
NC-378
09.01.2026
Abel Ferrara è una delle voci più potenti e dissonanti dell'intero cinema statunitense. Newyorkese, classe 1951, di origini italiane, dopo una breve esperienza come regista di cinema porno esordisce nel 1979 con The Driller Killer, affermandosi poi gradualmente nel corso degli anni ottanta con film come Ms. 45 (L'angelo della vendetta, 1981), Fear City (Paura su Manhattan 1984), China Girl (1987) e Cat Chaser (Oltre ogni rischio, 1989), ed esperienze televisive come la regia di due episodi di Miami Viace e uno di Crime Story. Gli anni novanta segnano il momento del suo maggior successo, almeno in madre patria, con l'exploit di King of New York del 1990, la di poco successiva Trilogia del peccato - composta da Bad Lieutenant (Il cattivo tenente, 1992) con Harvey Keitel, Dangerous Game (Occhi di serpente, 1993), con Madonna, e The Addiction (1995) - e infine The Funeral (Fratelli, 1996), con Christopher Walken, Chris Penn e Benicio del Toro, tutti film scritti con Nicholas St. John. Negli anni duemila Ferrara si sposta gradualmente verso una dimensione produttiva più europea, trasferendosi a Roma e vincendo, nel 2005, il Leone d'Argento a Venezia con Mary, pellicola di ispirazione biblica a tratti meta-cinematografica interpretata tra gli altri da Juliette Binoche, Forrest Whitaker e Matthew Modine.
Dopo il controverso Go Go Tales del 2007, con Willem Defoe, Bob Hoskins e Asia Argento, il regista avvia un quindicennio caratterizzato da produzioni low budget interpretate però da grandi attori internazionali e presentate nei maggiori festival in giro per il mondo: l’apocalittico d’autore 4:44 Last Day on Earth (4:44 -Ultimo giorno sulla terra, 2011), sempre con Defoe; Welcome to New York del 2014 con Gérard Depardieu e Jacqueline Bisset, liberamente ispirato allo scandalo Strauss-Kah; il biopic, sempre del 2014, Pasolini, con Defoe chiamato a vestire i panni dell’intellettuale e regista italiano e un ricco cast che comprende Riccardo Scamarcio, Maria de Medeiros, Adriana Asti, Valerio Mastrandrea e un redivivo Ninetto Davoli a vestire i panni che sarebbero dovuti essere di Eduardo de Filippo nell’irrealizzato Porno-Teo-Kolossal di P.P.P.; l’introspettivo dittico composto da Tommaso del 2019 e Siberia del 2020, sempre con Willem Defoe come protagonista assoluto; un nuovo apocalittico-distopico d’autore, Zeros and Ones con Ethan Hawke, girato in un’irriconoscibile e crepuscolare Roma; e il curioso film religioso Padre Pio, con Shia LaBeouf nei panni del santo pugliese, molto diverso dalle agiografie cinematografiche e televisive a cui siamo abituati in Italia.
Significativa anche la sua produzione documentaristica degli ultimi anni, con titoli come Napoli Napoli Napoli del 2009, Alive in France e Piazza Vittorio del 2017, The Projectionist del 2019, Sportin’ Life del 2020, sulla sua esperienza durante i primi mesi della pandemia di Coronavirus a Roma, e Turn in the Wound del 2024, curioso collage di una performance di Patti Smith con immagini della guerra in Ucraina e interviste effettuate sul posto dallo stesso Ferrara.

Abel Ferrara a lavoro sul set

La copertina del volume
Da una felice intuizione dell’editrice Elisabetta Sgarbi nasce Scene, il memoir di Abel Ferrara pubblicato da La Nave di Teseo parallelamente alla sua uscita in inglese per Simon & Schuster. Ferrara aveva spesso parlato di sé nei suoi progetti filmici, tanto in documentari come Alive in France e Sportin’ Life quanto in film come Tommaso e Siberia, quest’ultimo dichiaratamente nato a partire dalle sue ossessive immagini interiori e dall’incontro con lo psichiatra Chris Zois, chiamato nel film nelle curiose vesti di co-sceneggiatore. Un memoir però è un altro paio di maniche, ma in questo genere ostico, che spesso può sfociare nell’aneddotica e nel narcisismo, Abel Ferrara colpisce nel segno, consegnando ai lettori un libro che ha tutte le carte in regola per diventare un cult dell’editoria a tema cinematografico.
