’attore e amico Cooper Tomlinson, con il canale di sketch comedy That’s a Bad Idea. Questo esordio lo inserisce in una traiettoria condivisa da una nuova generazione di registi provenienti dall’universo del web, del found footage, ma anche delle creepypasta: un percorso che, con modalità differenti, accomuna anche autori come Kane Parsons, regista di Backrooms (2026).
Inizialmente Barker si dedica alla scrittura e alla realizzazione di cortometraggi horror a bassissimo budget, ma la vena comica e l’impostazione maturata nell’ambiente digitale non vengono mai realmente abbandonate. Al contrario, sembrano sedimentarsi all’interno della sua poetica, diventando parte integrante di un’identità autoriale che si costruisce progressivamente. Ogni sua creazione appare così come il tassello, ancora embrionale, di un percorso destinato a trovare in Obsession una prima sintesi compiuta, senza però recidere quel legame con l’habitat da cui Barker proviene.
Obsession nasce infatti dall’incontro tra diverse componenti già presenti nei suoi lavori precedenti. Da un lato, il film eredita una precisa grammatica dell’horror: i primi piani sui volti dei protagonisti, deformati da espressioni inquietanti, le inquadrature tese e gli ambienti immersi nell’ombra, fino alla costruzione di una crescente sensazione di disagio. Dall’altro, Barker non rinuncia affatto alle proprie radici comiche. Il film si inserisce nel recente filone del cosiddetto “horror di coppia” e affronta temi come la possessione e la progressiva cancellazione del libero arbitrio, rielaborandoli, però, attraverso un tono che alterna l’inquietudine all’assurdità, introducendo in questo modo una componente grottesca capace di rinnovare la narrazione.

Backrooms (2026)
Come accade già in alcuni dei precedenti cortometraggi del giovane Barker, anche Obsession porta l’orrore vicino alla quotidianità. È proprio in questa prossimità che si inserisce la sua straniante comicità: come afferma lo stesso regista, «la condizione umana può far ridere le persone». Non si tratta, tuttavia, di una risata liberatoria o semplicemente “divertente”, quanto piuttosto di una risata amara, tesa, capace di lasciare emergere, dietro l’assurdità delle situazioni, una dimensione di disagio e (perchè no) riflessione.
È qui che Obsession trova la propria cifra stilistica: il grottesco diviene uno strumento attraverso cui accompagnare lo spettatore verso una lenta presa di consapevolezza. Ridere delle ossessioni, delle debolezze e delle imperfezioni dei suoi personaggi significa, in fondo, ridere di una condizione profondamente umana. Barker sembra suggerire che possiamo riconoscerci nell’assurdità di ciò che accade sullo schermo e persino ironizzarci sopra. La domanda però arriva dopo: che cosa resta quando le risate si fermano?

Curry Barker, Inde Navarrette e Michael Johnston sul set di Obsession (2025)
Una sedia, dei biglietti lasciati sul parabrezza di un’automobile, un semplice bastoncino di legno. Le storie che Curry Barker sceglie di raccontare prendono spesso avvio da oggetti apparentemente innocui, elementi della quotidianità che, nel corso della narrazione, finiscono per trasformarsi in veri e propri amuleti spettrali. È proprio nel rapporto tra l’oggetto e la persona che lo utilizza che si riconosce una delle caratteristiche più ricorrenti del suo cinema: il dubbio su quale sia, in realtà, l’origine del male. È davvero l’oggetto a essere maledetto oppure è la persona che lo utilizza a nascondere dentro di sé un’oscurità che quel “feticcio” si limita a portare alla luce? È una domanda che Barker lascia spesso aperta, trasformandola in uno strumento per coinvolgere direttamente lo spettatore.
Il suo cinema, infatti, sembra dialogare costantemente con il pubblico proprio attraverso situazioni semplici e riconoscibili, nelle quali un elemento ordinario viene improvvisamente sottratto alla quotidianità per assumere una nuova, e inquietante, collocazione. In questo modo, lo spettatore non è soltanto chiamato ad assistere alla storia, ma può facilmente immaginare se stesso al posto dei protagonisti: ciò che accade sullo schermo appare più inquietante proprio perché potrebbe, almeno in apparenza, accadere a chiunque.
Barker costruisce così i suoi racconti attorno agli scherzi della mente, ai desideri più macabri e alle fragilità umane, suggerendo che il vero pericolo non risieda necessariamente nell’oggetto stesso, quanto nella persona che lo possiede e nel modo in cui decide di servirsene. L’oggetto “magico” diventa allora un dispositivo narrativo attraverso cui portare in superficie qualcosa che era già presente: paure, ossessioni, desideri o impulsi che, una volta liberati, possono trasformare una situazione ordinaria in un incubo ad occhi aperti.

