
di Mattia Pescitelli
NC-386
27.01.2026
Pochi altri autori hanno forgiato il modo di raccontare e mettere in scena storie come ha fatto William Shakespeare. Dopo quattrocento anni, i lavori del Bardo sono la base per le storie che più ci colpiscono maggiormente, che siano su una pagina, uno schermo lucido o proiettati su teli candidi. Non serve esplicitare chiaramente le proprie intenzioni: l’essenza drammaturgica si fa strada da sola e si adatta alle più svariate situazioni, dalla New York del crimine organizzato alla steppa africana. Sorprende, quindi, che accanto a tutte le storie forgiate da una tale mente non si trovi quasi mai quella del suo autore.
La figura di Shakespeare è molto controversa e sfuggente. Nato a Stratford-Upon-Avon nel 1564, si hanno informazioni frammentarie riguardo la sua infanzia. Figlio di un guantaio, il giovane William ha ricevuto un’educazione modesta in degli istituti non lontani da casa, ma non si ha prova che sia mai approdato agli studi universitari. Ha trovato l’amore quasi subito, sposandosi a diciotto anni con Anne Hathaway. Insieme hanno avuto tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet.
Da qui in poi, gli storiografi chiamano il periodo antecedente l’esordio a Londra gli “anni perduti”, perché non si hanno notizie certe rispetto alla strada che lo ha condotto sui palchi londinesi. Dopo anni scanditi dai successi che tutti conosciamo, si ritira a vita privata e muore a Stratford nel 1616.In cinquantadue anni di vita, il drammaturgo ha generato un’eredità letteraria fuori scala, cambiando per sempre il modo in cui ci relazioniamo con la messinscena.

Un ritratto di William Shakespeare
Il cinema ha abbracciato e accompagnato sin dai suoi albori il teatro nel “nuovo mondo” anche e soprattutto attraverso l’adattamento delle opere del poeta. Eppure, la sua storia rimane nell’ombra. Sicuramente ciò è dovuto a una forma di reverenza nei confronti dell’esistenza privata di un gigante della scrittura, che molti preferiscono non esplorare per timore di non rendere onore alla leggenda che su di lui si è cucita nei secoli. Però, narrare le vicende di una vita non significa farne il resoconto accurato, perché altrimenti non staremmo, appunto, narrando.
Una storia, per quanto biografica, resta una storia: non documento, bensì ipotesi iperbolica. Quelle poche volte che degli autori hanno avuto il coraggio di confrontarsi con l’imponenza del suo nome, infatti, lo hanno fatto giocando con il leggendario, il perduto e il non detto.
Il primo a utilizzare la figura di Shakespeare come personaggio centrale del proprio racconto cinematografico è stato Georges Méliès in un film muto del 1907, perduto come la cronologia privata del Bardo: La Mort de Jules César. In questo breve film, si poteva vedere il regista interpretare il drammaturgo intento a trovare l’idea giusta per la scena madre del suo Giulio Cesare. Caduto in un sonno profondo, il Bardo immagina la sequenza e, una volta destatosi, cerca di metterla subito per iscritto. La passione è così tanta che, quando un servo gli porta la cena, lui affonda il coltello nella carne impiattata come se si trattasse di quella del tiranno, riferimento al modo in cui i mondi creatisi nella mente possano spesso sfociare e guidare le nostre azioni in quello reale.

