
di Alberto de Carolis
NC-389
04.02.2026
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Febbraio, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese, appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
4 febbraio. Birth (2004) di Jonathan Glazer

Si può vivere due volte? Sulla base di questo ermetico interrogativo il regista inglese Jonathan Glazer costruisce uno dei più grandi capolavori cinematografici del XXI secolo. Una storia di morte e follia, ma anche di amore incondizionato, di vita, di rinascita, una fusione totale tra un raffinatissimo thriller dell’anima e un sofisticato dramma intimista. Il volto, ora materno ora invasato, di una leggendaria Nicole Kidman (qui in una delle più grandi interpretazioni della sua carriera) traghetta lo spettatore nei labirinti di una mente ossessionata, e nei misteri (forse veri o forse solo immaginati) che la infestano. La tenue fotografia di Harris Savides immortala una New York crepuscolare, che si fa luogo dello spirito e spazio di contaminazione tra il reale e il sovrannaturale. Il contrasto delle fulgide (e gelide) tonalità degli esterni produce, sommato alle calde e ombrose sfumature degli interni, un limbo di non detti di austera bellezza. Un film coraggioso, che osa continuamente e continuamente trionfa nella sua smisurata ambizione. Con l’aiuto di poeti della parola, come il francese Jean-Claude Carrière (sceneggiatore del surreale e fedele discepolo di Luis Buñuel) e Milo Addica, Glazer compone una sentita parabola sugli abissi della natura umana, interrogandosi su cosa ci lega e indagando il sottile filo che divide la razionalità dalle indecifrabili logiche dell’imperscrutabile.
5 febbraio. A Venezia...un dicembre rosso shocking (1973) di Nicolas Roeg

Ci sono (rare) opere cinematografiche a cui basta un suono, uno zoom, un solo riflesso di luce per far sì che l'inquietudine ci rimanga appiccicata addosso come la farina d’avena. Non si presentano con l’odiosa pretesa di terrorizzare, ne con l’insopportabile spavalderia di voler dimostrare d’essere “il più spaventoso film mai visto”, raccontano e basta, lasciano che siano gli altri a riconoscere in loro i tratti glaciali del perturbante. Narrare bene una storia non è cosa semplice, saper cogliere gli umori e le atmosfere di una bizzarra e oscura parentesi lo è ancora meno. Perché è questo ciò di cui parla, infondo, A Venezia... un dicembre rosso shocking (orribile versione italianizzata del molto più riuscito titolo Don't Look Now): uno strano e “infestato” episodio nella vita di una coppia che tenta di superare il più terribile dei lutti, la morte di una figlia. Dietro la macchina da presa vi è l’occhio scrutatore di un maestro del cinema sensoriale, Nicolas Roeg. Lo sguardo del cineasta britannico si posa su una Venezia lontana dalla solita (e noiosa) rappresentazione patinata, per avvicinarsi alla descrizione di un luogo spettrale, decadente, rugiadoso e, a tratti, fascinosamente squallido. Un film fatto di bisbigli e ombre, dove l’eco del presagio incombe, e si posa minaccioso, in ogni antro oscuro. Julie Christie e Donald Sutherland regalano due calibratissime interpretazioni, fatte di assordanti silenzi e grida mute, rappresentando così il fulcro nevralgico della pellicola, una di quelle difficili da dimenticare perché semplicemente sono…senza la pretesa di dover dimostrare nulla.
Disponibile su Raro Video e noleggiabile su Google Play Video e Apple TV.
7 febbraio. Casa Howard (1992) di James Ivory

James Ivory è sempre stato un campione indiscusso dell’adattamento cinematografico, raramente un regista ha saputo cogliere le atmosfere della più grande letteratura meglio di lui. Ne sono esempi lampanti opere come The Europeans (Gli europei, 1979), Quartet (1981), The Bostonians (I bostoniani, 1984), A Room with a View (Camera con vista, 1985), Maurice (1987) e The Remains of the Day (Quel che resta del giorno, 1993). Spicca, tra tutti questi lungometraggi sublimi per estetica e potenza narrativa, Howards End (Casa Howard, 1992), quello che può essere considerato come il picco dell’autorialità ivoryana, uno splendido mix di equilibrio, pathos e caratterizzazione antropologica. Molto di rado un cineasta ha dimostrato di conoscere talmente affondo un testo letterario - in questo caso lo splendido romanzo di E.M. Forster - e di saperlo trasporre con tanta intelligenza attraverso una eccelsa messa in scena e uno straordinario ritmo narrativo. L’imponente cast, composto da giganti della recitazione inglese come Anthony Hopkins, Emma Thompson e Helena Bonham Carter, racchiude il tutto come in una scrigno prezioso, ma è l'incredibile (breve ma intensissima) apparizione di Vanessa Redgrave a marchiare il cuore per sempre, una vera lezione di recitazione difficile da dimenticare.
Disponibile per il noleggio su Rakuten TV, Amazon Prime Video, You Tube, Google Play Film, Apple TV.
9 febbraio. Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli

