
di Omar Franini, Ā Antonio Orrico,Ā Cecilia Parini, Arturo Garavaglia e Lorenzo Sartor Ā
NC-395
21.02.2026
Come ad ogni manifestazione cinematografica a cui ODG partecipa, nei prossimi giorni pubblicheremo una serie di reportage per raccontarvi i film che stiamo visionando alla 76ĀŖ edizione del Festival di Berlino.
In questo quarto appuntamento iniziamo con tre titoli del concorso ufficiale: Queen at Sea, il dramma di Lance Hammer con Juliette Binoche e Tom Courtenay, il western australiano Wolfram di Warwick Thornton e Rose, ritratto di una donna che cambia identitĆ per iniziare una nuova vita, diretto da Markus Schleinzer con Sandra Hüller. Dalla sezione Perspectives vi raccontiamo lāintrigante Nosso Segredo di Grace Passo, il sorprendente Light Pillar di Zao Xu e El Tren Fluvial, oltre ai meno convincenti Where To? di Assaf Machnes e Truly Naked di Muriel dāAnsembourg. Dalla sezione Panorama segnaliamo Only Rebels Wins di Danielle Arbid con protagonista Hiam Abbass, mentre in Generation troviamo lāanimazione Papaya di Pricilla Keller e il coming-of-age Everyoneās Sorry Nowadays di Frederike Migom. Concludiamo con Forum, dove sono in programma il documentario Chronos - Flow of Time di Volker Koepp, lāiraniano Cesarean Weekend di Mohammad Shirvani e Panda di Xinyang Zhang.
Cesarean Weekend, di Mohammad Shirvani

Mohammad Shirvani ĆØ un nome cardine per il cinema indipendente iraniano. Il regista, autore negli ultimi 20 anni di opere dirompenti contraddistinte da una fortissima e dirompente estetica āundergroundā, arriva alla Berlinale nella sezione Forum con Cesarean Weekend, la sua ultima fatica. Nella cornice di una villa sul Mar Caspio, Shirvani porta in scena le insicurezze, i tentennamenti, i turbamenti di due generazioni ā quella dei padri e quella dei figli ā che si trovano in due analoghi momenti di sospensione. I primi, ormai vicini alla vecchiaia e dunque alla morte, vivono nella menzogna di un passato che ha prodotto figli con cui ora non riescono più a comunicare, i figli, in procinto di diventare a loro volta padri, sperimentano lāangoscia di non voler diventare come i loro genitori. Sullo sfondo, un femminile che guarda, che osserva, che si eleva. Forte, pur nella propria fragilitĆ . Decisivo, pur in una situazione di debolezza. Saranno gli argomenti, sarĆ la metodologia adottata da Shirvani nel dirigere gli attori ā a cui viene lasciato campo libero per improvvisare su situazioni i cui dati cambiano in continuazione, saranno le modalitĆ con cui il regista inquadra i volti e i corpi, ma Cesarean Weekend sembra ricordare molto da vicino il cinema di John Cassavetes, nume tutelare di un cinema girato con pochissimi mezzi e che da ciò prova a trarre il proprio maggior valore. Ecco, dunque, che la grezza camera a mano che instancabile si muove, scatta, perde il fuoco, si riposiziona e non abbandona mai i personaggi, diventa un modo estremamente efficace con cui Shirvani mette in scena lāinstabilitĆ , il costante divenire ā impetuoso come le onde del mare che tornano a più riprese ā di unāumanitĆ sfaccettata, e quindi estremamente umana. E, alla fine del film, si ha la sensazione di essere un terzo personaggio, presente nella vita dei protagonisti, che ha assistito a scene che ā di per sĆ© ā non hanno un significato, ma che nel quadro complessivo riescono a dare unāāimpressioneā (il fuori fuoco ĆØ qui decisivo) di umanitĆ pura, genuina, non contaminata dallāocchio della macchina da presa. La sinfonia n° 9 di Mahler con cui si chiude Cesarean Weekend ĆØ un momento catartico. Subito dopo compare una dedica a Mahler e a Shahram Shabpareh (noto cantante iraniano in esilio dal ā79) e sui titolo di coda scorre una canzone di questāultimo. Ennesima riprova di un film in cui il contrasto, lo scontro āgenerazionaleā maschile, ĆØ lāunitĆ denominatrice.
Ā
Chronos - Flow of Time, di Volker Koepp

Un uomo a cavallo ci guarda negli occhi, accompagnandoci verso un altrove indefinito. Il nostro Caronte gira poi lo sguardo verso la strada, continuando ad andare avanti. Allāimprovviso, unāauto lo supera e si allontana, scomparendo presto al nostro sguardo. Con questo intrigante incipit, inizia lāodissea storica di oltre tre ore diretta dal documentarista Volker Koepp, il quale subito ci mette in chiaro la sua idea: il tempo della storia ĆØ un flusso che tende allāinfinito e ogni progresso si lascia presto tutto alle spalle, anche la morte stessa. Il cineasta rielabora le immagini dei suoi precedenti lavori ritornando sui luoghi delle riprese antecedenti, per parlare di come il conflitto russo-ucraino ha plasmato nel tempo questi spazi della memoria. Il principio del panta rei di Eraclito viene citato e rielaborato, concependo il montaggio come strumento per uniformare il passaggio tra le generazioni, scorrendo tra le immagini del passato e quelle del presente. La presa di posizione politica ĆØ netta e a prova di fraintendimenti: il regista crea una lunga cronistoria delle persecuzioni di ucraini ed ebrei per parlare dei conflitti del presente, guardando al passato come a un oggetto alieno, che può essere raggiunto solo dallāocchio della macchina da presa e dal suo teleobiettivo, ma non fisicamente dalla troupe e dal regista. Ciò che ĆØ tanto lucido e complesso dal punto di vista del montaggio, non lo ĆØ altrettanto da quello dei contenuti. Dopo una prima mezzāora folgorante, il film di Koepp si arena su una giustapposizione di interviste e testimonianze girate con la tecnica delle talking heads e in cui purtroppo la rielaborazione del passato viene abbandonata a favore di un appiattimento dei problemi socio-politici del presente. Le testimonianze degli ucraini fuggiti dalla propria nazione sembrano ripetere concetti tra loro molto simili, che nulla aggiungono sul tema dellāinvasione da parte della Russia, e nonostante il regista condanni giustamente lāimperialismo di Putin, una certa ridondanza rende la seconda parte dellāopera più faticosa. Se quindi il film funziona laddove ci ricorda come il progresso possa portare a dimenticare le storie dei morti e dei perseguitati, lāimpressione ĆØ che non tutto quello che viene seminato inizialmente venga poi raccolto e che una maggiore sintesi avrebbe donato alla pellicola più incisivitĆ .
Ā
El Tren Fluvial, di Lorenzo Ferro e Luca A. Vignale

Lorenzo Ferro ĆØ un giovanissimo attore argentino, una figura emergente che negli ultimi anni ha solcato grandi palcoscenici attraverso i suoi ruoli davanti alla macchina da presa. Il primo ruolo fondamentale della sua carriera ĆØ lo stesso che gli dĆ la notorietĆ internazionale, ovvero la personificazione del criminale Carlos Robledo Puch nel film biografico/crime di Luis Ortega, dal titolo El Ćngel (2018), presentato a Cannes nel 2018 nella sezione Un Certain Regard. Dopo aver partecipato anche a produzioni televisive internazionali, tra cui vi ĆØ anche Narcos: Mexico (2018-2021), i suoi ruoli da protagonista lo hanno condotto nuovamente al Festival di Cannes dove, nel 2024, ĆØ in prima linea nel film di Federico Luis, dal titolo Simón de la montaƱa (2024). Oltre alla recitazione, Ferro ha anche coltivato un proprio talento musicale, partecipando anche a sessioni con produttori noti e pubblicando brani, prima di esordire, questāanno, alla Berlinale 2026 con la sua prima co-regia, insieme a Lucas A. Vignale, dal titolo El Tren Fluvial (2026), presentata questāanno nella sezione Perspectives del Festival di Berlino. La sua carriera attoriale, costellata da interpretazioni molto complesse e da personaggi notevolmente sfaccettati, spesso al confine tra realismo sociale e riflessione psicologica, confluisce anche nella sua opera prima, raccontando di un territorio di scoperta personale per un bambino di nove anni, Milo, che diventa metafora di crescita, indipendenza dalla famiglia e confronto con la realtĆ urbana. El Tren Fluvial ĆØ un esordio sicuramente interessante, un coming-of-age che lavora, rispetto alla tradizione argentina recente, quasi in sottrazione, in modo laterale, sfruttando gli inserti onirici come dispositivo di slittamento nei confronti dellāidentitĆ del protagonista. Più che un film che produce sogni, il film di Ferro usa il viaggio come struttura mentale per parlare della nascita e della crescita di un desiderio individuale - sfruttando il classico impianto del road movie, formato da una fuga, dalla crescita legata al viaggio e dalla formazione che ne consegue - che si riscopre decisamente intimista, in cui lāinfanzia ĆØ uno stato percettivo alterato - messo in evidenza attraverso inserti in analogico molto interessanti e una camera sempre attaccata ai volti, tale da deformare lāinquadratura e lo spazio circostante - usato come una cornice emotiva per accedere a un mondo ālateraleā, dove il reale non ĆØ mai del tutto stabile, ma ĆØ ben definito, e ha un nome: Buenos Aires.
Ā
Everyoneās Sorry Nowadays, di Frederike Migom

