
di Omar Franini
NC-382
19.01.2026
Sabato sera si è svolta la trentottesima edizione degli European Film Awards, una serata che non ha riservato grandi sorprese per quanto riguarda i vincitori ma che ha saputo ricordare con forza ciò che rende possibili queste cerimonie: il cinema e le persone che stanno dietro ai film celebrati.
A differenza delle tipiche serate hollywoodiane, spesso focalizzate più sull’intrattenimento che sui premiati, gli EFA hanno quest’anno ampliato ulteriormente questa distanza, scegliendo consapevolmente una direzione diversa. La cerimonia è risultata più lunga, ma anche più attenta e inclusiva, dando finalmente spazio, dopo anni, alle categorie tecniche. Fino allo scorso anno, infatti, l’European Film Academy annunciava soltanto i vincitori di questi reparti, senza rendere note le nomination, e durante la serata, ai premiati venivano concessi pochi minuti per i ringraziamenti.
Quest’anno, invece, sono stati nominati tre film per ciascuna categoria tecnica e, durante la cerimonia, sono state proiettate clip dedicate al lavoro di professionisti che troppo spesso restano nell’ombra. In questo modo la serata si è trasformata in qualcosa di sinceramente rinfrescante, una vera celebrazione del cinema in tutte le sue componenti, senza i consueti e tristi siparietti in cui la produzione interrompe o taglia i discorsi dei vincitori.

Liv Ullman, vincitrice dell’European Lifetime Achievement Award
Come ogni anno, gli EFA celebrano anche alcune delle personalità più rispettate dell’industria cinematografica e, dopo il turno di Wim Wenders e Isabella Rossellini lo scorso anno, questa edizione ha visto protagoniste Liv Ullmann e Alice Rohrwacher. La leggendaria attrice norvegese, accompagnata dal nipote e cineasta Halfdan Ullmann Tøndel, ha ricevuto una standing ovation dopo la lusinghiera introduzione di Juliette Binoche. Una volta sul palco, Ullmann ha tenuto un lungo discorso che si è aperto con una dedica al cinema in quanto tale, immaginando i film di oggi come le “rovine” del nostro tempo, destinate a raccontare, tra qualche secolo, le paure e le speranze della nostra epoca.
Il tono si è poi fatto più apertamente politico, con un chiaro riferimento alla farsa del Premio Nobel “regalato” a Donald Trump e un richiamo all’empatia come valore imprescindibile, non solo nel cinema ma nella società contemporanea. Alice Rohrwacher, visibilmente emozionata nel ricevere l’European Achievement in World Cinema Award, ha invece esordito con ironia sulla propria età, confessando di aver inizialmente pensato a un errore. Riprendendo idealmente le parole di Ullmann, la regista italiana ha esortato a continuare a fare cinema, ribadendo come questo resti uno spazio privilegiato di collaborazione tra paesi, culture e lingue.
Proseguendo con i vincitori della serata, la cerimonia si è aperta con l’annuncio dell’European Discovery - Prix FIPRESCI, assegnato a On Falling di Laura Carreira, ritratto asciutto e osservazionale del lavoro precario e dell’alienazione quotidiana nella periferia europea contemporanea. Una scelta non particolarmente sorprendente, considerando che l’opera sta raccogliendo riconoscimenti da quasi un anno nei principali festival internazionali. Una vittoria comunque condivisibile, anche se, tra i sei film nominati, My Father’s Shadow di Akinola Davies Jr., opera prima intima e autobiografica che riflette sul rapporto padre-figlio attraverso memoria, assenza e identità, avrebbe probabilmente meritato la statuetta con maggiore decisione.

