
di Fabio Massimo Tufarelli
NC-468
29.10.2026
Esistono storie che sembrano inventate, uscite direttamente dalle pagine di una sceneggiatura grottesca. Storie in cui la realtà e la leggenda si confondono fino a diventare indistinguibili, tanto che è impossibile stabilire dove finisca l’una e dove cominci l’altra. Questa è una di quelle.
È il 1979. Sulla prestigiosa rivista americana Variety compare un’inserzione misteriosa. Figurano soltanto un numero di telefono e pochi caratteri a formare un titolo inequivocabile: Alien 2.
È da poco uscito il capolavoro di Ridley Scott, il film campione d’incassi che ha inquietato non pochi spettatori in sala alla vista dello Xenomorfo. Una delle incarnazioni aliene più riuscite del cinema, nonché il battesimo di una delle saghe più longeve della storia. Ma prima che il vero sequel arrivi al cinema, bisogna fare un passo indietro.
Ad aver acquistato quello spazio su Variety, però, non è Scott. È Ciro Ippolito: regista e produttore napoletano, specializzato nella realizzazione di B-movie. Una sera, uscendo da un cinema di Roma, si imbatte nei cartelloni pubblicitari di Zombie 2 (1979) di Lucio Fulci. È così che in quel momento nella sua testa affiora un’idea: se esiste un sequel di Zombie (Dawn of the Dead, 1978), perché non può esistere anche un Alien 2?

Alien 2 - sulla terra (1980)
Ma per capire cosa si cela dietro un’operazione simile, bisogna prima capire in quale ecosistema è germogliata. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, il cinema italiano è una fucina instancabile di genere. Il filone horror all’italiana - da subito battezzato dai mercati esteri “spaghetti horror” - macina pellicole a ritmo industriale: budget spesso ridottissimi, produzioni quasi amatoriali e ambizioni che superano nettamente i mezzi a disposizione.
È anche l’epoca d’oro di Dario Argento, che con Suspiria (1977) e Inferno (1980) tinge di colore il perturbante, e di Lucio Fulci, che con Zombi 2 e L’aldilà (1981) costruisce scenari macabri praticamente senza un soldo. Registi che hanno fatto di necessità virtù, creando una cifra stilistica, un’estetica della paura artigianale, destinata a conquistare estimatori internazionali da Scorsese a Tarantino.
In quell’epoca, la pratica del “sequel apocrifo” è un modello di business collaudato: si prende un titolo di successo straniero, lo si aggancia all’onda della notorietà e si porta il prodotto finito ai mercati esteri, prima ancora che i proprietari dei diritti se ne accorgano. Fulci lo aveva fatto con Zombi 2, idealmente aggrappato a Zombie di Romero senza che tra i due film esistesse alcun tipo di legame narrativo. Ippolito decide di osare ancora di più.
La differenza sta nella scala dell’operazione. Romero faceva un cinema indipendente. Ridley Scott ha appena sbancato il botteghino con uno dei maggiori successi di quegli anni, con la 20th Century Fox alle spalle. Sfidare Hollywood e fargliela sotto il naso è tutta un’altra storia. Eppure, in Italia il nome Alien non è ancora stato registrato come marchio cinematografico.