Come di regola in tutti i memoir di questo tipo, il regista racconta diversi aneddoti sulla sua famiglia, in cui tutti i suoi cugini si chiamavano Abel dal nome del nonno Abele Ferrara, emigrato da Sarno in Campania verso il sogno americano: "credevo di avere un nome molto comune finché non andai là fuori nel mondo e dovetti aspettare di avere trent'anni per incontrare un altro Abel". Il padre prese inizialmente male la sua decisione di dedicarsi al cinema, la madre, invece, che aveva avuto un fratello ballerino di vaudeville fallito, e comprendeva di più le ambizioni artistiche del figlio, diede al giovane un grande supporto: "da quando avevo cominciato a girare filmati in 8 millimetri a sedici anni lei era sempre stata al mio fianco, la finanziatrice su cui potevo contare, che mentre mio padre dormiva tirava fuori dalla tasca dei suoi pantaloni soldi che lui non sapeva neanche di avere. Ecco che tipa era Dorothy O'Brien". Analoghe parole affettuose vengono rivolte da Ferrara a suo zio Bobò; affascinante anche il ritratto della nonna che dà una rappresentazione vivida della vita degli emigrati italiani a New York: “mia nonna vendeva miracoli. Casa sua era piena di immagini e statue di santi. Le donne del circondario entravano e ci appiccicavano sopra le banconote con richieste specifiche. Mia nonna custodiva la memoria di cosa facesse un particolare santo e quali preghiere fossero necessarie e prendeva una commissione. A volte tornando a casa vedevo le statue volare fuori dalla finestra perché non avevano mantenuto le promesse. Lo prendeva come un affronto”.
Scene racconta anche con grande onestà l'alcolismo del padre, il suo problema con il gioco d'azzardo, un tentativo di suicidio a cui era sopravvissuto per pura fortuna, e la decisione di contribuire, alla fine, al finanziamento di 9 Lives of a Wet Pussy, il film d’esordio; nella veglia funebre del padre diversi amici del defunto vennero dal regista per dirgli che avevano investito ventimila dollari in 9 Lives e che volevano avere indietro i loro soldi, come promesso per iscritto a suo tempo, facendo così mergere che il padre di Ferrara aveva raccolto dal suo giro settantacinquemila dollari, donandone a lui e al film solo venticinquemila.

Nella seconda metà degli anni settanta l’inaspettato successo di The Texas Chain Saw Massacre (Non aprite quella porta, 1974) di Tobe Hopper diede un nuovo impulso al cinema indipendente americano, creando delle aspettative (anche eccessive) nei confronti della nuova generazione di registi che momentaneamente facilitarono i finanziamenti di nuovi progetti - "l'idea di raccogliere un minimo investimento, girare un film coi controcazzi e poi vedere che il mondo intero va a guardarlo è un sogno cui non ho intenzione di rinunciare", commenta retrospettivamente Ferrara. Scritto con Nicholas St. John, appena tornato dalla Germania con un master in filosofia dell'università di Wurzburg, 9 Lives of a Wet Pussy era un vero e proprio film pornografico, incentrato su una socialitè che racconta per lettera a un mistico le sue variegate esperienze sessuali. "Quando giunse il momento di scegliere il cast del film non cercammo attori o attrici porno professionisti. Ci eravamo autoconvinti che fosse un film vero, e quindi volevamo gente vera", rievoca Ferrara. "Potevamo anche illuderci di girare Salò, Ultimo tango o un film di Fassbinder, ma questo era un film a luci rosse, con scolate e orgasmi autentici, e oltre a guadagnare una fortuna, la gente finiva dietro le sbarre per queste cose" - fu così che Ferrara si trovò a debuttare come attore porno dopo l'improvviso forfait di uno dei pochi professionisti presenti su quel set.
Costante lungo tutto il memoir è lo sguardo cinico e aneddotico con cui il cineasta racconta il suo rapporto con i produttori che nei decenni si sono avvicendati dietro i finanziamenti dei suoi film, a cominciare dal giro malavitoso che finanziò il suo esordio a luci rosse: "Tommy comincia a spiegare come funziona la faccenda, ossia quello che noi creativi dobbiamo aspettarci, nel migliore dei casi, per il resto della nostra vita. Noi ci mettiamo le idee, l'energia, facciamo gran parte del lavoro e i finanziatori immaginano che in virtù dell'investimento spettino loro tutti i guadagni, quali che siano. Noi possiamo tenerci la gloria. Questi qui erano gangster, quindi non erano obbligati a presentare la cosa con velati sottintesi". In Scene Abel Ferrara esprime senza mezzi termini anche la sua visione sulla “moralità” delle fonti di finanziamento del cinema: “in questo ramo non puoi stare troppo a sottilizzare sulle origini dei tuoi finanziamenti, non andresti mai da nessuna parte. Puoi consolarti dicendoti che facendo un film stai purificando moralmente il capitale, mettendolo al servizio del bene superiore. Quali che possano essere le motivazioni, non ho mai rifiutato un centesimo da un investitore, che arrivasse dallo spaccio di droga, dal commercio di armi o da qualunque altra fonte”.
