
di Omar Franini
NC-397
24.02.2026
Lo scorso weekend si è conclusa la 76ª edizione della Berlinale e, come di consueto, è il momento di tirare le somme e analizzare nel dettaglio i vincitori.
Prima, però, è impossibile non soffermarsi su ciò che ha segnato in maniera decisiva l’edizione di quest’anno: le controversie politiche che hanno finito per oscurare, almeno in parte, la selezione dei film. Il polverone si è alzato fin dal primo giorno, quando durante la conferenza stampa inaugurale le parole del presidente di giuria, Wim Wenders, hanno creato scompiglio. Alla domanda sull’impatto politico del cinema, Wenders ha affermato che nessun film ha mai cambiato l’idea di un politico, ma che il cinema può influenzare il modo in cui le persone scelgono di vivere, inserendosi nello scarto esistente tra cittadini e governi. Quanto alla guerra a Gaza e al ruolo del festival, ha sostenuto che il cinema dovrebbe restare fuori dalla politica: "se diventa dichiaratamente politico, entra nel campo dei politici, mentre il suo compito è piuttosto quello di fare il lavoro delle persone comuni, fungendo da contrappeso al potere".
Nel giro di poche ore, la Berlinale si è trasformata in un campo di battaglia mediatico. Le dichiarazioni del regista sono apparse ancora più sorprendenti alla luce del tipo di cinema che lo ha reso celebre, un cinema tutt’altro che apolitico. Nei giorni successivi, la controversia non si è placata e a diversi talent sono state rivolte domande sulla questione, spesso a scapito di quesiti relativi ai film presentati. È accaduto, ad esempio, all’Orso d’Oro alla carriera Michelle Yeoh, a Neil Patrick Harris, e ancora a Ethan Hawke, Channing Tatum e Rupert Grint.

Il simbolo del Festival di Berlino

Īlker Çatak e il team di Yellow Letters con l’Orso d’Oro
Se da un lato, alla luce delle polemiche iniziali, queste domande possono apparire comprensibili e rivelano il tentativo di trasformare un’edizione dichiaratamente “apolitica” in una manifestazione inevitabilmente immersa nel dibattito pubblico, dall’altro è difficile non notare una certa ipocrisia da parte di una stampa che ha rivolto tali quesiti quasi esclusivamente agli attori più noti, dando talvolta l’impressione di cercare più il titolo ad effetto che un vero confronto. Sarebbe stato forse più interessante ascoltare il punto di vista di registi internazionali direttamente coinvolti nella selezione ufficiale. Ma, mediaticamente parlando, attira più l’attenzione una dichiarazione di Rupert Grint o quella di Alain Gomis e Karim Aïnouz?
Il clima del festival, già teso, è peggiorato con gli interventi di Tricia Tuttle, direttrice della Berlinale. Nel primo statement ha ribadito che il festival garantisce libertà di parola e che gli artisti non sono obbligati a rispondere a domande politiche. Ha sottolineato come molti film in concorso trattino temi attuali come guerre, violenza sessuale, patriarcato e altro. Tuttavia, le sue parole hanno avuto l’effetto opposto, alimentando ancora più tensione senza aggiungere chiarezza.
La situazione è degenerata ulteriormente quando ottanta artisti del mondo del cinema hanno firmato una lettera pubblica denunciando la censura della Berlinale nei confronti di chi parla della Palestina. La lettera accusava il festival di creare un “silenzio sistematico” sulla questione e criticava il coinvolgimento diretto del governo tedesco con Israele. La risposta di Tuttle è arrivata con un secondo statement, in cui ha definito la lettera contenente “misinformazioni”, invitando gli artisti a chiarire privatamente le questioni con la direzione del festival. Questo approccio difensivo ha spostato il dibattito dal piano pubblico a un arbitraggio dietro le quinte, senza fornire un chiaro messaggio morale o politico sul conflitto a Gaza. Tuttle ha parlato di “complessità” geopolitica, ma non ha condannato esplicitamente quello che molti artisti e osservatori considerano un genocidio dei palestinesi, lasciando insoddisfatti quanti auspicavano una presa di posizione chiara da parte di un festival internazionale di grande rilevanza culturale.
Si arriva quindi alla cerimonia finale, dove Tricia Tuttle ha aperto con l’ennesimo monologo che, pur molto verboso, ha lasciato l’impressione di “tanto fumo, niente arrosto”. «The past 10 days have been stormy seas», ha detto, sintetizzando il clima teso e controverso di questa Berlinale. Appena sentita la parola stormy, viene naturale pensare a un’espressione simile a quella spesso usata da Logan Roy nella serie Succession, che qui evitiamo di ripetere. Le parole di Tuttle, pur riconoscendo il contesto ostile, non hanno aggiunto nulla di sostanziale, ribadendo soltanto come la Berlinale sia uno spazio dove gli artisti possano esprimersi liberamente.