Inferno (1980)
L’inserzione di Variety è un coup de théâtre. Con quei pochi caratteri, quasi fuori contesto, stampati sulla rivista più letta dall’industria hollywoodiana, Ippolito non sta pubblicizzando un film, sta costruendo una credibilità fittizia.
Che la realtà superi la fantasia è ormai acclarato. Ippolito inizia infatti a essere tempestato da telefonate da parte dei distributori, che fanno a gara per avere il film, un film che non esiste, non ancora. La cifra che viene messa sul tavolo è considerevole: quattrocento milioni di lire. I distributori immaginano di vedere qualcosa di simile al film di Scott, o almeno una sorta d’imitazione, però credibile. Ma non sanno ancora quello che sta per succedere.
Incassati in tempo record i quattrocento milioni, Ippolito e il suo socio Angiolo Stella fanno l’unica cosa sensata in quel momento: si comprano due auto - una Jaguar e una Mercedes - e se ne partono la sera stessa con delle amiche alla volta di Cannes, sperperando fino all’ultimo centesimo sulla Croisette. Ippolito dà anche un’altra versione della storia, ovvero che il resto dei soldi era finito poiché Stella aveva dovuto saldare un vecchio debito contratto con la Banda della Magliana anni prima.
Non sono solo dettagli folkloristici, ma è il vero cuore della storia. Perché raccontano meglio di qualsiasi analisi critica che cosa fosse davvero il cinema bis italiano: un territorio dove l’imprenditoria e l’improvvisazione si confondono fino a diventare indistinguibili. Il film spesso è solo un pretesto, un involucro attorno a un’avventura di tutt’altra natura. Ippolito è un uomo del suo tempo e del suo ambiente che ha capito perfettamente le regole del gioco.
Il problema è che adesso, seppur a mani vuote, il film bisogna farlo davvero.

Alien 2 - Sulla terra (1980)
È la televisione a offrire a Ippolito una soluzione. Un giorno si imbatte per caso in un servizio giornalistico sulle Grotte di Frasassi, nelle Marche, e capisce immediatamente che lo spazio costoso, irriproducibile con i mezzi a disposizione, poteva tranquillamente sparire dalla storia. Al suo posto: le viscere della terra. Un ambiente claustrofobico, naturalmente inquietante, e che soprattutto non richiedeva alcuna scenografia artificiale. Da qui il film trova il suo titolo definitivo: Alien 2 - Sulla terra.
Alla fine la scelta definitiva ricade sulle Grotte di Castellana, in Puglia. Ed è qui che Ippolito mette a segno un altro colpo. Manda una foto delle grotte ai finanziatori, spacciandola come una scenografia molto dispendiosa e costruita ad hoc, che avrebbe richiesto costi tecnici e logistici proibitivi. I finanziatori ci credono e gli mandano altri cento milioni, per avviare effettivamente la macchina produttiva del film.
La trama è semplice: un gruppo di speleologi si avventura nelle grotte, dove si nasconde una forma di vita extraterrestre. Le creature, celate in strani minerali bluastri, cominciano a fare strage del gruppo, trasformando la spedizione in una mattanza. Tra loro c’è Thelma, una giovane speleologa dotata di poteri telepatici, tormentata da inquietanti premonizioni legate alla scomparsa degli astronauti di una navicella spaziale.
Il regista designato per le riprese abbandona il set dopo appena sette giorni, per dissapori che si erano creati con Ippolito e la fantomatica produzione. A quel punto Ippolito decide di andare a bussare alla porta di Mario Bava, il maestro del gotico italiano, che con La ragazza che sapeva troppo (1963) e Reazione a catena (1971) aveva contribuito a definire le forme del thriller all’italiana, anticipando di anni l’estetica dello slasher americano. Bava ovviamente declina l’invito, ma lascia a Ippolito due consigli preziosi per la realizzazione del film.

La ragazza che sapeva troppo (1963)
Il primo: usare la trippa per gli alieni, un espediente artigianale, fatto di carne e frattaglie varie, così da dare alla creatura un aspetto organico e disturbante. Esattamente come aveva fatto Bava stesso per la creatura di Caltiki, il mostro immortale nel 1959, quando la ristrettezza del budget aveva trasformato la necessità in un’intuizione visiva.
Il secondo: per l’orrore invisibile, affidarsi alla soggettiva del mostro. Mostrare meno, suggerire di più. Far sì che sia la mente dello spettatore a completare il lavoro. Anni prima che Sam Raimi ci costruisse sopra un’intera poetica con La casa (The Evil Dead, 1981). Alla fine è Sam Cromwell a dirigere il film in prima persona, ovvero lo stesso Ippolito, ma celato dietro uno pseudonimo americano. Questo perché nel cinema di genere italiano dell’epoca, i cognomi americani vendono meglio. Fa parte del gioco.
Le riprese ufficiali si svolgono fra le Grotte di Castellana e qualche location romana, con un cast per lo più composto da attori sconosciuti. Tra cui un giovanissimo Michele Soavi - o meglio, Michael Shaw nel suo alias americano -, che Ippolito scrittura quasi per caso e che allora è ancora lontano dal diventare il regista di Dellamorte Dellamore (1991).
Ma non va tutto liscio. In più occasioni la troupe viene fermata dalla polizia, allertata dai vicini di una cantina romana trasformata in una sorta di macabro mattatoio. Tra urla disumane degli attori, sangue finto e frattaglie comprate in macelleria, qualcuno è convinto che in quella cantina stia accadendo davvero qualcosa di terribile. Una volta chiarito il tutto con le autorità, le riprese continuano.

