
di Elena Guardiani
NC-471
03.11.2026
Quasi tutti i romanzi di Jane Austen si somigliano. Ogni adattamento cinematografico dei romanzi di Jane Austen è figlio dello spirito del tempo a modo suo.
Nell’improntare la riflessione sull’ultima trasposizione filmica di Sense and Sensibility (Ragione e sentimento) non ho potuto trattenermi io stessa dal citare uno degli incipit più famosi della storia della letteratura. Del resto se l’intera industria culturale non riesce a scampare alla dilagante febbre da revival come potrebbe esserne immune chi osserva il fenomeno dall’esterno nella speranza di interpretare un panorama presente che continua a crogiolarsi nelle tiepide acque del passato?
Evitando l’ennesima analisi sul ripescaggio tematico che da decenni sembra trainare i meccanismi produttivi di film e serie tv, appare più interessante provare a intercettare lo spirito semantico ed estetico di adattamenti che arrivano a noi con le medesime premesse narrative delle precedenti trasposizioni ma con intenti e finalità differenti.
Partiamo dal casus belli in questione. Il 22 Ottobre 2026 è uscito nelle sale italiane Sense and Sensibility per la regia di Georgia Oakley, seconda versione filmica del romanzo d’esordio di Jane Austen, pubblicato nel 1811 e trasposto per la prima volta al cinema da Ang Lee nel 1995.

Georgia Oakley

Sense and Sensibility (Ragione e sentimento, 1995)
Aldilà delle due miniserie televisive dedicate al testo, una del 1971 e l’altra del 2008, è infatti con l’opera del regista taiwanese che l’adattamento del 2026 finirà per essere messo in relazione, non solo perché entrambe le pellicole sono state scritte e trasposte per il mezzo e il minutaggio della sala, ma soprattutto in virtù del successo di critica e di pubblico di quel primo film che ancora oggi conserva tra gli appassionati di Jane Austen e dei period dramas di ambientazione regency un’indiscutibile aura iconica, così come dimostrato dai moltissimi edit ad esso dedicati su Instagram e TikTok.
Lungi dal voler associare il successo del film alla sua contemporanea presenza social basta ricordare che nel 1996 la pellicola permise ad Ang Lee di vincere l’Orso d’oro al festival di Berlino oltre che un Golden Globe come miglior film drammatico. Emma Thompson vinse il premio Oscar per la miglior sceneggiatura, rendendosi fautrice di un successo determinato da una scrittura elegante ed equilibrata capace di omaggiare lo stile della Austen.
La pellicola era impreziosita da una messa in scena tradizionale e delicata perfettamente inserita nel canone dei film in costume anni novanta, corredata da abiti e acconciature filologiche, scenografie ricostruite con aderenza storica e un linguaggio fotografico analogico utilizzato con maestria per costruire le atmosfere del film.
Se questi elementi non fossero stati sufficienti a decretare il successo dell’opera di Ang Lee non si può negare che alla trasformazione del film in un cult del genere abbiano contribuito non poco anche i protagonisti: la già citata Emma Thompson lavorò alla pellicola non solo come autrice ma anche come interprete di Elinor, Alan Rickman venne scelto per dare il volto al colonnello Brandon mentre due giovani Kate Winslet e Hugh Grant vestirono i panni di Marianne Dashwood ed Edward Ferrars.

