
di Alessio Agostini
NC-433
03.06.2026
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Giugno, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese, appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
3 Giugno. Le 12 fatiche di Asterix (1976) di René Goscinny, Albert Uderzo, Henri Gruel e Pierre Watrin

Impossibile non lasciarsi travolgere da questo irresistibile tour de force ironico e surreale, concepito principalmente per coinvolgere lo spettatore in un flusso continuo di immagini, musica e gag memorabili: dalla taverna dei giganti all’ipnotista Iris, dal numero musicale psichedelico sull’isola delle sacerdotesse fino alla pubblicità del saggio della montagna e al finale che chiama direttamente in causa il pubblico. La sequenza più iconica e gustosa, però, appartiene all’ottava prova delle dodici fatiche, quella della casa che rende folli. Questa diventa per gli autori francesi l’occasione di parodiare un contesto ancora estremamente attuale e, al tempo stesso, di omaggiare le illusioni prospettiche di M. C. Escher, in particolare la sua celebre litografia Relatività.
Disponibile su Youtube e Amazon Prime Video
5 giugno. Cloud Atlas (2013) di Lana e Lilly Wachowski e Tom Tykwer

Tra filosofia orientale, struttura a incastri alternati e nostalgici espedienti prostetici, le sorelle Wachowski e Tom Tykwer creano un eccesso di messa in scena e di immaginario cinematografico tale che il giovane appassionato di cinema che ero anni fa non poteva che esserne travolto. Realizzando un fiume (diceva Hermann Hesse che «noi siamo un fiume, che si getta nell’oceano diventandolo») di connessioni e ripetizioni tramandate e riscritte (l’intero film è un passaggio attraverso le arti), i registi si fanno insieme ortodossi e iconoclasti del cinema americano ed europeo. La ricerca pressoché ossessiva di fonti e rimandi (da La Belle Histoire a Le cinque vite di Hector fino a L'albero della vita) da parte di critici e recensori, nel passato come nel presente, finisce quindi per giocare a favore del film. A distanza di anni, ciò che rimane non è tanto il risultato dell'opera quanto la forza del suo slancio immaginifico, la volontà ingenua e disperata di credere che le storie, le immagini e gli esseri umani possano continuare a parlarsi attraverso il tempo.
Disponibile su Rakuten Tv e Amazon Prime Video
7 giugno. Il massacro di Fort Apache (1948) di John Ford

Ci sono la Storia e il racconto della Storia e questo fatto non è mai sfuggito ai romanzi/film storici di John Ford. Qui, infatti, riesce a trasformare la frontiera in una zona grigia dove convivono conflitto, desideri e memoria, e dove il forte el’accampamento indiano finiscono per somigliarsi: città provvisorie precarie abitate da soldati, donne, bambini e famiglie ai margini della civiltà. L’epica militare, la commedia, il senso dell’onore e le fragilità caratteriali sono gli strumenti attraverso cui si costruiscono personaggi complessi e situazioni stratificate. Ma la distanza tra verità e racconto storici arriva soprattutto nello splendido finale, quando la comunità civile trasforma gli errori e i fallimenti in mito collettivo, perché le società necessitano sempre di narrazioni e metanarrazioni. Il mio capitolo preferito della Trilogia della Cavalleria (con I cavalieri del Nord Ovest, del 1949, e Rio Bravo, del 1950).
Disponibile su Rai Play, Rakuten Tv e Amazon Prime Video
10 giugno. Mishima – Una vita in quattro capitoli (1985) di Paul Schrader

È un biopic? Una deliberata scomposizione di un personaggio storico? O piuttosto un tentativo di ricostruire per immagini la fascinazione per una figura insieme fantasmatica e profondamente concreta? Non è semplice descrivere un’opera così stratificata, così piena e traboccante di suggestioni e invenzioni visive. Tuttavia, aiuterebbe sicuramente associarla al Pasolini di Abel Ferrara: entrambi uniscono gli ultimi momenti del protagonista a delle trasposizioni visive dei suoi ultimi testi, raccontando ciò che è rimasto incompiuto o mai pienamente espresso. Intrecciare la morte e le opere lasciate prima di essa significa evidenziare un'urgenza comune a Mishima e a Pasolini, quella di affermare una propria e privata verità. Si aggiunga il fatto che questi due grandi autori hanno trasformato la propria morte in un’estensione estrema della loro opera. Dato che non poteva sfuggire a Schrader che racconta la vita dell’autore giapponese attraverso la sua stessa arte, rendendolo così immortale e immoto, come un’istantanea.
Disponibile su MUBI
13 giugno. Mission: Impossible - The final reckoning (2025) di Christopher McQuarrie