Alice Rohrwacher, vincitrice dell’European Achievement in World Cinema Award
A sorprendere maggiormente è stata invece la scelta per l’European Young Audience Award, dove La vita da grandi di Greta Scarano ha avuto la meglio sul favorito Arco, visionario e fiabesco film d’animazione di Ugo Bienvenue. La delusione iniziale per il cineasta francese è durata però ben poco; Bienvenue è infatti salito sul palco per ritirare il premio come Miglior film d’animazione, in una categoria particolarmente competitiva, dove anche un’eventuale vittoria di Amélie et la métaphysique des tubes di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han o di L’Olívia i el terratrèmol invisible di Irene Iborra Rizzo non avrebbe affatto sfigurato.
Passando alla categoria di Miglior documentario, il quintetto dei nominati rappresentava una piacevole varietà di approcci e linguaggi. A imporsi è stato il sovversivo e giocoso Fiume o Morte! di Igor Bezinović, un film che ricostruisce l’impresa dannunziana di Fiume attraverso una messa in scena ibrida, tra rievocazione storica, performance e ironia politica. Un’opera capace di battere il favorito della vigilia, Tardes de soledad di Albert Serra, documentario crudo e implacabile che osserva senza filtri la disciplina della corrida e la figura del torero Andrés Roca Rey.
Proseguendo con i reparti tecnici, bisogna partire dalle due vittorie “in solitario”; Bugonia di Yorgos Lanthimos ha trionfato per miglior trucco e acconciature (Torsten Witte), mentre Sound of Falling di Mascha Schilinski si è aggiudicato il premio per i migliori costumi (Sabrina Krämer). Due riconoscimenti più che meritati per film già molto apprezzati durante la stagione dei festival, ma dispiace vedere soprattutto la visionaria opera della regista tedesca premiata solo in una categoria.

Oliver Laxe che ritira il premio di miglior montaggio vinto da Cristóbal Fernández per Sirāt
Ed è qui che emerge uno dei principali difetti delle cerimonie degli EFA; nonostante siano eventi speciali e generalmente piacevoli, spesso mostrano una certa monotonia nei vincitori. È frequente infatti che un film si accaparri quasi tutte le categorie in cui è nominato, lasciando poco spazio a risultati più variegati. Lo scorso anno era successo con Emilia Pérez di Jacques Audiard, l’anno precedente con Anatomie d’une chute di Justine Triet, e così via.
Per questo motivo, abbiamo scelto di presentare i vincitori in un ordine preciso, riservando le ultime undici categorie alle due opere che hanno dominato la serata: Sirāt e Sentimental Value. Delle categorie rimanenti, solo questi due film hanno raccolto i premi, ampliando leggermente questo trend monotono. La differenza principale sta nella divisione dei riconoscimenti tra le due opere.
Sirāt, l’odissea visiva e sonora di Oliver Laxe, ha dominato quasi tutte le categorie tecniche, vincendo miglior montaggio (Cristóbal Fernández), miglior scenografia (Laia Ateca), miglior fotografia (Mauro Herce), miglior casting (Nadia Acimi, Luís Bértolo e María Rodrigo) e miglior sound design (Yasmina Praderas, Amanda Villavieja e Laia Casanovas) a testimonianza di un lavoro sul suono che costruisce un paesaggio sonoro denso, immersivo e psicologicamente penetrante, parte integrante della trance visiva del film.

Renate Reinsve con il premio di miglior attrice
Proprio quest’ultima categoria meritava attenzione; oltre a Sirāt, erano nominati Sound of Falling, con un lavoro sul suono impeccabile e altamente innovativo per ricreare memoria e traumi generazionali, e Bugonia, che mette in mostra ancora una volta il talento di Johnnie Burn nel creare universi sonori atipici. Tre approcci distinti che dimostrano come il lavoro di sound mixing e editing non si limiti a rendere un film “rumoroso”, contraddicendo una percezione troppo spesso legata alle cerimonie hollywoodiane.
L’aspetto più paradossale di questa sweep di Sirāt è però la mancanza del premio per la miglior colonna sonora, dove il lavoro di Kangding Ray non era nemmeno stato nominato, forse una delle assurdità più inspiegabili di questa stagione dei premi. Si tratta di un costrutto musicale che parte dai ritmi “rave” per poi arrivare a un crescendo catartico, accompagnando i personaggi fino al climax del film.
A vincere è stato invece Sentimental Value, una scelta che non ha pienamente soddisfatto; il lavoro minimalista funge da punto di legame nel film, ma non risalta mai più di tanto nel contesto, a differenza di Sound of Falling, la cui musica amplifica ulteriormente l’inquietudine e la desolazione dell’opera di Schilinski. Al contrario, il lavoro massimalista e “violento” di Jerskin Fendrix per Bugonia racchiude alcuni dei brani più singolari dell’anno, tra cui il trionfante disagio di “Grand Cycle”.

