
di Omar Franini
NC-432
28.05.2026
Quella di Cristian Mungiu non sarà una Palma d’Oro destinata ad essere dimenticata facilmente. Già nei giorni successivi alla premiazione si sono accese discussioni tra chi ha lodato e chi ha respinto questa vittoria, non tanto per demeriti legati al nome del cineasta rumeno o alla qualità stessa del film, quanto piuttosto per il modo in cui Mungiu affronta certi argomenti. Capolavoro “anti-woke”, come lo hanno già definito alcuni critici conservatori statunitensi, oppure trionfo dell’ambiguità morale?
Fjord non è una visione semplice, un’opera volutamente scomoda, nella quale il regista non cerca né il manifesto conservatore né quello progressista. Mungiu osserva piuttosto, con la distanza tipica del suo cinema, le forme della radicalizzazione contemporanea e l’incapacità di dialogo che ne deriva. Al centro del film c’è la famiglia Gheorghiu, composta da Mihai (Sebastian Stan) e Lisbet (Renate Reinsve), il cui nuovo inizio in Norvegia si complica quando vengono accusati di violenze nei confronti della figlia Elia, dopo che alcuni insegnanti notano dei lividi sul collo della bambina. Da quel momento prende forma un processo in cui i Gheorghiu finiscono progressivamente sotto scrutinio non solo per le presunte violenze, ma anche per i loro valori religiosi e tradizionali.
Mungiu mostra come il sistema progressista norvegese eserciti una pressione morale costante, spesso deviando dalla questione principale; allo stesso tempo, però, non nasconde mai le ambiguità della figura paterna e di metodi educativi che sembrano andare oltre la semplice sculacciata. Quella che può apparire come una posizione ambigua da parte del regista può essere interpretata anche come un modo elegante di non prendere una posizione definitiva, costruendo scenari pensati soprattutto per provocare lo spettatore. Eppure è proprio in questa tensione che risiede la complessità dell’opera: lo spettatore si sente continuamente a disagio, ma allo stesso tempo è coinvolto nella vicenda. Tutto viene calibrato attraverso la mise-en-scène di Mungiu, fatta di inquadrature fisse, composizioni rigorose e tensioni che si accumulano lentamente, mostrando come entrambi i “fronti” influenzino i diversi nuclei familiari.
Le conseguenze ricadono inevitabilmente sulle nuove generazioni, sui figli della famiglia Gheorghiu, ma anche su Noora, la giovane vicina di casa. I due modelli educativi e culturali messi a confronto nel film presentano differenze ideologiche profonde, alcune più problematiche di altre, ma è soprattutto l’estremismo con cui queste visioni vengono applicate ai più giovani a produrre i danni più evidenti.
Fjord può quindi diventare un film pericoloso se frainteso, un dispositivo politico utile a rivendicare presunte discriminazioni contro i valori della famiglia tradizionale. Una cosa, però, sembra certa, il discorso attorno al film diventerà sempre più "tossico" man mano che raggiungerà un pubblico più ampio. È forse questa capacità di parlare in maniera radicale e morale del presente ad aver portato Mungiu alla sua seconda Palma d’Oro.
Una seconda Palma d’Oro, diciannove anni dopo 4 Months, 3 Weeks and 2 Days (4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, 2007), che arricchisce un curriculum già ricco di riconoscimenti, tra cui il premio per la Miglior Regia, per Graduation (Un padre, una figlia, 2016), e quello per la sceneggiatura di Beyond the Hills (Oltre le colline, 2012). Inoltre, l'autore entra definitivamente in quella ristretta cerchia di registi che hanno conquistato due volte il premio più importante del Festival di Cannes, accanto a figure come Francis Ford Coppola, Michael Haneke, Jean-Pierre e Luc Dardenne, o Shohei Imamura.

Il poster ufficiale di quest'anno

Andrey Zvyagintsev con il Grand Prix nella conferenza stampa post cerimonia di chiusura
Una Palma d’Oro meritata, ma in parte inaspettata. La presenza di Fjord nel palmarès sembrava probabile, forse con un Grand Prix o un Premio alla Sceneggiatura. Il favorito della vigilia era infatti Andrey Zvyagintsev con Minotaur, altro ritratto di un nucleo familiare attraversato da profonde fratture morali. Il film, libero riadattamento di La Femme infidèle (Stéphane, una moglie infedele, 1969) di Claude Chabrol, trasporta la vicenda nella Russia contemporanea: un uomo scopre l’infedeltà della moglie mentre si trova costretto a decidere quali dei suoi dipendenti mandare al fronte. Un’opera densa e stratificata, probabilmente tra le migliori della filmografia di Zvyagintsev, il cui Grand Prix appare più che meritato. Anche in questo caso si aggiunge un nuovo riconoscimento a un percorso festivaliero già importante, che comprende il Premio della Giuria per Loveless (2017), il Premio alla Sceneggiatura per Leviathan (2014) e il riconoscimento come Miglior Film nella sezione Un Certain Regard per Elena (2011).
Sul palco, il regista russo ha poi sfruttato il momento per pronunciare un discorso politico molto sentito contro il conflitto tra Russia e Ucraina, ribadendo come Vladimir Putin sia l’unico in grado di porre fine alla guerra.
La scelta di premiare con i due riconoscimenti più importanti storie di famiglie profondamente radicate nella contemporaneità sembra aver intercettato le sensibilità della giuria presieduta da Park Chan-wook, anche se assegnare la Palma non è stato semplice nemmeno per lui. Con ironia ha infatti dichiarato: “To be completely honest, I didn’t want to award the Palme d’Or to any of the films because it’s an award that I myself have never gotten. But I had 'No Other Choice’”.
Nonostante l’armonia generale che ha caratterizzato i rapporti interni della Giuria di quest'anno, secondo alcune voci di corridoio il regista coreano sarebbe rimasto particolarmente colpito da The Dreamed Adventure di Valeska Grisebach, vincitore del Premio della Giuria. Ambientato in un piccolo paese bulgaro al confine con Turchia e Grecia, il film si muove tra traffici illeciti, gangster locali e strutture patriarcali ancora profondamente radicate. Al centro della vicenda c’è Veska (Yana Radeva), archeologa impegnata in un sito della zona e legata in passato a quell’ambiente criminale.
Il quarto lungometraggio di Grisebach si presenta come un anti-western che evita qualsiasi spettacolarizzazione, preferendo invece un approccio quasi documentaristico capace di immergere lo spettatore nel mondo che la protagonista è costretta ad attraversare. Sul palco, oltre ai consueti ringraziamenti, la regista ha voluto chiamare accanto a sé Yana Radeva, attrice non professionista e presenza fondamentale per l’equilibrio del film, sottolineandone pubblicamente l’importanza. Una scelta audace ma coerente quella di premiare un’opera così radicalmente legata a un cinema dell’osservazione e della dilatazione dei tempi, soprattutto all’interno di una competizione che, nel complesso, ha spesso faticato a trovare veri slanci.