L’attenzione mediatica e le polemiche, così, si erano spostate da Wim Wenders a Tricia Tuttle, ma finalmente la cerimonia ha riportato il focus sul presidente di giuria, che ha pronunciato un discorso sul linguaggio cinematografico e sul ruolo del cinema nel mondo contemporaneo. Wenders ha ricordato che la Berlinale è sempre stata un luogo in cui il linguaggio del cinema, “la lingua della compassione”, dialoga con quello della critica, della politica e dei media. Ha sottolineato la complessità dei diversi linguaggi artistici, invitando a considerarli come strumenti complementari piuttosto che in conflitto. “Il linguaggio del cinema è empatico. Il linguaggio dei social media è efficace. Dobbiamo riflettere su questa discrepanza”, ha detto, evidenziando il ruolo degli attivisti online e l’urgenza delle loro cause, senza ridurre la funzione e la profondità del cinema.
Ha parlato della capacità del cinema di resistere all’oblio, di vivere più a lungo della rapida attenzione che il web offre, e dell’importanza di collaborare piuttosto che competere: “Essere a favore di qualcosa non implica mai essere contro qualcun altro”. Ha concluso richiamando il concetto tedesco di anschauung, un’“immersione visiva, sensuale ed esistenziale”, come metafora della potenza del cinema nel comunicare empatia e complessità.
Un intervento che è stato così una combinazione di auto‑riflessione sul contesto controverso della Berlinale e di riaffermazione della propria visione del ruolo dell’arte cinematografica; un invito a vedere festival, cinema e attivismo come linguaggi diversi, ma potenzialmente alleati nella comprensione del mondo contemporaneo.

Emin Alper con l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria per Salvation
L’alone di controversie non si è comunque placato e gli interventi finali di Wenders e Tuttle sono sembrati più come un compromesso, un damage control, che una netta posizione. Forse la giuria stessa ha agito secondo questa modalità durante l’assegnazione dei premi ai film della Competizione.
Infatti, a vincere i due premi più importanti sono stati Yellow Letters di Īlker Çatak e Salvation di Emin Alper, due opere con un forte sottotesto politico. Nel caso di Yellow Letter, il film mette al centro il tema della censura artistica in Turchia, raccontando come le espressioni culturali possano essere limitate o manipolate per ragioni politiche. La storia mostra la frattura tra libertà individuale e controllo statale, evidenziando le difficoltà degli artisti nel navigare un contesto in cui la creazione culturale è costantemente sorvegliata e regolata.
Salvation, invece, utilizza il cinema di genere come veicolo per una critica sociale più metaforica. Alper costruisce una narrazione in cui due comunità, una sulle alture e l’altra ai piedi di una collina, si trovano in conflitto, simbolizzando le divisioni sociali, economiche e politiche presenti nella società turca contemporanea. Il film sfrutta la tensione tipica del thriller e del dramma psicologico per raccontare come la paura, la diffidenza e la competizione per il potere possano radicalizzare le relazioni tra gruppi diversi, creando un microcosmo di conflitto politico più ampio.
Una volta ritirato l’Orso d’Oro, Çatak ha affermato di aver preparato un discorso politico per la vittoria, ma, visti gli interventi precedenti degli altri vincitori, ha aggiunto che sarebbe risultato superfluo e avrebbe oscurato le parole importanti pronunciate prima della sua vittoria. Ha preferito invece ricordare che il messaggio politico che vuole trasmettere è nel film stesso, per poi ringraziare il suo team per la fondamentale collaborazione.
Il discorso di Alper, vincitore del Gran Premio della Giuria, è stato molto più esplicitamente politico e solidale, citando cause e persone perseguitate o in difficoltà in tutto il mondo. “La cosa più terribile è la solitudine che si prova mentre si soffre. Quando perdi i tuoi diritti giorno dopo giorno… quando vieni bombardato da chi non ti considera nemmeno umano, sei completamente solo in quei momenti… ma possiamo rompere il silenzio e ricordare loro che non sono soli.” Ha poi rivolto un messaggio di solidarietà esplicita a diversi gruppi e figure, tra cui la popolazione di Gaza, gli iraniani sotto tirannia, i Curdi e gli oppositori politici in Turchia.