Sempre in tema di produttori interessante il ritratto che Ferrara traccia di Dino De Laurentiis, “una delle forse cinque persone al mondo in grado di dare da sola il via libera a un film, ma l’unica che poteva farlo seduta stante. Il suo ufficio era nell’edificio della Gulf & Western, che ospitava anche la Paramount. A volte ricevevo una chiamata tipo alle sei del mattino, Dino in persona che mi diceva: ‘Vieni su da me, ti devo parlare’. Lavorava con il fuso europeo, e quando arrivavo era l’unica persona nel palazzo, al telefono a occuparsi dei suoi affari in Italia”, è la descrizione che Ferrara dà del grande produttore italiano espatriato. De Laurentiis aveva rifiutato la sceneggiatura di quello che sarebbe diventato il cult movie di Ferrara King of New York, ma aveva mostrato grande interesse per il ben più fiacco China Girl, un Romeo e Giulietta tra Little Italy e Chinatown, che pure finì per essere realizzato da altri produttori.

L’ultimo lavoro che Abel Ferrara fece per il cinema mainstream americano fu la sua versione del classico della fantascienza he Body Snatchers (L’invasione degli ultracorpi). Dell’unico remake della sua carriera Ferrara ricorda piacevolmente l’incontro con Jack Finney, autore del romanzo a puntate da cui tutto il franchise cinematografico era stato tratto, che lo aveva colpito perché “non covava alcun risentimento per il fatto che dalla sua storia erano stati ricavati tre film di rilievo, e lui non ne aveva ricavato nemmeno cinquecento dollari”; rimarca inoltre di essersi ispirato di più al film del 1956 diretto da Don Siegel che al più celebre remake di Philip Kaufman del 1978 con protagonista Donald Sutherland, il cui urlo finale fu comunque campionato ed utilizzato come leitmotiv del film del 1993. Uscito in Italia con il titolo di Ultracorpi - L’invasione continua, fu uno dei titoli meno apprezzati di tutta la carriera di Ferrara, che dopo quell’esperienza giurò di non girare più film senza avere il diritto al final cut, a costo di andare contro i desiderata delle produzioni, una pratica tipica del cinema europeo molto rara da ottenere invece a Hollywood.
Nei confronti del sistema degli studios americani un’altra pratica odiata da Ferrara è quello dei test screening organizzati per testare la reazione del pubblico verso il termine della fase di post-produzione di un film e fare eventuali correzioni in corso d’opera in caso di criticità: “senza scherzi, i film che escono da Hollywood sono stati rimontati in base alle osservazioni di sedicenni”, è il commento disincantato di Ferrara. Sempre in tema di scrittori in Scene si racconta anche dell'incontro con Elmore Leonard prima della realizzazione del film Oltre ogni rischio, tratto dal romanzo Cat Chaser; Leonard, a detta dell'interessato, successivamente tracciò una caricatura dell'abbigliamento di Ferrara in un passaggio del romanzo La scorciatoia.
Uno dei capitoli più formidabili di Scene è quello dedicato a Bad Lieutenant, forse il film più celebre di tutta la filmografia dell'autore. “In origine il Cattivo Tenente era Christopher Walken. Passammo una settimana insieme a Los Angeles, al Marmont, dando gli ultimi ritocchi alla sceneggiatura. La domenica mattina prima che tornassi a New York per completare i preparativi, facemmo una riunione nella mia stanza, il produttore Ed Pressman, Walken e io. Chris, diretto come sempre, disse: ‘Ed, so cosa vuole adesso Abel, e non posso darglielo’. Poi si alzò, strinse la mano a Pressman e uscì”. Fu così che al suo posto subentrò Harvey Keitel, in una delle performance più eclatanti e viscerali della sua carriera, e l'opera, sin dalla sua apparizione al Festival di Cannes del 1993, si impose come film di culto suscitando numerosi epigoni e diventando anche oggetto di un remake nel 2009 interpretato da Nicolas Cage e diretto da Werner Herzog (con cui Ferrara, non coinvolto nell’operazione, avviò una faida a mezzo stampa poi risolta amichevolmente con un paio di birre a Los Angeles).
Bad Lieutenant è stato analizzato con grande attenzione per i suoi rimandi religiosi e quasi cristologici, ma Ferrara, anche su questo, ha una visione più prosaica: “la gente sostiene che è un film sulla redenzione, o dice che sono un cineasta specializzato in questo. Ma la redenzione è un viaggio, non una destinazione. Il Cattivo Tenente è un tizio devastato dalle droghe che ha un’allucinazione mentre sta tentando di cavarsi con un raggiro da una situazione in cui si è cacciato da solo, e così facendo trascina tutti giù con sé. Ma l’attore si impone sull’intreccio. Tutto è predisposto perché Harvey, l’uomo, esprima qualcosa che ciascuno di noi racchiude nel profondo, ma ben pochi possono lasciar affiorare in superficie la sua umanità, fondamentalmente buona, che sia stato o meno Dio a dargliela”.