Nel panorama del nostro cinema vi sono autori che, molto spesso, rimangono schiacciati dal peso della Storia, persi nei meandri del tempo e troppo poco ricordati. Se si dovesse stilare una lista dei nomi più preziosi che, per qualche stranissimo e incomprensibile motivo, rimangono adombrati dai vari (grandissimi e imprescindibili, intendiamoci) De Sica, Risi, Scola, Monicelli, Rossellini (ecc.) al primo posto si troverebbe, certamente, Antonio Pietrangeli. Questo sbalorditivo autore - già brillante artigiano di eccellenti lungometraggi negli anni ‘50 - ha visto il suo periodo di maggior splendore durante il corso degli anni ‘60 - prima di morire tragicamente affogato durante le riprese del film Come, quando, perché (1968). Ad oggi, Pietrangeli può essere considerato a pieno titolo il più lucido narratore delle contraddizioni, della corruzione e dell’horror vacui che si celava dietro all’apparente idillio della società Italiana del boom economico. Lavori come Adua e le compagne (1960), La parmigiana (1963) e La visita (1963) sono tutti piccoli tasselli di un grande (e conturbante) quadro sociale. Io la conoscevo bene rappresenta la punta di diamante dell’arte pietrangeliana, una pellicola che, attraverso la sua miracolosa struttura ad incastro, ipnotizza lo spettatore. E anche noi, come la sua protagonista, rimaniamo intrappolati nello “specchio magico” delle vanità (e dello squallore) di un mondo scintillante ma organicamente vuoto. Il ritratto, frammentato e isterico, di una creatura alla deriva, multiforme e dai mille volti, che “tutti conoscevano” ma che nessuno può veramente definire - neanche lo spettatore stesso. Cinema allo stato puro.
Disponibile su MUBI e RaiPlay e noleggiabile su Amazon Prime Video e Apple TV.
11 febbraio. Domenica maledetta domenica (1971) di John Schlesinger

Pochi film riescono a risultare profondi e intelligenti senza alcuno sforzo come Domenica maledetta domenica. Questo straordinario lungometraggio britannico dei primi anni ‘70 segue una linea narrativa molto semplice - un triangolo amoroso che vede protagonista un giovane artista londinese innamoratosi (ricambiato) di una divorziata e di un medico scapolo - che però si addensa attraverso il racconto dei personaggi protagonisti della vicenda. John Schlesinger - narratore infallibile dei conflitti generazionali e delle contraddizioni affettive - esplora con ossessiva attenzione i tre caratteri principali e il loro rapporto con il mondo, la società dell’epoca e i suoi cambiamenti radicali. Il regista non lo fa attraverso colpi di scena o rumorosi clamori ma tramite un registro sommesso e intimo, come se volesse imbarcarsi nello studio (quasi scientifico) di una società che sta mutando per sempre. Dal punto di vista stilistico la pellicola rappresenta un ineccepibile esempio di grande eleganza formale, tutto appare amalgamato in modo naturale e scorrevole, nonostante la grandissima cura che si cela dietro ogni immagine o dialogo. Un’opera estremamente cerebrale e cadenzata, libera però da quell’arroganza tipica del cinema intellettuale. Nel 1970, prima di iniziare le riprese Schlesinger confessava: “È un film molto veritiero sulle emozioni della gente, ci sto lavorando da tempo. Abbiamo un programma di lavoro assai impegnativo e lungo, non tanto per il film in sé, quanto per il fatto che le interpretazioni devono essere di altissimo livello, non è un lavoro che si può improvvisare, potrà funzionare solo se riusciremo a mettere in evidenza, con tatto e finezza i risvolti emotivi dei personaggi e il carattere emblematico delle scene. Deve essere fatto con estrema cura, altrimenti potrebbe trasformarsi in un vero disastro”. Da questi dubbi è nato uno dei film più significativi del cinema inglese.
15 febbraio. Senso (1954) di Luchino Visconti