Shakespeare in Love (1998)
Per rivedere Shakespeare al centro della scena, sembra strano scriverlo, bisogna aspettare novant’anni e l’arrivo di un film molto controverso tra gli amanti della Settima Arte: Shakespeare in Love. Questa commedia romantica del 1998 ha soffiato la statuetta da sotto il naso a film come Saving Private Ryan (Salvate il Soldato Ryan) The Thin Red Line (La sottile linea rossa) e La vita è bella, risultato dovuto (secondo alcuni) all'aggressiva campagna attuata da Miramax e dal produttore Harvey Weinstein durante la stagione dei premi, che avrebbe contribuito a screditare la competizione in favore del film diretto da John Madden. A seguire da dove ci eravamo precedentemente lasciati all’inizio del secolo, lo Shakespeare di Joseph Fiennes è uno scrittore in difficoltà che fatica a trovare l’ispirazione, leitmotiv comune alla messa in scena di personaggi che vivono di scrittura. Lì si annida il loro conflitto, nell’impossibilità di comunicare ciò che si nasconde nei recessi delle loro menti, sfuggente alla comprensione, tanto più all’enunciazione.
Questa interpretazione dell’esperienza del Bardo presso “i servitori del Lord Ciambellano” non aveva intenzione di essere in alcun modo storicamente accurata. E, forse, è proprio qui che sta la sua forza più grande. Tradire il contesto, i costumi e la tradizione è, a volte, il modo migliore di arrivare al punto della questione e di quello che si vuole raccontare. Tutto il resto è solo pretesto e, in quanto tale, deve essere svestito di qualsiasi legame con il reale, pena la perdita del punto focale del racconto, che, solitamente, è sempre la lotta intrinseca alla condizione umana. Abiti, dintorni e collocazioni temporali sono solo la scatola di qualcosa di estremamente terreno e a noi vicino. Anche per questo, le opere di Shakespeare sono state in grado di superare la prova del tempo: perché parlano tanto al contadino quanto al nobile, tanto all’operaio quanto al contabile. Questo è il merito di un film come Shakespeare in Love, il cui successo, al netto di macchinazioni ombrose, è attribuibile più alla sua schiettezza negli intenti che non ad altro.

Miguel y William (Miguel e William, 2007)
Dieci anni dopo, dalla Spagna arriva una commedia dal titolo Miguel y William (Miguel e William, 2007), che immagina un rivalità amorosa tra il drammaturgo inglese e Miguel De Cervantes, entrambi infatuatisi della stessa donna. Similarmente, nel 2015 il gruppo comico dietro al programma televisivo per famiglie Horrible Histories realizza Bill, un lungometraggio riecheggiante le atmosfere dei Monty Python in collaborazione con BBC Films che segue la storia del Bardo nei suoi anni perduti, riscrivendola in chiave scanzonata e avventurosa.
Poco tempo prima, tuttavia, Roland Emmerich aveva portato per la prima volta nella storia delle apparizioni dello scrittore sul grande schermo una nota drammatica. Prendendo spunto dalla teoria secondo la quale il vero autore delle opere attribuite al drammaturgo di Stratford sarebbe, in realtà, Edward de Vere, conte di Oxford e cortigiano della regina Elisabetta I, il film attua un astuto colpo di coda che mette la leggenda alla berlina, scambiando le posizioni di potere e svolgendo ciò che ogni fatto incerto chiede di fare: riempire gli spazi vuoti in modo tale da creare vicende verosimili, che vadano a sfidare lo spettatore e le sue convinzioni, portando punti di vista alternativi, non per forza condivisibili, ma legittimi quanto tutti gli altri, fino a definitiva prova contraria.
Nel 2018, invece, Kenneth Branagh torna davanti e dietro la macchina da presa tra un assassinio e l’altro per mettere in scena gli anni del tramonto di Shakespere. All is True esplora la maturità di una figura la cui vita privata non si è mai ripresa dalla perdita di un figlio, indagando quanto il costo dell’arte per il bene dell’arte infici su quello della propria esistenza come meri passanti su questa terra.