Il team di Sirāt sul red carpet prima della cerimonia
Tornando a Sentimental Value, l’opera di Trier si è portata a casa entrambi i premi per la recitazione, con Stellan Skarsgård e Renate Reinsve che hanno trionfato senza sorprese. Nella categoria di miglior attore, Toni Servillo per La Grazia (grazie anche alla Coppa Volpi vinta a Venezia) e Sergi López per Sirāt avevano qualche possibilità di sorprendere, ma senza riuscirci. Diversa la situazione per miglior attrice, dove era praticamente impossibile pronosticare una sconfitta per la Reinsve, unica interprete il cui film era candidato anche a miglior film e regia.
Il quintetto delle nominate era comunque di altissimo livello: Lea Drucker per Dossier 137 di Dominik Moll e Vicky Krieps per Love Me Tender di Anna Cazevale Cambet hanno regalato due interpretazioni impressionanti, destinate a essere premiate nell’industria francese fra qualche mese; a chiudere la cinquina c’erano Valeria Bruni Tedeschi per Duse di Pietro Marcello e Leonie Benesch per Late Shift di Petra Volpe, con l’ennesima interpretazione intensa e ansiogena.
I due protagonisti di Sentimental Value sul palco hanno tenuto discorsi diametralmente opposti. Skarsgård, che accumula l’ennesimo premio della stagione e si avvicina sempre di più all’Oscar, si è limitato a ringraziare l’European Film Academy. Reinsve, invece, ha tenuto un discorso più sentito e “sentimentale”, esordendo con un ironico “I need a slap”, citando una delle prime battute del suo personaggio nel film di Trier, per poi dedicare parole affettuose al figlio, a cui promette di destinare tutti i premi futuri. Ciò che rende ancora più notevole la vittoria di Reinsve è che si tratta del primo riconoscimento ufficiale per la sua straordinaria interpretazione in Sentimental Value, finora oscurata dai premi accumulati dai colleghi Skarsgård e Inga Ibsdotter Lilleaas.

L’abbraccio tra Joachim Trier e Eskil Vogt dopo aver vinto il premio per la miglior sceneggiatura
Il successo di Sentimental Value ha coinvolto anche il premio per la sceneggiatura, dove Trier ed Eskil Vogt hanno trionfato senza sorprendere. Sul palco i due hanno tenuto un discorso di ringraziamento caloroso, evidenziando la reciproca collaborazione e la lunga amicizia che li lega.
Dopo le numerose vittorie di Sirāt, alcuni si erano chiesti se la regia di Oliver Laxe potesse avere la meglio, ma anche in questa categoria la monotonia degli EFA ha giocato la sua parte. Non che il lavoro di Trier fosse inferiore, anzi, ma quando tra i nominati ci sono visionari come Laxe e Mascha Schilinski, la vittoria inevitabilmente lascia un piccolo retrogusto di sorpresa mancata.
Dopo la sceneggiatura e la regia, è arrivato finalmente il premio per miglior film, chiudendo la serata con il risultato più atteso e consolidando Sentimental Value come il grande protagonista della trentottesima edizione degli European Film Awards.
Nonostante qualche sorpresa mancata e una certa ripetitività nella distribuzione dei premi, gli EFA hanno saputo offrire momenti di autentica celebrazione del cinema, con discorsi sinceri e personali come quelli di Liv Ullmann, Alice Rohrwacher, Renate Reinsve e Joachim Trier, che hanno ricordato quanto la passione, la collaborazione e la sensibilità artistica siano al centro di ogni opera cinematografica.
Se Sirāt ha mostrato la potenza dell’immagine e del suono, Sentimental Value ha dimostrato come le storie intime possano conquistare pubblico e critica. In questo senso, la cerimonia ha funzionato da specchio della diversità e della ricchezza del cinema europeo, capace di unire visioni audaci e sensibilità profonde in un’unica celebrazione, tra emozione, tecnica e talento.