Yana Radeva e Valeska Grisebach, con il Premio della Giuria, al photocall post cerimonia di chiusura
Ed è forse proprio questo il limite principale della selezione ufficiale di quest’anno. Thierry Frémaux ha giocato in parte sul sicuro, costruendo una competizione con pochi titoli realmente capaci di sorprendere come era accaduto nell'edizione precedente. Viene spontaneo chiedersi perché siano stati selezionati film come Garance di Jeanne Herry, Gentle Monster di Marie Kreutzer, Histoires de la nuit di Léa Mysius, oppure opere minori di autori già consolidati come Sheep in the Box di Hirokazu Kore-eda e Amarga Navidad di Pedro Almodóvar. Sono mancati invece film come Resurrection di Bi Gan, O Agente Secreto di Kleber Mendonça Filho o Sirāt di Oliver Laxe, opere che lo scorso anno sono state capaci di stimolare tanto sul piano visivo quanto su quello narrativo. La sensazione è che si sarebbe potuto osare di più, magari recuperando alcuni dei titoli più sorprendenti emersi dalle sezioni parallele, di cui parleremo più avanti.
Fra le poche eccezioni restano comunque i due film che hanno condiviso il premio per la Miglior Regia: La Bola Negra di Javier Ambrossi e Javier Calvo, e Fatherland di Paweł Pawlikowski. Nel caso dei Los Javis (come amano chiamarli nell'ambiente), il loro film ha probabilmente conquistato l’attenzione della Giuria per la forte ambizione nell’intrecciare tre linee temporali diverse, costruendo un racconto sulla memoria e sull’identità attraverso un impianto narrativo che si muove tra passato e presente, fino a sfociare in una riflessione più ampia sull’eredità personale e collettiva.
I due registi spagnoli, visibilmente emozionati, hanno tenuto un discorso altrettanto caloroso in cui hanno prima ricordato la libertà con cui sono riusciti a realizzare questo grande progetto a tema LGBTQ+, sperando di aver reso giustizia alle persone e ai racconti che li hanno preceduti, per poi parlare del cinema e dell’arte come dispositivo di empatia. Hanno infine ringraziato cineasti spagnoli come Rodrigo Sorogoyen e Pedro Almodóvar per averli ispirati e per l’impatto che hanno avuto sul cinema spagnolo contemporaneo.
Quest’ultimo, tra l’altro, ha anche prodotto il film con la sua casa di produzione, El Deseo, ed è esplicitamente citato in uno dei dialoghi. Curioso anche un dato che li accomuna; sia Los Javis che Almodóvar sono riusciti a vincere il premio per la Miglior Regia alla loro prima partecipazione in concorso a Cannes; nel caso di Almodóvar si trattava del 1999, quando trionfò con Todo sobre mi madre. Inoltre, questo riconoscimento ha rappresentato il secondo caso dove un duo di registi vince questo premio - i primi erano stati i fratelli Dardenne.
Passando invece a Pawlikowski, il suo momento è stato attraversato da una certa ironia: il cineasta polacco ha scherzato sulla scarsa organizzazione della cerimonia, lamentando di non aver ricevuto indicazioni su dove posizionarsi mentre i Los Javis stavano tenendo il loro discorso, e arrivando perfino a chiedere, con tono divertito, dove fosse il suo riconoscimento. Probabilmente temeva che i due sarebbero scappati via subito con il riconoscimento, come accadde nel 2022 quando Claire Denis vinse il Gran Premio della Giuria ex aequo con Lukas Dhont e lasciò il palco con il premio in mano.
Non è stato questo il caso di Pawlikowski, a cui è stato “concesso” di posare con il premio dopo il suo discorso. Le sue parole sono forse tra le più convincenti della serata: ha sottolineato come il cinema possa o meno essere un mezzo politico, perché una forzatura in questo senso può produrre effetti contrari. Il Premio alla Regia è il secondo della sua carriera dopo quello vinto per Cold War (2018), e lo inserisce in un gruppo ristretto di registi che include nomi come Robert Bresson, Joel Coen e John Boorman. Due approcci molto diversi alla messa in scena; l’eccesso ambizioso dei Los Javis da un lato, contrapposti al rigore formale e alla sottrazione di Pawlikowski, un contrasto che, alla fine, ha reso il premio particolarmente interessante.

