
di Martina Di Gesu
NC-377
02.01.2026
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Gennaio, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese e appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
2 gennaio. In the mood for love (2000), di Wong Kar-wai

Immersi nella Hong Kong degli anni Sessanta, Su Li-zhen (Maggie Cheung) e Chow Mo-Wan (Tony Leung Chiu-Wai) si trasferiscono in due appartamenti adiacenti. Felici agli occhi dei padroni di casa, i protagonisti sono in realtà soli e pensierosi senza i loro coniugi. Quando scopriranno che i rispettivi consorti sono amanti tra loro, cominceranno a condividere quella solitudine lacerante, a cercarsi tra i muri che li separano e a comprendersi forse per la prima volta, fino a quando la palpabile attrazione non diventa necessità. Famoso soprattutto per le musiche, composte da Shigeru Umebayashi, In the mood for love è una coreografia in cui i "ballerini" si muovono sinuosamente, guidati da una regia che si sposta con delicatezza tra gli spazi limitati dei due appartamenti. Il loro amore è narrato in chiave poetica: emozioni ed azioni celate, smascherate solo da gesti e sguardi silenziosi. Infatti, la bellezza incontrastata di questo film è proprio l’assenza, dove la passione aumenta come la mancanza di un contatto.
Disponibile su MUBI e Amazon Prime Video, noleggiabile su CHILI, YouTube e Apple TV.
5 gennaio. Lazzaro felice (2018), di Alice Rohrwacher

Il terzo film di Alice Rohrwacher definisce una regista che sarà sempre fedele alla propria urgenza comunicativa: un cinema libero ed ingenuo che non vuole preoccuparsi di nient’altro. La comunità contadina dell’Inviolata lavora per la marchesa Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi), non chiedendo nulla in cambio se non quella miserabile baracca dove tutti vivono. Non conoscono il mondo esterno e non sanno di essere sfruttati come schiavi in un’epoca che sembra quella feudale ma che in realtà è quella degli anni Novanta. In mezzo a loro c’è Lazzaro (Adriano Tardiolo), un giovane che svolge i suoi compiti con la generosità di chi è semplicemente grato di esistere. Sarà proprio lui, con la complicità del figlio della marchesa, a scatenare eventi che cambieranno la vita dei suoi conviviali. La loro realtà viene scoperta e, improvvisamente, si ritrovano a essere cittadini liberi, tranne Lazzaro che rimane sospeso nel tempo, sia nella forma che nella sostanza. Noi spettatori, scopriremo con lo sguardo innocente del protagonista che il colore caldo della natura ha lasciato spazio al colore freddo della città torinese, che la bontà viene scambiata per stupidità e che la sua purezza diventerà presto la sua più acerrima nemica.
Disponibile su RaiPlay e noleggiabile su YouTube, Google Play Film, Amazon Prime Video, Apple TV, Rakuten TV.
8 gennaio. Her (2013), di Spike Jonze

Quando uscì questo film, ormai dodici anni fa, sembrava lontanamente inverosimile da filtrare con gli occhi di una possibile realtà. Oggi, all’avvento inesorabile dell’intelligenza artificiale, appare più attuale che mai. Ambientato in un futuro prossimo a Los Angeles, Her descrive un mondo ipertecnologico in cui le persone sono sempre connesse con i loro dispositivi elettronici. Il sistema operativo OS 1 è in grado di comunicare vocalmente con le persone e di instaurare dei rapporti “quasi” umani. Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) è un uomo introverso che sta tentando la distrazione dalla separazione con Catherine (Rooney Mara), allontanando qualsiasi parvenza di sentimento o di emotività. La sua condizione cambia quando acquista Samantha (Scarlett Johansson), l’innovativo sistema operativo: diventa una presenza piacevole per Theodore, dotata di pensiero critico e di umorismo. I due instaurano una chimica che va oltre quella mentale e sfocia in una relazione. Samantha copre il vuoto lasciato dalla ex-moglie e “guarisce” Theodore, ma a quali condizioni? Come può accettare l’assenza di un corpo? Come può amare una “cosa” che non è umana? La risposta è semplice: non è possibile.
Disponibile su MUBI, CHILI, TIM Vision e Amazon Prime Video, noleggiabile su YouTube, Apple TV, Rakuten TV.
12 gennaio. Luca (2021), di Enrico Casarosa

