
di Omar Franini
NC-416
16.04.2026
La carriera di Michel Gondry viene spesso ridotta, ingiustamente, a un singolo film, Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci, ti cancello, 2004). Se da una parte è doveroso riconoscere l’estro creativo del cineasta nell’aver realizzato una delle opere più importanti degli anni Duemila, dall’altra è altrettanto necessario prestare maggiore attenzione al resto della sua filmografia.
Negli ultimi anni, infatti, Gondry si è dedicato parallelamente a due progetti. Da un lato Golden, biopic su Pharrell Williams, che avrebbe visto protagonista Kelvin Harrison Jr.: un film già girato, ma cancellato lo scorso anno in fase di post-produzione. Dall’altro, un progetto più intimo, nato dall’amore per la figlia Maya. Durante i lunghi periodi di lontananza dalla bambina, il regista ha infatti ideato un modo per raccontarle favole della buonanotte attraverso il cinema e l’animazione.
Nasce così Maya, donne-moi un titre, che, dopo essere stato presentato per la prima volta al Festival di Berlino nel 2024, viene riproposto in occasione della seconda edizione degli Stop e-Motion Days.
Il progetto non nasce come qualcosa di programmato, ma piuttosto come una necessità, una forma di connessione. Tutto ha inizio quando Maya aveva tre anni, momento in cui Gondry realizzò un piccolo cartone animato in occasione del suo compleanno. Da lì si è innescato un meccanismo quasi spontaneo, in cui la bambina dava un “titolo” al padre e lui si divertiva a costruire le storie usando la propria immaginazione. C’era anche una regola dichiarata: “più il titolo è folle, meglio è”. Ed è proprio per questo che, essendo il progetto sviluppato nell’arco di sei anni, le storie raccontate all’interno del film diventano progressivamente sempre più articolate e assurde.

Maya, donne-moi un titre (2024)

L'approccio "rudimentale" alle immagini
Ma prima di entrare nel dettaglio di questi racconti, è necessario soffermarsi sul modo in cui sono stati costruiti. L’approccio adottato da Gondry è infatti volutamente semplice, quasi rudimentale, e riflette una precisa scelta estetica. L’animazione utilizzata è per lo più artigianale: oggetti di uso quotidiano, carta, cartone e materiali di recupero vengono messi in movimento attraverso una stop-motion essenziale, realizzata ritagliando e animando manualmente sagome e figure, spesso visibilmente manipolate all’interno dell’inquadratura. Il film non cerca mai la perfezione formale, ma anzi valorizza l’imperfezione come parte integrante del processo creativo. A questa si affiancano disegni bidimensionali e soluzioni visive elementari, spesso realizzate attraverso sovrapposizioni e piccoli trucchi analogici, che rendono sempre visibile il dispositivo dell’animazione. Gondry non è nuovo alla sperimentazione con il medium cinematografico ed infatti il film si inserisce perfettamente all’interno della sua poetica, richiamando esperimenti già visti in Be Kind Rewind (2008), dove l’inventiva nasceva proprio dalla limitazione dei mezzi.
Allo stesso modo, anche la costruzione dei racconti segue un principio di estrema libertà. Ogni storia prende forma a partire da un titolo suggerito da Maya, che diventa per Gondry un vincolo creativo da cui sviluppare narrazioni brevi, autoconclusive e spesso governate da una logica associativa più che lineare. Ne derivano episodi che si muovono costantemente tra il senso e l’assurdo, in un equilibrio precario ma estremamente fertile. Con il passare del tempo, e quindi con la crescita della bambina, anche i racconti si trasformano, diventando progressivamente più complessi e stratificati, pur mantenendo intatta quella spontaneità originaria che costituisce il cuore del progetto. Maya, donne-moi un titre si configura non solo come una raccolta di storie, ma come una vera e propria traccia del processo creativo condiviso tra padre e figlia.
A emergere con forza, all’interno di questa struttura libera, è proprio la natura dei racconti, che si presentano come variazioni continue sul tema dell’avventura e della trasformazione. Maya è di volta in volta reporter, esploratrice, poliziotta o creatura fantastica: in uno degli episodi più emblematici documenta le rovine di un terremoto, conducendo un’indagine che la porta fino al centro della Terra, dove scopre che il padre, suonando la batteria, è responsabile del disastro; altrove desidera semplicemente volare, oppure si ritrova rimpicciolita all’interno di una vasca da bagno. Non mancano derive apertamente fiabesche, come la metamorfosi in sirena o le sequenze ambientate in mare, dove Maya assume il ruolo di capitano di una nave carica di ketchup e si trova a fronteggiare una catastrofe ecologica risolta attraverso un’idea tanto infantile quanto geniale.