Queste due scelte, tutto sommato, non soddisfano pienamente: si poteva osare di più con opere come Dao di Alain Gomis o My Wife Cries di Angela Schanelec, i due film, forse gli unici, ad aver provato a sperimentare con il medium cinematografico, tra un ibrido documentario/finzione e la criptica videoarte della regista tedesca. Stupisce davvero la mancata presenza nel palmares di Gomis, il cui film è sempre stato uno dei papabili vincitori sin dall’annuncio della selezione. Rimane il fatto che, al suo secondo anno di direzione, Tricia Tuttle non sembra interessata ad elevare, o almeno a rendere diversa, l’identità della Berlinale e, come citavamo l’anno scorso, la presenza di Carlo Chatrian è già rimpianta tra le cerchie dei cinefili.
Il mercato internazionale, ovviamente, non la pensa come noi. Perché mai dovrebbero apprezzare un film sopra le tre ore che non “ha” una trama? Come dargli torto, sarebbe un suicidio finanziario, mentre è più semplice vendere film come quelli di Çatak e Alper. L’identità commerciale che ha caratterizzato il festival è davvero deprimente, ma il mercato è rimasto pienamente soddisfatto da questa direzione, confermando ancora una volta quanto le logiche industriali pesino più delle ambizioni artistiche.

Tom Courtenay e Anna Calder-Marshall con il premio di miglior interpretazione non protagonista per Queen at Sea
Continuando con i premi, Queen at Sea, l’opera seconda di Lance Hammer, si è aggiudicata il terzo premio, il Premio della Giuria, con un dramma intenso e multisfaccettato sul consenso, la demenza senile e, più in generale, uno spaccato di una famiglia condizionata dalla malattia. La vittoria, più che meritata, non sorprende molto, visto che il film di Hammer si è rivelato uno dei più acclamati tra critica e pubblico.
Ci si aspettava un premio per le interpretazioni del film e il nostro desiderio è stato esaudito: Queen at Sea si è portato anche a casa il premio per la miglior interpretazione non protagonista per Tom Courtenay e Anna Calder-Marshall, per i devastanti ritratti di due anziani il cui amore è deteriorato dalla malattia e dagli sguardi giudicanti altrui. Per Courtenay, una leggenda vivente del cinema britannico, la vittoria alla Berlinale segna la sua seconda statuetta dopo quella del 2015 per 45 Years di Andrew Haigh. Per Calder-Marshall, invece, è l’opposto; l’attrice, meglio conosciuta anche come madre di Tom Burke, non ha una grossa carriera cinematografica alle spalle, e questo segna il primo grande riconoscimento per lei.
L’unica scelta plausibile alternativa per questo premio era forse rappresentata da un’altra coppia di attori la cui chimica ha fatto innamorare gli spettatori: stiamo parlando di Andi Lim e Yeo Yann Yann, che interpretano rispettivamente Boon Kiat e Bee Hwa nel melodramma We Are All Strangers di Anthony Chen, altro grande film snobbato dalla giuria presieduta da Wenders.
Per quanto riguarda il premio per la miglior interpretazione protagonista, a trionfare è stata Sandra Hüller, vittoria che è sempre stata nell’aria, anche se rimaneva l’incognita legata al film, visto che Rose ha avuto un riscontro unanime ovunque. Una vittoria dell'Orso d’Oro per il film non avrebbe stupito o, come nel caso di Queen at the Sea, un premio secondario in aggiunta alla Hüller, come quello alla regia.
Nel terzo lungometraggio di Markus Schleinzer, la veterana tedesca interpreta una donna che ruba l’identità di un soldato morto per accaparrarsi la sua terra, azione che in breve tempo scatena i dubbi della popolazione locale. Quello che sorprende dell’interpretazione della Hüller sono, in primis, i vari manierismi che assume per rappresentare la mascolinità della sua nuova identità, per poi lasciare emergere sempre più una fragilità che avanza fino al compassionevole finale. Non rappresenta l’apice della carriera stellare della Hüller, ma è comunque un’interpretazione eccezionale che si posiziona tra i suoi lavori più riusciti.
Sul palco l’attrice ha affermato che tutti i discorsi politici fatti precedentemente sono veri, prendendo una posizione netta con poche parole; poi ha ricordato la prima volta che era stata alla Berlinale e come l’esperienza fosse stata così inattesa da farle pensare di stare per morire. Era il lontano 2006 e la Hüller non solo partecipava al suo primo Festival di Berlino, ma vinse anche il premio come miglior attrice per Requiem di Hans-Christian Schmid.