Il "feticcio" che attiva il meccanismo narrativo di Obsession (2025)
È proprio ciò che accade a Bear (Michael Johnston) in Obsession. Il film si apre con una confessione amorosa che contiene già in sé un gioco di amara ironia: la destinataria dei sentimenti di Bear non è infatti la ragazza che lo sta ascoltando. Quelle parole sono la preparazione ad un discorso che non avrà mai luogo. Bear è innamorato della sua amica più stretta, Nikki (Inde Navarrette), ma non ha mai trovato il coraggio di confessarle ciò che prova. E forse è proprio questo il punto: Bear non desidera davvero affrontare Nikki, perché farlo significherebbe esporsi alla possibilità del rifiuto e, soprattutto, alla responsabilità di assumersi l’impegno che una relazione reale richiede. È significativo che sia proprio Nikki, impegnata nella scrittura di un romanzo, a voler raccontare “l’amore vero”.
Quello che Bear sembra invece cercare è una versione dell’amore priva del suo percorso: niente corteggiamento, niente rischio, niente possibilità di fallimento. Il suo desiderio è ottenere direttamente il risultato, saltando tutti quei passaggi attraverso cui una relazione si costruisce e che implicano vulnerabilità, reciprocità e accettazione dell’altro. In questo senso, Bear diventa l’espressione di una concezione dei rapporti interpersonali fondata sulla ricerca di una scorciatoia, sulla possibilità di evitare il dolore e l’incertezza che accompagnano inevitabilmente qualsiasi legame autentico. Barker sembra così utilizzare il personaggio per interrogare alcune modalità contemporanee di vivere le relazioni: rapporti più precari, all’insegna dell’iper velocità del mondo social, difficoltà di esporsi emotivamente e tentazione di ridurre al minimo il rischio personale.
Quella stessa incapacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni emerge in un episodio che Barker sfrutta per anticipare alcune dinamiche narrative. Quando il suo gatto muore dopo aver ingerito alcune pillole, la prima reazione di Bear è chiedersi come l’animale abbia fatto a raggiungerle. Non si interroga sulla propria responsabilità, né pensa immediatamente che avrebbe potuto conservarle in un luogo più sicuro: il problema viene spostato sulla vittima. Anche se l’episodio è fortuito, la sua reazione rivela una tendenza a considerare le conseguenze senza interrogarsi sulle proprie azioni. È lo stesso meccanismo che ritorna nel rapporto con Nikki.

Obsession (2025)
Quando Bear spezza il bastoncino di legno One Wish Willow ed esprime il desiderio che la ragazza lo ami “più di qualsiasi altra cosa al mondo”, sceglie ancora una volta la via più semplice: non affronta il rischio del rifiuto, ma lo elimina. Recita la formula magica che dovrebbe condurlo direttamente al traguardo, scavalcando però del tutto le volontà di Nikki. La ragazza, infatti, dimostra di non provare per Bear altro che un affetto fraterno. Sarà il desiderio del protagonista maschile a intrappolarla in un corpo e in una vita in cui lei non si riconosce. L'oggetto diventa così la soluzione perfetta per un personaggio che non vuole attraversare il processo necessario per ottenere ciò che desidera. Bear non conquista Nikki: desidera che lei lo ami. E proprio in questa differenza si trova il cuore della sua ossessione.
È per questo che, almeno inizialmente, la loro relazione sembra procedere magnificamente. I primi venti minuti della pellicola mostrano una coppia quasi idealizzata, che sembra corrispondere esattamente all’immagine che Bear aveva costruito nella propria mente nel corso del tempo. La realtà che ha sempre desiderato si è finalmente materializzata davanti ai suoi occhi e Bear la accetta senza indugiare. I primi segnali di crisi emergono però quando Nikki, vittima dell’incantesimo del bastoncino, comincia a diventare sempre più insistente nel chiedere a Bear una conferma del suo amore. Ciò che inizialmente appare come la realizzazione perfetta del desiderio del ragazzo comincia così a trasformarsi in qualcosa di diverso: l’amore che Bear aveva immaginato come una condizione ideale si rivela un rapporto che richiede a sua volta una risposta, un coinvolgimento e una responsabilità che il ragazzo non è disposto ad assumersi.
Ciò che doveva rimanere platonico ora è reale, ma Bear non riesce ad affrontarlo, così come inizialmente non è disposto a interrogarsi sulle ragioni che hanno trasformato Nikki. Per lui, infatti, ciò che sta accadendo non ha nulla a che vedere con le proprie azioni. Ancora una volta, Bear sposta il seme della crisi sulla vittima: Nikki diventa improvvisamente una psicopatica, una ragazza ossessionata da lui al punto da rendere la sua vita impossibile. Cerca la causa del problema all'esterno e finisce per attribuirla a chi ne sta invece subendo le conseguenze.