Pietra miliare indiscussa del cinema italiano degli anni ‘50, Senso di Luchino Visconti vive di due anime distanti ma al contempo assolutamente indivisibili. Da una parte incarna l’esempio più compiuto e puro di melodramma cinematografico, dall’altro rappresenta una lucida e impietosa analisi storica che ancora oggi lascia il segno. Partendo da una novella di Camillo Boito - che funge esclusivamente come spunto narrativo della storia - il regista incaricò il meglio della scrittura italiana, e internazionale, per strutturare un copione che equilibrasse struggente romanticismo e denuncia politica - oltre a Suso Cecchi D'Amico, fedele collaboratrice di Visconti, la sceneggiatura del film può vantare nomi del calibro di Giorgio Bassani, Carlo Alianello e Giorgio Prosperi, fino ad arrivare ai dialoghi rivisti da Tennessee Williams e Paul Bowles. Senso rappresenta un essenziale punto di svolta nell'arco evolutivo della poetica viscontiana, un drastico allontanamento dall'umile contesto sociale che caratterizzava l'universo di opere come Ossessione (1943) La terra trema (1948) e Bellissima (1951), non a caso il critico Giudo Aristarco parlo di una maturazione "dal neorealismo al realismo". Tutto è curato fino al più minimo dettaglio, dal raffinatissimo uso della scenografia e del colore, fino allo straordinario contributo sui costumi firmati da Marcel Escoffier e Piero Tosi. All'epoca della sua uscita il film provocò un incendiato dibattito, spaccando la critica italiana in due fazioni nette. Gli estimatori lo difesero strenuamente, i detrattori rimasero indignati dalla controversa rappresentazione che Visconti faceva del Risorgimento italiano. L'ostracismo dei poteri forti (politici ed ecclesiastici) fu talmente intenso da impedirgli di essere riconosciuto con il (meritatissimo) Leone d’Oro alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Un’opera d’arte totale, dalla prima fino all’ultima inquadratura.
Disponibile su Rai Play.
17 febbraio. Gangster Story (1967) di Arthur Penn

A cavallo degli anni ‘60 e ‘70 Arthur Penn si affermò come una delle personalità registiche più rappresentative della cosiddetta New Hollywood. Penn proveniva dal teatro e dalla televisione e, già dalla fine degli anni ‘50, aveva cominciato a dirigere ottime pellicole come The Left Handed Gun (Furia selvaggia - Billy Kid, 1958) e The Miracle Worker (Anna dei miracoli, 1962), lavori che dimostravano una certa anarchia stilistica rispetto ai canoni cinematografici del periodo. Fu con il successivo Mickey One (1965) che il cineasta originario di Philadelphia potè operare un affinamento del suo stile, una radicalizzazione che lo portò, nel 1967, a girare uno dei film cardine della rivoluzione stilistica e tematica che stava avvenendo nel cinema proprio in quegli anni. Adoperando la storia dei criminali Bonnie Parker e Clyde Barrow, due giovani emarginati che si incontrano nel Texas della Grande Depressione, Gangster Story spezza la struttura del gangster movie classico: Penn trasforma Bonnie e Clyde (due figure quasi leggendarie nel folclore popolare americano) in eroi romantici e ribelli, simboli di una gioventù in conflitto con la borghesia e le autorità. Abbracciando pienamente lo stile europeo della Nouvelle Vague (fatto di jump cut, montaggio frenetico e uso spasmodico della camera a mano) il cineasta oscilla tra poetica leggerezza e improvvise esplosioni di violenza incontrollata. In Gangster Story Penn esprime pienamente i temi principali del suo cinema: la decostruzione dei miti fondativi degli Stati Uniti e il fallimento dell’ordine costituito. Anche in opere successive come Little Big Man (Piccolo grande uomo, 1970) - chiara allegoria del Vietnam - emerge la forte volontà di smontare i modelli tradizionali amalgamando sperimentazione e racconto popolare. Gangster Story diventa così una profonda riflessione sulla leggenda, sui media e sul fascino distruttivo della ribellione.
Noleggiabile su Amazon Prime Video, Tim Vision, You Tube, Apple TV, Rakuten TV e CHILI .
22 febbraio. Afterglow (1997) di Alan Rudolph