Javier Ambrossi e Javier Calvo, detti Los Javis, sul palco del Grand Théâtre Lumiere che ritirano il Premio per la Miglior Regia
Il Premio per la Miglior Sceneggiatura è stato invece assegnato a Emmanuel Marre per Notre salut, un anti-biopic sulla figura del suo bisnonno Herry Marre. Il tono improvvisato, la struttura da mockumentary e l’inserimento di diversi elementi atemporali rendono la visione del secondo lungometraggio di Marre estremamente accattivante. Il suo intervento sul palco è stato breve e diretto, ma soprattutto politico, con una riflessione sulle forme della violenza e sui dispositivi del potere. Forse il premio alla sceneggiatura è risultato leggermente inaspettato, anche considerando come Swann Arlaud fosse rapidamente diventato uno dei favoriti per la vittoria come Miglior interprete maschile subito dopo la proiezione del film.
Ed è proprio qui che il discorso si sposta ai premi alla recitazione. Se alcuni film hanno faticato a imporsi in modo netto, non si può dire lo stesso delle interpretazioni presentate in concorso. Il livello generale delle performance è stato infatti molto alto, e la sensazione è che sarebbe stato difficile premiare qualcuno che non lo meritasse davvero.
La competizione maschile, più ristretta rispetto a quella femminile, vedeva comunque diversi nomi in corsa; oltre al già citato Arlaud, anche Javier Bardem per El ser querido di Rodrigo Sorogoyen, Sebastian Stan in Fjord e Gilles Lellouche per Moulin di Laszlo Nemes avevano buone possibilità di vittoria. A spuntarla sono stati invece Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, i due giovani protagonisti di Coward di Lukas Dhont.
Ancora una volta il regista belga conferma la sua capacità di dirigere attori senza grande esperienza, costruendo interpretazioni di una naturalezza quasi disarmante. Campagne e Macchia portano sullo schermo i ritratti, fragili e contrastanti, di due ragazzi in guerra, uno segnato dal rifiuto e dalla chiusura, l’altro dalla ricerca di una forma di distrazione artistica per attenuare il peso della realtà. La chimica tra i due interpreti è ciò che sostiene Coward, le loro contraddizioni, le esitazioni emotive e il progressivo avvicinamento sono interamente filtrati attraverso le loro performance.
Al momento della premiazione, l’emozione dei due era evidente, soprattutto nei ringraziamenti a Dhont e nella costruzione condivisa dei personaggi, prima di ringraziare il festival per aver accolto un film che racconta una realtà queer in un contesto raramente esplorato attraverso questa prospettiva.

L’entusiasmo dei giovani Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, vincitori del premio per Miglior Interpretazione Maschile per Coward
La giuria ha adottato un criterio simile anche per la Miglior Interpretazione Femminile e, in una competizione ricca di prove memorabili, a prevalere sono state Virginie Efira e Tao Okamoto per All of a Sudden di Ryusuke Hamaguchi. Più che un premio singolo al regista giapponese, il riconoscimento condiviso sembra voler sottolineare la forza di un meccanismo interpretativo costruito sul dialogo e sulla tenuta emotiva delle due protagoniste.
Il film esplora il rapporto tra la direttrice di una casa di riposo parigina, Marie-Lou Fontaine (Virginie Efira), impegnata nell’introduzione di un approccio di cure più umano e rispettoso della dignità dei pazienti, e una drammaturga giapponese, Mari Morisaki (Tao Okamoto). Il loro incontro, inizialmente accidentale, trasformandosi progressivamente in un legame sempre più complesso. Le lunghe conversazioni che attraversano il film si reggono non solo sulla scrittura di Hamaguchi e Léa Le Dimna, ma soprattutto sulla precisione interpretativa di Efira e Okamoto, che costruiscono due personaggi pienamente vivi.
Una volta annunciato il loro nome, le due attrici non sono riuscite a trattenere l’emozione, in particolare Efira, passata da un pianto liberatorio a un’euforia contagiosa . Nei ringraziamenti hanno sottolineato soprattutto il lavoro del regista giapponese e la costruzione di un’esperienza collettiva più che individuale. La vittoria di Efira appare, in fondo, come un riconoscimento atteso da tempo, era già stata tra le favorite in passato, prima per Sybil (2019) di Justine Triet e poi per Benedetta (2021) di Paul Verhoeven, senza mai arrivare al premio. Dopo anni di presenze importanti ma non coronate al Festival, questa consacrazione internazionale sembra ora consolidare definitivamente il suo status tra le interpreti più importanti del cinema europeo contemporaneo.
Nel complesso, il palmarès di quest’anno non presenta vincitori davvero deludenti; i titoli più acclamati della competizione sono stati premiati, anche se resta la sensazione di qualche assenza significativa tra i riconoscimenti principali. A partire dal già citato El ser querido, che oltre alla prova di Javier Bardem avrebbe potuto facilmente portare a casa anche un premio per Victoria Luengo, o un riconoscimento alla regia per la capacità di Sorogoyen di orchestrare un racconto sul fragile rapporto tra padre e figlia, inserito nel contesto meta-cinematografico delle riprese di un film dopo anni di distanza emotiva.
Un’altra assenza rilevante è quella di L’Inconnue di Arthur Harari, probabilmente uno dei titoli più spiazzanti del concorso. Un film di genere sospeso tra suggestioni lynchiane e struttura rivettiana, in cui il tema della trasmigrazione dei corpi e delle identità diventa il centro di un dispositivo narrativo volutamente instabile. È stata una delle proposte più divisive del Festival, ma anche una delle più radicali nel modo in cui mette in crisi le aspettative dello spettatore.
Chiude il gruppo dei grandi esclusi Hope di Na Hong-jin, altro film che ha diviso profondamente. Pur non avendo convinto pienamente sul piano complessivo, resta difficile non riconoscerne la portata ambiziosa, un monster movie adrenalinico di quasi tre ore, costruito con una scala produttiva e narrativa fuori misura rispetto agli standard del genere. Anche una possibile “vittoria a sorpresa” in una delle categorie principali avrebbe rappresentato un segnale interessante da parte della giuria e, probabilmente, una delle poche vere scosse di un palmarès tutto sommato molto lineare.