Dellamorte Dellamore (1991)
Il film esce nel 1980, e fa adirare non poco la Fox, che intenta una causa milionaria contro Ippolito, trovandosi poi con le mani parzialmente legate: il nome Alien aveva una storia troppo lunga nella letteratura di fantascienza per essere blindato come proprietà cinematografica esclusiva. Non avendo appigli legali, la Fox prova in ultima battuta ad acquistarne i diritti, così da bruciarne ogni copia, ma è lì che Ippolito si rifiuta, permettendo così ad Alien 2 - sulla Terra di circolare liberamente soprattutto all’estero.
Le conseguenze di quell’inserzione su Variety si sarebbero fatte sentire, almeno secondo il racconto di Ippolito, anche negli anni successivi. Quando James Cameron si metterà al lavoro per girare il vero sequel del film di Scott, il titolo Alien 2 è già stato preso, almeno nell’immaginario del mercato internazionale, e in diversi territori anche legalmente. Cameron sarà costretto a chiamare il film solo Aliens, al plurale. Il sequel ufficiale esce nel 1986: sei anni dopo quello di Ippolito.
Un produttore napoletano che tiene Hollywood in ostaggio per sei anni.
Per decenni Alien 2 - Sulla Terra è rimasto una nota a piè di pagina della storia del cinema di genere, conosciuta quasi esclusivamente dai cultori del trash e del bis italiano. Ma poi, nel 2005 arriva The Descent di Neil Marshall: un horror ambientato interamente nelle viscere di una grotta, con creature sotterranee che decimano un gruppo di speleologi. Le analogie con il film di Ippolito sono lampanti. Così lampanti che Ippolito non si fa sfuggire l’occasione minacciando azioni legali per plagio.
La vicenda si è sostanzialmente conclusa in un nulla di fatto sul piano legale, ma ha contribuito a rilanciare l’attenzione sul film originale, rimasto a lungo fuori distribuzione. Negli anni successivi Alien 2 - Sulla Terra troverà la sua seconda vita: edizioni home video, proiezioni ai festival dedicati al cinema di genere, persino rivalutazioni critiche che ne sottolineeranno con ironia affettuosa la sfrontatezza produttiva e alcune soluzioni registiche tutt’altro che disprezzabili.