Alan Rudolph è stata una figura chiave del panorama produttivo indipendente e un maestro indiscusso nel narrare di personaggi erranti, romanticamente disincantati e cronicamente disillusi. Protégée e fedele collaboratore di Robert Altman, Rudolph ha ereditato dal grande regista americano il ricorso alla coralità, l’interesse verso trame ricche e articolate, la preziosa capacità di creare atmosfere uniche e un grande talento nel descrivere, alla perfezione, universi eccentrici e stralunati. Dopo le grandi prove di Remember My Name (Ricorda il mio nome, 1978), Choose Me (1984), Trouble in Mind (Stati di alterazione progressiva, 1985), The Moderns (1988) e Mrs. Parker and the Vicious Circle (Mrs. Parker e il circolo vizioso, 1994), il regista sforna l’ultimo (fino ad oggi) dei suoi capolavori. Afterglow è un bizzarro, e riuscitissimo, mix di satira e dramma, un’originale commedia umana sull’amore, il sesso e lo scontro tra maschile e femminile. Quattro personaggi (divisi in due coppie e ognuno infelice a modo suo) di età ed estrazioni sociali diverse si incontrano, si mescolano e falliscono, arrivando alla conclusione di non riuscire (ancora) a comprendere nulla dell’amore. Pur giocando su una struttura narrativa già ampiamente adoperata nel corso della Storia del cinema, Rudolph evita magistralmente cliché o facili moralismi, l’adulterio non è punito o celebrato, ma presentato come il sintomo di una crisi più profonda. Il cineasta non vuole raccontare l'infedeltà, ma il fallimento della comunicazione affettiva e l'influenza del tempo sull'intimità. Non a caso il film procede attraverso un accumulo di piccoli gesti e dialoghi ellittici che privilegiano un tono sommesso e contemplativo. L’afterglow del titolo allude proprio a ciò che resta dopo la fine dell'innamoramento, una luce residua che può essere interpretata sia come fine irreversibile sia come possibilità di una consapevolezza nuova, più matura e meno idealizzata dell'amore.
26 febbraio. L'incidente (1967) di Joseph Losey

L’incidente nasce dal miracoloso incontro di due menti fuori dal comune: quella del regista Joseph Losey e del drammaturgo Harold Pinter. Due personalità provviste di una visione unica nel suo genere, capaci di scandagliare le contraddizioni e le storture della società britannica degli anni ‘60 con impressionante lucidità d’intenti. Insieme a L’incidente, Losey (alla regia) e Pinter (alla sceneggiatura) daranno vita a degli autentici capolavori della Storia del Cinema, The Servant (Il servo, 1963) e The Go-Between (Messaggero d’amore, 1971), i temi sono sempre gli stessi, declinati ogni volta attraverso forme diverse: lo scontro di classe e il sudiciume, che si cela dietro la facciata di perbenismo, delle più esclusive sfere sociali. In questo caso il bersaglio che viene mirato è l'ambiente intellettuale/accademico di Oxford, congelato nei suoi vuoti rituali e divorato da un’odiosa tracotanza. Attraverso l’ossessione per una studentessa austriaca (Jacqueline Sassard) da parte di un professore di filosofia (Dirk Bogarde) e uno scrittore (Stanley Baker), Losey istituisce un autentico “gioco al massacro” che non risparmia nessuno. Magistrale per l’uso del piano sequenza, e scandito da un impeccabile “girotondo temporale” costruito attraverso l’uso del flashback, L’incidente è una vera lezione di regia e scrittura cinematografica.
Disponibile su RaroVideo.
28 febbraio. Sinfonia d'autunno (1978) di Ingmar Bergman

Nell’esteso percorso artistico di Ingmar Bergman Sinfonia d’autunno va probabilmente annoverato come uno dei suoi lavori più accessibili. Intendiamoci, accessibile non vuole affatto significare che esso sia più elementare o banale degli altri esemplari della filmografia bergmaniana, ma indica semplicemente come sia più disposto verso il pubblico, più aperto, e meno ritorto su se stesso. Ed è proprio questo suo parlare in maniera chiara e diretta, rimanendo nello stesso momento fortemente ancorato alla poetica e agli stilemi estetico-narrativi del suo autore, a rappresentare la sua più grande forza. La “notte d’autunno” di una madre assente (pianista di grandissimo successo) e una figlia (trascurata durante l’infanzia e ora assetata d’amore) che, ritrovandosi dopo molti anni, si accarezzano per poi graffiarsi nel disperato tentativo di annientarsi a vicenda. Una spietata confessione sull’incapacità di essere genitori e sul fardello di essere figli, sulla difficoltà di ereditare il peso di un dolore silenzioso ma terribile. Struggente nella sua assoluta sincerità ed estremamente fassbinderiano nella caratterizzazione psicologica delle due (sconvolgenti) protagoniste - un’Ingrid Bergman e una Liv Ullman al culmine della loro arte recitativa. Indefinibile nella sua essenza, Sinfonia d’autunno si apre come un dramma psicologico per mutare, nella lunghissima sequenza che copre quasi interamente la seconda parte, in un kammerspiel spiazzante e sofferto.
di Alberto de Carolis
NC-389
04.02.2026
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Febbraio, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese, appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
4 febbraio. Birth (2004) di Jonathan Glazer