Primo lungometraggio di Casarosa e primo Pixar ambientato in Italia, questo film d’animazione è un delicato racconto di formazione. Luca Paguro è un giovane mostro marino che vive con la famiglia nelle profondità del mare, educato a temere il mondo degli esseri umani. Durante un’estate decisiva incontra Alberto, un coetaneo ribelle che lo spinge a emergere in superficie e a scoprire la vita sulla terraferma. Prese le sembianze umane a contatto con l’aria, i due si rifugiano nel paese di Portorosso e, insieme, cominciano a sognare un futuro diverso da quello che li aspetta. Luca ha modo di sperimentare la libertà e il desiderio di appartenenza, confrontandosi con la paura di essere scoperto e rifiutato. Sotto la leggerezza del racconto, e come la Pixar è solita fare, il film affronta temi importanti: parla di diversità, di accettazione e del bisogno di uscire dalla propria zona di comfort grazie alla forza gentile dell’amicizia. Luca è un’opera luminosa che restituisce il coraggio di riconoscere ciò che si è, anche quando questo significa allontanarsi da ciò che si conosce.
Disponibile su Disney+ e noleggiabile su YouTube, Google Play Film, Rakuten TV, Apple TV.
16 gennaio. The Apartment (1960), di Billy Wilder

L’apice del sodalizio tra Billy Wilder e I.A.L. Diamond. I due sceneggiatori danno vita a una rom-com insolita che ridiscute le regole del genere e che è perfetta nel suo connubio tra humor, dramma e romanticismo. Bud Baxter (Jack Lemmon) è impiegato in una grande compagnia di assicurazioni, ottiene una promozione prestando il suo appartamento ai suoi superiori e alle loro amanti. Sembra procedere tutto bene fino a quando non scopre che la donna di cui è innamorato, Fran Kubelik (Shirley MacLaine), è l’amante del suo capo. Dietro un tono ironico, il film nasconde il senso d’alienazione dell’individuo che emerge, soprattutto, grazie alla regola fondamentale dello «show, don’t tell», a cui Wilder e Diamond si appellano. The apartment è una satira della società capitalista, tracciata contemporaneamente con meschinità e leggerezza. Nel 1961, vince 5 premi Oscar, tra cui la Miglior Regia - per questa categoria era candidato anche Hitchcock con Psycho (1960) - ma, stavolta, ha vinto un altro maestro: Billy Wilder.
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19 gennaio. Il signore delle formiche (2022), di Gianni Amelio

Nel 1968, l’intellettuale Aldo Braibanti viene condannato con l’accusa di aver “plagiato” un giovane. Il signore delle formiche racconta questa vicenda con grande raffinatezza, accentuandone la drammaticità. Il film si apre con l’irruzione della madre e del fratello di Ettore (Leonardo Maltese) nella pensione romana in cui lui e Aldo (Luigi Lo Cascio) vivevano e, attraverso un flashback, ricostruisce la nascita della loro relazione fino ad arrivare al processo. Se Aldo finisce in tribunale per un reato inesistente, il destino di Ettore è ancora più tragico: internato in un ospedale psichiatrico per volontà dei familiari. Il processo diventa così una condanna aperta dell’omosessualità e una celebrazione della “famiglia tradizionale” più meschina e bigotta. Eppure, è proprio in questa negazione che il film afferma la potenza di un amore nato senza colpe, sostenuto dalla mobilitazione di giovani attivisti contro un iter giudiziario che appare sempre più come una persecuzione. Nell’Italia all’alba del Sessantotto si nasconde un barlume di speranza, incarnato da Ennio (Elio Germano), giornalista de L’Unità, che riconosce nel caso Braibanti «lo specchio del nostro Paese nell’aspetto più retrivo, più meschino, più criminale».
Disponibile su RaiPlay e noleggiabile su Amazon Prime Video, YouTube, Google Play Film, TIM Vision, Apple TV, Rakuten TV.
21 gennaio. Poor Things (2023), di Yorgos Lanthimos