The Descent (2005)
Quattro anni dopo, nel 1984, Ciro Ippolito dirigerà Arrapaho, il film demenziale ispirato all’album degli Squallor che, tra stroncature e grande successo di pubblico, diventerà un cult del cinema italiano. Un’altra impresa apparentemente scellerata, affrontata con la stessa spregiudicatezza.
È difficile stabilire in questa storia dove finisca la truffa e dove inizi il cinema. Il cinema bis italiano ha sempre operato in una zona grigia, con una disinvoltura che era al tempo stesso il suo limite e la sua forza. Ippolito non era Fellini e nemmeno Fulci. Era un navigatore che conosceva le correnti del mercato di quell’epoca, capace di cavalcarle con una spregiudicatezza che, a pensarci oggi, sarebbe impensabile.
L’inserzione di Variety era un bluff. Eppure è ancora lì, a distanza di oltre quarant’anni, a raccontarci qualcosa di vero su un’industria, un paese e un’epoca in cui le regole del gioco erano abbastanza fluide da permettere a un uomo con una macchina nuova e un film ancora tutto da inventare di tenere sotto scacco la più grande industria cinematografica del mondo. E tutto è iniziato con un cartellone per strada.
di Fabio Massimo Tufarelli
NC-468
29.10.2026
Esistono storie che sembrano inventate, uscite direttamente dalle pagine di una sceneggiatura grottesca. Storie in cui la realtà e la leggenda si confondono fino a diventare indistinguibili, tanto che è impossibile stabilire dove finisca l’una e dove cominci l’altra. Questa è una di quelle.
È il 1979. Sulla prestigiosa rivista americana Variety compare un’inserzione misteriosa. Figurano soltanto un numero di telefono e pochi caratteri a formare un titolo inequivocabile: Alien 2.
È da poco uscito il capolavoro di Ridley Scott, il film campione d’incassi che ha inquietato non pochi spettatori in sala alla vista dello Xenomorfo. Una delle incarnazioni aliene più riuscite del cinema, nonché il battesimo di una delle saghe più longeve della storia. Ma prima che il vero sequel arrivi al cinema, bisogna fare un passo indietro.
Ad aver acquistato quello spazio su Variety, però, non è Scott. È Ciro Ippolito: regista e produttore napoletano, specializzato nella realizzazione di B-movie. Una sera, uscendo da un cinema di Roma, si imbatte nei cartelloni pubblicitari di Zombie 2 (1979) di Lucio Fulci. È così che in quel momento nella sua testa affiora un’idea: se esiste un sequel di Zombie (Dawn of the Dead, 1978), perché non può esistere anche un Alien 2?

Alien 2 - sulla terra (1980)
Ma per capire cosa si cela dietro un’operazione simile, bisogna prima capire in quale ecosistema è germogliata. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, il cinema italiano è una fucina instancabile di genere. Il filone horror all’italiana - da subito battezzato dai mercati esteri “spaghetti horror” - macina pellicole a ritmo industriale: budget spesso ridottissimi, produzioni quasi amatoriali e ambizioni che superano nettamente i mezzi a disposizione.
È anche l’epoca d’oro di Dario Argento, che con Suspiria (1977) e Inferno (1980) tinge di colore il perturbante, e di Lucio Fulci, che con Zombi 2 e L’aldilà (1981) costruisce scenari macabri praticamente senza un soldo. Registi che hanno fatto di necessità virtù, creando una cifra stilistica, un’estetica della paura artigianale, destinata a conquistare estimatori internazionali da Scorsese a Tarantino.
In quell’epoca, la pratica del “sequel apocrifo” è un modello di business collaudato: si prende un titolo di successo straniero, lo si aggancia all’onda della notorietà e si porta il prodotto finito ai mercati esteri, prima ancora che i proprietari dei diritti se ne accorgano. Fulci lo aveva fatto con Zombi 2, idealmente aggrappato a Zombie di Romero senza che tra i due film esistesse alcun tipo di legame narrativo. Ippolito decide di osare ancora di più.
La differenza sta nella scala dell’operazione. Romero faceva un cinema indipendente. Ridley Scott ha appena sbancato il botteghino con uno dei maggiori successi di quegli anni, con la 20th Century Fox alle spalle. Sfidare Hollywood e fargliela sotto il naso è tutta un’altra storia. Eppure, in Italia il nome Alien non è ancora stato registrato come marchio cinematografico.