Si può vivere due volte? Sulla base di questo ermetico interrogativo il regista inglese Jonathan Glazer costruisce uno dei più grandi capolavori cinematografici del XXI secolo. Una storia di morte e follia, ma anche di amore incondizionato, di vita, di rinascita, una fusione totale tra un raffinatissimo thriller dell’anima e un sofisticato dramma intimista. Il volto, ora materno ora invasato, di una leggendaria Nicole Kidman (qui in una delle più grandi interpretazioni della sua carriera) traghetta lo spettatore nei labirinti di una mente ossessionata, e nei misteri (forse veri o forse solo immaginati) che la infestano. La tenue fotografia di Harris Savides immortala una New York crepuscolare, che si fa luogo dello spirito e spazio di contaminazione tra il reale e il sovrannaturale. Il contrasto delle fulgide (e gelide) tonalità degli esterni produce, sommato alle calde e ombrose sfumature degli interni, un limbo di non detti di austera bellezza. Un film coraggioso, che osa continuamente e continuamente trionfa nella sua smisurata ambizione. Con l’aiuto di poeti della parola, come il francese Jean-Claude Carrière (sceneggiatore del surreale e fedele discepolo di Luis Buñuel) e Milo Addica, Glazer compone una sentita parabola sugli abissi della natura umana, interrogandosi su cosa ci lega e indagando il sottile filo che divide la razionalità dalle indecifrabili logiche dell’imperscrutabile.
5 febbraio. A Venezia...un dicembre rosso shocking (1973) di Nicolas Roeg

Ci sono (rare) opere cinematografiche a cui basta un suono, uno zoom, un solo riflesso di luce per far sì che l'inquietudine ci rimanga appiccicata addosso come la farina d’avena. Non si presentano con l’odiosa pretesa di terrorizzare, ne con l’insopportabile spavalderia di voler dimostrare d’essere “il più spaventoso film mai visto”, raccontano e basta, lasciano che siano gli altri a riconoscere in loro i tratti glaciali del perturbante. Narrare bene una storia non è cosa semplice, saper cogliere gli umori e le atmosfere di una bizzarra e oscura parentesi lo è ancora meno. Perché è questo ciò di cui parla, infondo, A Venezia... un dicembre rosso shocking (orribile versione italianizzata del molto più riuscito titolo Don't Look Now): uno strano e “infestato” episodio nella vita di una coppia che tenta di superare il più terribile dei lutti, la morte di una figlia. Dietro la macchina da presa vi è l’occhio scrutatore di un maestro del cinema sensoriale, Nicolas Roeg. Lo sguardo del cineasta britannico si posa su una Venezia lontana dalla solita (e noiosa) rappresentazione patinata, per avvicinarsi alla descrizione di un luogo spettrale, decadente, rugiadoso e, a tratti, fascinosamente squallido. Un film fatto di bisbigli e ombre, dove l’eco del presagio incombe, e si posa minaccioso, in ogni antro oscuro. Julie Christie e Donald Sutherland regalano due calibratissime interpretazioni, fatte di assordanti silenzi e grida mute, rappresentando così il fulcro nevralgico della pellicola, una di quelle difficili da dimenticare perché semplicemente sono…senza la pretesa di dover dimostrare nulla.
Disponibile su Raro Video e noleggiabile su Google Play Video e Apple TV.
7 febbraio. Casa Howard (1992) di James Ivory

James Ivory è sempre stato un campione indiscusso dell’adattamento cinematografico, raramente un regista ha saputo cogliere le atmosfere della più grande letteratura meglio di lui. Ne sono esempi lampanti opere come The Europeans (Gli europei, 1979), Quartet (1981), The Bostonians (I bostoniani, 1984), A Room with a View (Camera con vista, 1985), Maurice (1987) e The Remains of the Day (Quel che resta del giorno, 1993). Spicca, tra tutti questi lungometraggi sublimi per estetica e potenza narrativa, Howards End (Casa Howard, 1992), quello che può essere considerato come il picco dell’autorialità ivoryana, uno splendido mix di equilibrio, pathos e caratterizzazione antropologica. Molto di rado un cineasta ha dimostrato di conoscere talmente affondo un testo letterario - in questo caso lo splendido romanzo di E.M. Forster - e di saperlo trasporre con tanta intelligenza attraverso una eccelsa messa in scena e uno straordinario ritmo narrativo. L’imponente cast, composto da giganti della recitazione inglese come Anthony Hopkins, Emma Thompson e Helena Bonham Carter, racchiude il tutto come in una scrigno prezioso, ma è l'incredibile (breve ma intensissima) apparizione di Vanessa Redgrave a marchiare il cuore per sempre, una vera lezione di recitazione difficile da dimenticare.
Disponibile per il noleggio su Rakuten TV, Amazon Prime Video, You Tube, Google Play Film, Apple TV.
9 febbraio. Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli

Nel panorama del nostro cinema vi sono autori che, molto spesso, rimangono schiacciati dal peso della Storia, persi nei meandri del tempo e troppo poco ricordati. Se si dovesse stilare una lista dei nomi più preziosi che, per qualche stranissimo e incomprensibile motivo, rimangono adombrati dai vari (grandissimi e imprescindibili, intendiamoci) De Sica, Risi, Scola, Monicelli, Rossellini (ecc.) al primo posto si troverebbe, certamente, Antonio Pietrangeli. Questo sbalorditivo autore - già brillante artigiano di eccellenti lungometraggi negli anni ‘50 - ha visto il suo periodo di maggior splendore durante il corso degli anni ‘60 - prima di morire tragicamente affogato durante le riprese del film Come, quando, perché (1968). Ad oggi, Pietrangeli può essere considerato a pieno titolo il più lucido narratore delle contraddizioni, della corruzione e dell’horror vacui che si celava dietro all’apparente idillio della società Italiana del boom economico. Lavori come Adua e le compagne (1960), La parmigiana (1963) e La visita (1963) sono tutti piccoli tasselli di un grande (e conturbante) quadro sociale. Io la conoscevo bene rappresenta la punta di diamante dell’arte pietrangeliana, una pellicola che, attraverso la sua miracolosa struttura ad incastro, ipnotizza lo spettatore. E anche noi, come la sua protagonista, rimaniamo intrappolati nello “specchio magico” delle vanità (e dello squallore) di un mondo scintillante ma organicamente vuoto. Il ritratto, frammentato e isterico, di una creatura alla deriva, multiforme e dai mille volti, che “tutti conoscevano” ma che nessuno può veramente definire - neanche lo spettatore stesso. Cinema allo stato puro.
Disponibile su MUBI e RaiPlay e noleggiabile su Amazon Prime Video e Apple TV.
11 febbraio. Domenica maledetta domenica (1971) di John Schlesinger

Pochi film riescono a risultare profondi e intelligenti senza alcuno sforzo come Domenica maledetta domenica. Questo straordinario lungometraggio britannico dei primi anni ‘70 segue una linea narrativa molto semplice - un triangolo amoroso che vede protagonista un giovane artista londinese innamoratosi (ricambiato) di una divorziata e di un medico scapolo - che però si addensa attraverso il racconto dei personaggi protagonisti della vicenda. John Schlesinger - narratore infallibile dei conflitti generazionali e delle contraddizioni affettive - esplora con ossessiva attenzione i tre caratteri principali e il loro rapporto con il mondo, la società dell’epoca e i suoi cambiamenti radicali. Il regista non lo fa attraverso colpi di scena o rumorosi clamori ma tramite un registro sommesso e intimo, come se volesse imbarcarsi nello studio (quasi scientifico) di una società che sta mutando per sempre. Dal punto di vista stilistico la pellicola rappresenta un ineccepibile esempio di grande eleganza formale, tutto appare amalgamato in modo naturale e scorrevole, nonostante la grandissima cura che si cela dietro ogni immagine o dialogo. Un’opera estremamente cerebrale e cadenzata, libera però da quell’arroganza tipica del cinema intellettuale. Nel 1970, prima di iniziare le riprese Schlesinger confessava: “È un film molto veritiero sulle emozioni della gente, ci sto lavorando da tempo. Abbiamo un programma di lavoro assai impegnativo e lungo, non tanto per il film in sé, quanto per il fatto che le interpretazioni devono essere di altissimo livello, non è un lavoro che si può improvvisare, potrà funzionare solo se riusciremo a mettere in evidenza, con tatto e finezza i risvolti emotivi dei personaggi e il carattere emblematico delle scene. Deve essere fatto con estrema cura, altrimenti potrebbe trasformarsi in un vero disastro”. Da questi dubbi è nato uno dei film più significativi del cinema inglese.
15 febbraio. Senso (1954) di Luchino Visconti