Belle anche le pagine di Scene che riguardano il rapporto di Abel Ferrara con le sue attrici, sempre all’insegna della ricerca di una musa: "è una ricerca senza fine, ma come accadde a Godard con Anna Karina, capisci quando l'hai trovata. Zoe [Lund], Béatrice Dalle, Lili Taylor, Asia [Argento], Juliette Binoche, a differenza di Godard o Rossellini non ho sposato nessuna di loro, e il rapporto è rimasto quasi sempre professionale, ma l'ossessione era la stessa". In realtà Scene contiene anche la rivelazione di un vorticoso rapporto sentimentale sopra le righe tra Ferrara e Asia Argento, di cui finora non era mai emersa notizia. Sull’incontro con Juliette Binoche per confermare la sua partecipazione come protagonista in Mary del 2005, meta-film incentrato su un’attrice alle prese con il complesso personaggio di Maria Maddalena: “lei tirò fuori la sceneggiatura, la aprì, e non riuscii a vedere altro che cancellature, sottolineature e commenti. Persino il retro delle pagine era coperto di suoi appunti. Mi disse che erano cinque anni che pensava di fare un film su Maria Maddalena, ma quel progetto si era arenato. Sentii che la situazione si stava ribaltando. Non stavo più facendo un’audizione a un’attrice, ma era lei che mi stava facendo un’audizione come regista. Cominciò a parlare del Vangelo di Maria e del vero rapporto di Maria Maddalena con Gesù. Eravamo fratelli spirituali su tutta la linea. Quando l’incontro finì avevo la mia protagonista” - e sulla strada per l’aeroporto si fermò anche per scritturare una giovane Marion Cotillard, all’epoca pressoché sconosciuta.
“Prendi il cucchiaio e mescoli un po’ di coca con un pizzico di bicarbonato, aggiungi qualche goccia d’acqua e scaldi con l’accendino. Qualunque cosa possano aver aggiunto viene eliminata dal calore e quello che ti resta è qualche cristallo di cocaina pura. L’ideale è avere una pipa di vetro con un filtro a retina. La metti lì e la accendi. Quando la cocaina pura arriva direttamente ai tuoi polmoni e al tuo cervello, provi quello che devi aver provato nel grembo materno, al sicuro, in pace con il mondo intero, un senso di pienezza nello stomaco che il tuo corpo non dimentica mai. Non provarla. Non pensarci neanche. Strappa questa ricetta dal libro e bruciala. Bisognerebbe essere Dante per descrivere dove ti porta un tiro”. Le pagine più ruvide e impressionanti di Scene sono quelle in cui Abel Ferrara racconta senza fronzoli il suo lungo problema di dipendenza dalla droga, che ha segnato più della metà della sua vita. "Dal momento in cui ho fumato la prima canna da adolescente a quello in cui sono entrato in un centro di disintossicazione a sessantun anni non è passato giorno senza che mi sballassi in un modo o nell'altro", scrive Ferrara introducendo per la prima volta nel libro il tema. "Avete presente quella sensazione di aver raggiunto il limite di saturazione, come al Ringraziamento dopo aver mangiato senza tregua per un'ora, quando tutti si ritraggono all’unisono dal tacchino ripieno, dal vino, dai mirtilli rossi, dalla torta di zucca, dicendo: 'Basta così, non ce la faccio più'? Be', io non ho mai avuto quella sensazione". Anche grazie alla scoperta del Buddismo Abel Ferrara decise di disintossicarsi, e nel libro racconta con sincera gratitudine la sua esperienza nella comunità di recupero per tossicodipendenti a Valle di Maddaloni, dalle parti di Caserta.
Scene di Ferrara è la folgorante autobiografia di un regista maledetto, che racconta in maniera frammentaria ma oltremodo coinvolgente la vita di uno dei più influenti nomi-simbolo del cinema indipendente a livello internazionale. Anche se curiosamente Scene salta completamente tutti i film successivi al biografico Pasolini – titoli di rilievo come Tommaso, Siberia e Zeros and Ones, e opere meno riuscite ma comunque interessanti come Padre Pio – il memoir traccia una appassionante cronistoria delle esperienze di vita e di cinema di Ferrara, portandoci nel cuore del suo laboratorio creativo e della sua sensibilità ruvida e al tempo stesso sempre più spirituale. È così che anche sulla carta Scene permette di ritrovare il suo stile caratteristico e tutto l’immaginario che ha reso Abel Ferrara grande - in attesa di ritrovarlo sullo schermo con l’annunciato American Nails.