Un inizio di 2026 perfetto per l'attrice, primo tassello di un’annata che si promette intensa, viste le sue prossime partecipazioni in 1949 di Paweł Pawlikowski e Digger di Alejandro G. Iñárritu

Sandra Hüller con il premio di miglior interpretazione protagonista per Rose
Passando al premio per la miglior regia, Grant Gee ha vinto a sorpresa per Everybody Digs Bill Evans, atipico biopic che esplora la spirale discendente e la difficile ripresa del musicista dopo la morte del suo stretto collaboratore. Sfruttando proprio la dipendenza del protagonista, oltre a una narrativa non lineare che alterna il passato a brevi flashforward, il regista indaga la psiche con una certa originalità, anche se l’operazione non risulta così radicale da meritare un premio alla regia. Un approccio che comunque va lodato, poiché si discosta dall’infinita serie di biopic musicali a cui Hollywood ci ha abituati. Il discorso di Gee è stato piuttosto semplice, con un ringraziamento collettivo al suo team e ad Anders Danielsen Lie, protagonista dell’opera.
Concludiamo i premi per la competizione con quello per la miglior sceneggiatura a Nina Roza di Geneviève Dulude-De Celles, una vittoria piuttosto anonima secondo noi. Il film non ha nulla di male; è un dramma piuttosto semplice che parla di un uomo che ritorna in Bulgaria, la sua terra natale, dopo trent’anni per un impegno di lavoro, alla ricerca di una bambina prodigio di otto anni che ha un talento per la pittura. Un’esplorazione sull’identità culturale piuttosto semplice e forse ci si aspettava di più, ma il trend di questi premi è stato per lo più quello di premiare ciò che è sicuro e poco divisivo.
Il premio per il miglior contributo artistico è andato a Yo (Love is a Rebellious Bird), dove la regista Anna Fitch ha passato molti anni a costruire una riproduzione in scala della casa della sua amica Yolanda Shea. Questa costruzione in miniatura e altri elementi realizzati appositamente, insieme alle scene girate con pupazzi e ricostruzioni, sono parte fondamentale della narrazione e dell’esperienza visiva del film e aiutano a esprimere ricordo, memoria, relazione affettiva e il modo in cui l’autrice affronta il lutto. Una scelta particolare che non è dispiaciuta.

Abdallah Al-Khatib e il team di Chroniques des années de siège con il premio di miglior film della sezione Perspectives
Terminato il palmarès dei premi della competizione, rimane solo da citare la sezione Perspectives, che ha visto come vincitore Chroniques des années de siège del regista palestinese Abdallah Al-Khatib. È un’opera prima piuttosto solida quella vincitrice, che si focalizza su un gruppo di persone che affrontano scelte impossibili durante il periodo di guerra, quando la loro città è sotto assedio. Non la migliore presentata nella sezione, dove Nosso Segredo di Grace Passô, Light Pillar di Zao Xu e Trial of Hein di Kai Stänicke meritavano ampiamente la vittoria finale, ma non ci si può lamentare della vittoria di Al-Khatib.
Il discorso che il regista ha tenuto sul palco è sicuramente stato uno dei più alti della serata; salito sul palco con una kefiah e portando con sé la bandiera palestinese, il regista ha usato questo momento importante per parlare della sua gente, rivolgendosi al governo tedesco e accusandolo di essere complice di Israele. Molti gli avevano consigliato di non dire nulla, ma Al-Khatib non è rimasto in silenzio, nonostante la posizione neutrale della Berlinale sulla questione, irritando il ministro dell’Ambiente Carsten Schneider, che ha lasciato la cerimonia dopo le dichiarazioni del regista. Un gesto che si è poi trasformato in un messaggio di solidarietà e di memoria, in cui Al-Khatib ha detto che verranno ricordati coloro che sono rimasti in silenzio o hanno contribuito al genocidio.
Tutto sommato, di questa edizione del festival di Berlino rimarrà davvero poco: dalla bassa qualità delle opere selezionate alle controversie politiche, il cinema è sempre rimasto in sottofondo in un contesto festivaliero dove dovrebbe essere il focus principale. In entrambe le questioni non si può non dare la colpa soprattutto a Tricia Tuttle, la cui incapacità di creare una selezione che possa richiamare minimamente quella di Carlo Chatrian, oltre alla pessima gestione delle controversie politiche, fa sorgere dubbi sulla sua competenza nello svolgere un ruolo così importante. Sono passate solo due edizioni dell’era Tuttle, ma forse è già arrivato il momento di prendere seri provvedimenti se si vuole salvare la Berlinale.
di Omar Franini
NC-397
24.02.2026

Il simbolo del Festival di Berlino
Lo scorso weekend si è conclusa la 76ª edizione della Berlinale e, come di consueto, è il momento di tirare le somme e analizzare nel dettaglio i vincitori.
