
di Omar Franini
NC-402
17.03.2026
“And the winner is… Paul Thomas Anderson”
Ci sono voluti un po’ di anni, forse più del dovuto, ma finalmente quello che rappresenta il riconoscimento più importante a Hollywood è stato attribuito a Paul Thomas Anderson. Dopo ben undici nomination tra produzione, regia e sceneggiatura nel corso degli ultimi vent’anni, il rinomato autore americano ha calcato il palcoscenico del Dolby Theatre ben tre volte per One Battle After Another, al termine di una stagione quasi da sogno, durante la quale sono arrivati premi in quasi ogni cerimonia.
Non bisogna però negare come questa stagione dei premi sia stata piuttosto estenuante. Le ultime settimane ne sono state la prova: ogni film, ormai presentato da mesi, è stato contornato da controversie di ogni tipo, politiche e non; discussioni sul valore dell’opera e del balletto riaccese dalle recenti dichiarazioni di Timothée Chalamet, e persino polemiche decisamente più bizzarre… come il fatto che un’attrice detesti i gatti. In poche parole, spostare la cerimonia a marzo si è rivelata più una mossa detrimentale che una scelta azzeccata.
Il discorso che ha riguardato i due film che hanno dominato questa stagione, One Battle After Another e Sinners, era ormai diventato piuttosto snervante, con i soliti argomenti pro e contro per entrambi i contendenti che si protraevano da mesi. Ciò che ha reso leggermente più interessante la strada verso gli Academy Awards sono stati gli esiti dei BAFTA Awards e degli Actor Awards (gli ex Screen Actors Guild Awards) nelle categorie attoriali, oltre a qualche possibile sorpresa nei reparti tecnici.
Ma andando con ordine, bisogna affrontare e dare una conclusione alla “rivalità” tra Sinners e One Battle After Another. Le sedici nomination ricevute dal film di Ryan Coogler (nuovo record raggiunto), la sempre più certa vittoria di Michael B. Jordan, oltre alle insidie rappresentate da Wunmi Mosaku e Delroy Lindo nelle categorie degli attori non protagonisti, potevano far pendere l’ago della bilancia verso Sinners. Analizzando però il percorso del decimo film di Paul Thomas Anderson, si può notare quanto questo scenario fosse in realtà poco probabile.
Per dare un’idea chiara, One Battle After Another ha trionfato in quasi ogni precursore che portava agli Oscar, mostrando un forte sostegno da parte dell’industria cinematografica. Uno scenario che negli ultimi decenni si è visto raramente, replicato solo da pochi film, come Forrest Gump nel 1994/95. Una vittoria quindi piuttosto netta per PTA: la vera insidia rappresentata da Ryan Coogler si annidava per lo più in categorie principali dove i due non competevano direttamente, come quella di sceneggiatura; originale per Coogler, adattata per Anderson con la sua rielaborazione di Vineland di Thomas Pynchon. Per quanto riguarda la miglior regia, Anderson non ha letteralmente perso un premio televisivo lungo tutta la stagione, e un upset da parte di Coogler sembrava ormai impossibile. E così è stato.


Il team di One Battle After Another (Una battaglia dopo l'altra, 2025)
One Battle After Another si è portato a casa ben sei statuette. La prima di queste è arrivata nella categoria di miglior casting, nuova, e piuttosto attesa, introduzione di quest’anno. Alla vigilia della cerimonia si pronosticava una vittoria per Sinners dopo il trionfo come miglior cast agli Actor Awards, ma si tratta di due categorie completamente differenti. Quella introdotta dall’Academy non premia l’ensemble di attori, bensì coloro che hanno avuto un ruolo chiave nella loro selezione; forse proprio la scoperta della talentuosa Chase Infiniti ha giocato un ruolo determinante nella vittoria di Cassandra Kulukundis per One Battle After Another.
Un premio più che meritato, anche se forse il lavoro di Gabriel Domingues per O Agente Secreto, nel trovare i volti giusti per incarnare i turbolenti anni Settanta brasiliani, aveva qualche marcia in più per quella vittoria (improbabile) che molti di noi speravano. La direttrice del casting, storica collaboratrice di PTA, ha tenuto un discorso sentito incentrato sull’importanza del ruolo nella produzione dei film, per poi virare ironicamente sul fatto di aver vinto un Oscar prima di Anderson. Momento di vanto durato più o meno mezz’ora, visto che il regista è salito sul palco poco dopo per ritirare il suo primo Oscar della serata per la miglior sceneggiatura non originale, alla sesta candidatura per la scrittura. Sul palco il discorso si è concentrato prima sull’omaggio a Thomas Pynchon, e poi sulla sua famiglia, tra cui Maya Rudolph, ricordando come abbia scritto il film per i figli, quasi a chiedere scusa del caos che la sua generazione ha lasciato in eredità al loro futuro. Il premio alla sceneggiatura ha segnato un percorso privo di ostacoli per Anderson: una vittoria così netta non si vedeva da quella di Aaron Sorkin per The Social Network (2010).