Inferno (1980)
L’inserzione di Variety è un coup de théâtre. Con quei pochi caratteri, quasi fuori contesto, stampati sulla rivista più letta dall’industria hollywoodiana, Ippolito non sta pubblicizzando un film, sta costruendo una credibilità fittizia.
Che la realtà superi la fantasia è ormai acclarato. Ippolito inizia infatti a essere tempestato da telefonate da parte dei distributori, che fanno a gara per avere il film, un film che non esiste, non ancora. La cifra che viene messa sul tavolo è considerevole: quattrocento milioni di lire. I distributori immaginano di vedere qualcosa di simile al film di Scott, o almeno una sorta d’imitazione, però credibile. Ma non sanno ancora quello che sta per succedere.
Incassati in tempo record i quattrocento milioni, Ippolito e il suo socio Angiolo Stella fanno l’unica cosa sensata in quel momento: si comprano due auto - una Jaguar e una Mercedes - e se ne partono la sera stessa con delle amiche alla volta di Cannes, sperperando fino all’ultimo centesimo sulla Croisette. Ippolito dà anche un’altra versione della storia, ovvero che il resto dei soldi era finito poiché Stella aveva dovuto saldare un vecchio debito contratto con la Banda della Magliana anni prima.
Non sono solo dettagli folkloristici, ma è il vero cuore della storia. Perché raccontano meglio di qualsiasi analisi critica che cosa fosse davvero il cinema bis italiano: un territorio dove l’imprenditoria e l’improvvisazione si confondono fino a diventare indistinguibili. Il film spesso è solo un pretesto, un involucro attorno a un’avventura di tutt’altra natura. Ippolito è un uomo del suo tempo e del suo ambiente che ha capito perfettamente le regole del gioco.
Il problema è che adesso, seppur a mani vuote, il film bisogna farlo davvero.

Alien 2 - Sulla terra (1980)
È la televisione a offrire a Ippolito una soluzione. Un giorno si imbatte per caso in un servizio giornalistico sulle Grotte di Frasassi, nelle Marche, e capisce immediatamente che lo spazio costoso, irriproducibile con i mezzi a disposizione, poteva tranquillamente sparire dalla storia. Al suo posto: le viscere della terra. Un ambiente claustrofobico, naturalmente inquietante, e che soprattutto non richiedeva alcuna scenografia artificiale. Da qui il film trova il suo titolo definitivo: Alien 2 - Sulla terra.
Alla fine la scelta definitiva ricade sulle Grotte di Castellana, in Puglia. Ed è qui che Ippolito mette a segno un altro colpo. Manda una foto delle grotte ai finanziatori, spacciandola come una scenografia molto dispendiosa e costruita ad hoc, che avrebbe richiesto costi tecnici e logistici proibitivi. I finanziatori ci credono e gli mandano altri cento milioni, per avviare effettivamente la macchina produttiva del film.
La trama è semplice: un gruppo di speleologi si avventura nelle grotte, dove si nasconde una forma di vita extraterrestre. Le creature, celate in strani minerali bluastri, cominciano a fare strage del gruppo, trasformando la spedizione in una mattanza. Tra loro c’è Thelma, una giovane speleologa dotata di poteri telepatici, tormentata da inquietanti premonizioni legate alla scomparsa degli astronauti di una navicella spaziale.
Il regista designato per le riprese abbandona il set dopo appena sette giorni, per dissapori che si erano creati con Ippolito e la fantomatica produzione. A quel punto Ippolito decide di andare a bussare alla porta di Mario Bava, il maestro del gotico italiano, che con La ragazza che sapeva troppo (1963) e Reazione a catena (1971) aveva contribuito a definire le forme del thriller all’italiana, anticipando di anni l’estetica dello slasher americano. Bava ovviamente declina l’invito, ma lascia a Ippolito due consigli preziosi per la realizzazione del film.

La ragazza che sapeva troppo (1963)
Il primo: usare la trippa per gli alieni, un espediente artigianale, fatto di carne e frattaglie varie, così da dare alla creatura un aspetto organico e disturbante. Esattamente come aveva fatto Bava stesso per la creatura di Caltiki, il mostro immortale nel 1959, quando la ristrettezza del budget aveva trasformato la necessità in un’intuizione visiva.
Il secondo: per l’orrore invisibile, affidarsi alla soggettiva del mostro. Mostrare meno, suggerire di più. Far sì che sia la mente dello spettatore a completare il lavoro. Anni prima che Sam Raimi ci costruisse sopra un’intera poetica con La casa (The Evil Dead, 1981). Alla fine è Sam Cromwell a dirigere il film in prima persona, ovvero lo stesso Ippolito, ma celato dietro uno pseudonimo americano. Questo perché nel cinema di genere italiano dell’epoca, i cognomi americani vendono meglio. Fa parte del gioco.
Le riprese ufficiali si svolgono fra le Grotte di Castellana e qualche location romana, con un cast per lo più composto da attori sconosciuti. Tra cui un giovanissimo Michele Soavi - o meglio, Michael Shaw nel suo alias americano -, che Ippolito scrittura quasi per caso e che allora è ancora lontano dal diventare il regista di Dellamorte Dellamore (1991).
Ma non va tutto liscio. In più occasioni la troupe viene fermata dalla polizia, allertata dai vicini di una cantina romana trasformata in una sorta di macabro mattatoio. Tra urla disumane degli attori, sangue finto e frattaglie comprate in macelleria, qualcuno è convinto che in quella cantina stia accadendo davvero qualcosa di terribile. Una volta chiarito il tutto con le autorità, le riprese continuano.