Prima, però, è impossibile non soffermarsi su ciò che ha segnato in maniera decisiva l’edizione di quest’anno: le controversie politiche che hanno finito per oscurare, almeno in parte, la selezione dei film. Il polverone si è alzato fin dal primo giorno, quando durante la conferenza stampa inaugurale le parole del presidente di giuria, Wim Wenders, hanno creato scompiglio. Alla domanda sull’impatto politico del cinema, Wenders ha affermato che nessun film ha mai cambiato l’idea di un politico, ma che il cinema può influenzare il modo in cui le persone scelgono di vivere, inserendosi nello scarto esistente tra cittadini e governi. Quanto alla guerra a Gaza e al ruolo del festival, ha sostenuto che il cinema dovrebbe restare fuori dalla politica: "se diventa dichiaratamente politico, entra nel campo dei politici, mentre il suo compito è piuttosto quello di fare il lavoro delle persone comuni, fungendo da contrappeso al potere".
Nel giro di poche ore, la Berlinale si è trasformata in un campo di battaglia mediatico. Le dichiarazioni del regista sono apparse ancora più sorprendenti alla luce del tipo di cinema che lo ha reso celebre, un cinema tutt’altro che apolitico. Nei giorni successivi, la controversia non si è placata e a diversi talent sono state rivolte domande sulla questione, spesso a scapito di quesiti relativi ai film presentati. È accaduto, ad esempio, all’Orso d’Oro alla carriera Michelle Yeoh, a Neil Patrick Harris, e ancora a Ethan Hawke, Channing Tatum e Rupert Grint.

Īlker Çatak e il team di Yellow Letters con l’Orso d’Oro
Se da un lato, alla luce delle polemiche iniziali, queste domande possono apparire comprensibili e rivelano il tentativo di trasformare un’edizione dichiaratamente “apolitica” in una manifestazione inevitabilmente immersa nel dibattito pubblico, dall’altro è difficile non notare una certa ipocrisia da parte di una stampa che ha rivolto tali quesiti quasi esclusivamente agli attori più noti, dando talvolta l’impressione di cercare più il titolo ad effetto che un vero confronto. Sarebbe stato forse più interessante ascoltare il punto di vista di registi internazionali direttamente coinvolti nella selezione ufficiale. Ma, mediaticamente parlando, attira più l’attenzione una dichiarazione di Rupert Grint o quella di Alain Gomis e Karim Aïnouz?
Il clima del festival, già teso, è peggiorato con gli interventi di Tricia Tuttle, direttrice della Berlinale. Nel primo statement ha ribadito che il festival garantisce libertà di parola e che gli artisti non sono obbligati a rispondere a domande politiche. Ha sottolineato come molti film in concorso trattino temi attuali come guerre, violenza sessuale, patriarcato e altro. Tuttavia, le sue parole hanno avuto l’effetto opposto, alimentando ancora più tensione senza aggiungere chiarezza.
La situazione è degenerata ulteriormente quando ottanta artisti del mondo del cinema hanno firmato una lettera pubblica denunciando la censura della Berlinale nei confronti di chi parla della Palestina. La lettera accusava il festival di creare un “silenzio sistematico” sulla questione e criticava il coinvolgimento diretto del governo tedesco con Israele. La risposta di Tuttle è arrivata con un secondo statement, in cui ha definito la lettera contenente “misinformazioni”, invitando gli artisti a chiarire privatamente le questioni con la direzione del festival. Questo approccio difensivo ha spostato il dibattito dal piano pubblico a un arbitraggio dietro le quinte, senza fornire un chiaro messaggio morale o politico sul conflitto a Gaza. Tuttle ha parlato di “complessità” geopolitica, ma non ha condannato esplicitamente quello che molti artisti e osservatori considerano un genocidio dei palestinesi, lasciando insoddisfatti quanti auspicavano una presa di posizione chiara da parte di un festival internazionale di grande rilevanza culturale.
Si arriva quindi alla cerimonia finale, dove Tricia Tuttle ha aperto con l’ennesimo monologo che, pur molto verboso, ha lasciato l’impressione di “tanto fumo, niente arrosto”. «The past 10 days have been stormy seas», ha detto, sintetizzando il clima teso e controverso di questa Berlinale. Appena sentita la parola stormy, viene naturale pensare a un’espressione simile a quella spesso usata da Logan Roy nella serie Succession, che qui evitiamo di ripetere. Le parole di Tuttle, pur riconoscendo il contesto ostile, non hanno aggiunto nulla di sostanziale, ribadendo soltanto come la Berlinale sia uno spazio dove gli artisti possano esprimersi liberamente.