Tao Okamoto e Virginie Efira che ritirano il premio di Miglior Interpretazione Femminile per le loro performance in All of a Sudden
Passando ora alla sezione Un Certain Regard, non si può non partire dall’alta qualità della selezione di quest’anno. Sono poche le visioni che hanno deluso, mentre tra i film che hanno colpito maggiormente spiccano l’omaggio al genere slasher Teenage Sex and Death at Camp Miasma di Jane Schoenbrun, il disorientante El deshielo di Manuela Martelli, il coming-of-age post 11 Settembre I’ll Be Gone in June di Katharina Rivilis, il fantasioso Titanic Ocean di Konstantina Kotzamani e il sorprendentemente toccante Club Kid di Jordan Firstman.
In particolare, c’è un film che ha folgorato sin dalla sua prima proiezione, ed è spontaneo chiedersi perché un’opera del genere sia stata “relegata” in questa sezione: Everytime di Sandra Wollner. La sua potenza visiva e narrativa nel raccontare una storia di lutto e alienazione avrebbe probabilmente meritato alla regista austriaca l’ingresso in Competizione Ufficiale. Uno dei film migliori del festival, come confermato anche dalla giuria presieduta da Leïla Bekhti - che contava l'italiana Laura Samani tra i suoi membri - che ha deciso di premiarlo con il riconoscimento più importante.
Il Premio della Giuria è invece stato attribuito a Elephants in the Fog, opera prima di Abinash Bikram Shah, che esplora la comunità transessuale Kimran in un racconto sospeso tra dramma sociale e thriller. Il Premio Speciale della Giuria è andato all’animazione Le Corset, che segue le vicende di un bambino costretto a portare un coretto per via della sua scoliosi. Due premi complessivamente meritati, ma che lasciano comunque qualche perplessità alla luce delle assenze nel palmarès dei titoli citati in precedenza.
Lo stesso discorso si può estendere ai premi interpretativi. Il riconoscimento femminile è andato al cast di Siempre soy tu animal eterno, composto da Daniela Marin Navarro, Marianel Villegas e Marina De Tavira. Tre interpretazioni solide, soprattutto quella di De Tavira, ma non prive di alternative più convincenti, come Naomi Cosma in I’ll Be Gone in June, Saskia Rosendahl in El deshielo e il duo Hannah Einbinder e Gillian Anderson per il film di Schoenbrun.
Analoga impressione anche per la vittoria di Bradley Fiomona Dembeasset per Congo Boy, dove un Jordan Firstman in Club Kid o Tadanobu Asano nel dramma giapponese All the Lovers in the Night di Yukiko Sode avrebbero probabilmente rappresentato scelte altrettanto, se non più, convincenti.

Pawel Pawlikowski che posa con il premio per la Miglior Regia per Fatherland
Uno dei premi collaterali assegnati dal Festival è la Camera d’Or per il miglior lungometraggio di debutto. Quest’anno il vincitore è stato Ben’Imana di Marie-Clémentine Dusabejambo, prima opera di una regista ruandese selezionata a Cannes, ambientata nel 2012 e che racconta i traumi irrisolti del genocidio del 1994. Altra vittoria meritata, anche se sorprende l’assenza di La Gradiva di Marine Atlan, il cui racconto adolescenziale di una gita scolastica di una classe francese a Pompei si è trasformato in uno dei film più acclamati dell’intera edizione del Festival. L'opera ha comunque saputo imporsi come Miglior Film della Semaine de la Critique, un risultato piuttosto prevedibile.
Concludiamo con qualche parola sulla Quinzaine des Cinéastes, che ha proposto una line-up piuttosto interessante: tra grandi autori e nuove scoperte, la selezione ha convinto sotto diversi aspetti. Nuove opere convincenti di registi affermati, come Bruno Dumont con Les Roches Rouge, Clio Barnard con I See Buildings Fall Like Lightning, Lisandro Alonso con La libertad doble e Alain Cavalier con Merci d’être venu, sono state affiancate da opere prime notevoli, come l’animazione We Are Aliens di Kohei Kadowaki e 9 Temples to Heaven di Sompot Chidgasornpongse.
A chiudere il programma, due affascinanti riadattamenti di classici letterari: Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, riadattato nella Nigeria dei nostri giorni in Clarissa, opera prima di Arie e Chuko Esiri, e Journal d’une femme de chambre di Radu Jude, ispirato al romanzo di Octave Mirbeau.
Difficile trarre delle conclusioni su questa 79ª edizione del Festival di Cannes; rimarranno i potenti racconti di Mungiu e Zvyagintsev, insieme all’abbraccio caloroso di Hamaguchi, il rigore di Pawlikowski e la libertà narrativa di Grisebach, l’estro ambizioso dei Los Javis accanto allo sguardo più radicale di Harari, ma anche tante delusioni, film che verranno presto dimenticati. Le sezioni collaterali hanno saputo innalzare il livello generale del festival, ma resta comunque la sensazione che si sarebbe potuto fare di più con la competizione.