Bella Baxter (Emma Stone) è una creatura riportata in vita da un folle scienziato (Willem Dafoe), che la cresce come una figlia in un ambiente protetto e controllato. Tuttavia, ciò che era nato come un esperimento, si trasforma presto in un percorso di emancipazione e di autodeterminazione: Bella sente il bisogno di confrontarsi col mondo esterno, di scoprire la propria identità, il proprio corpo e la propria libido. Attraverso l’esperienza diretta e il desiderio, la protagonista mette in crisi le convenzioni sociali e le strutture di potere che cercano di definirla e limitarla. La regia visionaria e grottesca di Lanthimos accompagna questa metamorfosi, così come la scelta dei costumi e delle scenografie; mentre la performance di Emma Stone regala un personaggio fisico, istintivo e sorprendentemente empatico. Pur essendo una costruzione artificiale, Bella si rivela progressivamente più autentica e umana di chi la circonda. Poor Things destabilizza ma allo stesso tempo esorta a interrogarsi sul rapporto tra corpo, libertà e identità, respingendo qualsiasi forma di normalizzazione.
Disponibile su Disney+ e Now TV, noleggiabile su Apple TV, YouTube, Google Play Film, Rakuten TV, TIM Vision, Amazon Prime Video
24 gennaio. Caro diario (1993), di Nanni Moretti

L’opera più intima e autoironica di Moretti converte l’esperienza personale in riflessione collettiva. Il film è diviso in tre capitoli, il regista si apre allo spettatore come se parlasse a un vero e proprio diario, confidando sogni, ossessioni, problemi e il suo io più nascosto. Nel primo episodio, In Vespa, la Roma estiva e vuota, diventa il terreno ideale per percorrerla liberamente: la Vespa sostituisce la narrazione tradizionale e stimola la riflessione. In Isole, il protagonista raggiunge un amico alle Eolie nella speranza di trovare la tranquillità necessaria per lavorare, ma la quiete si rivela un’utopia. Medici, infine, narra un’odissea sanitaria segnata da diagnosi errate e farmaci inutili, mentre un prurito insopportabile diventa il sintomo di un malessere più profondo. Mettendo in scena sé stesso, Moretti rinuncia a ogni tipo di plausibile mediazione e rende il suo cinema uno strumento di analisi, invitando a osservare il mondo circostante con un cipiglio critico e ostinatamente personale.
Disponibile su Disney+, Now TV e Amazon Prime Video, noleggiabile su YouTube, Google Play Film, TIM Vision, Apple TV, Rakuten TV.
27 gennaio. Il figlio di Saul (2015), di László Nemes

Ambientato nel 1944 all’interno del campo di sterminio di Auschwitz, Il figlio di Saul segue Saul Ausländer (Géza Röhrig), un ebreo ungherese che fa parte del Sonderkommando. La sua quotidianità è scandita da gesti meccanici e disumanizzanti, fino a quando l’uomo riconosce in un ragazzo ucciso quello che crede essere suo figlio. Da quel momento, Saul si aggrappa all’ossessione di offrirgli una degna sepoltura, facendo di questo gesto impossibile un atto di resistenza morale. Il regista sceglie una messa in scena radicale: la macchina da presa resta costantemente addosso al protagonista, aderisce al suo punto di vista e restringe il campo visivo. Pur lasciando l’orrore ai margini dell’inquadratura, la macchinazione infernale di quel luogo arriva più potente che mai: non tanto per ciò che viene mostrato, quanto per ciò che si ascolta. I rumori atroci di quel luogo saturano lo spazio sonoro, contrastando spesso con il silenzio del protagonista. Il risultato è un’esperienza immersiva e soffocante, che nega ogni forma di spettacolarizzazione e costringe lo spettatore a confrontarsi con l’indicibile.
Disponibile su Amazon Prime Video e noleggiabile su CHILI, Rakuten TV, YouTube, Apple TV, Google Play Film.
31 gennaio. Il sorpasso (1962), di Dino Risi