NC-378
09.01.2026

Abel Ferrara a lavoro sul set
Abel Ferrara è una delle voci più potenti e dissonanti dell'intero cinema statunitense. Newyorkese, classe 1951, di origini italiane, dopo una breve esperienza come regista di cinema porno esordisce nel 1979 con The Driller Killer, affermandosi poi gradualmente nel corso degli anni ottanta con film come Ms. 45 (L'angelo della vendetta, 1981), Fear City (Paura su Manhattan 1984), China Girl (1987) e Cat Chaser (Oltre ogni rischio, 1989), ed esperienze televisive come la regia di due episodi di Miami Viace e uno di Crime Story. Gli anni novanta segnano il momento del suo maggior successo, almeno in madre patria, con l'exploit di King of New York del 1990, la di poco successiva Trilogia del peccato - composta da Bad Lieutenant (Il cattivo tenente, 1992) con Harvey Keitel, Dangerous Game (Occhi di serpente, 1993), con Madonna, e The Addiction (1995) - e infine The Funeral (Fratelli, 1996), con Christopher Walken, Chris Penn e Benicio del Toro, tutti film scritti con Nicholas St. John. Negli anni duemila Ferrara si sposta gradualmente verso una dimensione produttiva più europea, trasferendosi a Roma e vincendo, nel 2005, il Leone d'Argento a Venezia con Mary, pellicola di ispirazione biblica a tratti meta-cinematografica interpretata tra gli altri da Juliette Binoche, Forrest Whitaker e Matthew Modine.
Dopo il controverso Go Go Tales del 2007, con Willem Defoe, Bob Hoskins e Asia Argento, il regista avvia un quindicennio caratterizzato da produzioni low budget interpretate però da grandi attori internazionali e presentate nei maggiori festival in giro per il mondo: l’apocalittico d’autore 4:44 Last Day on Earth (4:44 -Ultimo giorno sulla terra, 2011), sempre con Defoe; Welcome to New York del 2014 con Gérard Depardieu e Jacqueline Bisset, liberamente ispirato allo scandalo Strauss-Kah; il biopic, sempre del 2014, Pasolini, con Defoe chiamato a vestire i panni dell’intellettuale e regista italiano e un ricco cast che comprende Riccardo Scamarcio, Maria de Medeiros, Adriana Asti, Valerio Mastrandrea e un redivivo Ninetto Davoli a vestire i panni che sarebbero dovuti essere di Eduardo de Filippo nell’irrealizzato Porno-Teo-Kolossal di P.P.P.; l’introspettivo dittico composto da Tommaso del 2019 e Siberia del 2020, sempre con Willem Defoe come protagonista assoluto; un nuovo apocalittico-distopico d’autore, Zeros and Ones con Ethan Hawke, girato in un’irriconoscibile e crepuscolare Roma; e il curioso film religioso Padre Pio, con Shia LaBeouf nei panni del santo pugliese, molto diverso dalle agiografie cinematografiche e televisive a cui siamo abituati in Italia.
Significativa anche la sua produzione documentaristica degli ultimi anni, con titoli come Napoli Napoli Napoli del 2009, Alive in France e Piazza Vittorio del 2017, The Projectionist del 2019, Sportin’ Life del 2020, sulla sua esperienza durante i primi mesi della pandemia di Coronavirus a Roma, e Turn in the Wound del 2024, curioso collage di una performance di Patti Smith con immagini della guerra in Ucraina e interviste effettuate sul posto dallo stesso Ferrara.

La copertina del volume
Da una felice intuizione dell’editrice Elisabetta Sgarbi nasce Scene, il memoir di Abel Ferrara pubblicato da La Nave di Teseo parallelamente alla sua uscita in inglese per Simon & Schuster. Ferrara aveva spesso parlato di sé nei suoi progetti filmici, tanto in documentari come Alive in France e Sportin’ Life quanto in film come Tommaso e Siberia, quest’ultimo dichiaratamente nato a partire dalle sue ossessive immagini interiori e dall’incontro con lo psichiatra Chris Zois, chiamato nel film nelle curiose vesti di co-sceneggiatore. Un memoir però è un altro paio di maniche, ma in questo genere ostico, che spesso può sfociare nell’aneddotica e nel narcisismo, Abel Ferrara colpisce nel segno, consegnando ai lettori un libro che ha tutte le carte in regola per diventare un cult dell’editoria a tema cinematografico.