Una sequenza del lungometraggio
Accanto a questi episodi, Gondry inserisce anche brevi digressioni metanarrative e momenti di rottura, in cui il dispositivo si apre verso l’esterno: il viaggio di un weekend della madre a Stoccolma, oppure lo stesso regista che si mette in scena mentre “cerca” nuovi personaggi da animare. Altre storie seguono invece una logica ancora più accumulativa e anarchica, come quella di Maya poliziotta alle prese con tre gatti ladri e una proliferazione incontrollata di prigioni e robot giganti, in una spirale narrativa che sembra rifiutare qualsiasi forma di chiusura.
Ciò che accomuna tutti questi racconti non è tanto la coerenza interna, quanto il loro procedere per deviazioni improvvise e soluzioni imprevedibili. Anche nei momenti più semplici, come Maya su un’amaca o nella leggerezza della canzone finale popolata da animali fantastici, il film conserva quella dimensione di gioco continuo che ne costituisce l’essenza. Più che storie nel senso tradizionale del termine, si tratta di ipotesi narrative, esperimenti immaginativi che trovano la loro ragion d’essere non nella costruzione di un mondo credibile, ma nella possibilità, sempre rinnovata, di inventarne uno nuovo. Non sorprende, allora, che questo dispositivo resti aperto e potenzialmente replicabile, come dimostra il successivo Maya, donne-moi un autre titre, presentato ad Annecy e ancora inedito in Italia, a conferma di un progetto che trova proprio nella sua continuità la sua forma più coerente.

Maya, donne-moi un titre (2024)
di Omar Franini
NC-416
16.04.2026

Maya, donne-moi un titre (2024)
La carriera di Michel Gondry viene spesso ridotta, ingiustamente, a un singolo film, Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci, ti cancello, 2004). Se da una parte è doveroso riconoscere l’estro creativo del cineasta nell’aver realizzato una delle opere più importanti degli anni Duemila, dall’altra è altrettanto necessario prestare maggiore attenzione al resto della sua filmografia.
Negli ultimi anni, infatti, Gondry si è dedicato parallelamente a due progetti. Da un lato Golden, biopic su Pharrell Williams, che avrebbe visto protagonista Kelvin Harrison Jr.: un film già girato, ma cancellato lo scorso anno in fase di post-produzione. Dall’altro, un progetto più intimo, nato dall’amore per la figlia Maya. Durante i lunghi periodi di lontananza dalla bambina, il regista ha infatti ideato un modo per raccontarle favole della buonanotte attraverso il cinema e l’animazione.
Nasce così Maya, donne-moi un titre, che, dopo essere stato presentato per la prima volta al Festival di Berlino nel 2024, viene riproposto in occasione della seconda edizione degli Stop e-Motion Days.
Il progetto non nasce come qualcosa di programmato, ma piuttosto come una necessità, una forma di connessione. Tutto ha inizio quando Maya aveva tre anni, momento in cui Gondry realizzò un piccolo cartone animato in occasione del suo compleanno. Da lì si è innescato un meccanismo quasi spontaneo, in cui la bambina dava un “titolo” al padre e lui si divertiva a costruire le storie usando la propria immaginazione. C’era anche una regola dichiarata: “più il titolo è folle, meglio è”. Ed è proprio per questo che, essendo il progetto sviluppato nell’arco di sei anni, le storie raccontate all’interno del film diventano progressivamente sempre più articolate e assurde.