Everyoneās Sorry Nowadays, il nuovo film di Frederike Migom, immerge lo spettatore nel turbinio emotivo di Bianca, tredicenne che si sente invisibile agli adulti attorno a lei. La madre ĆØ assorbita dalle cure del fratellino Alan, affetto da una grave patologia cardiaca, e persino il padre sembra incapace di cogliere il suo mondo interiore. Lāopprimente calura estiva diventa metafora del caos emotivo della ragazza, dove ogni tensione e ogni piccola frustrazione si amplificano, rendendo la giornata un crescendo di sentimenti contrastanti. Tra gli eventi significativi di questo turbinio cāĆØ la presenza di Billie King, lāattrice preferita di Bianca, che si reca nella loro abitazione poichĆ© il figlio ĆØ amico di Alan, e queste interazioni tra Bianca e Billie sono nettamente i momenti più riusciti del film. La figura di Billie, improvvisa e disarmante, diventa per Bianca uno specchio di comprensione e attenzione che altrove non trova. Le conversazioni tra le due sono semplici e naturali, cariche di empatia, e permettono alla protagonista di percepire per la prima volta di essere davvero vista. Queste sequenze mostrano quanto possa essere importante un incontro apparentemente casuale nella crescita di un ragazzo. Al contrario, il dramma con il fratello, pur funzionale alla narrazione, resta poco sviluppato, limitando la forza emotiva della tensione familiare. Anche il rapporto con la madre trova una risoluzione narrativamente chiara, ma non appaga del tutto, poichĆ© il personaggio rimane poco caratterizzato e, a tratti, incomprensibile rispetto alla complessitĆ interiore di Bianca. Visivamente, Migom sfrutta luci e ombre per rendere lo stato emotivo della protagonista; lāeffetto ĆØ interessante ma troppo ordinario, senza raggiungere lāambizione che il materiale narrativo suggerirebbe. Everyoneās Sorry Nowadays ĆØ un film sincero e sensibile, che cattura con delicatezza lāintensitĆ della crescita adolescenziale, ma che mette in luce i suoi limiti attraverso lāapproccio didascalico nella rappresentazione delle tensioni familiari e del desiderio di essere visti di una ragazza al confine tra infanzia e adolescenza.
Ā
Light Pillar, di Zao Xu

Zao Xu, prima di esordire nel cinema, studia arti visive alla Beijing Film Academy. Dopo aver concluso i suoi studi, decide di buttarsi anima e corpo nella Settima Arte, esordendo ufficialmente con il suo primo cortometraggio, No Changes Have Taken In Our Life (2023), presentato allāIFFR di Rotterdam nel 2023. Successivamente, il suo secondo corto Love Music Friend (2025) segna il suo primo approccio con lāanimazione, rafforzato ulteriormente dal lungometraggio dāesordio, Light Pillar, presentato nella sezione Perspectives della Berlinale. Un prodotto che mette in evidenza soprattutto la capacitĆ di immergersi in un futuro distopico non cosƬ lontano dalla nostra realtĆ , permeato da una digitalizzazione galoppante e una disgregazione umana fortissima, a dir poco decadente - come sono anche le ambientazioni del non-luogo invernale in cui la vicenda ĆØ ambientata inizialmente - che rappresenta anche la Settima Arte come entitĆ in perpetuo declino, preda di un inverno metaforico che riflette il vuoto delle giornate del protagonista e anche dellāambiente circostante. Una decadenza che si alterna con una rappresentazione del virtuale a dir poco scintillante, piena di carrellate verticali e luci al neon che racchiudono lāeterno dualismo tra realtĆ e finzione dellāintero film, dove il VR non ĆØ una liberazione, ma unāillusione seducente che promette connessione, romanticismo e fuga, finchĆ© lo stesso mondo virtuale non presenta tutti i suoi limiti, svelando lāinganno. Lo spazio di lavoro in declino rappresentato in Light Pillar pone lāattenzione sullāerosione della storia collettiva, richiamando da vicino il conflitto storico/culturale tipico del cinema di Jia Zhang-ke, regista che di narrazioni interne alla Cina e di rappresentazioni di una certa occidentalizzazione del mondo asiatico ha fatto il perno del suo cinema. Non ĆØ un caso che il set di Light Pillar si rifaccia al mondo artefatto di uno dei suoi migliori film, The World (2004), soprattutto nella riproduzione di un mondo scintillante che porta alla definitiva perdita dellāidentitĆ collettiva di un Paese. Zao Xu mette il tutto in scena con un minimalismo stilistico davvero interessante, basando sulla naturalezza della macchina a mano e sul 16mm lāautenticitĆ del live-action e cristallizzando, di contro, il tempo dellāanimazione, mettendo in evidenza un tema fondamentale del cinema odierno e della rappresentazione cinematografica tutta: quello del rapporto tra realtĆ percepita e vissuta, in cui la prima ĆØ spesso e volentieri cannibale e tiranna nei confronti dellāaltra.
Ā
Nosso Segredo, di Grace Passo

Con Nosso Segredo, la regista e drammaturga brasiliana Grace PassĆ“ firma unāopera prima che cattura lo spettatore fin dai primi minuti; una conversazione apparentemente ordinaria in taxi che progressivamente si carica di ambiguitĆ , assumendo tonalitĆ sempre più sospese, dove le parole dette sono destinate a trovare senso solo nellāultima parte del racconto. Il film corale esplora lāelaborazione del lutto allāinterno di una famiglia nera di Belo Horizonte, mettendo in scena non tanto il trauma in sĆ©, quanto ciò che resta non detto, sedimentato negli spazi e nei corpi. Più che delineare conflitti espliciti, PassĆ“ costruisce un paesaggio emotivo stratificato dove ogni membro della famiglia abita il dolore secondo un proprio ritmo, tra rimozione, silenzio e piccoli rituali quotidiani. Ć soprattutto attraverso il più giovane, Tutu, che il film individua la tensione sotterranea del segreto, facendo emergere una sensibilitĆ capace di percepire ciò che gli adulti preferiscono non nominare. Il lutto non esplode mai, ma si diffonde come unāumiditĆ che attraversa le stanze. La regia punta allāimmersione, la macchina da presa si muove come una presenza errante, alternando inquadrature fisse a lente derive nei corridoi, lasciando che siano gli ambienti a raccontare ciò che i personaggi tacciono. La casa, segnata da crepe, infiltrazioni e spazi irrisolti, diventa un organismo visivo, un archivio di memorie fatto di fotografie, oggetti accumulati e tracce di vita. Le immagini oniriche si intrecciano alla quotidianitĆ senza fratture nette; i sogni e visioni non interrompono il racconto, ma lo ampliano, suggerendo che il dolore trovi espressione anche oltre il visibile. Fondamentale ĆØ la musica, in particolare il motivo al pianoforte che ritorna come un respiro intermittente, oscillando tra dolcezza e malinconia. Non accompagna semplicemente le immagini, ma le abita, contribuendo a creare unāatmosfera sospesa in cui il tempo non guarisce, ma si assesta. Nella parte finale, tra fenditure surreali e presenze che restano fuori campo, Nosso Segredo trova la sua dimensione più intima e poetica, portando un cinema che non cerca risposte, ma invita a convivere con ciò che non può essere pienamente nominato.
Ā
Only Rebels Win, di Danielle Arbid

Only Rebels Win si apre con una dichiarazione programmatica della regista; il film avrebbe dovuto essere girato a Beirut, ma i conflitti in corso hanno imposto la ricostruzione della cittĆ in studio, in Francia, ed ĆØ su questi spazi artificiali che prende forma una storia di discriminazione e amore, di speranza e nostalgia, che segue lāincontro tra Suzanne (Hiam Abbass), vedova palestinese sulla sessantina, e Osmane, giovane immigrato sudanese senza documenti. La loro relazione, ostacolata da differenze dāetĆ , provenienza e status sociale, riflette una lente politica. Visto lo scenario iniziale, viene spontaneo citare La paura mangia lāanima (1974) di Rainer Werner Fassbinder, dove lāamore ĆØ uno scandalo pubblico, un gesto sovversivo che mette a nudo ipocrisie e razzismi. Se Fassbinder lavorava per sottrazione, con inquadrature gelide e spazi opprimenti, Only Rebels Win sceglie un registro più caldo e oscillante, con un tono sospeso tra commedia e melodramma. Spiccano in questo senso, le scene domestiche in cui i figli di Suzanne reagiscono con un misto di ironia e imbarazzo alla nuova relazione, o certi dialoghi che stemperano la tensione con battute improvvise, lasciando però filtrare il dolore dellāesclusione. A sorreggere il film ĆØ soprattutto Hiam Abbass, magnetica nel rendere il desiderio di Suzanne insieme pudico e determinato. Ogni suo sguardo restituisce il conflitto tra il bisogno di felicitĆ e il peso dello sguardo altrui, e porta una presenza che dĆ spessore anche ai passaggi più prevedibili della sceneggiatura. Più problematico risulta invece lāimpianto visivo. LāartificialitĆ dei set, dichiarata fin dallāinizio, resta spesso tale; la ricostruzione di Beirut appare minimale, poco lavorata sul piano delle luci e della profonditĆ di campo, e raramente riesce a trasformarsi in scelta stilistica compiuta. Anche il finale meta-cinematografico, con Abbass che esce dalla scena e la macchina da presa che svela troupe e backstage, sembra promettere una riflessione più radicale sul racconto e sulla sua impossibilitĆ . Ma il gesto non raggiunge lāimpatto emotivo che avrebbe potuto rendere davvero memorabile lāultima immagine.
Ā
Panda, di Xinyang Zhang