Come di regola in tutti i memoir di questo tipo, il regista racconta diversi aneddoti sulla sua famiglia, in cui tutti i suoi cugini si chiamavano Abel dal nome del nonno Abele Ferrara, emigrato da Sarno in Campania verso il sogno americano: "credevo di avere un nome molto comune finché non andai là fuori nel mondo e dovetti aspettare di avere trent'anni per incontrare un altro Abel". Il padre prese inizialmente male la sua decisione di dedicarsi al cinema, la madre, invece, che aveva avuto un fratello ballerino di vaudeville fallito, e comprendeva di più le ambizioni artistiche del figlio, diede al giovane un grande supporto: "da quando avevo cominciato a girare filmati in 8 millimetri a sedici anni lei era sempre stata al mio fianco, la finanziatrice su cui potevo contare, che mentre mio padre dormiva tirava fuori dalla tasca dei suoi pantaloni soldi che lui non sapeva neanche di avere. Ecco che tipa era Dorothy O'Brien". Analoghe parole affettuose vengono rivolte da Ferrara a suo zio Bobò; affascinante anche il ritratto della nonna che dà una rappresentazione vivida della vita degli emigrati italiani a New York: “mia nonna vendeva miracoli. Casa sua era piena di immagini e statue di santi. Le donne del circondario entravano e ci appiccicavano sopra le banconote con richieste specifiche. Mia nonna custodiva la memoria di cosa facesse un particolare santo e quali preghiere fossero necessarie e prendeva una commissione. A volte tornando a casa vedevo le statue volare fuori dalla finestra perché non avevano mantenuto le promesse. Lo prendeva come un affronto”.
Scene racconta anche con grande onestà l'alcolismo del padre, il suo problema con il gioco d'azzardo, un tentativo di suicidio a cui era sopravvissuto per pura fortuna, e la decisione di contribuire, alla fine, al finanziamento di 9 Lives of a Wet Pussy, il film d’esordio; nella veglia funebre del padre diversi amici del defunto vennero dal regista per dirgli che avevano investito ventimila dollari in 9 Lives e che volevano avere indietro i loro soldi, come promesso per iscritto a suo tempo, facendo così mergere che il padre di Ferrara aveva raccolto dal suo giro settantacinquemila dollari, donandone a lui e al film solo venticinquemila.

Nella seconda metà degli anni settanta l’inaspettato successo di The Texas Chain Saw Massacre (Non aprite quella porta, 1974) di Tobe Hopper diede un nuovo impulso al cinema indipendente americano, creando delle aspettative (anche eccessive) nei confronti della nuova generazione di registi che momentaneamente facilitarono i finanziamenti di nuovi progetti - "l'idea di raccogliere un minimo investimento, girare un film coi controcazzi e poi vedere che il mondo intero va a guardarlo è un sogno cui non ho intenzione di rinunciare", commenta retrospettivamente Ferrara. Scritto con Nicholas St. John, appena tornato dalla Germania con un master in filosofia dell'università di Wurzburg, 9 Lives of a Wet Pussy era un vero e proprio film pornografico, incentrato su una socialitè che racconta per lettera a un mistico le sue variegate esperienze sessuali. "Quando giunse il momento di scegliere il cast del film non cercammo attori o attrici porno professionisti. Ci eravamo autoconvinti che fosse un film vero, e quindi volevamo gente vera", rievoca Ferrara. "Potevamo anche illuderci di girare Salò, Ultimo tango o un film di Fassbinder, ma questo era un film a luci rosse, con scolate e orgasmi autentici, e oltre a guadagnare una fortuna, la gente finiva dietro le sbarre per queste cose" - fu così che Ferrara si trovò a debuttare come attore porno dopo l'improvviso forfait di uno dei pochi professionisti presenti su quel set.
Costante lungo tutto il memoir è lo sguardo cinico e aneddotico con cui il cineasta racconta il suo rapporto con i produttori che nei decenni si sono avvicendati dietro i finanziamenti dei suoi film, a cominciare dal giro malavitoso che finanziò il suo esordio a luci rosse: "Tommy comincia a spiegare come funziona la faccenda, ossia quello che noi creativi dobbiamo aspettarci, nel migliore dei casi, per il resto della nostra vita. Noi ci mettiamo le idee, l'energia, facciamo gran parte del lavoro e i finanziatori immaginano che in virtù dell'investimento spettino loro tutti i guadagni, quali che siano. Noi possiamo tenerci la gloria. Questi qui erano gangster, quindi non erano obbligati a presentare la cosa con velati sottintesi". In Scene Abel Ferrara esprime senza mezzi termini anche la sua visione sulla “moralità” delle fonti di finanziamento del cinema: “in questo ramo non puoi stare troppo a sottilizzare sulle origini dei tuoi finanziamenti, non andresti mai da nessuna parte. Puoi consolarti dicendoti che facendo un film stai purificando moralmente il capitale, mettendolo al servizio del bene superiore. Quali che possano essere le motivazioni, non ho mai rifiutato un centesimo da un investitore, che arrivasse dallo spaccio di droga, dal commercio di armi o da qualunque altra fonte”.