The Chair (2022)
È soprattutto attraverso il personaggio interpretato da Inde Navarrette che emerge la grandezza registica di Barker e, con essa, la vera inquietudine del film. Nikki è infatti costruita a partire da un immaginario horror che il regista ha sviluppato nel corso degli anni, con radici risalenti ai suoi primi cortometraggi. Le sue espressioni, il sorriso inquietante, accompagnato da urla e risate disturbanti, e la postura del corpo richiamano immediatamente The Chair (2022), così come gli scatti quasi felini riportano alla mente alcune delle soluzioni adottate dal regista in Warnings (2023). I movimenti nell’oscurità, le inquadrature dilatate dai silenzi e l’uso della musica come elemento di tensione confermano come la cifra stilistica di Obsession sia in realtà il risultato di un linguaggio che Barker ha costruito e perfezionato attraverso il suo percorso su YouTube.
Nell’ombra, forse, emerge inizialmente il lato più perturbante del personaggio di Nikki: una silhouette dai movimenti meccanici, una presenza che si aggira furtivamente, un corpo che sembra aver smesso di appartenere a se stesso. A questa dimensione inquietante si affiancano, come anticipato precedentemente, momenti di grottesca comicità. La Nikki posseduta e sempre più insistente diverte lo spettatore, ma mentre la risata aumenta cresce anche il senso di inquietudine che pervade (inevitabilmente) le vene di chi la guarda.
Scene come l’urlo con cui Nikki cerca di convincere Bear a dormire accanto a lei durante la notte, o il litigio che precede la festa a cui il ragazzo vorrebbe partecipare, suscitano il riso per la loro esasperazione. Tuttavia, il divertimento si incrina quando lo spettatore si ferma a interrogarsi sulle motivazioni che spingono Nikki ad agire in questo modo: ciò che appariva allora semplicemente assurdo si trasforma in qualcosa di profondamente disturbante.

L'immaginario horror presente in Obsession (2025) adoperato da Barker per veicolare un nuovo tipo di approccio al genere
Ecco perché forse l’inquietudine più profonda arriva quando la silhouette di Nikki fuoriesce dall’oscurità e torna alla luce. La ragazza è ormai divorata dall’incantesimo che la tiene prigioniera e, a quel punto, ciò che spaventa non è più soltanto “osservarla posseduta” nell’angolo buio di una stanza, ma vederla mentre tenta di riemergere dalle profondità in cui Bear e il suo desiderio l’hanno spinta. Due sono, in questo senso, le sequenze forse più perturbanti dell’intero film: quella dell’intimità tra i due e quella della festa. Nel primo caso, Bear è talmente concentrato sul proprio piacere da non accorgersi della paralisi di Nikki. Il corpo della ragazza è lì, ma non è partecipe. Il suo volto sembra quasi tradire un pianto silenzioso, come se Nikki fosse ancora presente, consapevole di ciò che sta accadendo, ma ormai intrappolata in un corpo che non può controllare.
Assume un significato particolare anche la scena della festa alla quale Nikki insiste per partecipare e durante la quale racconta una versione distorta e incestuosa della storia di Hansel e Gretel. Il racconto è forse una richiesta d’aiuto indiretta, quasi un tentativo di comunicare attraverso una fiaba ciò che non riesce più a esprimere direttamente: Bear, il ragazzo che ha sempre considerato come un fratello, si è trasformato nella persona che, attraverso il proprio desiderio, ha finito per appropriarsi della sua volontà.
Ed è forse proprio questa consapevolezza a fare più paura di qualsiasi jumpscare. L’orrore di Obsession non risiede esclusivamente nella trasformazione mostruosa di Nikki, ma nella parabola che ci viene pian piano veicolata dalla narrazione: un individuo che arriva a privare un altro della libertà di scelta quando considera il proprio desiderio più importante della volontà altrui. L’oggetto magico diventa allora soltanto il mezzo attraverso cui questa dinamica viene resa visibile, non crea l’ossessione di Bear, ma le permette di imporsi sul corpo e sull’esistenza di un’altra persona, fino a modificarne l’essenza.