Tilda Swinton e il team di Fjord , composto da Renate Reinsve, Cristian Mungiu e Sebastian Stan, mentre ritirano la Palma d’Oro
di Omar Franini
NC-432
28.05.2026

Il poster ufficiale di quest'anno
Quella di Cristian Mungiu non sarà una Palma d’Oro destinata ad essere dimenticata facilmente. Già nei giorni successivi alla premiazione si sono accese discussioni tra chi ha lodato e chi ha respinto questa vittoria, non tanto per demeriti legati al nome del cineasta rumeno o alla qualità stessa del film, quanto piuttosto per il modo in cui Mungiu affronta certi argomenti. Capolavoro “anti-woke”, come lo hanno già definito alcuni critici conservatori statunitensi, oppure trionfo dell’ambiguità morale?
Fjord non è una visione semplice, un’opera volutamente scomoda, nella quale il regista non cerca né il manifesto conservatore né quello progressista. Mungiu osserva piuttosto, con la distanza tipica del suo cinema, le forme della radicalizzazione contemporanea e l’incapacità di dialogo che ne deriva. Al centro del film c’è la famiglia Gheorghiu, composta da Mihai (Sebastian Stan) e Lisbet (Renate Reinsve), il cui nuovo inizio in Norvegia si complica quando vengono accusati di violenze nei confronti della figlia Elia, dopo che alcuni insegnanti notano dei lividi sul collo della bambina. Da quel momento prende forma un processo in cui i Gheorghiu finiscono progressivamente sotto scrutinio non solo per le presunte violenze, ma anche per i loro valori religiosi e tradizionali.
Mungiu mostra come il sistema progressista norvegese eserciti una pressione morale costante, spesso deviando dalla questione principale; allo stesso tempo, però, non nasconde mai le ambiguità della figura paterna e di metodi educativi che sembrano andare oltre la semplice sculacciata. Quella che può apparire come una posizione ambigua da parte del regista può essere interpretata anche come un modo elegante di non prendere una posizione definitiva, costruendo scenari pensati soprattutto per provocare lo spettatore. Eppure è proprio in questa tensione che risiede la complessità dell’opera: lo spettatore si sente continuamente a disagio, ma allo stesso tempo è coinvolto nella vicenda. Tutto viene calibrato attraverso la mise-en-scène di Mungiu, fatta di inquadrature fisse, composizioni rigorose e tensioni che si accumulano lentamente, mostrando come entrambi i “fronti” influenzino i diversi nuclei familiari.
Le conseguenze ricadono inevitabilmente sulle nuove generazioni, sui figli della famiglia Gheorghiu, ma anche su Noora, la giovane vicina di casa. I due modelli educativi e culturali messi a confronto nel film presentano differenze ideologiche profonde, alcune più problematiche di altre, ma è soprattutto l’estremismo con cui queste visioni vengono applicate ai più giovani a produrre i danni più evidenti.
Fjord può quindi diventare un film pericoloso se frainteso, un dispositivo politico utile a rivendicare presunte discriminazioni contro i valori della famiglia tradizionale. Una cosa, però, sembra certa, il discorso attorno al film diventerà sempre più "tossico" man mano che raggiungerà un pubblico più ampio. È forse questa capacità di parlare in maniera radicale e morale del presente ad aver portato Mungiu alla sua seconda Palma d’Oro.
Una seconda Palma d’Oro, diciannove anni dopo 4 Months, 3 Weeks and 2 Days (4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, 2007), che arricchisce un curriculum già ricco di riconoscimenti, tra cui il premio per la Miglior Regia, per Graduation (Un padre, una figlia, 2016), e quello per la sceneggiatura di Beyond the Hills (Oltre le colline, 2012). Inoltre, l'autore entra definitivamente in quella ristretta cerchia di registi che hanno conquistato due volte il premio più importante del Festival di Cannes, accanto a figure come Francis Ford Coppola, Michael Haneke, Jean-Pierre e Luc Dardenne, o Shohei Imamura.

Andrey Zvyagintsev con il Grand Prix nella conferenza stampa post cerimonia di chiusura
Una Palma d’Oro meritata, ma in parte inaspettata. La presenza di Fjord nel palmarès sembrava probabile, forse con un Grand Prix o un Premio alla Sceneggiatura. Il favorito della vigilia era infatti Andrey Zvyagintsev con Minotaur, altro ritratto di un nucleo familiare attraversato da profonde fratture morali. Il film, libero riadattamento di La Femme infidèle (Stéphane, una moglie infedele, 1969) di Claude Chabrol, trasporta la vicenda nella Russia contemporanea: un uomo scopre l’infedeltà della moglie mentre si trova costretto a decidere quali dei suoi dipendenti mandare al fronte. Un’opera densa e stratificata, probabilmente tra le migliori della filmografia di Zvyagintsev, il cui Grand Prix appare più che meritato. Anche in questo caso si aggiunge un nuovo riconoscimento a un percorso festivaliero già importante, che comprende il Premio della Giuria per Loveless (2017), il Premio alla Sceneggiatura per Leviathan (2014) e il riconoscimento come Miglior Film nella sezione Un Certain Regard per Elena (2011).
Sul palco, il regista russo ha poi sfruttato il momento per pronunciare un discorso politico molto sentito contro il conflitto tra Russia e Ucraina, ribadendo come Vladimir Putin sia l’unico in grado di porre fine alla guerra.
La scelta di premiare con i due riconoscimenti più importanti storie di famiglie profondamente radicate nella contemporaneità sembra aver intercettato le sensibilità della giuria presieduta da Park Chan-wook, anche se assegnare la Palma non è stato semplice nemmeno per lui. Con ironia ha infatti dichiarato: “To be completely honest, I didn’t want to award the Palme d’Or to any of the films because it’s an award that I myself have never gotten. But I had 'No Other Choice’”.
Nonostante l’armonia generale che ha caratterizzato i rapporti interni della Giuria di quest'anno, secondo alcune voci di corridoio il regista coreano sarebbe rimasto particolarmente colpito da The Dreamed Adventure di Valeska Grisebach, vincitore del Premio della Giuria. Ambientato in un piccolo paese bulgaro al confine con Turchia e Grecia, il film si muove tra traffici illeciti, gangster locali e strutture patriarcali ancora profondamente radicate. Al centro della vicenda c’è Veska (Yana Radeva), archeologa impegnata in un sito della zona e legata in passato a quell’ambiente criminale.
Il quarto lungometraggio di Grisebach si presenta come un anti-western che evita qualsiasi spettacolarizzazione, preferendo invece un approccio quasi documentaristico capace di immergere lo spettatore nel mondo che la protagonista è costretta ad attraversare. Sul palco, oltre ai consueti ringraziamenti, la regista ha voluto chiamare accanto a sé Yana Radeva, attrice non professionista e presenza fondamentale per l’equilibrio del film, sottolineandone pubblicamente l’importanza. Una scelta audace ma coerente quella di premiare un’opera così radicalmente legata a un cinema dell’osservazione e della dilatazione dei tempi, soprattutto all’interno di una competizione che, nel complesso, ha spesso faticato a trovare veri slanci.