Sempre in tema di produttori interessante il ritratto che Ferrara traccia di Dino De Laurentiis, “una delle forse cinque persone al mondo in grado di dare da sola il via libera a un film, ma l’unica che poteva farlo seduta stante. Il suo ufficio era nell’edificio della Gulf & Western, che ospitava anche la Paramount. A volte ricevevo una chiamata tipo alle sei del mattino, Dino in persona che mi diceva: ‘Vieni su da me, ti devo parlare’. Lavorava con il fuso europeo, e quando arrivavo era l’unica persona nel palazzo, al telefono a occuparsi dei suoi affari in Italia”, è la descrizione che Ferrara dà del grande produttore italiano espatriato. De Laurentiis aveva rifiutato la sceneggiatura di quello che sarebbe diventato il cult movie di Ferrara King of New York, ma aveva mostrato grande interesse per il ben più fiacco China Girl, un Romeo e Giulietta tra Little Italy e Chinatown, che pure finì per essere realizzato da altri produttori.

L’ultimo lavoro che Abel Ferrara fece per il cinema mainstream americano fu la sua versione del classico della fantascienza he Body Snatchers (L’invasione degli ultracorpi). Dell’unico remake della sua carriera Ferrara ricorda piacevolmente l’incontro con Jack Finney, autore del romanzo a puntate da cui tutto il franchise cinematografico era stato tratto, che lo aveva colpito perché “non covava alcun risentimento per il fatto che dalla sua storia erano stati ricavati tre film di rilievo, e lui non ne aveva ricavato nemmeno cinquecento dollari”; rimarca inoltre di essersi ispirato di più al film del 1956 diretto da Don Siegel che al più celebre remake di Philip Kaufman del 1978 con protagonista Donald Sutherland, il cui urlo finale fu comunque campionato ed utilizzato come leitmotiv del film del 1993. Uscito in Italia con il titolo di Ultracorpi - L’invasione continua, fu uno dei titoli meno apprezzati di tutta la carriera di Ferrara, che dopo quell’esperienza giurò di non girare più film senza avere il diritto al final cut, a costo di andare contro i desiderata delle produzioni, una pratica tipica del cinema europeo molto rara da ottenere invece a Hollywood.
Nei confronti del sistema degli studios americani un’altra pratica odiata da Ferrara è quello dei test screening organizzati per testare la reazione del pubblico verso il termine della fase di post-produzione di un film e fare eventuali correzioni in corso d’opera in caso di criticità: “senza scherzi, i film che escono da Hollywood sono stati rimontati in base alle osservazioni di sedicenni”, è il commento disincantato di Ferrara. Sempre in tema di scrittori in Scene si racconta anche dell'incontro con Elmore Leonard prima della realizzazione del film Oltre ogni rischio, tratto dal romanzo Cat Chaser; Leonard, a detta dell'interessato, successivamente tracciò una caricatura dell'abbigliamento di Ferrara in un passaggio del romanzo La scorciatoia.
Uno dei capitoli più formidabili di Scene è quello dedicato a Bad Lieutenant, forse il film più celebre di tutta la filmografia dell'autore. “In origine il Cattivo Tenente era Christopher Walken. Passammo una settimana insieme a Los Angeles, al Marmont, dando gli ultimi ritocchi alla sceneggiatura. La domenica mattina prima che tornassi a New York per completare i preparativi, facemmo una riunione nella mia stanza, il produttore Ed Pressman, Walken e io. Chris, diretto come sempre, disse: ‘Ed, so cosa vuole adesso Abel, e non posso darglielo’. Poi si alzò, strinse la mano a Pressman e uscì”. Fu così che al suo posto subentrò Harvey Keitel, in una delle performance più eclatanti e viscerali della sua carriera, e l'opera, sin dalla sua apparizione al Festival di Cannes del 1993, si impose come film di culto suscitando numerosi epigoni e diventando anche oggetto di un remake nel 2009 interpretato da Nicolas Cage e diretto da Werner Herzog (con cui Ferrara, non coinvolto nell’operazione, avviò una faida a mezzo stampa poi risolta amichevolmente con un paio di birre a Los Angeles).
Bad Lieutenant è stato analizzato con grande attenzione per i suoi rimandi religiosi e quasi cristologici, ma Ferrara, anche su questo, ha una visione più prosaica: “la gente sostiene che è un film sulla redenzione, o dice che sono un cineasta specializzato in questo. Ma la redenzione è un viaggio, non una destinazione. Il Cattivo Tenente è un tizio devastato dalle droghe che ha un’allucinazione mentre sta tentando di cavarsi con un raggiro da una situazione in cui si è cacciato da solo, e così facendo trascina tutti giù con sé. Ma l’attore si impone sull’intreccio. Tutto è predisposto perché Harvey, l’uomo, esprima qualcosa che ciascuno di noi racchiude nel profondo, ma ben pochi possono lasciar affiorare in superficie la sua umanità, fondamentalmente buona, che sia stato o meno Dio a dargliela”.