Joachim Trier e il team di Sentimental Value sul palco a ritirare il premio di miglior film
di Omar Franini
NC-382
19.01.2026
Sabato sera si è svolta la trentottesima edizione degli European Film Awards, una serata che non ha riservato grandi sorprese per quanto riguarda i vincitori ma che ha saputo ricordare con forza ciò che rende possibili queste cerimonie: il cinema e le persone che stanno dietro ai film celebrati.
A differenza delle tipiche serate hollywoodiane, spesso focalizzate più sull’intrattenimento che sui premiati, gli EFA hanno quest’anno ampliato ulteriormente questa distanza, scegliendo consapevolmente una direzione diversa. La cerimonia è risultata più lunga, ma anche più attenta e inclusiva, dando finalmente spazio, dopo anni, alle categorie tecniche. Fino allo scorso anno, infatti, l’European Film Academy annunciava soltanto i vincitori di questi reparti, senza rendere note le nomination, e durante la serata, ai premiati venivano concessi pochi minuti per i ringraziamenti.
Quest’anno, invece, sono stati nominati tre film per ciascuna categoria tecnica e, durante la cerimonia, sono state proiettate clip dedicate al lavoro di professionisti che troppo spesso restano nell’ombra. In questo modo la serata si è trasformata in qualcosa di sinceramente rinfrescante, una vera celebrazione del cinema in tutte le sue componenti, senza i consueti e tristi siparietti in cui la produzione interrompe o taglia i discorsi dei vincitori.

Liv Ullman, vincitrice dell’European Lifetime Achievement Award
Come ogni anno, gli EFA celebrano anche alcune delle personalità più rispettate dell’industria cinematografica e, dopo il turno di Wim Wenders e Isabella Rossellini lo scorso anno, questa edizione ha visto protagoniste Liv Ullmann e Alice Rohrwacher. La leggendaria attrice norvegese, accompagnata dal nipote e cineasta Halfdan Ullmann Tøndel, ha ricevuto una standing ovation dopo la lusinghiera introduzione di Juliette Binoche. Una volta sul palco, Ullmann ha tenuto un lungo discorso che si è aperto con una dedica al cinema in quanto tale, immaginando i film di oggi come le “rovine” del nostro tempo, destinate a raccontare, tra qualche secolo, le paure e le speranze della nostra epoca.
Il tono si è poi fatto più apertamente politico, con un chiaro riferimento alla farsa del Premio Nobel “regalato” a Donald Trump e un richiamo all’empatia come valore imprescindibile, non solo nel cinema ma nella società contemporanea. Alice Rohrwacher, visibilmente emozionata nel ricevere l’European Achievement in World Cinema Award, ha invece esordito con ironia sulla propria età, confessando di aver inizialmente pensato a un errore. Riprendendo idealmente le parole di Ullmann, la regista italiana ha esortato a continuare a fare cinema, ribadendo come questo resti uno spazio privilegiato di collaborazione tra paesi, culture e lingue.
Proseguendo con i vincitori della serata, la cerimonia si è aperta con l’annuncio dell’European Discovery - Prix FIPRESCI, assegnato a On Falling di Laura Carreira, ritratto asciutto e osservazionale del lavoro precario e dell’alienazione quotidiana nella periferia europea contemporanea. Una scelta non particolarmente sorprendente, considerando che l’opera sta raccogliendo riconoscimenti da quasi un anno nei principali festival internazionali. Una vittoria comunque condivisibile, anche se, tra i sei film nominati, My Father’s Shadow di Akinola Davies Jr., opera prima intima e autobiografica che riflette sul rapporto padre-figlio attraverso memoria, assenza e identità, avrebbe probabilmente meritato la statuetta con maggiore decisione.