Una delle pellicole più affascinanti del nostro cinema è un ritratto significativo dell’Italia del boom economico. Quando Bruno Cortona (Vittorio Gassman) incontra Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant) è una calda giornata di Ferragosto a Roma. I due appaiono, fin da subito, caratteri opposti: il primo è spavaldo ed eccentrico, uno dei tanti spacconi che popolavano in quel periodo; l’altro è un educato ed introverso studente di giurisprudenza. Quello che doveva essere un semplice pranzo fuori diventa un vagabondaggio di un giorno e mezzo tra la città eterna e la Toscana. A fare da terza protagonista è la Lancia Aurelia Sport di Bruno, simbolo della caducità dell’Italia degli anni Sessanta e riflesso del suo proprietario. L’auto accompagna Roberto nel suo percorso interiore, diventando prima strumento di scoperta e poi veicolo di un prezzo altissimo da pagare. Bruno incarna la totalità di un mondo immodificabile: resta vigliacco dall’inizio alla fine, incapace di qualsiasi evoluzione morale. Roberto, invece, finisce per assimilare la “maschera” del suo accompagnatore, lasciandosi sedurre da un modello di vita che non gli appartiene.
di Martina Di Gesu
NC-377
02.01.2026
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Gennaio, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese e appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
2 gennaio. In the mood for love (2000), di Wong Kar-wai

Immersi nella Hong Kong degli anni Sessanta, Su Li-zhen (Maggie Cheung) e Chow Mo-Wan (Tony Leung Chiu-Wai) si trasferiscono in due appartamenti adiacenti. Felici agli occhi dei padroni di casa, i protagonisti sono in realtà soli e pensierosi senza i loro coniugi. Quando scopriranno che i rispettivi consorti sono amanti tra loro, cominceranno a condividere quella solitudine lacerante, a cercarsi tra i muri che li separano e a comprendersi forse per la prima volta, fino a quando la palpabile attrazione non diventa necessità. Famoso soprattutto per le musiche, composte da Shigeru Umebayashi, In the mood for love è una coreografia in cui i "ballerini" si muovono sinuosamente, guidati da una regia che si sposta con delicatezza tra gli spazi limitati dei due appartamenti. Il loro amore è narrato in chiave poetica: emozioni ed azioni celate, smascherate solo da gesti e sguardi silenziosi. Infatti, la bellezza incontrastata di questo film è proprio l’assenza, dove la passione aumenta come la mancanza di un contatto.
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5 gennaio. Lazzaro felice (2018), di Alice Rohrwacher

Il terzo film di Alice Rohrwacher definisce una regista che sarà sempre fedele alla propria urgenza comunicativa: un cinema libero ed ingenuo che non vuole preoccuparsi di nient’altro. La comunità contadina dell’Inviolata lavora per la marchesa Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi), non chiedendo nulla in cambio se non quella miserabile baracca dove tutti vivono. Non conoscono il mondo esterno e non sanno di essere sfruttati come schiavi in un’epoca che sembra quella feudale ma che in realtà è quella degli anni Novanta. In mezzo a loro c’è Lazzaro (Adriano Tardiolo), un giovane che svolge i suoi compiti con la generosità di chi è semplicemente grato di esistere. Sarà proprio lui, con la complicità del figlio della marchesa, a scatenare eventi che cambieranno la vita dei suoi conviviali. La loro realtà viene scoperta e, improvvisamente, si ritrovano a essere cittadini liberi, tranne Lazzaro che rimane sospeso nel tempo, sia nella forma che nella sostanza. Noi spettatori, scopriremo con lo sguardo innocente del protagonista che il colore caldo della natura ha lasciato spazio al colore freddo della città torinese, che la bontà viene scambiata per stupidità e che la sua purezza diventerà presto la sua più acerrima nemica.
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8 gennaio. Her (2013), di Spike Jonze

Quando uscì questo film, ormai dodici anni fa, sembrava lontanamente inverosimile da filtrare con gli occhi di una possibile realtà. Oggi, all’avvento inesorabile dell’intelligenza artificiale, appare più attuale che mai. Ambientato in un futuro prossimo a Los Angeles, Her descrive un mondo ipertecnologico in cui le persone sono sempre connesse con i loro dispositivi elettronici. Il sistema operativo OS 1 è in grado di comunicare vocalmente con le persone e di instaurare dei rapporti “quasi” umani. Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) è un uomo introverso che sta tentando la distrazione dalla separazione con Catherine (Rooney Mara), allontanando qualsiasi parvenza di sentimento o di emotività. La sua condizione cambia quando acquista Samantha (Scarlett Johansson), l’innovativo sistema operativo: diventa una presenza piacevole per Theodore, dotata di pensiero critico e di umorismo. I due instaurano una chimica che va oltre quella mentale e sfocia in una relazione. Samantha copre il vuoto lasciato dalla ex-moglie e “guarisce” Theodore, ma a quali condizioni? Come può accettare l’assenza di un corpo? Come può amare una “cosa” che non è umana? La risposta è semplice: non è possibile.
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12 gennaio. Luca (2021), di Enrico Casarosa