Ma prima di quest’ultimo traguardo, c’era stata l’assegnazione del premio come miglior attore non protagonista a Sean Penn per il suo sensazionale lavoro nei panni del Colonnello Lockjaw, in quella che si può definire una delle migliori interpretazioni della carriera dell’attore americano. La terza statuetta arriva dopo le due vittorie nella categoria di protagonista per Mystic River (2003) di Clint Eastwood e Milk (2008) di Gus Van Sant, e si aggiunge a un già notevole palmarès. Soprattutto se si considera che è uno dei pochi attori ad aver vinto anche la tripletta dei festival europei (Berlino nel 1996 con Dead Man Walking, Cannes nel 1997 con She’s So Lovely, Venezia nel 1998 per Hurlyburly e nel 2003 per 21 Grams) per quattro performance che non gli sono nemmeno valse l’Oscar.
Quello che stupisce di più della vittoria di Penn è il percorso atipico che l’ha portato a questo risultato. Spesso si parla di narrativa, ovvero di come l’Academy tenda a riconoscere determinate traiettorie che accompagnano la vittoria di un attore; e, visti i due riconoscimenti già ottenuti, questo non era il caso di Sean Penn. Un altro fattore è sicuramente la campagna promozionale con cui un attore cerca di attirare l’attenzione sul proprio lavoro e, ancora una volta, questo non è stato il caso di Penn. A parte le presenze alle varie premiere di One Battle After Another, l’attore non ha spinto molto per promuovere il film, anche perché non ce n’era davvero bisogno vista la presenza di Teyana Taylor, Chase Infiniti e Leonardo DiCaprio. Dopo la presenza ai Golden Globes, dove Stellan Skarsgård ha trionfato per Sentimental Value, Penn è praticamente scomparso dal circuito delle premiazioni.
Ed è paradossale che proprio dopo i Globes sia iniziata la sua "dominazione". In una categoria che fino a un mese fa sembrava apertissima, con Penn, Skarsgård, Benicio del Toro e Jacob Elordi praticamente a pari merito dopo la spartizione dei principali premi televisivi e della critica statunitense, Penn ha iniziato a prendere il sopravvento con la vittoria ai BAFTA, seguita subito da quella agli Actor Awards, ponendolo in una posizione quasi impossibile da sovrastare.
Nelle scorse settimane si era anche iniziato a fantasticare su una possibile vittoria di Delroy Lindo per Sinners, uno scenario che aveva a dire il vero un precedente piuttosto interessante con Marcia Gay Harden, quando vinse nel 2001 per Pollock (2000). Le chance erano davvero poche, e la vittoria di Sean Penn non ha quindi stupito. Inoltre, l’assenza dell’attore è stata giustificata dalla sua presenza in Ucraina per supportare il presidente Volodymyr Zelenskyy, un rapporto di solidarietà che prosegue dall’inizio della guerra nel 2022.
Il quarto, e piuttosto scontato, premio per One Battle After Another è arrivato nella categoria di miglior montaggio. Non c’erano particolari dubbi sulla vittoria di Andy Jurgensen, che aveva dominato la categoria per tutta la stagione. Sul palco ha tenuto uno dei discorsi più convincenti della serata, ringraziando il team dietro le quinte, Paul Thomas Anderson e il cast del film, per poi dedicare un pensiero alla zia, archivista per oltre venticinque anni all’Academy, che gli aveva fatto scoprire alcuni dei film più iconici della storia del cinema, contribuendo, indirettamente, a portarlo fin lì.
A chiudere il bottino del film sono state le vittorie per miglior regia e miglior film. Nella prima, Anderson ha optato per un discorso semplice e diretto, elogiando gli altri nominati e ringraziando chi ha creduto nel progetto. Ritirando il premio principale della serata, si è invece soffermato sul significato stesso della parola “best”, sottolineando come sia impossibile ridurre il cinema a una singola eccellenza. Il riferimento è andato alla cinquina del 1975 (Barry Lyndon di Stanley Kubrick, Dog Day Afternoon di Sidney Lumet, Jaws di Steven Spielberg, Nashville di Robert Altman e One Flew Over the Cuckoo's Nest di Miloš Formam) per poi ringraziare il cast e chiudere ufficialmente la cerimonia.

Paul Thomas Anderson con i tre Oscar vinti
Per quanto riguarda Sinners, il record delle sedici nomination sarà ricordato anche per il numero di sconfitte: dodici. Le quattro vittorie ottenute raccontano comunque un percorso significativo, a partire dalla miglior sceneggiatura originale, mai realmente in discussione. Marty Supreme non è mai sembrato una minaccia concreta, mentre i contendenti internazionali, Sentimental Value e It Was Just an Accident, non sono riusciti a trovare spazio nei principali premi televisivi. Sul palco, Ryan Coogler ha tenuto un discorso personale, ringraziando la famiglia e il team creativo. Una vittoria prevedibile, quasi un riconoscimento complessivo al traguardo raggiunto dal film, ma che lascia comunque qualche perplessità, con almeno uno dei titoli esclusi che avrebbe meritato di più.