Zhang Xinyang ĆØ un regista cinese legato al circuito indipendente e ultra-low budget dellāultimo decennio del cinema cinese. Tantissime figure analoghe, infatti, dopo la fine e le āmacerieā della Sesta Generazione sono sorte e hanno rinnovato il cinema cinese, garantendogli uno spazio di primo piano anche nellāambito festivaliero e soprattutto attraverso circuiti underground molto particolari. Proprio questa particolare peculiaritĆ si trova alla base dellāesordio nel lungometraggio del regista cinese, presentato nella sezione Forum. Panda ĆØ unāopera prima veramente molto particolare, che mette in atto una deriva esistenziale allāinterno di una Cina che sembra quasi spettrale, marcia e marginale, dove i giovani - protagonisti del film - ricalcano lāalienazione di chi non ha un posto preciso nel mondo. I protagonisti sono dei veri e propri āfantasmiā che attraversano spazi periferici senza una vera direzione, afflitti da relazioni sociali in costante stallo, dove i rapporti provvisori causano micro-violenza quotidiana. Anche a causa della sua dimensione alternata tra B/N e colore, il film di Zhang Xinyang sembra unāappendice dellāopera magniloquente di Hu Bo, An Elephant Sitting Still (2018), sia per la post-Apocalisse in cui i giovani sono uno scarto della Cina odierna, sia per il contrasto che lo stesso regista crea, tramite la dimensione diegetica, tra due diversi modelli di societĆ , una completamente rurale e tradizionale e lāaltra più tecnologica, con lāinteressante compenetrazione dei due mondi in molti casi - il dialogo con Siri, scena chiave per comprendere bene il disegno generale -. Panda ĆØ un film che crea unāatmosfera decisamente particolare, sospesa nella misura in cui fornisce lāidea di una generazione che vive dopo la promessa del progresso e si ritrova in un presente senza forma, con la giovinezza come scarto perfetto del capitalismo urbano e galoppante della Cina presente, terra di contraddizioni e traditrice della propria Storia - come mostra la sequenza finale - mediata attraverso unāimmagine digitalmente grezza, quasi diaristica, più vicina a un gesto privato che a unāosservazione strutturata del paesaggio, contornato da spazi anonimi e da strettissimi primi piani sui corpi per evidenziare una situazione opprimente. La forma diventa, dunque, esponente coerente di unāesistenza impoverita, e la scelta di narrare il tutto in modo completamente anti-climatico e anti-drammaturgico - ricordando il cinema di Tsai Ming-Liang - ĆØ la traduzione formale di unāadolescenza sospesa.
Ā
Papaya, di Priscilla Kellen

Ci si può commuovere per la storia di un seme di papaya? A quanto pare sƬ. Il nuovo lavoro di Priscilla Kellen, presentato nella categoria Generation Kplus della Berlianale, ĆØ un film dāanimazione brasiliano che segue le avventure di un piccolo seme di papaya. Dalle geometrie semplici, e anche lāanimazione, il film della Kellen ĆØ un esplosione di colori che ci catapulta in questo piccolo paradiso terrestre dove un piccolo seme non si arrende al suo destino di diventare un albero ma cerca in tutti i modi di esplorare il mondo intorno a se e di realizzare il suo sogno: volare libero nel cielo. Attraverso gli occhi di questo piccolo seme scopriamo la realtĆ che lo circonda, dalle piante che crescono intorno a lui agli animali che abitano questo habitat felice. La curiositĆ del piccolo seme, lo porterĆ a non voler piantare radici e a vagare fino a giungere a realtĆ anche meno felici, dove scoprirĆ lāiquinamento e lo sfruttamento dellāuomo sulla natura. Il film non ha praticamente dialoghi e lascia parlare soprattutto le immagini. Il seme attraverso il suo sguardo coinvolge lo spettatore e lo ingloba nel suo mondo. Lāanimazione richiama molto ai disegni fatti coi ritagli nella carta da bambini, a farla da padrone sono soprattutto le forme geometriche semplici, come i cerchi e i triangoli. Allāinterno del film Kellen denuncia la mano dellāuomo sulla natura e la sua continua volontĆ di sfruttare le risorse esistenti. Alla fine, però, sarĆ la natura ad avere la meglio, ma soprattutto il messaggio finale che viene veicolato e di non lasciare che siano gli altri a decidere per te, ma di perseverare a voler raggiungere i propri sogni.
Ā
Queen at Sea, di Lance Hammer

Dopo 18 anni dal suo primo film Ballast (2008) Lance Hammer torna sul grande schermo a Berlino conĀ Queen at Sea, un drama che affronta la demenza senile ma in una chiave mai vista. Prima della visione si sapeva solo che Amanda, interpretata da Juliette Binoche, si sarebbe scontrata col patrigno Martin, interpretato da Tom Courtenay, per la tutela della madre affetta da demenza, ma il film ĆØ molto di più. Hammer non si sofferma solo sugli aspetti giĆ conosciuti sulla malattia di Leslie, interpretata da unāincredibile Anna Calder-Marshall, come la difficoltĆ mnemonica, una celere degressione a uno stadio infantile, ma cerca anche di mostrare i cambiamenti allāinterno di una coppia dove un gesto una volta semplice come il sesso possa poi diventare violenza. Ed ĆØ proprio da lƬ, dal sesso tra Martin e Leslie che parte il film ĆØ parte anche il conflitto morale, tra il patrigno e la figlioccia: era un gesto tra marito e moglie o una violenza nei confronti di una donna che non ĆØ più in grado di intendere e di volere? Il regista americano non ci da una risposta netta, ma ci mostra cosa significhi vivere con una persona che non ĆØ più lei, non solo perchĆ© fragile ma perchĆ© la malattia non le permette di ricordarsi la propria vita al 100%. Leslie incalzata dai vari psicologi della polizia descrive Martin come il suo migliore amico, ma non suo marito, la figlia la riconosce a sprazzi e a volte non riconosce nemmeno dove vive, poichĆ© vive in un mondo tutto suo. Lo stesso si può dire di Martin, che non vuole del tutto accettare la malattia della moglie, tanto da non voler vedere che la loro casa ĆØ troppo pericolosa per lei o che lāintimitĆ non può più essere quella di una volta. Hammer con le sue inquadrature sembra seguire i suoi personaggi da una certa distanza, come volerli spiare in questa loro nuova quotidianitĆ che viene scandita dalla malattia e dove ĆØ sempre più facile sbagliare credendo di star facendo la cosa giusta. Il film, inoltre, pone anche noi, il suo pubblico, davanti ai nostri limiti. Inserendo scene che ci fanno sorridere perchĆ© ci suscitano ilaritĆ , ma che in realtĆ sono tragiche nel loro essere crude, nel mostrare una malattia dalla quale non cāĆØ fuga.
Ā
Rose, di Markus Schleinzer

Quella di Rose ĆØ una storia particolare. Ha cercato di fregare una comunitĆ rubando lāidentitĆ di un soldato morto per appropriarsi del suo terreno. I dubbi sorsero fin dallāinizio, e man mano Rose li depistò uno a uno. Si sposò con Suzanne, giovane ragazza a lei/lui promessa, e āconcepironoā un figlio. Ć un racconto di trasformazione, ribaltamento di genere e norme sociali, con un forte sottotesto queer, lāatteso terzo lungometraggio di Markus Schleinzer. Ambientato dopo la guerra degli anni ā30, segue le vicende di Rose (Sandra Hüller) dopo aver assunto la sua nuova identitĆ , unāantiāeroina che richiama Giovanna dāArco, non tanto per lāepica bellica o la santitĆ , ma per il modo in cui entrambe sfidano le categorie imposte dal loro tempo, rompendo gli schemi del genere e confrontandosi con lāautoritĆ costituita. Schleinzer costruisce cosƬ il ritratto di unāantiāeroina: una donna che non brama la gloria nĆ© il martirio, ma la semplice libertĆ di esistere secondo le proprie regole. Girato in bianco e nero, con un rigoroso minimalismo e lunghe inquadrature che guidano lāattenzione sui personaggi e sulla loro interazione con lāambiente, il film pone enfasi sulla dura realtĆ e sullāisolamento della protagonista. La figura di Rose ĆØ spesso ripresa da una certa distanza, scelta che Schleinzer utilizza per avventurare la sua ambivalenza, e lāuso del voice-over non fa che rinforzare questa riflessione su di lei, uno sguardo che reinterpreta quello della comunitĆ nei suoi confronti. Lāisolamento e la discriminazione verso Rose sono rappresentati in maniera calibrata, il tutto reso più intenso dal gioco di luci e ombre, con la macchina da presa che osserva senza giudizio, lasciando allo spettatore il compito di farsi interprete della tensione interna della protagonista. Lāapproccio distaccato verso la figura di Rose trova nella narrazione un rifugio attraverso Suzanne, ma il loro rapporto non si fonda su un amore tradizionale quanto su una mutua empatia, un riconoscersi in un sistema che entrambe subiscono e cercano di navigare. Insieme condividono sguardi, silenzi e piccoli gesti che svelano unāintimitĆ costruita più su fiducia e complicitĆ che su romanticismo convenzionale, rendendo il legame tra le due uno dei punti più struggenti del film. In Rose emerge anche un dark humour sottile, che affiora nei paradossi quotidiani della comunitĆ rurale e nellāassurditĆ di certe dinamiche sociali, senza alleggerire la tensione drammatica ma aggiungendo sfumature di ironia grottesca che rendono la narrazione più stratificata. Al centro di tutto resta lāinterpretazione di Sandra Hüller, che nella maggior parte del film ritrae gesti misurati e espressioni contenute, mostrando determinazione, vulnerabilitĆ , la paura costante di essere scoperta e insieme la luciditĆ pragmatica di chi ha scelto un percorso rischioso per conquistarsi unāesistenza diversa. Hüller costruisce un personaggio profondamente umano, capace di evocare empatia soprattutto nei momenti finali più struggenti. Rose ĆØ una delle migliori visioni della competizione, un film intenso e raffinato, complesso e ambiguo nel trattamento delle dinamiche sociali, capace di coniugare attualitĆ tematica e profonditĆ emotiva in un ritratto di antiāeroina atipico, con al centro una strepitosa Sandra Hüller.
Ā
Truly Naked, di Muriel dāAnsembourg