Primo lungometraggio di Casarosa e primo Pixar ambientato in Italia, questo film d’animazione è un delicato racconto di formazione. Luca Paguro è un giovane mostro marino che vive con la famiglia nelle profondità del mare, educato a temere il mondo degli esseri umani. Durante un’estate decisiva incontra Alberto, un coetaneo ribelle che lo spinge a emergere in superficie e a scoprire la vita sulla terraferma. Prese le sembianze umane a contatto con l’aria, i due si rifugiano nel paese di Portorosso e, insieme, cominciano a sognare un futuro diverso da quello che li aspetta. Luca ha modo di sperimentare la libertà e il desiderio di appartenenza, confrontandosi con la paura di essere scoperto e rifiutato. Sotto la leggerezza del racconto, e come la Pixar è solita fare, il film affronta temi importanti: parla di diversità, di accettazione e del bisogno di uscire dalla propria zona di comfort grazie alla forza gentile dell’amicizia. Luca è un’opera luminosa che restituisce il coraggio di riconoscere ciò che si è, anche quando questo significa allontanarsi da ciò che si conosce.
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16 gennaio. The Apartment (1960), di Billy Wilder

L’apice del sodalizio tra Billy Wilder e I.A.L. Diamond. I due sceneggiatori danno vita a una rom-com insolita che ridiscute le regole del genere e che è perfetta nel suo connubio tra humor, dramma e romanticismo. Bud Baxter (Jack Lemmon) è impiegato in una grande compagnia di assicurazioni, ottiene una promozione prestando il suo appartamento ai suoi superiori e alle loro amanti. Sembra procedere tutto bene fino a quando non scopre che la donna di cui è innamorato, Fran Kubelik (Shirley MacLaine), è l’amante del suo capo. Dietro un tono ironico, il film nasconde il senso d’alienazione dell’individuo che emerge, soprattutto, grazie alla regola fondamentale dello «show, don’t tell», a cui Wilder e Diamond si appellano. The apartment è una satira della società capitalista, tracciata contemporaneamente con meschinità e leggerezza. Nel 1961, vince 5 premi Oscar, tra cui la Miglior Regia - per questa categoria era candidato anche Hitchcock con Psycho (1960) - ma, stavolta, ha vinto un altro maestro: Billy Wilder.
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19 gennaio. Il signore delle formiche (2022), di Gianni Amelio

Nel 1968, l’intellettuale Aldo Braibanti viene condannato con l’accusa di aver “plagiato” un giovane. Il signore delle formiche racconta questa vicenda con grande raffinatezza, accentuandone la drammaticità. Il film si apre con l’irruzione della madre e del fratello di Ettore (Leonardo Maltese) nella pensione romana in cui lui e Aldo (Luigi Lo Cascio) vivevano e, attraverso un flashback, ricostruisce la nascita della loro relazione fino ad arrivare al processo. Se Aldo finisce in tribunale per un reato inesistente, il destino di Ettore è ancora più tragico: internato in un ospedale psichiatrico per volontà dei familiari. Il processo diventa così una condanna aperta dell’omosessualità e una celebrazione della “famiglia tradizionale” più meschina e bigotta. Eppure, è proprio in questa negazione che il film afferma la potenza di un amore nato senza colpe, sostenuto dalla mobilitazione di giovani attivisti contro un iter giudiziario che appare sempre più come una persecuzione. Nell’Italia all’alba del Sessantotto si nasconde un barlume di speranza, incarnato da Ennio (Elio Germano), giornalista de L’Unità, che riconosce nel caso Braibanti «lo specchio del nostro Paese nell’aspetto più retrivo, più meschino, più criminale».
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21 gennaio. Poor Things (2023), di Yorgos Lanthimos