L’Oscar a Ludwig Göransson rappresentava l’altra grande certezza per Sinners, portando a tre il totale delle sue statuette dopo Black Panther (2018) e Oppenheimer (2023). Un trionfo meritato per un lavoro di grande impatto, in una categoria dove solo Jonny Greenwood sembrava poter impensierire il compositore svedese.
Più sorprendente, invece, l’esito della miglior fotografia. Michael Baumann, forte delle vittorie ai principali precursori, incluso il premio della American Society of Cinematographers, sembrava destinato a completare il percorso, ma a spuntarla è stata Autumn Durald Arkapaw, che ha così firmato una vittoria storica, diventando la prima donna a imporsi nella categoria.
Passando al miglior attore, la corsa alla statuetta ha subito una svolta inattesa nelle ultime settimane. Timothée Chalamet è passato dall’essere il favorito indiscusso a perdere terreno in quasi ogni appuntamento chiave. Una parabola curiosa, ma difficilmente attribuibile alle sue recenti dichiarazioni poiché le votazioni erano già concluse. Più plausibile, invece, che l’eccessiva esposizione mediatica abbia finito per giocargli contro. Chalamet ha dominato la stagione in termini di visibilità, contribuendo anche al successo commerciale di Marty Supreme, ma senza riuscire a consolidare quel consenso necessario per la vittoria finale.
Il trionfo è andato a Michael B. Jordan, una scelta che lascia spazio a qualche riserva. Il suo doppio ruolo nei panni dei fratelli Smoke e Stack non raggiunge la profondità che ci si potrebbe aspettare; la distinzione tra i due passa spesso per elementi superficiali, gestualità, mimica, più che per una reale complessità psicologica. Responsabilità condivisa con la scrittura di Coogler, che propone personaggi a tratti solo abbozzati. Non un vincitore inadeguato, ma probabilmente la collaborazione meno incisiva del sodalizio tra i due, soprattutto se confrontata con Fruitvale Station (2013) e Creed (2015).
Considerando il livello della cinquina, la sua presenza risulta anche quella meno in linea con un gruppo che ambiva a essere tra i più solidi degli ultimi anni. Chalamet sembrava a un passo da una consacrazione che avrebbe avuto senso anche in chiave futura: il rischio, ora, è quello già visto con altri attori, tra cui Leonardo DiCaprio, costretti ad attendere anni per poi vincere con interpretazioni meno rappresentative del proprio talento. Dopo la vittoria ai Golden Globes (categoria commedia/musicale) e le successive sconfitte ai BAFTA Awards e agli Actor Awards, il suo percorso si era ormai complicato irrimediabilmente.
Sul palco, Jordan ha tenuto un discorso in linea con quelli già ascoltati durante la stagione: personale, centrato sulla famiglia e sul rapporto con Coogler, con un omaggio ad alcuni grandi interpreti afroamericani premiati prima di lui, come Jamie Foxx e Denzel Washington.

Ryan Coogler, Ludwig Göransson, Autumn Durald Arkapaw e Michael B. Jordan, i quattro vincitori per Sinners (2025)
Se una certa incertezza ha caratterizzato la categoria maschile, lo stesso non si può dire per quella femminile. La vittoria di Jessie Buckley per Hamnet non è mai stata realmente in discussione, una performance intensa e dolorosa che ha conquistato pubblico e critica lungo tutta la stagione. Nulla ha potuto Rose Byrne, eccellente in If I Had Legs I'd Kick You di Mary Bronstein, ma mai davvero in grado di insidiare la favorita. Buckley ha chiuso con un discorso incentrato sulla maternità, dopo i ringraziamenti di rito, ricordando come la cerimonia coincidesse con la Festa della Mamma nel Regno Unito, un tema che ha attraversato anche la sua interpretazione.
A chiudere il quartetto degli attori vincitori è stata Amy Madigan, che con l’iconica interpretazione di Zia Gladys in Weapons è riuscita a trionfare in una categoria particolarmente competitiva. Alla vigilia della cerimonia, infatti, lo scenario era tutt’altro che definito: non sarebbe stato sorprendente vedere prevalere Wunmi Mosaku per Sinners, probabilmente la prova più incisiva dell’ensemble diretto da Coogler, oppure Teyana Taylor per One Battle After Another. Quest’ultima sembrava in vantaggio dopo la vittoria ai Golden Globes, salvo poi perdere terreno con il successo di Mosaku ai BAFTA e con l’affermazione di Madigan agli Actor Awards. Tre percorsi differenti, tre interpretazioni meritevoli, ma con dinamiche diverse; Taylor e Mosaku potevano contare sul peso specifico dei rispettivi film, autentici protagonisti della stagione, mentre la nomination di Madigan era l’unica per Weapons di Zach Cregger. Non è neppure la prima volta che l’attrice si trova in una posizione simile: quarant’anni fa aveva ottenuto la sua precedente candidatura per Twice in a Lifetime (1985) di Bud Yorkin, anch’essa in solitaria. Questa volta, però, la forza della performance ha superato ogni ostacolo, consegnandole un premio più che meritato per uno dei personaggi più significativi dell’annata, accompagnato da un discorso al Dolby Theatre tra i più riusciti della serata, personale, ironico e sentito, con un affettuoso ringraziamento al marito Ed Harris.