In quattro capitoli è anche la vita di Tom Cruise/Ethan Hunt da quando la saga di Mission: Impossible è stata raccolta e allevata da Christopher McQuarrie. Senz’altro quest’ultimo episodio è quello più crepuscolare e riflessivo (teorico): un’analisi sul rapporto tra corpo, tecnologia e memoria (i richiami ai film precedenti interrogano lo spettatore sulla sopravvivenza delle immagini e della memoria cinematografica), un’analisi che attraversa svariate epoche e stili cinematografici (Sidney Lumet, Robert Redford, Harold Lloyd, James Cameron, J. Lee Thompson). McQuarrie rallenta il ritmo rispetto ai blockbuster contemporanei e costruisce un’azione fatta di gravità (le sequenze più spettacolari sono fondate sulla sfida alle leggi della fisica) e vulnerabilità (il sacrificio del corpo è tema centrale). L’ipertecnologica Entità invece sembra infinita e intoccabile, ma è costretta a farsi materia, assumendo caratteristiche tipicamente umane e usando il corpo attoriale di Tom Cruise che apre portelli, attraversa cunicoli, corre a perdifiato, salta e modifica l’aspect ratio del film con il proprio gesto.
Disponibile su Sky, Now Tv e Paramount Plus
17 giugno. Le Samouraï (1967) di Jean-Pierre Melville

Uno dei noir più influenti della storia del cinema (fino a oggi con The Killer di David Fincher), una meditazione astratta e tetra sulla solitudine e la morte, un film di attese, ellissi e atmosfere, dove ogni gesto del protagonista diventa uno stretto rituale, dalla preparazione dell’omicidio al modo in cui indossa impermeabile e cappello, fino al tragico finale che assume il valore di un vero seppuku. Senza dinamismo o spettacolo, il film parte, forse, da The Ronin di Goan/Joan McLeod (il mito del ronin giapponese) e arriva realmente a Lo Straniero di Albert Camus (l’indifferenza della società e l’isolamento passivo come forma di libertà paradossale). Insomma, guardatelo e basta.
Disponibile su Plex
19 giugno. Mio zio (1958) di Jacques Tati

Il risvolto comico e dissacrante di Le Samouraï sta proprio nel terzo lungometraggio di Jacques Tati. Ovunque si potrà leggere che qui il regista mette in scena il conflitto tra un mondo spontaneo e imperfetto, quello dello zio del titolo, e una società borghese sempre più ossessionata dall’efficienza, dagli oggetti e dall’ordine. Eppure, ciò che rende il film irresistibile è proprio la sua semplicità apparente, dietro alla quale si nasconde una costruzione formale raffinatissima, fatta di colori, suoni, scenografie e performance calibrati con precisione assoluta. È vero che poi lo zio viene progressivamente escluso dal mondo moderno, sconfitto da una borghesia che non riesce a comprenderlo, ma lascia comunque un’eredità, una speranza decisiva: il nipote Gérard riscopre il gioco e la complicità umana; persino il cane della famiglia Arpel è infine libero di correre per strada (esiste ancora una possibilità di fuga dall’alienazione?). Ed è curioso come, sotto molti aspetti, il discorso non sia poi così distante da quello di Mission: Impossible – The Final Reckoning. Ethan Hunt, come Hulot, diventa una figura anacronistica, un uomo che continua a credere nel corpo umano, nel contatto diretto e, in generale, nelle persone. Quando il mondo diventa troppo efficiente e automatizzato, l’unica vera forma di resistenza resta l’imprevedibilità profondamente umana dell’individuo.
Disponibile su Amazon Prime Video
21 giugno. Pulse (2001) di Kiyoshi Kurosawa

Kurosawa comprende che horror e commedia condividono lo stesso linguaggio dell’attesa e dello scarto improvviso, come dimostra lo stacco sulla bottiglia che cade alle spalle del giovane protagonista. Per questo il regista riorganizza continuamente lo spazio attraverso inquadrature apparentemente superflue, che sembrano allontanarci dalla narrazione, salvo poi rivelarsi decisive quando nuovi dettagli emergono nell’immagine. Alla fotografia slavata e piena di ombre e alle superfici che offuscano lo sguardo (tendaggi, vetri opachi, riflessi), viene unito un uso costante della profondità di campo, costruendo così una straordinaria economia narrativa e visiva. L’apparente immobilità del film diventa allora parte integrante del suo senso e i fantasmi del film finiscono per coincidere con l’immagine cinematografica stessa. Quindi l'orrore diventa il desiderio di morire, perché nella quotidianità, dove tutto si ripete uguale a sé stesso, ci sono solo ombre e solitudine, mentre il cinema approfondisce e mostra l’Altro da sé.
Disponibile su Amazon Prime Video e MUBI
24 giugno. Creep (2014) di Patrick Brice