Hamnet (2025)
L’ultima tappa è rappresentata dal recente Hamnet (2025), firmato dalla pluripremiata regista Chloé Zhao, un film che non vuole avere nulla a che fare con il nome del drammaturgo, prediligendo la sua figura di umano e, soprattutto, quello della moglie, vera protagonista della pellicola che, con la sua vicinanza alla terra e all’attimo, adombra la ricerca del “per sempre” inciso bianco su nero, tormento giornaliero dell’aspirante scrittore, il quale non sa come dialogare con il mondo se non attraverso il racconto.
L’autore scompare dalla scena, è assente, insegue una vita futura e si perde quella presente, che può solo cristallizzare in una dissezione postuma, ma al contempo immortale. Il mezzo scritto diventa veicolo del proprio vissuto, unica vera fonte di comunicazione con l’altro, fermata ultima del lutto e taverna di riconciliazione con la vita.
Anche non presenziando spesso al buio della sala, la vita di Shakespeare sembra aver sempre solcato i mari argentei del cinematografico. La sua esistenza incerta ricorda un libro aperto pieno di appunti e spazi da riempire con le suggestioni di secoli di speculazioni. Il fascino della sua leggenda sta proprio nel fatto che, dietro quelle pagine ingiallite piene di mondi che vorremmo visitare ed evitare, si intravede l’ombra di un volto che riconosciamo perché simile al nostro, segnato dalla vita e dal sogno.
di Mattia Pescitelli
NC-386
27.01.2026
Pochi altri autori hanno forgiato il modo di raccontare e mettere in scena storie come ha fatto William Shakespeare. Dopo quattrocento anni, i lavori del Bardo sono la base per le storie che più ci colpiscono maggiormente, che siano su una pagina, uno schermo lucido o proiettati su teli candidi. Non serve esplicitare chiaramente le proprie intenzioni: l’essenza drammaturgica si fa strada da sola e si adatta alle più svariate situazioni, dalla New York del crimine organizzato alla steppa africana. Sorprende, quindi, che accanto a tutte le storie forgiate da una tale mente non si trovi quasi mai quella del suo autore.
La figura di Shakespeare è molto controversa e sfuggente. Nato a Stratford-Upon-Avon nel 1564, si hanno informazioni frammentarie riguardo la sua infanzia. Figlio di un guantaio, il giovane William ha ricevuto un’educazione modesta in degli istituti non lontani da casa, ma non si ha prova che sia mai approdato agli studi universitari. Ha trovato l’amore quasi subito, sposandosi a diciotto anni con Anne Hathaway. Insieme hanno avuto tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet.
Da qui in poi, gli storiografi chiamano il periodo antecedente l’esordio a Londra gli “anni perduti”, perché non si hanno notizie certe rispetto alla strada che lo ha condotto sui palchi londinesi. Dopo anni scanditi dai successi che tutti conosciamo, si ritira a vita privata e muore a Stratford nel 1616.In cinquantadue anni di vita, il drammaturgo ha generato un’eredità letteraria fuori scala, cambiando per sempre il modo in cui ci relazioniamo con la messinscena.

Un ritratto di William Shakespeare
Il cinema ha abbracciato e accompagnato sin dai suoi albori il teatro nel “nuovo mondo” anche e soprattutto attraverso l’adattamento delle opere del poeta. Eppure, la sua storia rimane nell’ombra. Sicuramente ciò è dovuto a una forma di reverenza nei confronti dell’esistenza privata di un gigante della scrittura, che molti preferiscono non esplorare per timore di non rendere onore alla leggenda che su di lui si è cucita nei secoli. Però, narrare le vicende di una vita non significa farne il resoconto accurato, perché altrimenti non staremmo, appunto, narrando.
Una storia, per quanto biografica, resta una storia: non documento, bensì ipotesi iperbolica. Quelle poche volte che degli autori hanno avuto il coraggio di confrontarsi con l’imponenza del suo nome, infatti, lo hanno fatto giocando con il leggendario, il perduto e il non detto.
Il primo a utilizzare la figura di Shakespeare come personaggio centrale del proprio racconto cinematografico è stato Georges Méliès in un film muto del 1907, perduto come la cronologia privata del Bardo: La Mort de Jules César. In questo breve film, si poteva vedere il regista interpretare il drammaturgo intento a trovare l’idea giusta per la scena madre del suo Giulio Cesare. Caduto in un sonno profondo, il Bardo immagina la sequenza e, una volta destatosi, cerca di metterla subito per iscritto. La passione è così tanta che, quando un servo gli porta la cena, lui affonda il coltello nella carne impiattata come se si trattasse di quella del tiranno, riferimento al modo in cui i mondi creatisi nella mente possano spesso sfociare e guidare le nostre azioni in quello reale.