Dellamorte Dellamore (1991)
Il film esce nel 1980, e fa adirare non poco la Fox, che intenta una causa milionaria contro Ippolito, trovandosi poi con le mani parzialmente legate: il nome Alien aveva una storia troppo lunga nella letteratura di fantascienza per essere blindato come proprietà cinematografica esclusiva. Non avendo appigli legali, la Fox prova in ultima battuta ad acquistarne i diritti, così da bruciarne ogni copia, ma è lì che Ippolito si rifiuta, permettendo così ad Alien 2 - sulla Terra di circolare liberamente soprattutto all’estero.
Le conseguenze di quell’inserzione su Variety si sarebbero fatte sentire, almeno secondo il racconto di Ippolito, anche negli anni successivi. Quando James Cameron si metterà al lavoro per girare il vero sequel del film di Scott, il titolo Alien 2 è già stato preso, almeno nell’immaginario del mercato internazionale, e in diversi territori anche legalmente. Cameron sarà costretto a chiamare il film solo Aliens, al plurale. Il sequel ufficiale esce nel 1986: sei anni dopo quello di Ippolito.
Un produttore napoletano che tiene Hollywood in ostaggio per sei anni.
Per decenni Alien 2 - Sulla Terra è rimasto una nota a piè di pagina della storia del cinema di genere, conosciuta quasi esclusivamente dai cultori del trash e del bis italiano. Ma poi, nel 2005 arriva The Descent di Neil Marshall: un horror ambientato interamente nelle viscere di una grotta, con creature sotterranee che decimano un gruppo di speleologi. Le analogie con il film di Ippolito sono lampanti. Così lampanti che Ippolito non si fa sfuggire l’occasione minacciando azioni legali per plagio.
La vicenda si è sostanzialmente conclusa in un nulla di fatto sul piano legale, ma ha contribuito a rilanciare l’attenzione sul film originale, rimasto a lungo fuori distribuzione. Negli anni successivi Alien 2 - Sulla Terra troverà la sua seconda vita: edizioni home video, proiezioni ai festival dedicati al cinema di genere, persino rivalutazioni critiche che ne sottolineeranno con ironia affettuosa la sfrontatezza produttiva e alcune soluzioni registiche tutt’altro che disprezzabili.

The Descent (2005)
Quattro anni dopo, nel 1984, Ciro Ippolito dirigerà Arrapaho, il film demenziale ispirato all’album degli Squallor che, tra stroncature e grande successo di pubblico, diventerà un cult del cinema italiano. Un’altra impresa apparentemente scellerata, affrontata con la stessa spregiudicatezza.
È difficile stabilire in questa storia dove finisca la truffa e dove inizi il cinema. Il cinema bis italiano ha sempre operato in una zona grigia, con una disinvoltura che era al tempo stesso il suo limite e la sua forza. Ippolito non era Fellini e nemmeno Fulci. Era un navigatore che conosceva le correnti del mercato di quell’epoca, capace di cavalcarle con una spregiudicatezza che, a pensarci oggi, sarebbe impensabile.
L’inserzione di Variety era un bluff. Eppure è ancora lì, a distanza di oltre quarant’anni, a raccontarci qualcosa di vero su un’industria, un paese e un’epoca in cui le regole del gioco erano abbastanza fluide da permettere a un uomo con una macchina nuova e un film ancora tutto da inventare di tenere sotto scacco la più grande industria cinematografica del mondo. E tutto è iniziato con un cartellone per strada.