Un’altra categoria rimasta incerta fino all’ultimo è stata quella di miglior film internazionale, dove Sentimental Value di Joachim Trier e O Agente Secreto si sono contesi la vittoria fino alla fine. Il film di Trier partiva con il vantaggio di un’opera più accessibile, un dramma familiare forte di nove nomination complessive, mentre la proposta brasiliana puntava sull’onda emotiva generata dal successo storico di Ainda Estou Aqui (Io sono ancora qui, 2024) di Walter Salles, che aveva riportato il Brasile alla vittoria l’anno precedente. A spuntarla è stato Trier, in un trionfo solido e pienamente giustificato, in una cinquina che comprendeva anche It Was Just an Accident di Jafar Panahi e Sirāt di Oliver Laxe. Il suo discorso è stato tra i più intensi della cerimonia, aperto da una citazione di James Baldwin sulla responsabilità morale verso le nuove generazioni e proseguito con un appello al valore del cinema internazionale come spazio di dialogo e unità oltre le divisioni politiche.
Nelle categorie tecniche non si sono registrate grandi sorprese. Frankenstein ha conquistato tre statuette per miglior costumi, scenografia e trucco e acconciatura, confermandosi uno dei titoli più solidi sul piano estetico, mentre F1 ha ottenuto il premio per il miglior suono, risultato accolto con qualche riserva considerando anche la presenza del team sonoro di Sirāt. Per gli effetti speciali, il terzo capitolo della saga Avatar ha portato a casa l’Oscar, settimo riconoscimento attribuito a un film diretto da James Cameron, che mantiene così il record assoluto sin dal primo Avatar (2009), dove aveva raggiunto la quinta vittoria nella categoria.

Joachim Trier con alle spalle il cast ed il team di Sentimental Value (2025)
Tra i documentari, Mr. Nobody Against Putin di David Borenstein ha superato il favorito The Perfect Neighbour di Geeta Gandbhir: il film segue Pavel Talankin, giovane insegnante che documenta la trasformazione del sistema scolastico sotto l’influenza della propaganda legata alla guerra in Ucraina, e nel discorso di ringraziamento il regista e il protagonista hanno ribadito l’importanza della pace e della responsabilità morale contro ogni forma di manipolazione ideologica. Il premio per il miglior cortometraggio documentario è andato a All the Empty Rooms di Joshua Seftel, un’opera intensa che racconta il lavoro di un giornalista e di un fotografo impegnati a documentare le stanze lasciate vuote dalle vittime delle sparatorie nelle scuole, mentre nella categoria narrativa si è assistito a uno dei rari ex aequo nella storia degli Oscar, con il premio condiviso tra The Singers di Sam A. Davis e il favorito Two People Exchanging Saliva di Alexandre Singh e Natalie Musteata, quest’ultimo forte anche di un cast di rilievo tra cui Vicky Krieps e Zar Amir Ebrahimi.
Grande protagonista nella sezione animazione è stato KPop Demon Hunters di Chris Appelhans e Maggie Kang, vincitore sia come miglior film d’animazione sia per la canzone “Golden”, ormai fenomeno globale da mesi, anche se la seconda premiazione ha registrato uno dei momenti più discussi della serata, con l’interruzione dopo il discorso iniziale di EJAE da parte della musica di accompagnamento. Nel complesso, la cerimonia è stata fluida grazie alla conduzione di Conan O’Brien, capace di mantenere ritmo e leggerezza con battute spesso efficaci, anche se le continue frecciate a Timothée Chalamet rispetto alle sue dichiarazioni su opera e balletto hanno finito per risultare ripetitive. Tra le scelte meno equilibrate, la gestione delle esibizioni della categoria miglior canzone originale, con solo due brani eseguiti dal vivo, “Golden” e “I Lied to You” da Sinners, lasciando gli altri nominati senza spazio sul palco, una decisione che avrebbe forse meritato maggiore coerenza, pur regalando al pubblico l’immagine insolita di Steven Spielberg con un lightstick in mano.
Concludiamo questa analisi degli Oscar con il tradizionale segmento In Memoriam, dedicato alle personalità del cinema scomparse negli ultimi dodici mesi, in una celebrazione più lunga del solito e particolarmente sentita, arricchita dagli interventi di Billy Crystal per Rob Reiner, Rachel McAdams per Diane Keaton e Barbra Streisand per Robert Redford, quest’ultima con un omaggio musicale sulle note di The Way We Were (1973), in un momento di grande intensità emotiva capace di coniugare sobrietà e partecipazione.