Shakespeare in Love (1998)
Per rivedere Shakespeare al centro della scena, sembra strano scriverlo, bisogna aspettare novant’anni e l’arrivo di un film molto controverso tra gli amanti della Settima Arte: Shakespeare in Love. Questa commedia romantica del 1998 ha soffiato la statuetta da sotto il naso a film come Saving Private Ryan (Salvate il Soldato Ryan) The Thin Red Line (La sottile linea rossa) e La vita è bella, risultato dovuto (secondo alcuni) all'aggressiva campagna attuata da Miramax e dal produttore Harvey Weinstein durante la stagione dei premi, che avrebbe contribuito a screditare la competizione in favore del film diretto da John Madden. A seguire da dove ci eravamo precedentemente lasciati all’inizio del secolo, lo Shakespeare di Joseph Fiennes è uno scrittore in difficoltà che fatica a trovare l’ispirazione, leitmotiv comune alla messa in scena di personaggi che vivono di scrittura. Lì si annida il loro conflitto, nell’impossibilità di comunicare ciò che si nasconde nei recessi delle loro menti, sfuggente alla comprensione, tanto più all’enunciazione.
Questa interpretazione dell’esperienza del Bardo presso “i servitori del Lord Ciambellano” non aveva intenzione di essere in alcun modo storicamente accurata. E, forse, è proprio qui che sta la sua forza più grande. Tradire il contesto, i costumi e la tradizione è, a volte, il modo migliore di arrivare al punto della questione e di quello che si vuole raccontare. Tutto il resto è solo pretesto e, in quanto tale, deve essere svestito di qualsiasi legame con il reale, pena la perdita del punto focale del racconto, che, solitamente, è sempre la lotta intrinseca alla condizione umana. Abiti, dintorni e collocazioni temporali sono solo la scatola di qualcosa di estremamente terreno e a noi vicino. Anche per questo, le opere di Shakespeare sono state in grado di superare la prova del tempo: perché parlano tanto al contadino quanto al nobile, tanto all’operaio quanto al contabile. Questo è il merito di un film come Shakespeare in Love, il cui successo, al netto di macchinazioni ombrose, è attribuibile più alla sua schiettezza negli intenti che non ad altro.

Miguel y William (Miguel e William, 2007)
Dieci anni dopo, dalla Spagna arriva una commedia dal titolo Miguel y William (Miguel e William, 2007), che immagina un rivalità amorosa tra il drammaturgo inglese e Miguel De Cervantes, entrambi infatuatisi della stessa donna. Similarmente, nel 2015 il gruppo comico dietro al programma televisivo per famiglie Horrible Histories realizza Bill, un lungometraggio riecheggiante le atmosfere dei Monty Python in collaborazione con BBC Films che segue la storia del Bardo nei suoi anni perduti, riscrivendola in chiave scanzonata e avventurosa.
Poco tempo prima, tuttavia, Roland Emmerich aveva portato per la prima volta nella storia delle apparizioni dello scrittore sul grande schermo una nota drammatica. Prendendo spunto dalla teoria secondo la quale il vero autore delle opere attribuite al drammaturgo di Stratford sarebbe, in realtà, Edward de Vere, conte di Oxford e cortigiano della regina Elisabetta I, il film attua un astuto colpo di coda che mette la leggenda alla berlina, scambiando le posizioni di potere e svolgendo ciò che ogni fatto incerto chiede di fare: riempire gli spazi vuoti in modo tale da creare vicende verosimili, che vadano a sfidare lo spettatore e le sue convinzioni, portando punti di vista alternativi, non per forza condivisibili, ma legittimi quanto tutti gli altri, fino a definitiva prova contraria.
Nel 2018, invece, Kenneth Branagh torna davanti e dietro la macchina da presa tra un assassinio e l’altro per mettere in scena gli anni del tramonto di Shakespere. All is True esplora la maturità di una figura la cui vita privata non si è mai ripresa dalla perdita di un figlio, indagando quanto il costo dell’arte per il bene dell’arte infici su quello della propria esistenza come meri passanti su questa terra.

Hamnet (2025)
L’ultima tappa è rappresentata dal recente Hamnet (2025), firmato dalla pluripremiata regista Chloé Zhao, un film che non vuole avere nulla a che fare con il nome del drammaturgo, prediligendo la sua figura di umano e, soprattutto, quello della moglie, vera protagonista della pellicola che, con la sua vicinanza alla terra e all’attimo, adombra la ricerca del “per sempre” inciso bianco su nero, tormento giornaliero dell’aspirante scrittore, il quale non sa come dialogare con il mondo se non attraverso il racconto.
L’autore scompare dalla scena, è assente, insegue una vita futura e si perde quella presente, che può solo cristallizzare in una dissezione postuma, ma al contempo immortale. Il mezzo scritto diventa veicolo del proprio vissuto, unica vera fonte di comunicazione con l’altro, fermata ultima del lutto e taverna di riconciliazione con la vita.
Anche non presenziando spesso al buio della sala, la vita di Shakespeare sembra aver sempre solcato i mari argentei del cinematografico. La sua esistenza incerta ricorda un libro aperto pieno di appunti e spazi da riempire con le suggestioni di secoli di speculazioni. Il fascino della sua leggenda sta proprio nel fatto che, dietro quelle pagine ingiallite piene di mondi che vorremmo visitare ed evitare, si intravede l’ombra di un volto che riconosciamo perché simile al nostro, segnato dalla vita e dal sogno.