Belle anche le pagine di Scene che riguardano il rapporto di Abel Ferrara con le sue attrici, sempre all’insegna della ricerca di una musa: "è una ricerca senza fine, ma come accadde a Godard con Anna Karina, capisci quando l'hai trovata. Zoe [Lund], Béatrice Dalle, Lili Taylor, Asia [Argento], Juliette Binoche, a differenza di Godard o Rossellini non ho sposato nessuna di loro, e il rapporto è rimasto quasi sempre professionale, ma l'ossessione era la stessa". In realtà Scene contiene anche la rivelazione di un vorticoso rapporto sentimentale sopra le righe tra Ferrara e Asia Argento, di cui finora non era mai emersa notizia. Sull’incontro con Juliette Binoche per confermare la sua partecipazione come protagonista in Mary del 2005, meta-film incentrato su un’attrice alle prese con il complesso personaggio di Maria Maddalena: “lei tirò fuori la sceneggiatura, la aprì, e non riuscii a vedere altro che cancellature, sottolineature e commenti. Persino il retro delle pagine era coperto di suoi appunti. Mi disse che erano cinque anni che pensava di fare un film su Maria Maddalena, ma quel progetto si era arenato. Sentii che la situazione si stava ribaltando. Non stavo più facendo un’audizione a un’attrice, ma era lei che mi stava facendo un’audizione come regista. Cominciò a parlare del Vangelo di Maria e del vero rapporto di Maria Maddalena con Gesù. Eravamo fratelli spirituali su tutta la linea. Quando l’incontro finì avevo la mia protagonista” - e sulla strada per l’aeroporto si fermò anche per scritturare una giovane Marion Cotillard, all’epoca pressoché sconosciuta.
“Prendi il cucchiaio e mescoli un po’ di coca con un pizzico di bicarbonato, aggiungi qualche goccia d’acqua e scaldi con l’accendino. Qualunque cosa possano aver aggiunto viene eliminata dal calore e quello che ti resta è qualche cristallo di cocaina pura. L’ideale è avere una pipa di vetro con un filtro a retina. La metti lì e la accendi. Quando la cocaina pura arriva direttamente ai tuoi polmoni e al tuo cervello, provi quello che devi aver provato nel grembo materno, al sicuro, in pace con il mondo intero, un senso di pienezza nello stomaco che il tuo corpo non dimentica mai. Non provarla. Non pensarci neanche. Strappa questa ricetta dal libro e bruciala. Bisognerebbe essere Dante per descrivere dove ti porta un tiro”. Le pagine più ruvide e impressionanti di Scene sono quelle in cui Abel Ferrara racconta senza fronzoli il suo lungo problema di dipendenza dalla droga, che ha segnato più della metà della sua vita. "Dal momento in cui ho fumato la prima canna da adolescente a quello in cui sono entrato in un centro di disintossicazione a sessantun anni non è passato giorno senza che mi sballassi in un modo o nell'altro", scrive Ferrara introducendo per la prima volta nel libro il tema. "Avete presente quella sensazione di aver raggiunto il limite di saturazione, come al Ringraziamento dopo aver mangiato senza tregua per un'ora, quando tutti si ritraggono all’unisono dal tacchino ripieno, dal vino, dai mirtilli rossi, dalla torta di zucca, dicendo: 'Basta così, non ce la faccio più'? Be', io non ho mai avuto quella sensazione". Anche grazie alla scoperta del Buddismo Abel Ferrara decise di disintossicarsi, e nel libro racconta con sincera gratitudine la sua esperienza nella comunità di recupero per tossicodipendenti a Valle di Maddaloni, dalle parti di Caserta.
Scene di Ferrara è la folgorante autobiografia di un regista maledetto, che racconta in maniera frammentaria ma oltremodo coinvolgente la vita di uno dei più influenti nomi-simbolo del cinema indipendente a livello internazionale. Anche se curiosamente Scene salta completamente tutti i film successivi al biografico Pasolini – titoli di rilievo come Tommaso, Siberia e Zeros and Ones, e opere meno riuscite ma comunque interessanti come Padre Pio – il memoir traccia una appassionante cronistoria delle esperienze di vita e di cinema di Ferrara, portandoci nel cuore del suo laboratorio creativo e della sua sensibilità ruvida e al tempo stesso sempre più spirituale. È così che anche sulla carta Scene permette di ritrovare il suo stile caratteristico e tutto l’immaginario che ha reso Abel Ferrara grande - in attesa di ritrovarlo sullo schermo con l’annunciato American Nails.