L’attenzione mediatica e le polemiche, così, si erano spostate da Wim Wenders a Tricia Tuttle, ma finalmente la cerimonia ha riportato il focus sul presidente di giuria, che ha pronunciato un discorso sul linguaggio cinematografico e sul ruolo del cinema nel mondo contemporaneo. Wenders ha ricordato che la Berlinale è sempre stata un luogo in cui il linguaggio del cinema, “la lingua della compassione”, dialoga con quello della critica, della politica e dei media. Ha sottolineato la complessità dei diversi linguaggi artistici, invitando a considerarli come strumenti complementari piuttosto che in conflitto. “Il linguaggio del cinema è empatico. Il linguaggio dei social media è efficace. Dobbiamo riflettere su questa discrepanza”, ha detto, evidenziando il ruolo degli attivisti online e l’urgenza delle loro cause, senza ridurre la funzione e la profondità del cinema.
Ha parlato della capacità del cinema di resistere all’oblio, di vivere più a lungo della rapida attenzione che il web offre, e dell’importanza di collaborare piuttosto che competere: “Essere a favore di qualcosa non implica mai essere contro qualcun altro”. Ha concluso richiamando il concetto tedesco di anschauung, un’“immersione visiva, sensuale ed esistenziale”, come metafora della potenza del cinema nel comunicare empatia e complessità.
Un intervento che è stato così una combinazione di auto‑riflessione sul contesto controverso della Berlinale e di riaffermazione della propria visione del ruolo dell’arte cinematografica; un invito a vedere festival, cinema e attivismo come linguaggi diversi, ma potenzialmente alleati nella comprensione del mondo contemporaneo.

Emin Alper con l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria per Salvation
L’alone di controversie non si è comunque placato e gli interventi finali di Wenders e Tuttle sono sembrati più come un compromesso, un damage control, che una netta posizione. Forse la giuria stessa ha agito secondo questa modalità durante l’assegnazione dei premi ai film della Competizione.
Infatti, a vincere i due premi più importanti sono stati Yellow Letters di Īlker Çatak e Salvation di Emin Alper, due opere con un forte sottotesto politico. Nel caso di Yellow Letter, il film mette al centro il tema della censura artistica in Turchia, raccontando come le espressioni culturali possano essere limitate o manipolate per ragioni politiche. La storia mostra la frattura tra libertà individuale e controllo statale, evidenziando le difficoltà degli artisti nel navigare un contesto in cui la creazione culturale è costantemente sorvegliata e regolata.
Salvation, invece, utilizza il cinema di genere come veicolo per una critica sociale più metaforica. Alper costruisce una narrazione in cui due comunità, una sulle alture e l’altra ai piedi di una collina, si trovano in conflitto, simbolizzando le divisioni sociali, economiche e politiche presenti nella società turca contemporanea. Il film sfrutta la tensione tipica del thriller e del dramma psicologico per raccontare come la paura, la diffidenza e la competizione per il potere possano radicalizzare le relazioni tra gruppi diversi, creando un microcosmo di conflitto politico più ampio.
Una volta ritirato l’Orso d’Oro, Çatak ha affermato di aver preparato un discorso politico per la vittoria, ma, visti gli interventi precedenti degli altri vincitori, ha aggiunto che sarebbe risultato superfluo e avrebbe oscurato le parole importanti pronunciate prima della sua vittoria. Ha preferito invece ricordare che il messaggio politico che vuole trasmettere è nel film stesso, per poi ringraziare il suo team per la fondamentale collaborazione.
Il discorso di Alper, vincitore del Gran Premio della Giuria, è stato molto più esplicitamente politico e solidale, citando cause e persone perseguitate o in difficoltà in tutto il mondo. “La cosa più terribile è la solitudine che si prova mentre si soffre. Quando perdi i tuoi diritti giorno dopo giorno… quando vieni bombardato da chi non ti considera nemmeno umano, sei completamente solo in quei momenti… ma possiamo rompere il silenzio e ricordare loro che non sono soli.” Ha poi rivolto un messaggio di solidarietà esplicita a diversi gruppi e figure, tra cui la popolazione di Gaza, gli iraniani sotto tirannia, i Curdi e gli oppositori politici in Turchia.