La consueta foto che celebra gli interpreti vincitori
di Omar Franini
NC-402
17.03.2026

“And the winner is… Paul Thomas Anderson”
Ci sono voluti un po’ di anni, forse più del dovuto, ma finalmente quello che rappresenta il riconoscimento più importante a Hollywood è stato attribuito a Paul Thomas Anderson. Dopo ben undici nomination tra produzione, regia e sceneggiatura nel corso degli ultimi vent’anni, il rinomato autore americano ha calcato il palcoscenico del Dolby Theatre ben tre volte per One Battle After Another, al termine di una stagione quasi da sogno, durante la quale sono arrivati premi in quasi ogni cerimonia.
Non bisogna però negare come questa stagione dei premi sia stata piuttosto estenuante. Le ultime settimane ne sono state la prova: ogni film, ormai presentato da mesi, è stato contornato da controversie di ogni tipo, politiche e non; discussioni sul valore dell’opera e del balletto riaccese dalle recenti dichiarazioni di Timothée Chalamet, e persino polemiche decisamente più bizzarre… come il fatto che un’attrice detesti i gatti. In poche parole, spostare la cerimonia a marzo si è rivelata più una mossa detrimentale che una scelta azzeccata.
Il discorso che ha riguardato i due film che hanno dominato questa stagione, One Battle After Another e Sinners, era ormai diventato piuttosto snervante, con i soliti argomenti pro e contro per entrambi i contendenti che si protraevano da mesi. Ciò che ha reso leggermente più interessante la strada verso gli Academy Awards sono stati gli esiti dei BAFTA Awards e degli Actor Awards (gli ex Screen Actors Guild Awards) nelle categorie attoriali, oltre a qualche possibile sorpresa nei reparti tecnici.
Ma andando con ordine, bisogna affrontare e dare una conclusione alla “rivalità” tra Sinners e One Battle After Another. Le sedici nomination ricevute dal film di Ryan Coogler (nuovo record raggiunto), la sempre più certa vittoria di Michael B. Jordan, oltre alle insidie rappresentate da Wunmi Mosaku e Delroy Lindo nelle categorie degli attori non protagonisti, potevano far pendere l’ago della bilancia verso Sinners. Analizzando però il percorso del decimo film di Paul Thomas Anderson, si può notare quanto questo scenario fosse in realtà poco probabile.
Per dare un’idea chiara, One Battle After Another ha trionfato in quasi ogni precursore che portava agli Oscar, mostrando un forte sostegno da parte dell’industria cinematografica. Uno scenario che negli ultimi decenni si è visto raramente, replicato solo da pochi film, come Forrest Gump nel 1994/95. Una vittoria quindi piuttosto netta per PTA: la vera insidia rappresentata da Ryan Coogler si annidava per lo più in categorie principali dove i due non competevano direttamente, come quella di sceneggiatura; originale per Coogler, adattata per Anderson con la sua rielaborazione di Vineland di Thomas Pynchon. Per quanto riguarda la miglior regia, Anderson non ha letteralmente perso un premio televisivo lungo tutta la stagione, e un upset da parte di Coogler sembrava ormai impossibile. E così è stato.

Il team di One Battle After Another (Una battaglia dopo l'altra, 2025)
One Battle After Another si è portato a casa ben sei statuette. La prima di queste è arrivata nella categoria di miglior casting, nuova, e piuttosto attesa, introduzione di quest’anno. Alla vigilia della cerimonia si pronosticava una vittoria per Sinners dopo il trionfo come miglior cast agli Actor Awards, ma si tratta di due categorie completamente differenti. Quella introdotta dall’Academy non premia l’ensemble di attori, bensì coloro che hanno avuto un ruolo chiave nella loro selezione; forse proprio la scoperta della talentuosa Chase Infiniti ha giocato un ruolo determinante nella vittoria di Cassandra Kulukundis per One Battle After Another.
Un premio più che meritato, anche se forse il lavoro di Gabriel Domingues per O Agente Secreto, nel trovare i volti giusti per incarnare i turbolenti anni Settanta brasiliani, aveva qualche marcia in più per quella vittoria (improbabile) che molti di noi speravano. La direttrice del casting, storica collaboratrice di PTA, ha tenuto un discorso sentito incentrato sull’importanza del ruolo nella produzione dei film, per poi virare ironicamente sul fatto di aver vinto un Oscar prima di Anderson. Momento di vanto durato più o meno mezz’ora, visto che il regista è salito sul palco poco dopo per ritirare il suo primo Oscar della serata per la miglior sceneggiatura non originale, alla sesta candidatura per la scrittura. Sul palco il discorso si è concentrato prima sull’omaggio a Thomas Pynchon, e poi sulla sua famiglia, tra cui Maya Rudolph, ricordando come abbia scritto il film per i figli, quasi a chiedere scusa del caos che la sua generazione ha lasciato in eredità al loro futuro. Il premio alla sceneggiatura ha segnato un percorso privo di ostacoli per Anderson: una vittoria così netta non si vedeva da quella di Aaron Sorkin per The Social Network (2010).