Bella Baxter (Emma Stone) è una creatura riportata in vita da un folle scienziato (Willem Dafoe), che la cresce come una figlia in un ambiente protetto e controllato. Tuttavia, ciò che era nato come un esperimento, si trasforma presto in un percorso di emancipazione e di autodeterminazione: Bella sente il bisogno di confrontarsi col mondo esterno, di scoprire la propria identità, il proprio corpo e la propria libido. Attraverso l’esperienza diretta e il desiderio, la protagonista mette in crisi le convenzioni sociali e le strutture di potere che cercano di definirla e limitarla. La regia visionaria e grottesca di Lanthimos accompagna questa metamorfosi, così come la scelta dei costumi e delle scenografie; mentre la performance di Emma Stone regala un personaggio fisico, istintivo e sorprendentemente empatico. Pur essendo una costruzione artificiale, Bella si rivela progressivamente più autentica e umana di chi la circonda. Poor Things destabilizza ma allo stesso tempo esorta a interrogarsi sul rapporto tra corpo, libertà e identità, respingendo qualsiasi forma di normalizzazione.
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24 gennaio. Caro diario (1993), di Nanni Moretti

L’opera più intima e autoironica di Moretti converte l’esperienza personale in riflessione collettiva. Il film è diviso in tre capitoli, il regista si apre allo spettatore come se parlasse a un vero e proprio diario, confidando sogni, ossessioni, problemi e il suo io più nascosto. Nel primo episodio, In Vespa, la Roma estiva e vuota, diventa il terreno ideale per percorrerla liberamente: la Vespa sostituisce la narrazione tradizionale e stimola la riflessione. In Isole, il protagonista raggiunge un amico alle Eolie nella speranza di trovare la tranquillità necessaria per lavorare, ma la quiete si rivela un’utopia. Medici, infine, narra un’odissea sanitaria segnata da diagnosi errate e farmaci inutili, mentre un prurito insopportabile diventa il sintomo di un malessere più profondo. Mettendo in scena sé stesso, Moretti rinuncia a ogni tipo di plausibile mediazione e rende il suo cinema uno strumento di analisi, invitando a osservare il mondo circostante con un cipiglio critico e ostinatamente personale.
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27 gennaio. Il figlio di Saul (2015), di László Nemes

Ambientato nel 1944 all’interno del campo di sterminio di Auschwitz, Il figlio di Saul segue Saul Ausländer (Géza Röhrig), un ebreo ungherese che fa parte del Sonderkommando. La sua quotidianità è scandita da gesti meccanici e disumanizzanti, fino a quando l’uomo riconosce in un ragazzo ucciso quello che crede essere suo figlio. Da quel momento, Saul si aggrappa all’ossessione di offrirgli una degna sepoltura, facendo di questo gesto impossibile un atto di resistenza morale. Il regista sceglie una messa in scena radicale: la macchina da presa resta costantemente addosso al protagonista, aderisce al suo punto di vista e restringe il campo visivo. Pur lasciando l’orrore ai margini dell’inquadratura, la macchinazione infernale di quel luogo arriva più potente che mai: non tanto per ciò che viene mostrato, quanto per ciò che si ascolta. I rumori atroci di quel luogo saturano lo spazio sonoro, contrastando spesso con il silenzio del protagonista. Il risultato è un’esperienza immersiva e soffocante, che nega ogni forma di spettacolarizzazione e costringe lo spettatore a confrontarsi con l’indicibile.
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31 gennaio. Il sorpasso (1962), di Dino Risi

Una delle pellicole più affascinanti del nostro cinema è un ritratto significativo dell’Italia del boom economico. Quando Bruno Cortona (Vittorio Gassman) incontra Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant) è una calda giornata di Ferragosto a Roma. I due appaiono, fin da subito, caratteri opposti: il primo è spavaldo ed eccentrico, uno dei tanti spacconi che popolavano in quel periodo; l’altro è un educato ed introverso studente di giurisprudenza. Quello che doveva essere un semplice pranzo fuori diventa un vagabondaggio di un giorno e mezzo tra la città eterna e la Toscana. A fare da terza protagonista è la Lancia Aurelia Sport di Bruno, simbolo della caducità dell’Italia degli anni Sessanta e riflesso del suo proprietario. L’auto accompagna Roberto nel suo percorso interiore, diventando prima strumento di scoperta e poi veicolo di un prezzo altissimo da pagare. Bruno incarna la totalità di un mondo immodificabile: resta vigliacco dall’inizio alla fine, incapace di qualsiasi evoluzione morale. Roberto, invece, finisce per assimilare la “maschera” del suo accompagnatore, lasciandosi sedurre da un modello di vita che non gli appartiene.