Yana Radeva e Valeska Grisebach, con il Premio della Giuria, al photocall post cerimonia di chiusura
Ed è forse proprio questo il limite principale della selezione ufficiale di quest’anno. Thierry Frémaux ha giocato in parte sul sicuro, costruendo una competizione con pochi titoli realmente capaci di sorprendere come era accaduto nell'edizione precedente. Viene spontaneo chiedersi perché siano stati selezionati film come Garance di Jeanne Herry, Gentle Monster di Marie Kreutzer, Histoires de la nuit di Léa Mysius, oppure opere minori di autori già consolidati come Sheep in the Box di Hirokazu Kore-eda e Amarga Navidad di Pedro Almodóvar. Sono mancati invece film come Resurrection di Bi Gan, O Agente Secreto di Kleber Mendonça Filho o Sirāt di Oliver Laxe, opere che lo scorso anno sono state capaci di stimolare tanto sul piano visivo quanto su quello narrativo. La sensazione è che si sarebbe potuto osare di più, magari recuperando alcuni dei titoli più sorprendenti emersi dalle sezioni parallele, di cui parleremo più avanti.
Fra le poche eccezioni restano comunque i due film che hanno condiviso il premio per la Miglior Regia: La Bola Negra di Javier Ambrossi e Javier Calvo, e Fatherland di Paweł Pawlikowski. Nel caso dei Los Javis (come amano chiamarli nell'ambiente), il loro film ha probabilmente conquistato l’attenzione della Giuria per la forte ambizione nell’intrecciare tre linee temporali diverse, costruendo un racconto sulla memoria e sull’identità attraverso un impianto narrativo che si muove tra passato e presente, fino a sfociare in una riflessione più ampia sull’eredità personale e collettiva.
I due registi spagnoli, visibilmente emozionati, hanno tenuto un discorso altrettanto caloroso in cui hanno prima ricordato la libertà con cui sono riusciti a realizzare questo grande progetto a tema LGBTQ+, sperando di aver reso giustizia alle persone e ai racconti che li hanno preceduti, per poi parlare del cinema e dell’arte come dispositivo di empatia. Hanno infine ringraziato cineasti spagnoli come Rodrigo Sorogoyen e Pedro Almodóvar per averli ispirati e per l’impatto che hanno avuto sul cinema spagnolo contemporaneo.
Quest’ultimo, tra l’altro, ha anche prodotto il film con la sua casa di produzione, El Deseo, ed è esplicitamente citato in uno dei dialoghi. Curioso anche un dato che li accomuna; sia Los Javis che Almodóvar sono riusciti a vincere il premio per la Miglior Regia alla loro prima partecipazione in concorso a Cannes; nel caso di Almodóvar si trattava del 1999, quando trionfò con Todo sobre mi madre. Inoltre, questo riconoscimento ha rappresentato il secondo caso dove un duo di registi vince questo premio - i primi erano stati i fratelli Dardenne.
Passando invece a Pawlikowski, il suo momento è stato attraversato da una certa ironia: il cineasta polacco ha scherzato sulla scarsa organizzazione della cerimonia, lamentando di non aver ricevuto indicazioni su dove posizionarsi mentre i Los Javis stavano tenendo il loro discorso, e arrivando perfino a chiedere, con tono divertito, dove fosse il suo riconoscimento. Probabilmente temeva che i due sarebbero scappati via subito con il riconoscimento, come accadde nel 2022 quando Claire Denis vinse il Gran Premio della Giuria ex aequo con Lukas Dhont e lasciò il palco con il premio in mano.
Non è stato questo il caso di Pawlikowski, a cui è stato “concesso” di posare con il premio dopo il suo discorso. Le sue parole sono forse tra le più convincenti della serata: ha sottolineato come il cinema possa o meno essere un mezzo politico, perché una forzatura in questo senso può produrre effetti contrari. Il Premio alla Regia è il secondo della sua carriera dopo quello vinto per Cold War (2018), e lo inserisce in un gruppo ristretto di registi che include nomi come Robert Bresson, Joel Coen e John Boorman. Due approcci molto diversi alla messa in scena; l’eccesso ambizioso dei Los Javis da un lato, contrapposti al rigore formale e alla sottrazione di Pawlikowski, un contrasto che, alla fine, ha reso il premio particolarmente interessante.