Pochi soldi e tanta voglia di spaventare (e divertire). Qui il confine con la commedia è davvero sottile: Brice svuota il found footage di quasi tutti i suoi cliché e usa la struttura del mockumentary per trasformare situazioni ridicole in momenti profondamente disturbanti. Da una parte l’immediatezza della videocamera a mano crea intimità e vulnerabilità (opere come The Blair Witch Project o Rec l’hanno usata per mettere in scena qualcosa di “autentico”), dall’altra Mark Duplass, volto del film, improvvisa continuamente, oscillando tra goffaggine, tenerezza e follia. È proprio questa ricercata ambiguità a rendere Creep così efficace: l’idea che il vero orrore possa nascondersi dietro un sorrisorassicurante, un volto da commedia romantica, una richiesta d’aiuto o una conversazione falsamente innocua.
Disponibile su Netflix
27 giugno. L’angelo del male (1938) di Jean Renoir

Il film è talmente ricco di elementi che è difficile parlarne brevemente o pensare di poterlo cogliere appieno con una sola visione. In fondo, sono soprattutto due le sequenze attraverso cui Renoir mette in scena il senso profondo dell’opera: quella iniziale, dedicata a uno dei veri protagonisti del film, il treno, lanciato nella corsa tra Parigi e Le Havre, tra i gesti meccanici dei ferrovieri, il fumo, il fragore del ferro e il paesaggio che scorre veloce (ritratto di un’umanità trascinata verso un destino inevitabile); straordinaria anche la lunga sequenza della festa dei ferrovieri sospesa tra melodramma e noir (il ballo, gli sguardi tra Lantier e Séverine, il tentativo disperato dell’amico Pecqueux di evitare la tragedia e, infine, l’omicidio). Guardatelo, poi ne riparliamo.
Disponibile su Netflix
di Alessio Agostini
NC-433
03.06.2026
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Giugno, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese, appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
3 Giugno. Le 12 fatiche di Asterix (1976) di René Goscinny, Albert Uderzo, Henri Gruel e Pierre Watrin

Impossibile non lasciarsi travolgere da questo irresistibile tour de force ironico e surreale, concepito principalmente per coinvolgere lo spettatore in un flusso continuo di immagini, musica e gag memorabili: dalla taverna dei giganti all’ipnotista Iris, dal numero musicale psichedelico sull’isola delle sacerdotesse fino alla pubblicità del saggio della montagna e al finale che chiama direttamente in causa il pubblico. La sequenza più iconica e gustosa, però, appartiene all’ottava prova delle dodici fatiche, quella della casa che rende folli. Questa diventa per gli autori francesi l’occasione di parodiare un contesto ancora estremamente attuale e, al tempo stesso, di omaggiare le illusioni prospettiche di M. C. Escher, in particolare la sua celebre litografia Relatività.
Disponibile su Youtube e Amazon Prime Video
5 giugno. Cloud Atlas (2013) di Lana e Lilly Wachowski e Tom Tykwer

Tra filosofia orientale, struttura a incastri alternati e nostalgici espedienti prostetici, le sorelle Wachowski e Tom Tykwer creano un eccesso di messa in scena e di immaginario cinematografico tale che il giovane appassionato di cinema che ero anni fa non poteva che esserne travolto. Realizzando un fiume (diceva Hermann Hesse che «noi siamo un fiume, che si getta nell’oceano diventandolo») di connessioni e ripetizioni tramandate e riscritte (l’intero film è un passaggio attraverso le arti), i registi si fanno insieme ortodossi e iconoclasti del cinema americano ed europeo. La ricerca pressoché ossessiva di fonti e rimandi (da La Belle Histoire a Le cinque vite di Hector fino a L'albero della vita) da parte di critici e recensori, nel passato come nel presente, finisce quindi per giocare a favore del film. A distanza di anni, ciò che rimane non è tanto il risultato dell'opera quanto la forza del suo slancio immaginifico, la volontà ingenua e disperata di credere che le storie, le immagini e gli esseri umani possano continuare a parlarsi attraverso il tempo.
Disponibile su Rakuten Tv e Amazon Prime Video
7 giugno. Il massacro di Fort Apache (1948) di John Ford