Se i teorici del cinema hanno sempre pensato che ĆØ lo sguardo a pervertire le immagini, lāopera prima di Muriel dāAnsembourg, ci vuole suggerire la novitĆ secondo cui siano le immagini a rendere perversi i nostri occhi. In Truly Naked, il giovane Alec (CaolĆ n OāGorman) ĆØ figlio di un produttore di film pornografici e il suo sguardo muta quando prende in mano la cinepresa per girare le opere a luci rosse del padre. Il porno sembra quindi agire su di lui nello stesso modo in cui si diceva che i film horror manipolassero le menti dei giovani negli anni ā60, creando nuovi serial killer. Lāincontro con la giovane femminista Nina (Safiya Benaddi) gli farĆ non solo mettere in discussione lāetica del filmare insegnatagli dal genitore, ma farĆ comprendere a noi spettatori che la nostra mente non ĆØ intrinsecamente perversa, ma muta a seconda delle immagini a cui viene abituata. Lāobiettivo della regista ĆØ quindi molto chiaro: da una parte offrirci uno sguardo più umano e meno pregiudizievole sulle persone che fanno parte dellāindustria pornografica, e dallāaltra, decostruire lo sguardo maschile su questa forma di cinema per approcciarlo con unāottica femminista e più consapevole. Parlano tanto di immagini i protagonisti del film, quanto altrettanto poco interessano le immagini alla regista, la cui idea di forma non va molto distante dalla piattezza del modello televisivo alla Riverdale. Guardando Truly Naked, non si ha solo lāimpressione che qualcuno voglia farci una lezione retorica e priva di ambiguitĆ sulla natura degenerata della pornografia e sulle conseguenze del patriarcato, ma ĆØ anche difficile trovare un dialogo che non sia artificioso e unāidea di regia realmente interessante. Le sequenze provocatorie che vengono messe in scena possono al massimo creare un leggero sussulto, ma anche queste non riescono mai a levarci lāidea che la regista voglia offrire una redenzione a tutti i suoi personaggi. La messa in discussione dello sguardo sembra ridursi a una serie di didascalie che il protagonista deve imparare didatticamente, ma non si scende mai realmente nelle perversioni delle pulsioni scopiche o nei cortocircuiti del desiderio.Ā Tolte le poche e discutibili riflessioni sullo statuto dellāimmagine, rimane solo una storia dāamore adolescenziale giĆ vista mille volte, in cui le intenzioni nobili della regista troppo spesso sfociano nel moralismo e nella piattezza di uno sguardo che ha molto da urlare, ma poco da mostrare.
Ā
Where to?, di Assaf Machnes

Le giornate del tassista di Uber Hassan (Ehab Salami), palestinese fuggito dalla sua nazione molti anni prima dellāinizio del film, si susseguono sempre uguali, in un ripetersi di elementi che dopo poco tempo diventano chiari allo spettatore: gli scherni discriminatori dei clienti razzisti, le lamentele di quelli più esigenti, gli strani incontri con figure strane che popolano Berlino e cosƬ viaā¦Tutto si ripete, come se il regista israeliano Assaf Machnes volesse dirci che la storia singolare di questo individuo possa riassumere quella collettiva di un intero popolo, oramai impassibile di fronte a tutte le persecuzioni e violenze che ha dovuto subire. La stessa struttura narrativa del film segue un procedimento paratattico, per cui ogni evento sembra uguale al precedente e una cesura netta separa ogni sequenza dalle altre, rinchiudendo il nostro sguardo in una gabbia alienante, come tali sono le giornate vissute dal protagonista. La regia di Machnes ĆØ pertanto molto essenziale: non si ricerca mai il vezzo artistico, ma si procede per campi e controcampi, in unāimmagine (forse) consapevolmente piatta, che non considera alcun evento più importante rispetto ad un altro. Noi spettatori non siamo ovviamente chiamati a giudicare la passivitĆ con cui Hassan vive la sua lontananza fisica rispetto alla sofferenza degli altri palestinesi. Lāappartenenza del protagonista a un popolo vittima di un processo di pulizia etnica non deve erroneamente farci chiedere il perchĆ© del suo stato di inerzia, perchĆ© la dimensione emotiva di un individuo dipende anche dalla sfera privata e da problemi familiari irrisolti a cui il film stesso non trova una soluzione. Molto più problematica ĆØ invece lāidea di contrapporre Hassan con un cliente israeliano che, soprattutto nellāultimo atto, si rivelerĆ essere la persona più umana salita sul suo Uber. La scelta narrativa di Machnes sembra più un modo per concludere a tarallucci e vino le complesse ambiguitĆ morali di cui vuole narrare e questo incontro tra le parti migliori di due popoli sembra più mirare a togliere la natura politica allāargomento, il quale invece investe tutti gli aspetti della politica internazionale. Lo sguardo finale di Hassan ĆØ quello di un personaggio che non abbiamo mai conosciuto per davvero, forse quello di un personaggio trasparente non abbastanza approfondito, forse di una persona ormai svuotata e che non possiamo riuscire a comprendere pienamente.
Ā
Wolfram, di Warwick Thornton

Dopo una lunga attesa di otto anni dal suo primo lungometraggio, Sweet Country (2017), Warwick Thornton torna dietro la macchina da presa con Wolfram, un western ambientato negli anni Trenta che si configura come sequel spirituale della sua opera precedente. Ancora una volta il regista affronta il tema del colonialismo australiano, spostando lo sguardo sulle dinamiche di sfruttamento e sulla violenza sistemica nei confronti delle popolazioni aborigene. Ambientato nellāAustralia centrale, il film racconta lāoppressione nei campi minerari di tungsteno, dove i fratelli aborigeni Max e Kid sono costretti a lavorare in condizioni di estrema durezza sotto il controllo di padroni bianchi. Dopo la morte improvvisa del loro supervisore, i due vengono separati, Max finisce nelle mani di due fuorilegge spietati, mentre Kid, determinato e testardo, non si rassegna e decide di mettersi sulle sue tracce. Nel loro cammino incontrano Philomac, e insieme cercano di fuggire attraverso lāoutback, inseguiti da banditi e da un potente proprietario di stazione e dai mercenari al suo servizio. Wolfram ĆØ un film perfettamente accettabile; possiede una morale chiara, un messaggio esplicito contro il colonialismo e una struttura narrativa lineare. Ed ĆØ proprio qui che si cela il limite dellāoperazione. Thornton sembra scegliere deliberatamente la via più sicura, costruendo un racconto che ricalca lo schema classico dello scontro fra oppressi e oppressori. Pur animato da intenzioni nobili, il film non osa fino in fondo nel mettere in discussione lāimmaginario western e il paragone con il cinema di Rolf de Heer sorge spontaneo, per la capacitĆ di questāultimo di scavare con maggiore radicalitĆ nella prospettiva aborigena adottando forme narrative più sperimentali. Da Thornton, cineasta aborigeno di grande sensibilitĆ visiva, ci si poteva forse aspettare uno sguardo ancora più specifico e meno universalizzante. Il film riesce comunque a coinvolgere per alcuni tratti, soprattutto grazie ai giovani interpreti che danno corpo a Max e Kid. La loro presenza dona empatia a situazioni che altrimenti rischierebbero di scivolare nel giĆ visto, trasformando la fuga in unāesperienza emotiva e di formazione. Dal punto di vista tecnico, Thornton conferma il suo talento nel rappresentare i paesaggi australiani: lāuso della luce naturale, i campi lunghissimi e lāorizzonte che schiaccia i personaggi restituiscono immagini di grande potenza. Tuttavia queste inquadrature rischiano talvolta di ridursi a splendide cartoline, funzionali a unāestetica impeccabile ma che non riesce a trasformare il paesaggio in un vero spazio politico. Wolfram rimane cosƬ unāopera solida ma trattenuta, la cui presenza in competizione risulta poco condivisibile.
di Omar Franini, Ā Antonio Orrico,Ā Cecilia Parini, Arturo Garavaglia e Lorenzo Sartor Ā
NC-395
21.02.2026
Come ad ogni manifestazione cinematografica a cui ODG partecipa, nei prossimi giorni pubblicheremo una serie di reportage per raccontarvi i film che stiamo visionando alla 76ĀŖ edizione del Festival di Berlino.
In questo quarto appuntamento iniziamo con tre titoli del concorso ufficiale: Queen at Sea, il dramma di Lance Hammer con Juliette Binoche e Tom Courtenay, il western australiano Wolfram di Warwick Thornton e Rose, ritratto di una donna che cambia identitĆ per iniziare una nuova vita, diretto da Markus Schleinzer con Sandra Hüller. Dalla sezione Perspectives vi raccontiamo lāintrigante Nosso Segredo di Grace Passo, il sorprendente Light Pillar di Zao Xu e El Tren Fluvial, oltre ai meno convincenti Where To? di Assaf Machnes e Truly Naked di Muriel dāAnsembourg. Dalla sezione Panorama segnaliamo Only Rebels Wins di Danielle Arbid con protagonista Hiam Abbass, mentre in Generation troviamo lāanimazione Papaya di Pricilla Keller e il coming-of-age Everyoneās Sorry Nowadays di Frederike Migom. Concludiamo con Forum, dove sono in programma il documentario Chronos - Flow of Time di Volker Koepp, lāiraniano Cesarean Weekend di Mohammad Shirvani e Panda di Xinyang Zhang.
Cesarean Weekend, di Mohammad Shirvani