Alice Rohrwacher, vincitrice dell’European Achievement in World Cinema Award
A sorprendere maggiormente è stata invece la scelta per l’European Young Audience Award, dove La vita da grandi di Greta Scarano ha avuto la meglio sul favorito Arco, visionario e fiabesco film d’animazione di Ugo Bienvenue. La delusione iniziale per il cineasta francese è durata però ben poco; Bienvenue è infatti salito sul palco per ritirare il premio come Miglior film d’animazione, in una categoria particolarmente competitiva, dove anche un’eventuale vittoria di Amélie et la métaphysique des tubes di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han o di L’Olívia i el terratrèmol invisible di Irene Iborra Rizzo non avrebbe affatto sfigurato.
Passando alla categoria di Miglior documentario, il quintetto dei nominati rappresentava una piacevole varietà di approcci e linguaggi. A imporsi è stato il sovversivo e giocoso Fiume o Morte! di Igor Bezinović, un film che ricostruisce l’impresa dannunziana di Fiume attraverso una messa in scena ibrida, tra rievocazione storica, performance e ironia politica. Un’opera capace di battere il favorito della vigilia, Tardes de soledad di Albert Serra, documentario crudo e implacabile che osserva senza filtri la disciplina della corrida e la figura del torero Andrés Roca Rey.
Proseguendo con i reparti tecnici, bisogna partire dalle due vittorie “in solitario”; Bugonia di Yorgos Lanthimos ha trionfato per miglior trucco e acconciature (Torsten Witte), mentre Sound of Falling di Mascha Schilinski si è aggiudicato il premio per i migliori costumi (Sabrina Krämer). Due riconoscimenti più che meritati per film già molto apprezzati durante la stagione dei festival, ma dispiace vedere soprattutto la visionaria opera della regista tedesca premiata solo in una categoria.

Oliver Laxe che ritira il premio di miglior montaggio vinto da Cristóbal Fernández per Sirāt
Ed è qui che emerge uno dei principali difetti delle cerimonie degli EFA; nonostante siano eventi speciali e generalmente piacevoli, spesso mostrano una certa monotonia nei vincitori. È frequente infatti che un film si accaparri quasi tutte le categorie in cui è nominato, lasciando poco spazio a risultati più variegati. Lo scorso anno era successo con Emilia Pérez di Jacques Audiard, l’anno precedente con Anatomie d’une chute di Justine Triet, e così via.
Per questo motivo, abbiamo scelto di presentare i vincitori in un ordine preciso, riservando le ultime undici categorie alle due opere che hanno dominato la serata: Sirāt e Sentimental Value. Delle categorie rimanenti, solo questi due film hanno raccolto i premi, ampliando leggermente questo trend monotono. La differenza principale sta nella divisione dei riconoscimenti tra le due opere.
Sirāt, l’odissea visiva e sonora di Oliver Laxe, ha dominato quasi tutte le categorie tecniche, vincendo miglior montaggio (Cristóbal Fernández), miglior scenografia (Laia Ateca), miglior fotografia (Mauro Herce), miglior casting (Nadia Acimi, Luís Bértolo e María Rodrigo) e miglior sound design (Yasmina Praderas, Amanda Villavieja e Laia Casanovas) a testimonianza di un lavoro sul suono che costruisce un paesaggio sonoro denso, immersivo e psicologicamente penetrante, parte integrante della trance visiva del film.

Renate Reinsve con il premio di miglior attrice
Proprio quest’ultima categoria meritava attenzione; oltre a Sirāt, erano nominati Sound of Falling, con un lavoro sul suono impeccabile e altamente innovativo per ricreare memoria e traumi generazionali, e Bugonia, che mette in mostra ancora una volta il talento di Johnnie Burn nel creare universi sonori atipici. Tre approcci distinti che dimostrano come il lavoro di sound mixing e editing non si limiti a rendere un film “rumoroso”, contraddicendo una percezione troppo spesso legata alle cerimonie hollywoodiane.
L’aspetto più paradossale di questa sweep di Sirāt è però la mancanza del premio per la miglior colonna sonora, dove il lavoro di Kangding Ray non era nemmeno stato nominato, forse una delle assurdità più inspiegabili di questa stagione dei premi. Si tratta di un costrutto musicale che parte dai ritmi “rave” per poi arrivare a un crescendo catartico, accompagnando i personaggi fino al climax del film.
A vincere è stato invece Sentimental Value, una scelta che non ha pienamente soddisfatto; il lavoro minimalista funge da punto di legame nel film, ma non risalta mai più di tanto nel contesto, a differenza di Sound of Falling, la cui musica amplifica ulteriormente l’inquietudine e la desolazione dell’opera di Schilinski. Al contrario, il lavoro massimalista e “violento” di Jerskin Fendrix per Bugonia racchiude alcuni dei brani più singolari dell’anno, tra cui il trionfante disagio di “Grand Cycle”.