Queste due scelte, tutto sommato, non soddisfano pienamente: si poteva osare di più con opere come Dao di Alain Gomis o My Wife Cries di Angela Schanelec, i due film, forse gli unici, ad aver provato a sperimentare con il medium cinematografico, tra un ibrido documentario/finzione e la criptica videoarte della regista tedesca. Stupisce davvero la mancata presenza nel palmares di Gomis, il cui film è sempre stato uno dei papabili vincitori sin dall’annuncio della selezione. Rimane il fatto che, al suo secondo anno di direzione, Tricia Tuttle non sembra interessata ad elevare, o almeno a rendere diversa, l’identità della Berlinale e, come citavamo l’anno scorso, la presenza di Carlo Chatrian è già rimpianta tra le cerchie dei cinefili.
Il mercato internazionale, ovviamente, non la pensa come noi. Perché mai dovrebbero apprezzare un film sopra le tre ore che non “ha” una trama? Come dargli torto, sarebbe un suicidio finanziario, mentre è più semplice vendere film come quelli di Çatak e Alper. L’identità commerciale che ha caratterizzato il festival è davvero deprimente, ma il mercato è rimasto pienamente soddisfatto da questa direzione, confermando ancora una volta quanto le logiche industriali pesino più delle ambizioni artistiche.

Tom Courtenay e Anna Calder-Marshall con il premio di miglior interpretazione non protagonista per Queen at Sea
Continuando con i premi, Queen at Sea, l’opera seconda di Lance Hammer, si è aggiudicata il terzo premio, il Premio della Giuria, con un dramma intenso e multisfaccettato sul consenso, la demenza senile e, più in generale, uno spaccato di una famiglia condizionata dalla malattia. La vittoria, più che meritata, non sorprende molto, visto che il film di Hammer si è rivelato uno dei più acclamati tra critica e pubblico.
Ci si aspettava un premio per le interpretazioni del film e il nostro desiderio è stato esaudito: Queen at Sea si è portato anche a casa il premio per la miglior interpretazione non protagonista per Tom Courtenay e Anna Calder-Marshall, per i devastanti ritratti di due anziani il cui amore è deteriorato dalla malattia e dagli sguardi giudicanti altrui. Per Courtenay, una leggenda vivente del cinema britannico, la vittoria alla Berlinale segna la sua seconda statuetta dopo quella del 2015 per 45 Years di Andrew Haigh. Per Calder-Marshall, invece, è l’opposto; l’attrice, meglio conosciuta anche come madre di Tom Burke, non ha una grossa carriera cinematografica alle spalle, e questo segna il primo grande riconoscimento per lei.
L’unica scelta plausibile alternativa per questo premio era forse rappresentata da un’altra coppia di attori la cui chimica ha fatto innamorare gli spettatori: stiamo parlando di Andi Lim e Yeo Yann Yann, che interpretano rispettivamente Boon Kiat e Bee Hwa nel melodramma We Are All Strangers di Anthony Chen, altro grande film snobbato dalla giuria presieduta da Wenders.
Per quanto riguarda il premio per la miglior interpretazione protagonista, a trionfare è stata Sandra Hüller, vittoria che è sempre stata nell’aria, anche se rimaneva l’incognita legata al film, visto che Rose ha avuto un riscontro unanime ovunque. Una vittoria dell'Orso d’Oro per il film non avrebbe stupito o, come nel caso di Queen at the Sea, un premio secondario in aggiunta alla Hüller, come quello alla regia.
Nel terzo lungometraggio di Markus Schleinzer, la veterana tedesca interpreta una donna che ruba l’identità di un soldato morto per accaparrarsi la sua terra, azione che in breve tempo scatena i dubbi della popolazione locale. Quello che sorprende dell’interpretazione della Hüller sono, in primis, i vari manierismi che assume per rappresentare la mascolinità della sua nuova identità, per poi lasciare emergere sempre più una fragilità che avanza fino al compassionevole finale. Non rappresenta l’apice della carriera stellare della Hüller, ma è comunque un’interpretazione eccezionale che si posiziona tra i suoi lavori più riusciti.
Sul palco l’attrice ha affermato che tutti i discorsi politici fatti precedentemente sono veri, prendendo una posizione netta con poche parole; poi ha ricordato la prima volta che era stata alla Berlinale e come l’esperienza fosse stata così inattesa da farle pensare di stare per morire. Era il lontano 2006 e la Hüller non solo partecipava al suo primo Festival di Berlino, ma vinse anche il premio come miglior attrice per Requiem di Hans-Christian Schmid.