Ma prima di quest’ultimo traguardo, c’era stata l’assegnazione del premio come miglior attore non protagonista a Sean Penn per il suo sensazionale lavoro nei panni del Colonnello Lockjaw, in quella che si può definire una delle migliori interpretazioni della carriera dell’attore americano. La terza statuetta arriva dopo le due vittorie nella categoria di protagonista per Mystic River (2003) di Clint Eastwood e Milk (2008) di Gus Van Sant, e si aggiunge a un già notevole palmarès. Soprattutto se si considera che è uno dei pochi attori ad aver vinto anche la tripletta dei festival europei (Berlino nel 1996 con Dead Man Walking, Cannes nel 1997 con She’s So Lovely, Venezia nel 1998 per Hurlyburly e nel 2003 per 21 Grams) per quattro performance che non gli sono nemmeno valse l’Oscar.
Quello che stupisce di più della vittoria di Penn è il percorso atipico che l’ha portato a questo risultato. Spesso si parla di narrativa, ovvero di come l’Academy tenda a riconoscere determinate traiettorie che accompagnano la vittoria di un attore; e, visti i due riconoscimenti già ottenuti, questo non era il caso di Sean Penn. Un altro fattore è sicuramente la campagna promozionale con cui un attore cerca di attirare l’attenzione sul proprio lavoro e, ancora una volta, questo non è stato il caso di Penn. A parte le presenze alle varie premiere di One Battle After Another, l’attore non ha spinto molto per promuovere il film, anche perché non ce n’era davvero bisogno vista la presenza di Teyana Taylor, Chase Infiniti e Leonardo DiCaprio. Dopo la presenza ai Golden Globes, dove Stellan Skarsgård ha trionfato per Sentimental Value, Penn è praticamente scomparso dal circuito delle premiazioni.
Ed è paradossale che proprio dopo i Globes sia iniziata la sua "dominazione". In una categoria che fino a un mese fa sembrava apertissima, con Penn, Skarsgård, Benicio del Toro e Jacob Elordi praticamente a pari merito dopo la spartizione dei principali premi televisivi e della critica statunitense, Penn ha iniziato a prendere il sopravvento con la vittoria ai BAFTA, seguita subito da quella agli Actor Awards, ponendolo in una posizione quasi impossibile da sovrastare.
Nelle scorse settimane si era anche iniziato a fantasticare su una possibile vittoria di Delroy Lindo per Sinners, uno scenario che aveva a dire il vero un precedente piuttosto interessante con Marcia Gay Harden, quando vinse nel 2001 per Pollock (2000). Le chance erano davvero poche, e la vittoria di Sean Penn non ha quindi stupito. Inoltre, l’assenza dell’attore è stata giustificata dalla sua presenza in Ucraina per supportare il presidente Volodymyr Zelenskyy, un rapporto di solidarietà che prosegue dall’inizio della guerra nel 2022.
Il quarto, e piuttosto scontato, premio per One Battle After Another è arrivato nella categoria di miglior montaggio. Non c’erano particolari dubbi sulla vittoria di Andy Jurgensen, che aveva dominato la categoria per tutta la stagione. Sul palco ha tenuto uno dei discorsi più convincenti della serata, ringraziando il team dietro le quinte, Paul Thomas Anderson e il cast del film, per poi dedicare un pensiero alla zia, archivista per oltre venticinque anni all’Academy, che gli aveva fatto scoprire alcuni dei film più iconici della storia del cinema, contribuendo, indirettamente, a portarlo fin lì.
A chiudere il bottino del film sono state le vittorie per miglior regia e miglior film. Nella prima, Anderson ha optato per un discorso semplice e diretto, elogiando gli altri nominati e ringraziando chi ha creduto nel progetto. Ritirando il premio principale della serata, si è invece soffermato sul significato stesso della parola “best”, sottolineando come sia impossibile ridurre il cinema a una singola eccellenza. Il riferimento è andato alla cinquina del 1975 (Barry Lyndon di Stanley Kubrick, Dog Day Afternoon di Sidney Lumet, Jaws di Steven Spielberg, Nashville di Robert Altman e One Flew Over the Cuckoo's Nest di Miloš Formam) per poi ringraziare il cast e chiudere ufficialmente la cerimonia.

Paul Thomas Anderson con i tre Oscar vinti
Per quanto riguarda Sinners, il record delle sedici nomination sarà ricordato anche per il numero di sconfitte: dodici. Le quattro vittorie ottenute raccontano comunque un percorso significativo, a partire dalla miglior sceneggiatura originale, mai realmente in discussione. Marty Supreme non è mai sembrato una minaccia concreta, mentre i contendenti internazionali, Sentimental Value e It Was Just an Accident, non sono riusciti a trovare spazio nei principali premi televisivi. Sul palco, Ryan Coogler ha tenuto un discorso personale, ringraziando la famiglia e il team creativo. Una vittoria prevedibile, quasi un riconoscimento complessivo al traguardo raggiunto dal film, ma che lascia comunque qualche perplessità, con almeno uno dei titoli esclusi che avrebbe meritato di più.