L'approccio "rudimentale" alle immagini
Ma prima di entrare nel dettaglio di questi racconti, è necessario soffermarsi sul modo in cui sono stati costruiti. L’approccio adottato da Gondry è infatti volutamente semplice, quasi rudimentale, e riflette una precisa scelta estetica. L’animazione utilizzata è per lo più artigianale: oggetti di uso quotidiano, carta, cartone e materiali di recupero vengono messi in movimento attraverso una stop-motion essenziale, realizzata ritagliando e animando manualmente sagome e figure, spesso visibilmente manipolate all’interno dell’inquadratura. Il film non cerca mai la perfezione formale, ma anzi valorizza l’imperfezione come parte integrante del processo creativo. A questa si affiancano disegni bidimensionali e soluzioni visive elementari, spesso realizzate attraverso sovrapposizioni e piccoli trucchi analogici, che rendono sempre visibile il dispositivo dell’animazione. Gondry non è nuovo alla sperimentazione con il medium cinematografico ed infatti il film si inserisce perfettamente all’interno della sua poetica, richiamando esperimenti già visti in Be Kind Rewind (2008), dove l’inventiva nasceva proprio dalla limitazione dei mezzi.
Allo stesso modo, anche la costruzione dei racconti segue un principio di estrema libertà. Ogni storia prende forma a partire da un titolo suggerito da Maya, che diventa per Gondry un vincolo creativo da cui sviluppare narrazioni brevi, autoconclusive e spesso governate da una logica associativa più che lineare. Ne derivano episodi che si muovono costantemente tra il senso e l’assurdo, in un equilibrio precario ma estremamente fertile. Con il passare del tempo, e quindi con la crescita della bambina, anche i racconti si trasformano, diventando progressivamente più complessi e stratificati, pur mantenendo intatta quella spontaneità originaria che costituisce il cuore del progetto. Maya, donne-moi un titre si configura non solo come una raccolta di storie, ma come una vera e propria traccia del processo creativo condiviso tra padre e figlia.
A emergere con forza, all’interno di questa struttura libera, è proprio la natura dei racconti, che si presentano come variazioni continue sul tema dell’avventura e della trasformazione. Maya è di volta in volta reporter, esploratrice, poliziotta o creatura fantastica: in uno degli episodi più emblematici documenta le rovine di un terremoto, conducendo un’indagine che la porta fino al centro della Terra, dove scopre che il padre, suonando la batteria, è responsabile del disastro; altrove desidera semplicemente volare, oppure si ritrova rimpicciolita all’interno di una vasca da bagno. Non mancano derive apertamente fiabesche, come la metamorfosi in sirena o le sequenze ambientate in mare, dove Maya assume il ruolo di capitano di una nave carica di ketchup e si trova a fronteggiare una catastrofe ecologica risolta attraverso un’idea tanto infantile quanto geniale.

Una sequenza del lungometraggio
Accanto a questi episodi, Gondry inserisce anche brevi digressioni metanarrative e momenti di rottura, in cui il dispositivo si apre verso l’esterno: il viaggio di un weekend della madre a Stoccolma, oppure lo stesso regista che si mette in scena mentre “cerca” nuovi personaggi da animare. Altre storie seguono invece una logica ancora più accumulativa e anarchica, come quella di Maya poliziotta alle prese con tre gatti ladri e una proliferazione incontrollata di prigioni e robot giganti, in una spirale narrativa che sembra rifiutare qualsiasi forma di chiusura.
Ciò che accomuna tutti questi racconti non è tanto la coerenza interna, quanto il loro procedere per deviazioni improvvise e soluzioni imprevedibili. Anche nei momenti più semplici, come Maya su un’amaca o nella leggerezza della canzone finale popolata da animali fantastici, il film conserva quella dimensione di gioco continuo che ne costituisce l’essenza. Più che storie nel senso tradizionale del termine, si tratta di ipotesi narrative, esperimenti immaginativi che trovano la loro ragion d’essere non nella costruzione di un mondo credibile, ma nella possibilità, sempre rinnovata, di inventarne uno nuovo. Non sorprende, allora, che questo dispositivo resti aperto e potenzialmente replicabile, come dimostra il successivo Maya, donne-moi un autre titre, presentato ad Annecy e ancora inedito in Italia, a conferma di un progetto che trova proprio nella sua continuità la sua forma più coerente.

Maya, donne-moi un titre (2024)