Javier Ambrossi e Javier Calvo, detti Los Javis, sul palco del Grand Théâtre Lumiere che ritirano il Premio per la Miglior Regia
Il Premio per la Miglior Sceneggiatura è stato invece assegnato a Emmanuel Marre per Notre salut, un anti-biopic sulla figura del suo bisnonno Herry Marre. Il tono improvvisato, la struttura da mockumentary e l’inserimento di diversi elementi atemporali rendono la visione del secondo lungometraggio di Marre estremamente accattivante. Il suo intervento sul palco è stato breve e diretto, ma soprattutto politico, con una riflessione sulle forme della violenza e sui dispositivi del potere. Forse il premio alla sceneggiatura è risultato leggermente inaspettato, anche considerando come Swann Arlaud fosse rapidamente diventato uno dei favoriti per la vittoria come Miglior interprete maschile subito dopo la proiezione del film.
Ed è proprio qui che il discorso si sposta ai premi alla recitazione. Se alcuni film hanno faticato a imporsi in modo netto, non si può dire lo stesso delle interpretazioni presentate in concorso. Il livello generale delle performance è stato infatti molto alto, e la sensazione è che sarebbe stato difficile premiare qualcuno che non lo meritasse davvero.
La competizione maschile, più ristretta rispetto a quella femminile, vedeva comunque diversi nomi in corsa; oltre al già citato Arlaud, anche Javier Bardem per El ser querido di Rodrigo Sorogoyen, Sebastian Stan in Fjord e Gilles Lellouche per Moulin di Laszlo Nemes avevano buone possibilità di vittoria. A spuntarla sono stati invece Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, i due giovani protagonisti di Coward di Lukas Dhont.
Ancora una volta il regista belga conferma la sua capacità di dirigere attori senza grande esperienza, costruendo interpretazioni di una naturalezza quasi disarmante. Campagne e Macchia portano sullo schermo i ritratti, fragili e contrastanti, di due ragazzi in guerra, uno segnato dal rifiuto e dalla chiusura, l’altro dalla ricerca di una forma di distrazione artistica per attenuare il peso della realtà. La chimica tra i due interpreti è ciò che sostiene Coward, le loro contraddizioni, le esitazioni emotive e il progressivo avvicinamento sono interamente filtrati attraverso le loro performance.
Al momento della premiazione, l’emozione dei due era evidente, soprattutto nei ringraziamenti a Dhont e nella costruzione condivisa dei personaggi, prima di ringraziare il festival per aver accolto un film che racconta una realtà queer in un contesto raramente esplorato attraverso questa prospettiva.

L’entusiasmo dei giovani Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, vincitori del premio per Miglior Interpretazione Maschile per Coward
La giuria ha adottato un criterio simile anche per la Miglior Interpretazione Femminile e, in una competizione ricca di prove memorabili, a prevalere sono state Virginie Efira e Tao Okamoto per All of a Sudden di Ryusuke Hamaguchi. Più che un premio singolo al regista giapponese, il riconoscimento condiviso sembra voler sottolineare la forza di un meccanismo interpretativo costruito sul dialogo e sulla tenuta emotiva delle due protagoniste.
Il film esplora il rapporto tra la direttrice di una casa di riposo parigina, Marie-Lou Fontaine (Virginie Efira), impegnata nell’introduzione di un approccio di cure più umano e rispettoso della dignità dei pazienti, e una drammaturga giapponese, Mari Morisaki (Tao Okamoto). Il loro incontro, inizialmente accidentale, trasformandosi progressivamente in un legame sempre più complesso. Le lunghe conversazioni che attraversano il film si reggono non solo sulla scrittura di Hamaguchi e Léa Le Dimna, ma soprattutto sulla precisione interpretativa di Efira e Okamoto, che costruiscono due personaggi pienamente vivi.
Una volta annunciato il loro nome, le due attrici non sono riuscite a trattenere l’emozione, in particolare Efira, passata da un pianto liberatorio a un’euforia contagiosa . Nei ringraziamenti hanno sottolineato soprattutto il lavoro del regista giapponese e la costruzione di un’esperienza collettiva più che individuale. La vittoria di Efira appare, in fondo, come un riconoscimento atteso da tempo, era già stata tra le favorite in passato, prima per Sybil (2019) di Justine Triet e poi per Benedetta (2021) di Paul Verhoeven, senza mai arrivare al premio. Dopo anni di presenze importanti ma non coronate al Festival, questa consacrazione internazionale sembra ora consolidare definitivamente il suo status tra le interpreti più importanti del cinema europeo contemporaneo.
Nel complesso, il palmarès di quest’anno non presenta vincitori davvero deludenti; i titoli più acclamati della competizione sono stati premiati, anche se resta la sensazione di qualche assenza significativa tra i riconoscimenti principali. A partire dal già citato El ser querido, che oltre alla prova di Javier Bardem avrebbe potuto facilmente portare a casa anche un premio per Victoria Luengo, o un riconoscimento alla regia per la capacità di Sorogoyen di orchestrare un racconto sul fragile rapporto tra padre e figlia, inserito nel contesto meta-cinematografico delle riprese di un film dopo anni di distanza emotiva.
Un’altra assenza rilevante è quella di L’Inconnue di Arthur Harari, probabilmente uno dei titoli più spiazzanti del concorso. Un film di genere sospeso tra suggestioni lynchiane e struttura rivettiana, in cui il tema della trasmigrazione dei corpi e delle identità diventa il centro di un dispositivo narrativo volutamente instabile. È stata una delle proposte più divisive del Festival, ma anche una delle più radicali nel modo in cui mette in crisi le aspettative dello spettatore.
Chiude il gruppo dei grandi esclusi Hope di Na Hong-jin, altro film che ha diviso profondamente. Pur non avendo convinto pienamente sul piano complessivo, resta difficile non riconoscerne la portata ambiziosa, un monster movie adrenalinico di quasi tre ore, costruito con una scala produttiva e narrativa fuori misura rispetto agli standard del genere. Anche una possibile “vittoria a sorpresa” in una delle categorie principali avrebbe rappresentato un segnale interessante da parte della giuria e, probabilmente, una delle poche vere scosse di un palmarès tutto sommato molto lineare.