Pietra miliare indiscussa del cinema italiano degli anni ‘50, Senso di Luchino Visconti vive di due anime distanti ma al contempo assolutamente indivisibili. Da una parte incarna l’esempio più compiuto e puro di melodramma cinematografico, dall’altro rappresenta una lucida e impietosa analisi storica che ancora oggi lascia il segno. Partendo da una novella di Camillo Boito - che funge esclusivamente come spunto narrativo della storia - il regista incaricò il meglio della scrittura italiana, e internazionale, per strutturare un copione che equilibrasse struggente romanticismo e denuncia politica - oltre a Suso Cecchi D'Amico, fedele collaboratrice di Visconti, la sceneggiatura del film può vantare nomi del calibro di Giorgio Bassani, Carlo Alianello e Giorgio Prosperi, fino ad arrivare ai dialoghi rivisti da Tennessee Williams e Paul Bowles. Senso rappresenta un essenziale punto di svolta nell'arco evolutivo della poetica viscontiana, un drastico allontanamento dall'umile contesto sociale che caratterizzava l'universo di opere come Ossessione (1943) La terra trema (1948) e Bellissima (1951), non a caso il critico Giudo Aristarco parlo di una maturazione "dal neorealismo al realismo". Tutto è curato fino al più minimo dettaglio, dal raffinatissimo uso della scenografia e del colore, fino allo straordinario contributo sui costumi firmati da Marcel Escoffier e Piero Tosi. All'epoca della sua uscita il film provocò un incendiato dibattito, spaccando la critica italiana in due fazioni nette. Gli estimatori lo difesero strenuamente, i detrattori rimasero indignati dalla controversa rappresentazione che Visconti faceva del Risorgimento italiano. L'ostracismo dei poteri forti (politici ed ecclesiastici) fu talmente intenso da impedirgli di essere riconosciuto con il (meritatissimo) Leone d’Oro alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Un’opera d’arte totale, dalla prima fino all’ultima inquadratura.
Disponibile su Rai Play.
17 febbraio. Gangster Story (1967) di Arthur Penn

A cavallo degli anni ‘60 e ‘70 Arthur Penn si affermò come una delle personalità registiche più rappresentative della cosiddetta New Hollywood. Penn proveniva dal teatro e dalla televisione e, già dalla fine degli anni ‘50, aveva cominciato a dirigere ottime pellicole come The Left Handed Gun (Furia selvaggia - Billy Kid, 1958) e The Miracle Worker (Anna dei miracoli, 1962), lavori che dimostravano una certa anarchia stilistica rispetto ai canoni cinematografici del periodo. Fu con il successivo Mickey One (1965) che il cineasta originario di Philadelphia potè operare un affinamento del suo stile, una radicalizzazione che lo portò, nel 1967, a girare uno dei film cardine della rivoluzione stilistica e tematica che stava avvenendo nel cinema proprio in quegli anni. Adoperando la storia dei criminali Bonnie Parker e Clyde Barrow, due giovani emarginati che si incontrano nel Texas della Grande Depressione, Gangster Story spezza la struttura del gangster movie classico: Penn trasforma Bonnie e Clyde (due figure quasi leggendarie nel folclore popolare americano) in eroi romantici e ribelli, simboli di una gioventù in conflitto con la borghesia e le autorità. Abbracciando pienamente lo stile europeo della Nouvelle Vague (fatto di jump cut, montaggio frenetico e uso spasmodico della camera a mano) il cineasta oscilla tra poetica leggerezza e improvvise esplosioni di violenza incontrollata. In Gangster Story Penn esprime pienamente i temi principali del suo cinema: la decostruzione dei miti fondativi degli Stati Uniti e il fallimento dell’ordine costituito. Anche in opere successive come Little Big Man (Piccolo grande uomo, 1970) - chiara allegoria del Vietnam - emerge la forte volontà di smontare i modelli tradizionali amalgamando sperimentazione e racconto popolare. Gangster Story diventa così una profonda riflessione sulla leggenda, sui media e sul fascino distruttivo della ribellione.
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22 febbraio. Afterglow (1997) di Alan Rudolph