Emma Thompson e Allan e Alan Rickman diretti da Ang Lee sul set di Sense and Sensibility (Ragione e sentimento, 1995)
Arrivando a Sense and Sensibility del 2026 eludiamo subito la domanda retorica sulla reale necessità di adattare nuovamente il romanzo, domanda che è preferibile relegare ai caroselli striminziti della divulgazione social.
Messo in chiaro che potevamo anche vivere senza, cosa racconta alla contemporaneità lo sguardo della regista e soprattutto come questo sguardo orienta il gusto nella trasposizione audiovisiva di tematiche e ambientazioni frutto di una sensibilità cronologicamente lontana?
Per rispondere bisogna prima di tutto riflettere sulle forme del linguaggio cinematografico utilizzato come modalità di scrittura e rappresentazione del soggetto. Il montaggio, i movimenti di macchina, la luce, i costumi e le scenografie sono sempre discriminanti che contribuiscono a costruire lo stile di scrittura del film, elementi destinati a diventare più rilevanti nelle storie in costume, quando la messa in scena necessita di marcare il linguaggio in modo più profondo, anche per indirizzare il pubblico generalista di solito meno capace di riconoscere le sfumature.
Una marcatura a tratti troppo decisa è stata per esempio quella utilizzata dall’ultimo adattamento di Wuthering Heights (Cime Tempestose, 2026) per la regia di Emerald Fennel, film evento hollywoodiano le cui scelte estetiche dichiaravano già dai trailer la volontà dell’autrice di prendere le distanze dall’aderenza filologica, con la conseguente spaccatura del pubblico tra chi condannava tout court l’operazione di straniamento stilistico perseguito dalla regista con un presunto fine commerciale e chi invece si è sforzato di intravedere, attraverso il velo di una messa in scena non tradizionale, gli elementi che ponevano l’opera allo stesso tempo in relazione e discontinuità con la matrice letteraria di riferimento.

Wuthering Heights (Cime Tempestose, 2026)
Nel caso di Wuthering Heights le scelte di linguaggio del film hanno avuto un prolungamento naturale nella campagna marketing, con lo scopo di alimentare la conversazione sul prodotto ma anche di chiarire al pubblico che volente o nolente al cinema avrebbe trovato Margot Robbie vestita da Barbie Magia del Natale intenta a sbracciarsi per nebbiose lande brulle sulle note di Charlie XCX.
Ciò che è interessante notare non è solo la natura dell’operazione in sé, ma soprattutto la reazione del pubblico. Sostenitori integralisti del romanzo della Brönte e della rappresentazione filologia si sono indignati e hanno addirittura provato a boicottare il film, mentre spettatori più moderati e meno appassionati di storia si sono recati in sala per curiosità, anche solo per poter partecipare al chiacchiericcio social, esploso nelle settimane successiva alla distribuzione dell’opera e poi silenziatosi progressivamente, almeno fino all’annuncio dell’uscita del nuovo adattamento di “Ragione e Sentimento”.
Gli amanti dell’opera della Austen erano già pronti ad imbracciare i forconi, ma quando le prime immagini ufficiali di Sense and Sensibility fanno capolino online lo spettro dell'adattamento contemporaneo a tutti i costi sembra dissiparsi e i puristi della cultura regency tirano un sospiro di sollievo.
Certo le protagoniste hanno troppo spesso i capelli sciolti e appaiono più scarmigliate di quanto dovrebbero essere, ma nel complesso le scelte estetiche sembrano passabili, soprattutto se messe a confronto con le scabrosità postmoderne della Fennel.

Margot Robbie in Wuthering Heights (Cime Tempestose, 2026)
Sense and sensibility esce al cinema e si conferma essere ciò che ad un’attenta analisi già il trailer suggeriva con chiarezza: una trasposizione del 2026 di un romanzo del 1811, i cui temi e le circostanze genuinamente austeniane vengono offerte al pubblico dell’oggi con eleganza e semplicità, in modo tale che tutti possano comprenderli e farli propri.
Sense and sensibility esprime una tensione all’universalità che in Wuthering Heights soffocava sotto strati di fondali imbottiti e abiti troppo sgargianti, incapaci di agevolare al pubblico sia il messaggio dell’opera che la visione proposta dall’autrice. Georgia Oakley riesce dove Emerald Fennel ha fallito e regala una versione cinematografica vibrante del romanzo della Austen, tanto da rendere inefficace un confronto con la precedente trasposizione di Ang Lee.
Il film del 1995 rimane un gioiello ma non sembra necessario metterlo in competizione con questa nuova lettura caratterizzata da suoi elementi peculiari che aiutano a cogliere il senso di un mondo in bilico tra due epoche. Da un lato l’Illuminismo di cui la moda neoclassica si fa espressione piena con i suoi abiti a colonna realizzati in tessuti chiari e impalpabili, dall’altro la cultura romantica della Natura colonizzatrice, dei capelli scompigliati e delle passioni incontrollate.
Rimanendo in questa prospettiva si potrebbe evidenziare anche come la fin troppo facile risoluzione della dicotomia tra le due più importanti correnti culturali a cavallo tra Settecento e Ottocento esemplifichi la natura del rapporto tra le due sorelle protagoniste del romanzo. Elinor e Marianne, la ragione e il sentimento, un dualismo intrigante ma fin troppo riduttivo per interpretare personaggi in grado di affascinare il pubblico per più di duecento anni.