Tao Okamoto e Virginie Efira che ritirano il premio di Miglior Interpretazione Femminile per le loro performance in All of a Sudden
Passando ora alla sezione Un Certain Regard, non si può non partire dall’alta qualità della selezione di quest’anno. Sono poche le visioni che hanno deluso, mentre tra i film che hanno colpito maggiormente spiccano l’omaggio al genere slasher Teenage Sex and Death at Camp Miasma di Jane Schoenbrun, il disorientante El deshielo di Manuela Martelli, il coming-of-age post 11 Settembre I’ll Be Gone in June di Katharina Rivilis, il fantasioso Titanic Ocean di Konstantina Kotzamani e il sorprendentemente toccante Club Kid di Jordan Firstman.
In particolare, c’è un film che ha folgorato sin dalla sua prima proiezione, ed è spontaneo chiedersi perché un’opera del genere sia stata “relegata” in questa sezione: Everytime di Sandra Wollner. La sua potenza visiva e narrativa nel raccontare una storia di lutto e alienazione avrebbe probabilmente meritato alla regista austriaca l’ingresso in Competizione Ufficiale. Uno dei film migliori del festival, come confermato anche dalla giuria presieduta da Leïla Bekhti - che contava l'italiana Laura Samani tra i suoi membri - che ha deciso di premiarlo con il riconoscimento più importante.
Il Premio della Giuria è invece stato attribuito a Elephants in the Fog, opera prima di Abinash Bikram Shah, che esplora la comunità transessuale Kimran in un racconto sospeso tra dramma sociale e thriller. Il Premio Speciale della Giuria è andato all’animazione Le Corset, che segue le vicende di un bambino costretto a portare un coretto per via della sua scoliosi. Due premi complessivamente meritati, ma che lasciano comunque qualche perplessità alla luce delle assenze nel palmarès dei titoli citati in precedenza.
Lo stesso discorso si può estendere ai premi interpretativi. Il riconoscimento femminile è andato al cast di Siempre soy tu animal eterno, composto da Daniela Marin Navarro, Marianel Villegas e Marina De Tavira. Tre interpretazioni solide, soprattutto quella di De Tavira, ma non prive di alternative più convincenti, come Naomi Cosma in I’ll Be Gone in June, Saskia Rosendahl in El deshielo e il duo Hannah Einbinder e Gillian Anderson per il film di Schoenbrun.
Analoga impressione anche per la vittoria di Bradley Fiomona Dembeasset per Congo Boy, dove un Jordan Firstman in Club Kid o Tadanobu Asano nel dramma giapponese All the Lovers in the Night di Yukiko Sode avrebbero probabilmente rappresentato scelte altrettanto, se non più, convincenti.

Pawel Pawlikowski che posa con il premio per la Miglior Regia per Fatherland
Uno dei premi collaterali assegnati dal Festival è la Camera d’Or per il miglior lungometraggio di debutto. Quest’anno il vincitore è stato Ben’Imana di Marie-Clémentine Dusabejambo, prima opera di una regista ruandese selezionata a Cannes, ambientata nel 2012 e che racconta i traumi irrisolti del genocidio del 1994. Altra vittoria meritata, anche se sorprende l’assenza di La Gradiva di Marine Atlan, il cui racconto adolescenziale di una gita scolastica di una classe francese a Pompei si è trasformato in uno dei film più acclamati dell’intera edizione del Festival. L'opera ha comunque saputo imporsi come Miglior Film della Semaine de la Critique, un risultato piuttosto prevedibile.
Concludiamo con qualche parola sulla Quinzaine des Cinéastes, che ha proposto una line-up piuttosto interessante: tra grandi autori e nuove scoperte, la selezione ha convinto sotto diversi aspetti. Nuove opere convincenti di registi affermati, come Bruno Dumont con Les Roches Rouge, Clio Barnard con I See Buildings Fall Like Lightning, Lisandro Alonso con La libertad doble e Alain Cavalier con Merci d’être venu, sono state affiancate da opere prime notevoli, come l’animazione We Are Aliens di Kohei Kadowaki e 9 Temples to Heaven di Sompot Chidgasornpongse.
A chiudere il programma, due affascinanti riadattamenti di classici letterari: Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, riadattato nella Nigeria dei nostri giorni in Clarissa, opera prima di Arie e Chuko Esiri, e Journal d’une femme de chambre di Radu Jude, ispirato al romanzo di Octave Mirbeau.
Difficile trarre delle conclusioni su questa 79ª edizione del Festival di Cannes; rimarranno i potenti racconti di Mungiu e Zvyagintsev, insieme all’abbraccio caloroso di Hamaguchi, il rigore di Pawlikowski e la libertà narrativa di Grisebach, l’estro ambizioso dei Los Javis accanto allo sguardo più radicale di Harari, ma anche tante delusioni, film che verranno presto dimenticati. Le sezioni collaterali hanno saputo innalzare il livello generale del festival, ma resta comunque la sensazione che si sarebbe potuto fare di più con la competizione.

Tilda Swinton e il team di Fjord , composto da Renate Reinsve, Cristian Mungiu e Sebastian Stan, mentre ritirano la Palma d’Oro