Alan Rudolph è stata una figura chiave del panorama produttivo indipendente e un maestro indiscusso nel narrare di personaggi erranti, romanticamente disincantati e cronicamente disillusi. Protégée e fedele collaboratore di Robert Altman, Rudolph ha ereditato dal grande regista americano il ricorso alla coralità, l’interesse verso trame ricche e articolate, la preziosa capacità di creare atmosfere uniche e un grande talento nel descrivere, alla perfezione, universi eccentrici e stralunati. Dopo le grandi prove di Remember My Name (Ricorda il mio nome, 1978), Choose Me (1984), Trouble in Mind (Stati di alterazione progressiva, 1985), The Moderns (1988) e Mrs. Parker and the Vicious Circle (Mrs. Parker e il circolo vizioso, 1994), il regista sforna l’ultimo (fino ad oggi) dei suoi capolavori. Afterglow è un bizzarro, e riuscitissimo, mix di satira e dramma, un’originale commedia umana sull’amore, il sesso e lo scontro tra maschile e femminile. Quattro personaggi (divisi in due coppie e ognuno infelice a modo suo) di età ed estrazioni sociali diverse si incontrano, si mescolano e falliscono, arrivando alla conclusione di non riuscire (ancora) a comprendere nulla dell’amore. Pur giocando su una struttura narrativa già ampiamente adoperata nel corso della Storia del cinema, Rudolph evita magistralmente cliché o facili moralismi, l’adulterio non è punito o celebrato, ma presentato come il sintomo di una crisi più profonda. Il cineasta non vuole raccontare l'infedeltà, ma il fallimento della comunicazione affettiva e l'influenza del tempo sull'intimità. Non a caso il film procede attraverso un accumulo di piccoli gesti e dialoghi ellittici che privilegiano un tono sommesso e contemplativo. L’afterglow del titolo allude proprio a ciò che resta dopo la fine dell'innamoramento, una luce residua che può essere interpretata sia come fine irreversibile sia come possibilità di una consapevolezza nuova, più matura e meno idealizzata dell'amore.
26 febbraio. L'incidente (1967) di Joseph Losey

L’incidente nasce dal miracoloso incontro di due menti fuori dal comune: quella del regista Joseph Losey e del drammaturgo Harold Pinter. Due personalità provviste di una visione unica nel suo genere, capaci di scandagliare le contraddizioni e le storture della società britannica degli anni ‘60 con impressionante lucidità d’intenti. Insieme a L’incidente, Losey (alla regia) e Pinter (alla sceneggiatura) daranno vita a degli autentici capolavori della Storia del Cinema, The Servant (Il servo, 1963) e The Go-Between (Messaggero d’amore, 1971), i temi sono sempre gli stessi, declinati ogni volta attraverso forme diverse: lo scontro di classe e il sudiciume, che si cela dietro la facciata di perbenismo, delle più esclusive sfere sociali. In questo caso il bersaglio che viene mirato è l'ambiente intellettuale/accademico di Oxford, congelato nei suoi vuoti rituali e divorato da un’odiosa tracotanza. Attraverso l’ossessione per una studentessa austriaca (Jacqueline Sassard) da parte di un professore di filosofia (Dirk Bogarde) e uno scrittore (Stanley Baker), Losey istituisce un autentico “gioco al massacro” che non risparmia nessuno. Magistrale per l’uso del piano sequenza, e scandito da un impeccabile “girotondo temporale” costruito attraverso l’uso del flashback, L’incidente è una vera lezione di regia e scrittura cinematografica.
Disponibile su RaroVideo.
28 febbraio. Sinfonia d'autunno (1978) di Ingmar Bergman

Nell’esteso percorso artistico di Ingmar Bergman Sinfonia d’autunno va probabilmente annoverato come uno dei suoi lavori più accessibili. Intendiamoci, accessibile non vuole affatto significare che esso sia più elementare o banale degli altri esemplari della filmografia bergmaniana, ma indica semplicemente come sia più disposto verso il pubblico, più aperto, e meno ritorto su se stesso. Ed è proprio questo suo parlare in maniera chiara e diretta, rimanendo nello stesso momento fortemente ancorato alla poetica e agli stilemi estetico-narrativi del suo autore, a rappresentare la sua più grande forza. La “notte d’autunno” di una madre assente (pianista di grandissimo successo) e una figlia (trascurata durante l’infanzia e ora assetata d’amore) che, ritrovandosi dopo molti anni, si accarezzano per poi graffiarsi nel disperato tentativo di annientarsi a vicenda. Una spietata confessione sull’incapacità di essere genitori e sul fardello di essere figli, sulla difficoltà di ereditare il peso di un dolore silenzioso ma terribile. Struggente nella sua assoluta sincerità ed estremamente fassbinderiano nella caratterizzazione psicologica delle due (sconvolgenti) protagoniste - un’Ingrid Bergman e una Liv Ullman al culmine della loro arte recitativa. Indefinibile nella sua essenza, Sinfonia d’autunno si apre come un dramma psicologico per mutare, nella lunghissima sequenza che copre quasi interamente la seconda parte, in un kammerspiel spiazzante e sofferto.