Daisy Edgar-Jones e George MacKay in Sense and Sensibility (Ragione e sentimento, 2026)
Anche Elinor infatti come la sorella soffre profondamente a causa delle sue vicissitudini romantiche ma nonostante ciò riesce a imporsi il rigore anche nei frangenti più disperati. Marianne da sua parte sembra non curarsi di altro se non del proprio anelito alla passione e all’autenticità del piacere, così che quando la più dolce delle prospettive le sfuma davanti agli occhi durante un ballo della stagione londinese, esterna pubblicamente il suo dolore incurante del giudizio della buona società.
Il film inserisce tutti i temi cari alla scrittura della Austen, tra cui la questione della dipendenza economica e la risolutezza dei personaggi a condurre l’esistenza che desiderano senza soccombere alle decisioni prese da altri.
Non mancano inoltre gli equivoci e i fraintendimenti tipici dello schema narrativo austeniano, anch’essi proposti con un linguaggio visivo sempre comprensibile dallo spettatore. È il caso del momento della rivelazione del fidanzamento di Edward e dei siparietti londinesi tra Elinor e Lucy Steele, costruiti con un’immediatezza inedita per un period drama che racconta senza troppi fronzoli quella che noi oggi definiremmo un’intricata situationship.
Merito della scrittura ma soprattutto di una messa in scena molto efficace, sostenuta dalla fotografia che unisce pellicola e digitale e ricostruisce con eleganza e vivacità il chiaroscuro di una società che non aveva ancora scoperto l’illuminazione elettrica.

Esme Creed-Miles in Sense and Sensibility (Ragione e sentimento, 2026)
Le scenografie e i costumi accompagnano la regia in una direzione che ibrida insieme l’anima neoclassica e quella romantica secondo il sopracitato dualismo che non connota solo le due protagoniste ma finisce per pervadere l’opera tutta.
Sense and Sensibility arriva a pochi mesi dall’ennesimo adattamento di Pride & Prejudice (Orgoglio e pregiudizio) che verrà distribuito su Netflix all’inizio di Dicembre 2026.
Si tratta di un prodotto che arriva a ventuno anni di distanza da quella che ancora oggi rimane forse la più famosa trasposizione cinematografica di un romanzo di Jane Austen, quel Pride & Prejudice (2005) di Joe Wright croce e delizia di tutti gli amanti della letteratura e del mondo regency, i quali possono crogiolarsi in un ampio catalogo che include tutte le trasposizioni del Novecento fino al delizioso adattamento di Emma di Autumn de Wild del 2020 e alla meno riuscita interpretazione netflixiana di Persuasion (Persuasione) del 2022.
Assodato l’interesse per l’opera di Jane Austen nell’ambito dell’epidemia revivalistica che pervade il nostro tempo apparentemente incapace di rinunciare al ripescaggio culturale, viene da chiedersi cosa avrebbe pensato Virginia Woolf delle trasposizioni cinematografiche dei romanzi di un’autrice a cui ha dedicato riflessioni interessanti.

Emma (2020)
In Una stanza tutta per sé Virginia parla della capacità della Austen di non farsi soverchiare dai limitati confini entro i quali la scrittrice conduceva la sua esistenza, confini che tornano nei suoi testi quando parla di rendite annuali, indipendenza economica e necessità di sposarsi per sussistenza o interesse.
Virginia attribuisce a Jane Austen una “mente incandescente” capace di generare uno stile ipercontrollato, caratterizzato da un’ironia elegante e tratti impercettibile, uno stile mai compromesso dalle frustrazioni e dalle amarezze della condizione che costringeva la Austen a scrivere in quei salotti condivisi nelle dimore di campagna che ha poi raccontato così candidamente nei suoi romanzi.
Salotti impregnati di vite vissute secondo dovere o desiderio, secondo orgoglio e pregiudizio, ragione e sentimento, salotti illuminati dalle candele o dalla pallida luce di un cielo inglese di cui ancora oggi, grazie alla magia del cinema, possiamo intuire il riverbero sulle tappezzerie di gusto neoclassico.
di Elena Guardiani
NC-471
03.11.2026