Mohammad Shirvani ĆØ un nome cardine per il cinema indipendente iraniano. Il regista, autore negli ultimi 20 anni di opere dirompenti contraddistinte da una fortissima e dirompente estetica āundergroundā, arriva alla Berlinale nella sezione Forum con Cesarean Weekend, la sua ultima fatica. Nella cornice di una villa sul Mar Caspio, Shirvani porta in scena le insicurezze, i tentennamenti, i turbamenti di due generazioni ā quella dei padri e quella dei figli ā che si trovano in due analoghi momenti di sospensione. I primi, ormai vicini alla vecchiaia e dunque alla morte, vivono nella menzogna di un passato che ha prodotto figli con cui ora non riescono più a comunicare, i figli, in procinto di diventare a loro volta padri, sperimentano lāangoscia di non voler diventare come i loro genitori. Sullo sfondo, un femminile che guarda, che osserva, che si eleva. Forte, pur nella propria fragilitĆ . Decisivo, pur in una situazione di debolezza. Saranno gli argomenti, sarĆ la metodologia adottata da Shirvani nel dirigere gli attori ā a cui viene lasciato campo libero per improvvisare su situazioni i cui dati cambiano in continuazione, saranno le modalitĆ con cui il regista inquadra i volti e i corpi, ma Cesarean Weekend sembra ricordare molto da vicino il cinema di John Cassavetes, nume tutelare di un cinema girato con pochissimi mezzi e che da ciò prova a trarre il proprio maggior valore. Ecco, dunque, che la grezza camera a mano che instancabile si muove, scatta, perde il fuoco, si riposiziona e non abbandona mai i personaggi, diventa un modo estremamente efficace con cui Shirvani mette in scena lāinstabilitĆ , il costante divenire ā impetuoso come le onde del mare che tornano a più riprese ā di unāumanitĆ sfaccettata, e quindi estremamente umana. E, alla fine del film, si ha la sensazione di essere un terzo personaggio, presente nella vita dei protagonisti, che ha assistito a scene che ā di per sĆ© ā non hanno un significato, ma che nel quadro complessivo riescono a dare unāāimpressioneā (il fuori fuoco ĆØ qui decisivo) di umanitĆ pura, genuina, non contaminata dallāocchio della macchina da presa. La sinfonia n° 9 di Mahler con cui si chiude Cesarean Weekend ĆØ un momento catartico. Subito dopo compare una dedica a Mahler e a Shahram Shabpareh (noto cantante iraniano in esilio dal ā79) e sui titolo di coda scorre una canzone di questāultimo. Ennesima riprova di un film in cui il contrasto, lo scontro āgenerazionaleā maschile, ĆØ lāunitĆ denominatrice.
Ā
Chronos - Flow of Time, di Volker Koepp

Un uomo a cavallo ci guarda negli occhi, accompagnandoci verso un altrove indefinito. Il nostro Caronte gira poi lo sguardo verso la strada, continuando ad andare avanti. Allāimprovviso, unāauto lo supera e si allontana, scomparendo presto al nostro sguardo. Con questo intrigante incipit, inizia lāodissea storica di oltre tre ore diretta dal documentarista Volker Koepp, il quale subito ci mette in chiaro la sua idea: il tempo della storia ĆØ un flusso che tende allāinfinito e ogni progresso si lascia presto tutto alle spalle, anche la morte stessa. Il cineasta rielabora le immagini dei suoi precedenti lavori ritornando sui luoghi delle riprese antecedenti, per parlare di come il conflitto russo-ucraino ha plasmato nel tempo questi spazi della memoria. Il principio del panta rei di Eraclito viene citato e rielaborato, concependo il montaggio come strumento per uniformare il passaggio tra le generazioni, scorrendo tra le immagini del passato e quelle del presente. La presa di posizione politica ĆØ netta e a prova di fraintendimenti: il regista crea una lunga cronistoria delle persecuzioni di ucraini ed ebrei per parlare dei conflitti del presente, guardando al passato come a un oggetto alieno, che può essere raggiunto solo dallāocchio della macchina da presa e dal suo teleobiettivo, ma non fisicamente dalla troupe e dal regista. Ciò che ĆØ tanto lucido e complesso dal punto di vista del montaggio, non lo ĆØ altrettanto da quello dei contenuti. Dopo una prima mezzāora folgorante, il film di Koepp si arena su una giustapposizione di interviste e testimonianze girate con la tecnica delle talking heads e in cui purtroppo la rielaborazione del passato viene abbandonata a favore di un appiattimento dei problemi socio-politici del presente. Le testimonianze degli ucraini fuggiti dalla propria nazione sembrano ripetere concetti tra loro molto simili, che nulla aggiungono sul tema dellāinvasione da parte della Russia, e nonostante il regista condanni giustamente lāimperialismo di Putin, una certa ridondanza rende la seconda parte dellāopera più faticosa. Se quindi il film funziona laddove ci ricorda come il progresso possa portare a dimenticare le storie dei morti e dei perseguitati, lāimpressione ĆØ che non tutto quello che viene seminato inizialmente venga poi raccolto e che una maggiore sintesi avrebbe donato alla pellicola più incisivitĆ .
Ā
El Tren Fluvial, di Lorenzo Ferro e Luca A. Vignale

Lorenzo Ferro ĆØ un giovanissimo attore argentino, una figura emergente che negli ultimi anni ha solcato grandi palcoscenici attraverso i suoi ruoli davanti alla macchina da presa. Il primo ruolo fondamentale della sua carriera ĆØ lo stesso che gli dĆ la notorietĆ internazionale, ovvero la personificazione del criminale Carlos Robledo Puch nel film biografico/crime di Luis Ortega, dal titolo El Ćngel (2018), presentato a Cannes nel 2018 nella sezione Un Certain Regard. Dopo aver partecipato anche a produzioni televisive internazionali, tra cui vi ĆØ anche Narcos: Mexico (2018-2021), i suoi ruoli da protagonista lo hanno condotto nuovamente al Festival di Cannes dove, nel 2024, ĆØ in prima linea nel film di Federico Luis, dal titolo Simón de la montaƱa (2024). Oltre alla recitazione, Ferro ha anche coltivato un proprio talento musicale, partecipando anche a sessioni con produttori noti e pubblicando brani, prima di esordire, questāanno, alla Berlinale 2026 con la sua prima co-regia, insieme a Lucas A. Vignale, dal titolo El Tren Fluvial (2026), presentata questāanno nella sezione Perspectives del Festival di Berlino. La sua carriera attoriale, costellata da interpretazioni molto complesse e da personaggi notevolmente sfaccettati, spesso al confine tra realismo sociale e riflessione psicologica, confluisce anche nella sua opera prima, raccontando di un territorio di scoperta personale per un bambino di nove anni, Milo, che diventa metafora di crescita, indipendenza dalla famiglia e confronto con la realtĆ urbana. El Tren Fluvial ĆØ un esordio sicuramente interessante, un coming-of-age che lavora, rispetto alla tradizione argentina recente, quasi in sottrazione, in modo laterale, sfruttando gli inserti onirici come dispositivo di slittamento nei confronti dellāidentitĆ del protagonista. Più che un film che produce sogni, il film di Ferro usa il viaggio come struttura mentale per parlare della nascita e della crescita di un desiderio individuale - sfruttando il classico impianto del road movie, formato da una fuga, dalla crescita legata al viaggio e dalla formazione che ne consegue - che si riscopre decisamente intimista, in cui lāinfanzia ĆØ uno stato percettivo alterato - messo in evidenza attraverso inserti in analogico molto interessanti e una camera sempre attaccata ai volti, tale da deformare lāinquadratura e lo spazio circostante - usato come una cornice emotiva per accedere a un mondo ālateraleā, dove il reale non ĆØ mai del tutto stabile, ma ĆØ ben definito, e ha un nome: Buenos Aires.
Ā
Everyoneās Sorry Nowadays, di Frederike Migom