L’Oscar a Ludwig Göransson rappresentava l’altra grande certezza per Sinners, portando a tre il totale delle sue statuette dopo Black Panther (2018) e Oppenheimer (2023). Un trionfo meritato per un lavoro di grande impatto, in una categoria dove solo Jonny Greenwood sembrava poter impensierire il compositore svedese.
Più sorprendente, invece, l’esito della miglior fotografia. Michael Baumann, forte delle vittorie ai principali precursori, incluso il premio della American Society of Cinematographers, sembrava destinato a completare il percorso, ma a spuntarla è stata Autumn Durald Arkapaw, che ha così firmato una vittoria storica, diventando la prima donna a imporsi nella categoria.
Passando al miglior attore, la corsa alla statuetta ha subito una svolta inattesa nelle ultime settimane. Timothée Chalamet è passato dall’essere il favorito indiscusso a perdere terreno in quasi ogni appuntamento chiave. Una parabola curiosa, ma difficilmente attribuibile alle sue recenti dichiarazioni poiché le votazioni erano già concluse. Più plausibile, invece, che l’eccessiva esposizione mediatica abbia finito per giocargli contro. Chalamet ha dominato la stagione in termini di visibilità, contribuendo anche al successo commerciale di Marty Supreme, ma senza riuscire a consolidare quel consenso necessario per la vittoria finale.
Il trionfo è andato a Michael B. Jordan, una scelta che lascia spazio a qualche riserva. Il suo doppio ruolo nei panni dei fratelli Smoke e Stack non raggiunge la profondità che ci si potrebbe aspettare; la distinzione tra i due passa spesso per elementi superficiali, gestualità, mimica, più che per una reale complessità psicologica. Responsabilità condivisa con la scrittura di Coogler, che propone personaggi a tratti solo abbozzati. Non un vincitore inadeguato, ma probabilmente la collaborazione meno incisiva del sodalizio tra i due, soprattutto se confrontata con Fruitvale Station (2013) e Creed (2015).
Considerando il livello della cinquina, la sua presenza risulta anche quella meno in linea con un gruppo che ambiva a essere tra i più solidi degli ultimi anni. Chalamet sembrava a un passo da una consacrazione che avrebbe avuto senso anche in chiave futura: il rischio, ora, è quello già visto con altri attori, tra cui Leonardo DiCaprio, costretti ad attendere anni per poi vincere con interpretazioni meno rappresentative del proprio talento. Dopo la vittoria ai Golden Globes (categoria commedia/musicale) e le successive sconfitte ai BAFTA Awards e agli Actor Awards, il suo percorso si era ormai complicato irrimediabilmente.
Sul palco, Jordan ha tenuto un discorso in linea con quelli già ascoltati durante la stagione: personale, centrato sulla famiglia e sul rapporto con Coogler, con un omaggio ad alcuni grandi interpreti afroamericani premiati prima di lui, come Jamie Foxx e Denzel Washington.

Ryan Coogler, Ludwig Göransson, Autumn Durald Arkapaw e Michael B. Jordan, i quattro vincitori per Sinners (2025)
Se una certa incertezza ha caratterizzato la categoria maschile, lo stesso non si può dire per quella femminile. La vittoria di Jessie Buckley per Hamnet non è mai stata realmente in discussione, una performance intensa e dolorosa che ha conquistato pubblico e critica lungo tutta la stagione. Nulla ha potuto Rose Byrne, eccellente in If I Had Legs I'd Kick You di Mary Bronstein, ma mai davvero in grado di insidiare la favorita. Buckley ha chiuso con un discorso incentrato sulla maternità, dopo i ringraziamenti di rito, ricordando come la cerimonia coincidesse con la Festa della Mamma nel Regno Unito, un tema che ha attraversato anche la sua interpretazione.
A chiudere il quartetto degli attori vincitori è stata Amy Madigan, che con l’iconica interpretazione di Zia Gladys in Weapons è riuscita a trionfare in una categoria particolarmente competitiva. Alla vigilia della cerimonia, infatti, lo scenario era tutt’altro che definito: non sarebbe stato sorprendente vedere prevalere Wunmi Mosaku per Sinners, probabilmente la prova più incisiva dell’ensemble diretto da Coogler, oppure Teyana Taylor per One Battle After Another. Quest’ultima sembrava in vantaggio dopo la vittoria ai Golden Globes, salvo poi perdere terreno con il successo di Mosaku ai BAFTA e con l’affermazione di Madigan agli Actor Awards. Tre percorsi differenti, tre interpretazioni meritevoli, ma con dinamiche diverse; Taylor e Mosaku potevano contare sul peso specifico dei rispettivi film, autentici protagonisti della stagione, mentre la nomination di Madigan era l’unica per Weapons di Zach Cregger. Non è neppure la prima volta che l’attrice si trova in una posizione simile: quarant’anni fa aveva ottenuto la sua precedente candidatura per Twice in a Lifetime (1985) di Bud Yorkin, anch’essa in solitaria. Questa volta, però, la forza della performance ha superato ogni ostacolo, consegnandole un premio più che meritato per uno dei personaggi più significativi dell’annata, accompagnato da un discorso al Dolby Theatre tra i più riusciti della serata, personale, ironico e sentito, con un affettuoso ringraziamento al marito Ed Harris.