Georgia Oakley
Quasi tutti i romanzi di Jane Austen si somigliano. Ogni adattamento cinematografico dei romanzi di Jane Austen è figlio dello spirito del tempo a modo suo.
Nell’improntare la riflessione sull’ultima trasposizione filmica di Sense and Sensibility (Ragione e sentimento) non ho potuto trattenermi io stessa dal citare uno degli incipit più famosi della storia della letteratura. Del resto se l’intera industria culturale non riesce a scampare alla dilagante febbre da revival come potrebbe esserne immune chi osserva il fenomeno dall’esterno nella speranza di interpretare un panorama presente che continua a crogiolarsi nelle tiepide acque del passato?
Evitando l’ennesima analisi sul ripescaggio tematico che da decenni sembra trainare i meccanismi produttivi di film e serie tv, appare più interessante provare a intercettare lo spirito semantico ed estetico di adattamenti che arrivano a noi con le medesime premesse narrative delle precedenti trasposizioni ma con intenti e finalità differenti.
Partiamo dal casus belli in questione. Il 22 Ottobre 2026 è uscito nelle sale italiane Sense and Sensibility per la regia di Georgia Oakley, seconda versione filmica del romanzo d’esordio di Jane Austen, pubblicato nel 1811 e trasposto per la prima volta al cinema da Ang Lee nel 1995.

Sense and Sensibility (Ragione e sentimento, 1995)
Aldilà delle due miniserie televisive dedicate al testo, una del 1971 e l’altra del 2008, è infatti con l’opera del regista taiwanese che l’adattamento del 2026 finirà per essere messo in relazione, non solo perché entrambe le pellicole sono state scritte e trasposte per il mezzo e il minutaggio della sala, ma soprattutto in virtù del successo di critica e di pubblico di quel primo film che ancora oggi conserva tra gli appassionati di Jane Austen e dei period dramas di ambientazione regency un’indiscutibile aura iconica, così come dimostrato dai moltissimi edit ad esso dedicati su Instagram e TikTok.
Lungi dal voler associare il successo del film alla sua contemporanea presenza social basta ricordare che nel 1996 la pellicola permise ad Ang Lee di vincere l’Orso d’oro al festival di Berlino oltre che un Golden Globe come miglior film drammatico. Emma Thompson vinse il premio Oscar per la miglior sceneggiatura, rendendosi fautrice di un successo determinato da una scrittura elegante ed equilibrata capace di omaggiare lo stile della Austen.
La pellicola era impreziosita da una messa in scena tradizionale e delicata perfettamente inserita nel canone dei film in costume anni novanta, corredata da abiti e acconciature filologiche, scenografie ricostruite con aderenza storica e un linguaggio fotografico analogico utilizzato con maestria per costruire le atmosfere del film.
Se questi elementi non fossero stati sufficienti a decretare il successo dell’opera di Ang Lee non si può negare che alla trasformazione del film in un cult del genere abbiano contribuito non poco anche i protagonisti: la già citata Emma Thompson lavorò alla pellicola non solo come autrice ma anche come interprete di Elinor, Alan Rickman venne scelto per dare il volto al colonnello Brandon mentre due giovani Kate Winslet e Hugh Grant vestirono i panni di Marianne Dashwood ed Edward Ferrars.