Everyoneās Sorry Nowadays, il nuovo film di Frederike Migom, immerge lo spettatore nel turbinio emotivo di Bianca, tredicenne che si sente invisibile agli adulti attorno a lei. La madre ĆØ assorbita dalle cure del fratellino Alan, affetto da una grave patologia cardiaca, e persino il padre sembra incapace di cogliere il suo mondo interiore. Lāopprimente calura estiva diventa metafora del caos emotivo della ragazza, dove ogni tensione e ogni piccola frustrazione si amplificano, rendendo la giornata un crescendo di sentimenti contrastanti. Tra gli eventi significativi di questo turbinio cāĆØ la presenza di Billie King, lāattrice preferita di Bianca, che si reca nella loro abitazione poichĆ© il figlio ĆØ amico di Alan, e queste interazioni tra Bianca e Billie sono nettamente i momenti più riusciti del film. La figura di Billie, improvvisa e disarmante, diventa per Bianca uno specchio di comprensione e attenzione che altrove non trova. Le conversazioni tra le due sono semplici e naturali, cariche di empatia, e permettono alla protagonista di percepire per la prima volta di essere davvero vista. Queste sequenze mostrano quanto possa essere importante un incontro apparentemente casuale nella crescita di un ragazzo. Al contrario, il dramma con il fratello, pur funzionale alla narrazione, resta poco sviluppato, limitando la forza emotiva della tensione familiare. Anche il rapporto con la madre trova una risoluzione narrativamente chiara, ma non appaga del tutto, poichĆ© il personaggio rimane poco caratterizzato e, a tratti, incomprensibile rispetto alla complessitĆ interiore di Bianca. Visivamente, Migom sfrutta luci e ombre per rendere lo stato emotivo della protagonista; lāeffetto ĆØ interessante ma troppo ordinario, senza raggiungere lāambizione che il materiale narrativo suggerirebbe. Everyoneās Sorry Nowadays ĆØ un film sincero e sensibile, che cattura con delicatezza lāintensitĆ della crescita adolescenziale, ma che mette in luce i suoi limiti attraverso lāapproccio didascalico nella rappresentazione delle tensioni familiari e del desiderio di essere visti di una ragazza al confine tra infanzia e adolescenza.
Ā
Light Pillar, di Zao Xu

Zao Xu, prima di esordire nel cinema, studia arti visive alla Beijing Film Academy. Dopo aver concluso i suoi studi, decide di buttarsi anima e corpo nella Settima Arte, esordendo ufficialmente con il suo primo cortometraggio, No Changes Have Taken In Our Life (2023), presentato allāIFFR di Rotterdam nel 2023. Successivamente, il suo secondo corto Love Music Friend (2025) segna il suo primo approccio con lāanimazione, rafforzato ulteriormente dal lungometraggio dāesordio, Light Pillar, presentato nella sezione Perspectives della Berlinale. Un prodotto che mette in evidenza soprattutto la capacitĆ di immergersi in un futuro distopico non cosƬ lontano dalla nostra realtĆ , permeato da una digitalizzazione galoppante e una disgregazione umana fortissima, a dir poco decadente - come sono anche le ambientazioni del non-luogo invernale in cui la vicenda ĆØ ambientata inizialmente - che rappresenta anche la Settima Arte come entitĆ in perpetuo declino, preda di un inverno metaforico che riflette il vuoto delle giornate del protagonista e anche dellāambiente circostante. Una decadenza che si alterna con una rappresentazione del virtuale a dir poco scintillante, piena di carrellate verticali e luci al neon che racchiudono lāeterno dualismo tra realtĆ e finzione dellāintero film, dove il VR non ĆØ una liberazione, ma unāillusione seducente che promette connessione, romanticismo e fuga, finchĆ© lo stesso mondo virtuale non presenta tutti i suoi limiti, svelando lāinganno. Lo spazio di lavoro in declino rappresentato in Light Pillar pone lāattenzione sullāerosione della storia collettiva, richiamando da vicino il conflitto storico/culturale tipico del cinema di Jia Zhang-ke, regista che di narrazioni interne alla Cina e di rappresentazioni di una certa occidentalizzazione del mondo asiatico ha fatto il perno del suo cinema. Non ĆØ un caso che il set di Light Pillar si rifaccia al mondo artefatto di uno dei suoi migliori film, The World (2004), soprattutto nella riproduzione di un mondo scintillante che porta alla definitiva perdita dellāidentitĆ collettiva di un Paese. Zao Xu mette il tutto in scena con un minimalismo stilistico davvero interessante, basando sulla naturalezza della macchina a mano e sul 16mm lāautenticitĆ del live-action e cristallizzando, di contro, il tempo dellāanimazione, mettendo in evidenza un tema fondamentale del cinema odierno e della rappresentazione cinematografica tutta: quello del rapporto tra realtĆ percepita e vissuta, in cui la prima ĆØ spesso e volentieri cannibale e tiranna nei confronti dellāaltra.
Ā
Nosso Segredo, di Grace Passo

Con Nosso Segredo, la regista e drammaturga brasiliana Grace PassĆ“ firma unāopera prima che cattura lo spettatore fin dai primi minuti; una conversazione apparentemente ordinaria in taxi che progressivamente si carica di ambiguitĆ , assumendo tonalitĆ sempre più sospese, dove le parole dette sono destinate a trovare senso solo nellāultima parte del racconto. Il film corale esplora lāelaborazione del lutto allāinterno di una famiglia nera di Belo Horizonte, mettendo in scena non tanto il trauma in sĆ©, quanto ciò che resta non detto, sedimentato negli spazi e nei corpi. Più che delineare conflitti espliciti, PassĆ“ costruisce un paesaggio emotivo stratificato dove ogni membro della famiglia abita il dolore secondo un proprio ritmo, tra rimozione, silenzio e piccoli rituali quotidiani. Ć soprattutto attraverso il più giovane, Tutu, che il film individua la tensione sotterranea del segreto, facendo emergere una sensibilitĆ capace di percepire ciò che gli adulti preferiscono non nominare. Il lutto non esplode mai, ma si diffonde come unāumiditĆ che attraversa le stanze. La regia punta allāimmersione, la macchina da presa si muove come una presenza errante, alternando inquadrature fisse a lente derive nei corridoi, lasciando che siano gli ambienti a raccontare ciò che i personaggi tacciono. La casa, segnata da crepe, infiltrazioni e spazi irrisolti, diventa un organismo visivo, un archivio di memorie fatto di fotografie, oggetti accumulati e tracce di vita. Le immagini oniriche si intrecciano alla quotidianitĆ senza fratture nette; i sogni e visioni non interrompono il racconto, ma lo ampliano, suggerendo che il dolore trovi espressione anche oltre il visibile. Fondamentale ĆØ la musica, in particolare il motivo al pianoforte che ritorna come un respiro intermittente, oscillando tra dolcezza e malinconia. Non accompagna semplicemente le immagini, ma le abita, contribuendo a creare unāatmosfera sospesa in cui il tempo non guarisce, ma si assesta. Nella parte finale, tra fenditure surreali e presenze che restano fuori campo, Nosso Segredo trova la sua dimensione più intima e poetica, portando un cinema che non cerca risposte, ma invita a convivere con ciò che non può essere pienamente nominato.
Ā
Only Rebels Win, di Danielle Arbid

Only Rebels Win si apre con una dichiarazione programmatica della regista; il film avrebbe dovuto essere girato a Beirut, ma i conflitti in corso hanno imposto la ricostruzione della cittĆ in studio, in Francia, ed ĆØ su questi spazi artificiali che prende forma una storia di discriminazione e amore, di speranza e nostalgia, che segue lāincontro tra Suzanne (Hiam Abbass), vedova palestinese sulla sessantina, e Osmane, giovane immigrato sudanese senza documenti. La loro relazione, ostacolata da differenze dāetĆ , provenienza e status sociale, riflette una lente politica. Visto lo scenario iniziale, viene spontaneo citare La paura mangia lāanima (1974) di Rainer Werner Fassbinder, dove lāamore ĆØ uno scandalo pubblico, un gesto sovversivo che mette a nudo ipocrisie e razzismi. Se Fassbinder lavorava per sottrazione, con inquadrature gelide e spazi opprimenti, Only Rebels Win sceglie un registro più caldo e oscillante, con un tono sospeso tra commedia e melodramma. Spiccano in questo senso, le scene domestiche in cui i figli di Suzanne reagiscono con un misto di ironia e imbarazzo alla nuova relazione, o certi dialoghi che stemperano la tensione con battute improvvise, lasciando però filtrare il dolore dellāesclusione. A sorreggere il film ĆØ soprattutto Hiam Abbass, magnetica nel rendere il desiderio di Suzanne insieme pudico e determinato. Ogni suo sguardo restituisce il conflitto tra il bisogno di felicitĆ e il peso dello sguardo altrui, e porta una presenza che dĆ spessore anche ai passaggi più prevedibili della sceneggiatura. Più problematico risulta invece lāimpianto visivo. LāartificialitĆ dei set, dichiarata fin dallāinizio, resta spesso tale; la ricostruzione di Beirut appare minimale, poco lavorata sul piano delle luci e della profonditĆ di campo, e raramente riesce a trasformarsi in scelta stilistica compiuta. Anche il finale meta-cinematografico, con Abbass che esce dalla scena e la macchina da presa che svela troupe e backstage, sembra promettere una riflessione più radicale sul racconto e sulla sua impossibilitĆ . Ma il gesto non raggiunge lāimpatto emotivo che avrebbe potuto rendere davvero memorabile lāultima immagine.
Ā
Panda, di Xinyang Zhang