Il team di Sirāt sul red carpet prima della cerimonia
Tornando a Sentimental Value, l’opera di Trier si è portata a casa entrambi i premi per la recitazione, con Stellan Skarsgård e Renate Reinsve che hanno trionfato senza sorprese. Nella categoria di miglior attore, Toni Servillo per La Grazia (grazie anche alla Coppa Volpi vinta a Venezia) e Sergi López per Sirāt avevano qualche possibilità di sorprendere, ma senza riuscirci. Diversa la situazione per miglior attrice, dove era praticamente impossibile pronosticare una sconfitta per la Reinsve, unica interprete il cui film era candidato anche a miglior film e regia.
Il quintetto delle nominate era comunque di altissimo livello: Lea Drucker per Dossier 137 di Dominik Moll e Vicky Krieps per Love Me Tender di Anna Cazevale Cambet hanno regalato due interpretazioni impressionanti, destinate a essere premiate nell’industria francese fra qualche mese; a chiudere la cinquina c’erano Valeria Bruni Tedeschi per Duse di Pietro Marcello e Leonie Benesch per Late Shift di Petra Volpe, con l’ennesima interpretazione intensa e ansiogena.
I due protagonisti di Sentimental Value sul palco hanno tenuto discorsi diametralmente opposti. Skarsgård, che accumula l’ennesimo premio della stagione e si avvicina sempre di più all’Oscar, si è limitato a ringraziare l’European Film Academy. Reinsve, invece, ha tenuto un discorso più sentito e “sentimentale”, esordendo con un ironico “I need a slap”, citando una delle prime battute del suo personaggio nel film di Trier, per poi dedicare parole affettuose al figlio, a cui promette di destinare tutti i premi futuri. Ciò che rende ancora più notevole la vittoria di Reinsve è che si tratta del primo riconoscimento ufficiale per la sua straordinaria interpretazione in Sentimental Value, finora oscurata dai premi accumulati dai colleghi Skarsgård e Inga Ibsdotter Lilleaas.

L’abbraccio tra Joachim Trier e Eskil Vogt dopo aver vinto il premio per la miglior sceneggiatura
Il successo di Sentimental Value ha coinvolto anche il premio per la sceneggiatura, dove Trier ed Eskil Vogt hanno trionfato senza sorprendere. Sul palco i due hanno tenuto un discorso di ringraziamento caloroso, evidenziando la reciproca collaborazione e la lunga amicizia che li lega.
Dopo le numerose vittorie di Sirāt, alcuni si erano chiesti se la regia di Oliver Laxe potesse avere la meglio, ma anche in questa categoria la monotonia degli EFA ha giocato la sua parte. Non che il lavoro di Trier fosse inferiore, anzi, ma quando tra i nominati ci sono visionari come Laxe e Mascha Schilinski, la vittoria inevitabilmente lascia un piccolo retrogusto di sorpresa mancata.
Dopo la sceneggiatura e la regia, è arrivato finalmente il premio per miglior film, chiudendo la serata con il risultato più atteso e consolidando Sentimental Value come il grande protagonista della trentottesima edizione degli European Film Awards.
Nonostante qualche sorpresa mancata e una certa ripetitività nella distribuzione dei premi, gli EFA hanno saputo offrire momenti di autentica celebrazione del cinema, con discorsi sinceri e personali come quelli di Liv Ullmann, Alice Rohrwacher, Renate Reinsve e Joachim Trier, che hanno ricordato quanto la passione, la collaborazione e la sensibilità artistica siano al centro di ogni opera cinematografica.
Se Sirāt ha mostrato la potenza dell’immagine e del suono, Sentimental Value ha dimostrato come le storie intime possano conquistare pubblico e critica. In questo senso, la cerimonia ha funzionato da specchio della diversità e della ricchezza del cinema europeo, capace di unire visioni audaci e sensibilità profonde in un’unica celebrazione, tra emozione, tecnica e talento.

Joachim Trier e il team di Sentimental Value sul palco a ritirare il premio di miglior film