Emma Thompson e Allan e Alan Rickman diretti da Ang Lee sul set di Sense and Sensibility (Ragione e sentimento, 1995)
Arrivando a Sense and Sensibility del 2026 eludiamo subito la domanda retorica sulla reale necessità di adattare nuovamente il romanzo, domanda che è preferibile relegare ai caroselli striminziti della divulgazione social.
Messo in chiaro che potevamo anche vivere senza, cosa racconta alla contemporaneità lo sguardo della regista e soprattutto come questo sguardo orienta il gusto nella trasposizione audiovisiva di tematiche e ambientazioni frutto di una sensibilità cronologicamente lontana?
Per rispondere bisogna prima di tutto riflettere sulle forme del linguaggio cinematografico utilizzato come modalità di scrittura e rappresentazione del soggetto. Il montaggio, i movimenti di macchina, la luce, i costumi e le scenografie sono sempre discriminanti che contribuiscono a costruire lo stile di scrittura del film, elementi destinati a diventare più rilevanti nelle storie in costume, quando la messa in scena necessita di marcare il linguaggio in modo più profondo, anche per indirizzare il pubblico generalista di solito meno capace di riconoscere le sfumature.
Una marcatura a tratti troppo decisa è stata per esempio quella utilizzata dall’ultimo adattamento di Wuthering Heights (Cime Tempestose, 2026) per la regia di Emerald Fennel, film evento hollywoodiano le cui scelte estetiche dichiaravano già dai trailer la volontà dell’autrice di prendere le distanze dall’aderenza filologica, con la conseguente spaccatura del pubblico tra chi condannava tout court l’operazione di straniamento stilistico perseguito dalla regista con un presunto fine commerciale e chi invece si è sforzato di intravedere, attraverso il velo di una messa in scena non tradizionale, gli elementi che ponevano l’opera allo stesso tempo in relazione e discontinuità con la matrice letteraria di riferimento.

Wuthering Heights (Cime Tempestose, 2026)
Nel caso di Wuthering Heights le scelte di linguaggio del film hanno avuto un prolungamento naturale nella campagna marketing, con lo scopo di alimentare la conversazione sul prodotto ma anche di chiarire al pubblico che volente o nolente al cinema avrebbe trovato Margot Robbie vestita da Barbie Magia del Natale intenta a sbracciarsi per nebbiose lande brulle sulle note di Charlie XCX.
Ciò che è interessante notare non è solo la natura dell’operazione in sé, ma soprattutto la reazione del pubblico. Sostenitori integralisti del romanzo della Brönte e della rappresentazione filologia si sono indignati e hanno addirittura provato a boicottare il film, mentre spettatori più moderati e meno appassionati di storia si sono recati in sala per curiosità, anche solo per poter partecipare al chiacchiericcio social, esploso nelle settimane successiva alla distribuzione dell’opera e poi silenziatosi progressivamente, almeno fino all’annuncio dell’uscita del nuovo adattamento di “Ragione e Sentimento”.
Gli amanti dell’opera della Austen erano già pronti ad imbracciare i forconi, ma quando le prime immagini ufficiali di Sense and Sensibility fanno capolino online lo spettro dell'adattamento contemporaneo a tutti i costi sembra dissiparsi e i puristi della cultura regency tirano un sospiro di sollievo.
Certo le protagoniste hanno troppo spesso i capelli sciolti e appaiono più scarmigliate di quanto dovrebbero essere, ma nel complesso le scelte estetiche sembrano passabili, soprattutto se messe a confronto con le scabrosità postmoderne della Fennel.

Margot Robbie in Wuthering Heights (Cime Tempestose, 2026)
Sense and sensibility esce al cinema e si conferma essere ciò che ad un’attenta analisi già il trailer suggeriva con chiarezza: una trasposizione del 2026 di un romanzo del 1811, i cui temi e le circostanze genuinamente austeniane vengono offerte al pubblico dell’oggi con eleganza e semplicità, in modo tale che tutti possano comprenderli e farli propri.
Sense and sensibility esprime una tensione all’universalità che in Wuthering Heights soffocava sotto strati di fondali imbottiti e abiti troppo sgargianti, incapaci di agevolare al pubblico sia il messaggio dell’opera che la visione proposta dall’autrice. Georgia Oakley riesce dove Emerald Fennel ha fallito e regala una versione cinematografica vibrante del romanzo della Austen, tanto da rendere inefficace un confronto con la precedente trasposizione di Ang Lee.
Il film del 1995 rimane un gioiello ma non sembra necessario metterlo in competizione con questa nuova lettura caratterizzata da suoi elementi peculiari che aiutano a cogliere il senso di un mondo in bilico tra due epoche. Da un lato l’Illuminismo di cui la moda neoclassica si fa espressione piena con i suoi abiti a colonna realizzati in tessuti chiari e impalpabili, dall’altro la cultura romantica della Natura colonizzatrice, dei capelli scompigliati e delle passioni incontrollate.
Rimanendo in questa prospettiva si potrebbe evidenziare anche come la fin troppo facile risoluzione della dicotomia tra le due più importanti correnti culturali a cavallo tra Settecento e Ottocento esemplifichi la natura del rapporto tra le due sorelle protagoniste del romanzo. Elinor e Marianne, la ragione e il sentimento, un dualismo intrigante ma fin troppo riduttivo per interpretare personaggi in grado di affascinare il pubblico per più di duecento anni.