Un inizio di 2026 perfetto per l'attrice, primo tassello di un’annata che si promette intensa, viste le sue prossime partecipazioni in 1949 di Paweł Pawlikowski e Digger di Alejandro G. Iñárritu

Sandra Hüller con il premio di miglior interpretazione protagonista per Rose
Passando al premio per la miglior regia, Grant Gee ha vinto a sorpresa per Everybody Digs Bill Evans, atipico biopic che esplora la spirale discendente e la difficile ripresa del musicista dopo la morte del suo stretto collaboratore. Sfruttando proprio la dipendenza del protagonista, oltre a una narrativa non lineare che alterna il passato a brevi flashforward, il regista indaga la psiche con una certa originalità, anche se l’operazione non risulta così radicale da meritare un premio alla regia. Un approccio che comunque va lodato, poiché si discosta dall’infinita serie di biopic musicali a cui Hollywood ci ha abituati. Il discorso di Gee è stato piuttosto semplice, con un ringraziamento collettivo al suo team e ad Anders Danielsen Lie, protagonista dell’opera.
Concludiamo i premi per la competizione con quello per la miglior sceneggiatura a Nina Roza di Geneviève Dulude-De Celles, una vittoria piuttosto anonima secondo noi. Il film non ha nulla di male; è un dramma piuttosto semplice che parla di un uomo che ritorna in Bulgaria, la sua terra natale, dopo trent’anni per un impegno di lavoro, alla ricerca di una bambina prodigio di otto anni che ha un talento per la pittura. Un’esplorazione sull’identità culturale piuttosto semplice e forse ci si aspettava di più, ma il trend di questi premi è stato per lo più quello di premiare ciò che è sicuro e poco divisivo.
Il premio per il miglior contributo artistico è andato a Yo (Love is a Rebellious Bird), dove la regista Anna Fitch ha passato molti anni a costruire una riproduzione in scala della casa della sua amica Yolanda Shea. Questa costruzione in miniatura e altri elementi realizzati appositamente, insieme alle scene girate con pupazzi e ricostruzioni, sono parte fondamentale della narrazione e dell’esperienza visiva del film e aiutano a esprimere ricordo, memoria, relazione affettiva e il modo in cui l’autrice affronta il lutto. Una scelta particolare che non è dispiaciuta.

Abdallah Al-Khatib e il team di Chroniques des années de siège con il premio di miglior film della sezione Perspectives
Terminato il palmarès dei premi della competizione, rimane solo da citare la sezione Perspectives, che ha visto come vincitore Chroniques des années de siège del regista palestinese Abdallah Al-Khatib. È un’opera prima piuttosto solida quella vincitrice, che si focalizza su un gruppo di persone che affrontano scelte impossibili durante il periodo di guerra, quando la loro città è sotto assedio. Non la migliore presentata nella sezione, dove Nosso Segredo di Grace Passô, Light Pillar di Zao Xu e Trial of Hein di Kai Stänicke meritavano ampiamente la vittoria finale, ma non ci si può lamentare della vittoria di Al-Khatib.
Il discorso che il regista ha tenuto sul palco è sicuramente stato uno dei più alti della serata; salito sul palco con una kefiah e portando con sé la bandiera palestinese, il regista ha usato questo momento importante per parlare della sua gente, rivolgendosi al governo tedesco e accusandolo di essere complice di Israele. Molti gli avevano consigliato di non dire nulla, ma Al-Khatib non è rimasto in silenzio, nonostante la posizione neutrale della Berlinale sulla questione, irritando il ministro dell’Ambiente Carsten Schneider, che ha lasciato la cerimonia dopo le dichiarazioni del regista. Un gesto che si è poi trasformato in un messaggio di solidarietà e di memoria, in cui Al-Khatib ha detto che verranno ricordati coloro che sono rimasti in silenzio o hanno contribuito al genocidio.
Tutto sommato, di questa edizione del festival di Berlino rimarrà davvero poco: dalla bassa qualità delle opere selezionate alle controversie politiche, il cinema è sempre rimasto in sottofondo in un contesto festivaliero dove dovrebbe essere il focus principale. In entrambe le questioni non si può non dare la colpa soprattutto a Tricia Tuttle, la cui incapacità di creare una selezione che possa richiamare minimamente quella di Carlo Chatrian, oltre alla pessima gestione delle controversie politiche, fa sorgere dubbi sulla sua competenza nello svolgere un ruolo così importante. Sono passate solo due edizioni dell’era Tuttle, ma forse è già arrivato il momento di prendere seri provvedimenti se si vuole salvare la Berlinale.