Zhang Xinyang ĆØ un regista cinese legato al circuito indipendente e ultra-low budget dellāultimo decennio del cinema cinese. Tantissime figure analoghe, infatti, dopo la fine e le āmacerieā della Sesta Generazione sono sorte e hanno rinnovato il cinema cinese, garantendogli uno spazio di primo piano anche nellāambito festivaliero e soprattutto attraverso circuiti underground molto particolari. Proprio questa particolare peculiaritĆ si trova alla base dellāesordio nel lungometraggio del regista cinese, presentato nella sezione Forum. Panda ĆØ unāopera prima veramente molto particolare, che mette in atto una deriva esistenziale allāinterno di una Cina che sembra quasi spettrale, marcia e marginale, dove i giovani - protagonisti del film - ricalcano lāalienazione di chi non ha un posto preciso nel mondo. I protagonisti sono dei veri e propri āfantasmiā che attraversano spazi periferici senza una vera direzione, afflitti da relazioni sociali in costante stallo, dove i rapporti provvisori causano micro-violenza quotidiana. Anche a causa della sua dimensione alternata tra B/N e colore, il film di Zhang Xinyang sembra unāappendice dellāopera magniloquente di Hu Bo, An Elephant Sitting Still (2018), sia per la post-Apocalisse in cui i giovani sono uno scarto della Cina odierna, sia per il contrasto che lo stesso regista crea, tramite la dimensione diegetica, tra due diversi modelli di societĆ , una completamente rurale e tradizionale e lāaltra più tecnologica, con lāinteressante compenetrazione dei due mondi in molti casi - il dialogo con Siri, scena chiave per comprendere bene il disegno generale -. Panda ĆØ un film che crea unāatmosfera decisamente particolare, sospesa nella misura in cui fornisce lāidea di una generazione che vive dopo la promessa del progresso e si ritrova in un presente senza forma, con la giovinezza come scarto perfetto del capitalismo urbano e galoppante della Cina presente, terra di contraddizioni e traditrice della propria Storia - come mostra la sequenza finale - mediata attraverso unāimmagine digitalmente grezza, quasi diaristica, più vicina a un gesto privato che a unāosservazione strutturata del paesaggio, contornato da spazi anonimi e da strettissimi primi piani sui corpi per evidenziare una situazione opprimente. La forma diventa, dunque, esponente coerente di unāesistenza impoverita, e la scelta di narrare il tutto in modo completamente anti-climatico e anti-drammaturgico - ricordando il cinema di Tsai Ming-Liang - ĆØ la traduzione formale di unāadolescenza sospesa.
Ā
Papaya, di Priscilla Kellen

Ci si può commuovere per la storia di un seme di papaya? A quanto pare sƬ. Il nuovo lavoro di Priscilla Kellen, presentato nella categoria Generation Kplus della Berlianale, ĆØ un film dāanimazione brasiliano che segue le avventure di un piccolo seme di papaya. Dalle geometrie semplici, e anche lāanimazione, il film della Kellen ĆØ un esplosione di colori che ci catapulta in questo piccolo paradiso terrestre dove un piccolo seme non si arrende al suo destino di diventare un albero ma cerca in tutti i modi di esplorare il mondo intorno a se e di realizzare il suo sogno: volare libero nel cielo. Attraverso gli occhi di questo piccolo seme scopriamo la realtĆ che lo circonda, dalle piante che crescono intorno a lui agli animali che abitano questo habitat felice. La curiositĆ del piccolo seme, lo porterĆ a non voler piantare radici e a vagare fino a giungere a realtĆ anche meno felici, dove scoprirĆ lāiquinamento e lo sfruttamento dellāuomo sulla natura. Il film non ha praticamente dialoghi e lascia parlare soprattutto le immagini. Il seme attraverso il suo sguardo coinvolge lo spettatore e lo ingloba nel suo mondo. Lāanimazione richiama molto ai disegni fatti coi ritagli nella carta da bambini, a farla da padrone sono soprattutto le forme geometriche semplici, come i cerchi e i triangoli. Allāinterno del film Kellen denuncia la mano dellāuomo sulla natura e la sua continua volontĆ di sfruttare le risorse esistenti. Alla fine, però, sarĆ la natura ad avere la meglio, ma soprattutto il messaggio finale che viene veicolato e di non lasciare che siano gli altri a decidere per te, ma di perseverare a voler raggiungere i propri sogni.
Ā
Queen at Sea, di Lance Hammer

Dopo 18 anni dal suo primo film Ballast (2008) Lance Hammer torna sul grande schermo a Berlino conĀ Queen at Sea, un drama che affronta la demenza senile ma in una chiave mai vista. Prima della visione si sapeva solo che Amanda, interpretata da Juliette Binoche, si sarebbe scontrata col patrigno Martin, interpretato da Tom Courtenay, per la tutela della madre affetta da demenza, ma il film ĆØ molto di più. Hammer non si sofferma solo sugli aspetti giĆ conosciuti sulla malattia di Leslie, interpretata da unāincredibile Anna Calder-Marshall, come la difficoltĆ mnemonica, una celere degressione a uno stadio infantile, ma cerca anche di mostrare i cambiamenti allāinterno di una coppia dove un gesto una volta semplice come il sesso possa poi diventare violenza. Ed ĆØ proprio da lƬ, dal sesso tra Martin e Leslie che parte il film ĆØ parte anche il conflitto morale, tra il patrigno e la figlioccia: era un gesto tra marito e moglie o una violenza nei confronti di una donna che non ĆØ più in grado di intendere e di volere? Il regista americano non ci da una risposta netta, ma ci mostra cosa significhi vivere con una persona che non ĆØ più lei, non solo perchĆ© fragile ma perchĆ© la malattia non le permette di ricordarsi la propria vita al 100%. Leslie incalzata dai vari psicologi della polizia descrive Martin come il suo migliore amico, ma non suo marito, la figlia la riconosce a sprazzi e a volte non riconosce nemmeno dove vive, poichĆ© vive in un mondo tutto suo. Lo stesso si può dire di Martin, che non vuole del tutto accettare la malattia della moglie, tanto da non voler vedere che la loro casa ĆØ troppo pericolosa per lei o che lāintimitĆ non può più essere quella di una volta. Hammer con le sue inquadrature sembra seguire i suoi personaggi da una certa distanza, come volerli spiare in questa loro nuova quotidianitĆ che viene scandita dalla malattia e dove ĆØ sempre più facile sbagliare credendo di star facendo la cosa giusta. Il film, inoltre, pone anche noi, il suo pubblico, davanti ai nostri limiti. Inserendo scene che ci fanno sorridere perchĆ© ci suscitano ilaritĆ , ma che in realtĆ sono tragiche nel loro essere crude, nel mostrare una malattia dalla quale non cāĆØ fuga.
Ā
Rose, di Markus Schleinzer

Quella di Rose ĆØ una storia particolare. Ha cercato di fregare una comunitĆ rubando lāidentitĆ di un soldato morto per appropriarsi del suo terreno. I dubbi sorsero fin dallāinizio, e man mano Rose li depistò uno a uno. Si sposò con Suzanne, giovane ragazza a lei/lui promessa, e āconcepironoā un figlio. Ć un racconto di trasformazione, ribaltamento di genere e norme sociali, con un forte sottotesto queer, lāatteso terzo lungometraggio di Markus Schleinzer. Ambientato dopo la guerra degli anni ā30, segue le vicende di Rose (Sandra Hüller) dopo aver assunto la sua nuova identitĆ , unāantiāeroina che richiama Giovanna dāArco, non tanto per lāepica bellica o la santitĆ , ma per il modo in cui entrambe sfidano le categorie imposte dal loro tempo, rompendo gli schemi del genere e confrontandosi con lāautoritĆ costituita. Schleinzer costruisce cosƬ il ritratto di unāantiāeroina: una donna che non brama la gloria nĆ© il martirio, ma la semplice libertĆ di esistere secondo le proprie regole. Girato in bianco e nero, con un rigoroso minimalismo e lunghe inquadrature che guidano lāattenzione sui personaggi e sulla loro interazione con lāambiente, il film pone enfasi sulla dura realtĆ e sullāisolamento della protagonista. La figura di Rose ĆØ spesso ripresa da una certa distanza, scelta che Schleinzer utilizza per avventurare la sua ambivalenza, e lāuso del voice-over non fa che rinforzare questa riflessione su di lei, uno sguardo che reinterpreta quello della comunitĆ nei suoi confronti. Lāisolamento e la discriminazione verso Rose sono rappresentati in maniera calibrata, il tutto reso più intenso dal gioco di luci e ombre, con la macchina da presa che osserva senza giudizio, lasciando allo spettatore il compito di farsi interprete della tensione interna della protagonista. Lāapproccio distaccato verso la figura di Rose trova nella narrazione un rifugio attraverso Suzanne, ma il loro rapporto non si fonda su un amore tradizionale quanto su una mutua empatia, un riconoscersi in un sistema che entrambe subiscono e cercano di navigare. Insieme condividono sguardi, silenzi e piccoli gesti che svelano unāintimitĆ costruita più su fiducia e complicitĆ che su romanticismo convenzionale, rendendo il legame tra le due uno dei punti più struggenti del film. In Rose emerge anche un dark humour sottile, che affiora nei paradossi quotidiani della comunitĆ rurale e nellāassurditĆ di certe dinamiche sociali, senza alleggerire la tensione drammatica ma aggiungendo sfumature di ironia grottesca che rendono la narrazione più stratificata. Al centro di tutto resta lāinterpretazione di Sandra Hüller, che nella maggior parte del film ritrae gesti misurati e espressioni contenute, mostrando determinazione, vulnerabilitĆ , la paura costante di essere scoperta e insieme la luciditĆ pragmatica di chi ha scelto un percorso rischioso per conquistarsi unāesistenza diversa. Hüller costruisce un personaggio profondamente umano, capace di evocare empatia soprattutto nei momenti finali più struggenti. Rose ĆØ una delle migliori visioni della competizione, un film intenso e raffinato, complesso e ambiguo nel trattamento delle dinamiche sociali, capace di coniugare attualitĆ tematica e profonditĆ emotiva in un ritratto di antiāeroina atipico, con al centro una strepitosa Sandra Hüller.
Ā
Truly Naked, di Muriel dāAnsembourg