Daisy Edgar-Jones e George MacKay in Sense and Sensibility (Ragione e sentimento, 2026)
Anche Elinor infatti come la sorella soffre profondamente a causa delle sue vicissitudini romantiche ma nonostante ciò riesce a imporsi il rigore anche nei frangenti più disperati. Marianne da sua parte sembra non curarsi di altro se non del proprio anelito alla passione e all’autenticità del piacere, così che quando la più dolce delle prospettive le sfuma davanti agli occhi durante un ballo della stagione londinese, esterna pubblicamente il suo dolore incurante del giudizio della buona società.
Il film inserisce tutti i temi cari alla scrittura della Austen, tra cui la questione della dipendenza economica e la risolutezza dei personaggi a condurre l’esistenza che desiderano senza soccombere alle decisioni prese da altri.
Non mancano inoltre gli equivoci e i fraintendimenti tipici dello schema narrativo austeniano, anch’essi proposti con un linguaggio visivo sempre comprensibile dallo spettatore. È il caso del momento della rivelazione del fidanzamento di Edward e dei siparietti londinesi tra Elinor e Lucy Steele, costruiti con un’immediatezza inedita per un period drama che racconta senza troppi fronzoli quella che noi oggi definiremmo un’intricata situationship.
Merito della scrittura ma soprattutto di una messa in scena molto efficace, sostenuta dalla fotografia che unisce pellicola e digitale e ricostruisce con eleganza e vivacità il chiaroscuro di una società che non aveva ancora scoperto l’illuminazione elettrica.

Esme Creed-Miles in Sense and Sensibility (Ragione e sentimento, 2026)
Le scenografie e i costumi accompagnano la regia in una direzione che ibrida insieme l’anima neoclassica e quella romantica secondo il sopracitato dualismo che non connota solo le due protagoniste ma finisce per pervadere l’opera tutta.
Sense and Sensibility arriva a pochi mesi dall’ennesimo adattamento di Pride & Prejudice (Orgoglio e pregiudizio) che verrà distribuito su Netflix all’inizio di Dicembre 2026.
Si tratta di un prodotto che arriva a ventuno anni di distanza da quella che ancora oggi rimane forse la più famosa trasposizione cinematografica di un romanzo di Jane Austen, quel Pride & Prejudice (2005) di Joe Wright croce e delizia di tutti gli amanti della letteratura e del mondo regency, i quali possono crogiolarsi in un ampio catalogo che include tutte le trasposizioni del Novecento fino al delizioso adattamento di Emma di Autumn de Wild del 2020 e alla meno riuscita interpretazione netflixiana di Persuasion (Persuasione) del 2022.
Assodato l’interesse per l’opera di Jane Austen nell’ambito dell’epidemia revivalistica che pervade il nostro tempo apparentemente incapace di rinunciare al ripescaggio culturale, viene da chiedersi cosa avrebbe pensato Virginia Woolf delle trasposizioni cinematografiche dei romanzi di un’autrice a cui ha dedicato riflessioni interessanti.

Emma (2020)
In Una stanza tutta per sé Virginia parla della capacità della Austen di non farsi soverchiare dai limitati confini entro i quali la scrittrice conduceva la sua esistenza, confini che tornano nei suoi testi quando parla di rendite annuali, indipendenza economica e necessità di sposarsi per sussistenza o interesse.
Virginia attribuisce a Jane Austen una “mente incandescente” capace di generare uno stile ipercontrollato, caratterizzato da un’ironia elegante e tratti impercettibile, uno stile mai compromesso dalle frustrazioni e dalle amarezze della condizione che costringeva la Austen a scrivere in quei salotti condivisi nelle dimore di campagna che ha poi raccontato così candidamente nei suoi romanzi.
Salotti impregnati di vite vissute secondo dovere o desiderio, secondo orgoglio e pregiudizio, ragione e sentimento, salotti illuminati dalle candele o dalla pallida luce di un cielo inglese di cui ancora oggi, grazie alla magia del cinema, possiamo intuire il riverbero sulle tappezzerie di gusto neoclassico.