Un’altra categoria rimasta incerta fino all’ultimo è stata quella di miglior film internazionale, dove Sentimental Value di Joachim Trier e O Agente Secreto si sono contesi la vittoria fino alla fine. Il film di Trier partiva con il vantaggio di un’opera più accessibile, un dramma familiare forte di nove nomination complessive, mentre la proposta brasiliana puntava sull’onda emotiva generata dal successo storico di Ainda Estou Aqui (Io sono ancora qui, 2024) di Walter Salles, che aveva riportato il Brasile alla vittoria l’anno precedente. A spuntarla è stato Trier, in un trionfo solido e pienamente giustificato, in una cinquina che comprendeva anche It Was Just an Accident di Jafar Panahi e Sirāt di Oliver Laxe. Il suo discorso è stato tra i più intensi della cerimonia, aperto da una citazione di James Baldwin sulla responsabilità morale verso le nuove generazioni e proseguito con un appello al valore del cinema internazionale come spazio di dialogo e unità oltre le divisioni politiche.
Nelle categorie tecniche non si sono registrate grandi sorprese. Frankenstein ha conquistato tre statuette per miglior costumi, scenografia e trucco e acconciatura, confermandosi uno dei titoli più solidi sul piano estetico, mentre F1 ha ottenuto il premio per il miglior suono, risultato accolto con qualche riserva considerando anche la presenza del team sonoro di Sirāt. Per gli effetti speciali, il terzo capitolo della saga Avatar ha portato a casa l’Oscar, settimo riconoscimento attribuito a un film diretto da James Cameron, che mantiene così il record assoluto sin dal primo Avatar (2009), dove aveva raggiunto la quinta vittoria nella categoria.

Joachim Trier con alle spalle il cast ed il team di Sentimental Value (2025)
Tra i documentari, Mr. Nobody Against Putin di David Borenstein ha superato il favorito The Perfect Neighbour di Geeta Gandbhir: il film segue Pavel Talankin, giovane insegnante che documenta la trasformazione del sistema scolastico sotto l’influenza della propaganda legata alla guerra in Ucraina, e nel discorso di ringraziamento il regista e il protagonista hanno ribadito l’importanza della pace e della responsabilità morale contro ogni forma di manipolazione ideologica. Il premio per il miglior cortometraggio documentario è andato a All the Empty Rooms di Joshua Seftel, un’opera intensa che racconta il lavoro di un giornalista e di un fotografo impegnati a documentare le stanze lasciate vuote dalle vittime delle sparatorie nelle scuole, mentre nella categoria narrativa si è assistito a uno dei rari ex aequo nella storia degli Oscar, con il premio condiviso tra The Singers di Sam A. Davis e il favorito Two People Exchanging Saliva di Alexandre Singh e Natalie Musteata, quest’ultimo forte anche di un cast di rilievo tra cui Vicky Krieps e Zar Amir Ebrahimi.
Grande protagonista nella sezione animazione è stato KPop Demon Hunters di Chris Appelhans e Maggie Kang, vincitore sia come miglior film d’animazione sia per la canzone “Golden”, ormai fenomeno globale da mesi, anche se la seconda premiazione ha registrato uno dei momenti più discussi della serata, con l’interruzione dopo il discorso iniziale di EJAE da parte della musica di accompagnamento. Nel complesso, la cerimonia è stata fluida grazie alla conduzione di Conan O’Brien, capace di mantenere ritmo e leggerezza con battute spesso efficaci, anche se le continue frecciate a Timothée Chalamet rispetto alle sue dichiarazioni su opera e balletto hanno finito per risultare ripetitive. Tra le scelte meno equilibrate, la gestione delle esibizioni della categoria miglior canzone originale, con solo due brani eseguiti dal vivo, “Golden” e “I Lied to You” da Sinners, lasciando gli altri nominati senza spazio sul palco, una decisione che avrebbe forse meritato maggiore coerenza, pur regalando al pubblico l’immagine insolita di Steven Spielberg con un lightstick in mano.
Concludiamo questa analisi degli Oscar con il tradizionale segmento In Memoriam, dedicato alle personalità del cinema scomparse negli ultimi dodici mesi, in una celebrazione più lunga del solito e particolarmente sentita, arricchita dagli interventi di Billy Crystal per Rob Reiner, Rachel McAdams per Diane Keaton e Barbra Streisand per Robert Redford, quest’ultima con un omaggio musicale sulle note di The Way We Were (1973), in un momento di grande intensità emotiva capace di coniugare sobrietà e partecipazione.

La consueta foto che celebra gli interpreti vincitori