Se i teorici del cinema hanno sempre pensato che ĆØ lo sguardo a pervertire le immagini, lāopera prima di Muriel dāAnsembourg, ci vuole suggerire la novitĆ secondo cui siano le immagini a rendere perversi i nostri occhi. In Truly Naked, il giovane Alec (CaolĆ n OāGorman) ĆØ figlio di un produttore di film pornografici e il suo sguardo muta quando prende in mano la cinepresa per girare le opere a luci rosse del padre. Il porno sembra quindi agire su di lui nello stesso modo in cui si diceva che i film horror manipolassero le menti dei giovani negli anni ā60, creando nuovi serial killer. Lāincontro con la giovane femminista Nina (Safiya Benaddi) gli farĆ non solo mettere in discussione lāetica del filmare insegnatagli dal genitore, ma farĆ comprendere a noi spettatori che la nostra mente non ĆØ intrinsecamente perversa, ma muta a seconda delle immagini a cui viene abituata. Lāobiettivo della regista ĆØ quindi molto chiaro: da una parte offrirci uno sguardo più umano e meno pregiudizievole sulle persone che fanno parte dellāindustria pornografica, e dallāaltra, decostruire lo sguardo maschile su questa forma di cinema per approcciarlo con unāottica femminista e più consapevole. Parlano tanto di immagini i protagonisti del film, quanto altrettanto poco interessano le immagini alla regista, la cui idea di forma non va molto distante dalla piattezza del modello televisivo alla Riverdale. Guardando Truly Naked, non si ha solo lāimpressione che qualcuno voglia farci una lezione retorica e priva di ambiguitĆ sulla natura degenerata della pornografia e sulle conseguenze del patriarcato, ma ĆØ anche difficile trovare un dialogo che non sia artificioso e unāidea di regia realmente interessante. Le sequenze provocatorie che vengono messe in scena possono al massimo creare un leggero sussulto, ma anche queste non riescono mai a levarci lāidea che la regista voglia offrire una redenzione a tutti i suoi personaggi. La messa in discussione dello sguardo sembra ridursi a una serie di didascalie che il protagonista deve imparare didatticamente, ma non si scende mai realmente nelle perversioni delle pulsioni scopiche o nei cortocircuiti del desiderio.Ā Tolte le poche e discutibili riflessioni sullo statuto dellāimmagine, rimane solo una storia dāamore adolescenziale giĆ vista mille volte, in cui le intenzioni nobili della regista troppo spesso sfociano nel moralismo e nella piattezza di uno sguardo che ha molto da urlare, ma poco da mostrare.
Ā
Where to?, di Assaf Machnes

Le giornate del tassista di Uber Hassan (Ehab Salami), palestinese fuggito dalla sua nazione molti anni prima dellāinizio del film, si susseguono sempre uguali, in un ripetersi di elementi che dopo poco tempo diventano chiari allo spettatore: gli scherni discriminatori dei clienti razzisti, le lamentele di quelli più esigenti, gli strani incontri con figure strane che popolano Berlino e cosƬ viaā¦Tutto si ripete, come se il regista israeliano Assaf Machnes volesse dirci che la storia singolare di questo individuo possa riassumere quella collettiva di un intero popolo, oramai impassibile di fronte a tutte le persecuzioni e violenze che ha dovuto subire. La stessa struttura narrativa del film segue un procedimento paratattico, per cui ogni evento sembra uguale al precedente e una cesura netta separa ogni sequenza dalle altre, rinchiudendo il nostro sguardo in una gabbia alienante, come tali sono le giornate vissute dal protagonista. La regia di Machnes ĆØ pertanto molto essenziale: non si ricerca mai il vezzo artistico, ma si procede per campi e controcampi, in unāimmagine (forse) consapevolmente piatta, che non considera alcun evento più importante rispetto ad un altro. Noi spettatori non siamo ovviamente chiamati a giudicare la passivitĆ con cui Hassan vive la sua lontananza fisica rispetto alla sofferenza degli altri palestinesi. Lāappartenenza del protagonista a un popolo vittima di un processo di pulizia etnica non deve erroneamente farci chiedere il perchĆ© del suo stato di inerzia, perchĆ© la dimensione emotiva di un individuo dipende anche dalla sfera privata e da problemi familiari irrisolti a cui il film stesso non trova una soluzione. Molto più problematica ĆØ invece lāidea di contrapporre Hassan con un cliente israeliano che, soprattutto nellāultimo atto, si rivelerĆ essere la persona più umana salita sul suo Uber. La scelta narrativa di Machnes sembra più un modo per concludere a tarallucci e vino le complesse ambiguitĆ morali di cui vuole narrare e questo incontro tra le parti migliori di due popoli sembra più mirare a togliere la natura politica allāargomento, il quale invece investe tutti gli aspetti della politica internazionale. Lo sguardo finale di Hassan ĆØ quello di un personaggio che non abbiamo mai conosciuto per davvero, forse quello di un personaggio trasparente non abbastanza approfondito, forse di una persona ormai svuotata e che non possiamo riuscire a comprendere pienamente.
Ā
Wolfram, di Warwick Thornton

Dopo una lunga attesa di otto anni dal suo primo lungometraggio, Sweet Country (2017), Warwick Thornton torna dietro la macchina da presa con Wolfram, un western ambientato negli anni Trenta che si configura come sequel spirituale della sua opera precedente. Ancora una volta il regista affronta il tema del colonialismo australiano, spostando lo sguardo sulle dinamiche di sfruttamento e sulla violenza sistemica nei confronti delle popolazioni aborigene. Ambientato nellāAustralia centrale, il film racconta lāoppressione nei campi minerari di tungsteno, dove i fratelli aborigeni Max e Kid sono costretti a lavorare in condizioni di estrema durezza sotto il controllo di padroni bianchi. Dopo la morte improvvisa del loro supervisore, i due vengono separati, Max finisce nelle mani di due fuorilegge spietati, mentre Kid, determinato e testardo, non si rassegna e decide di mettersi sulle sue tracce. Nel loro cammino incontrano Philomac, e insieme cercano di fuggire attraverso lāoutback, inseguiti da banditi e da un potente proprietario di stazione e dai mercenari al suo servizio. Wolfram ĆØ un film perfettamente accettabile; possiede una morale chiara, un messaggio esplicito contro il colonialismo e una struttura narrativa lineare. Ed ĆØ proprio qui che si cela il limite dellāoperazione. Thornton sembra scegliere deliberatamente la via più sicura, costruendo un racconto che ricalca lo schema classico dello scontro fra oppressi e oppressori. Pur animato da intenzioni nobili, il film non osa fino in fondo nel mettere in discussione lāimmaginario western e il paragone con il cinema di Rolf de Heer sorge spontaneo, per la capacitĆ di questāultimo di scavare con maggiore radicalitĆ nella prospettiva aborigena adottando forme narrative più sperimentali. Da Thornton, cineasta aborigeno di grande sensibilitĆ visiva, ci si poteva forse aspettare uno sguardo ancora più specifico e meno universalizzante. Il film riesce comunque a coinvolgere per alcuni tratti, soprattutto grazie ai giovani interpreti che danno corpo a Max e Kid. La loro presenza dona empatia a situazioni che altrimenti rischierebbero di scivolare nel giĆ visto, trasformando la fuga in unāesperienza emotiva e di formazione. Dal punto di vista tecnico, Thornton conferma il suo talento nel rappresentare i paesaggi australiani: lāuso della luce naturale, i campi lunghissimi e lāorizzonte che schiaccia i personaggi restituiscono immagini di grande potenza. Tuttavia queste inquadrature rischiano talvolta di ridursi a splendide cartoline, funzionali a unāestetica impeccabile ma che non riesce a trasformare il paesaggio in un vero spazio politico. Wolfram rimane cosƬ unāopera solida ma trattenuta, la cui presenza in competizione risulta poco condivisibile.