Ci sono la Storia e il racconto della Storia e questo fatto non è mai sfuggito ai romanzi/film storici di John Ford. Qui, infatti, riesce a trasformare la frontiera in una zona grigia dove convivono conflitto, desideri e memoria, e dove il forte el’accampamento indiano finiscono per somigliarsi: città provvisorie precarie abitate da soldati, donne, bambini e famiglie ai margini della civiltà. L’epica militare, la commedia, il senso dell’onore e le fragilità caratteriali sono gli strumenti attraverso cui si costruiscono personaggi complessi e situazioni stratificate. Ma la distanza tra verità e racconto storici arriva soprattutto nello splendido finale, quando la comunità civile trasforma gli errori e i fallimenti in mito collettivo, perché le società necessitano sempre di narrazioni e metanarrazioni. Il mio capitolo preferito della Trilogia della Cavalleria (con I cavalieri del Nord Ovest, del 1949, e Rio Bravo, del 1950).
Disponibile su Rai Play, Rakuten Tv e Amazon Prime Video
10 giugno. Mishima – Una vita in quattro capitoli (1985) di Paul Schrader

È un biopic? Una deliberata scomposizione di un personaggio storico? O piuttosto un tentativo di ricostruire per immagini la fascinazione per una figura insieme fantasmatica e profondamente concreta? Non è semplice descrivere un’opera così stratificata, così piena e traboccante di suggestioni e invenzioni visive. Tuttavia, aiuterebbe sicuramente associarla al Pasolini di Abel Ferrara: entrambi uniscono gli ultimi momenti del protagonista a delle trasposizioni visive dei suoi ultimi testi, raccontando ciò che è rimasto incompiuto o mai pienamente espresso. Intrecciare la morte e le opere lasciate prima di essa significa evidenziare un'urgenza comune a Mishima e a Pasolini, quella di affermare una propria e privata verità. Si aggiunga il fatto che questi due grandi autori hanno trasformato la propria morte in un’estensione estrema della loro opera. Dato che non poteva sfuggire a Schrader che racconta la vita dell’autore giapponese attraverso la sua stessa arte, rendendolo così immortale e immoto, come un’istantanea.
Disponibile su MUBI
13 giugno. Mission: Impossible - The final reckoning (2025) di Christopher McQuarrie

In quattro capitoli è anche la vita di Tom Cruise/Ethan Hunt da quando la saga di Mission: Impossible è stata raccolta e allevata da Christopher McQuarrie. Senz’altro quest’ultimo episodio è quello più crepuscolare e riflessivo (teorico): un’analisi sul rapporto tra corpo, tecnologia e memoria (i richiami ai film precedenti interrogano lo spettatore sulla sopravvivenza delle immagini e della memoria cinematografica), un’analisi che attraversa svariate epoche e stili cinematografici (Sidney Lumet, Robert Redford, Harold Lloyd, James Cameron, J. Lee Thompson). McQuarrie rallenta il ritmo rispetto ai blockbuster contemporanei e costruisce un’azione fatta di gravità (le sequenze più spettacolari sono fondate sulla sfida alle leggi della fisica) e vulnerabilità (il sacrificio del corpo è tema centrale). L’ipertecnologica Entità invece sembra infinita e intoccabile, ma è costretta a farsi materia, assumendo caratteristiche tipicamente umane e usando il corpo attoriale di Tom Cruise che apre portelli, attraversa cunicoli, corre a perdifiato, salta e modifica l’aspect ratio del film con il proprio gesto.
Disponibile su Sky, Now Tv e Paramount Plus
17 giugno. Le Samouraï (1967) di Jean-Pierre Melville

Uno dei noir più influenti della storia del cinema (fino a oggi con The Killer di David Fincher), una meditazione astratta e tetra sulla solitudine e la morte, un film di attese, ellissi e atmosfere, dove ogni gesto del protagonista diventa uno stretto rituale, dalla preparazione dell’omicidio al modo in cui indossa impermeabile e cappello, fino al tragico finale che assume il valore di un vero seppuku. Senza dinamismo o spettacolo, il film parte, forse, da The Ronin di Goan/Joan McLeod (il mito del ronin giapponese) e arriva realmente a Lo Straniero di Albert Camus (l’indifferenza della società e l’isolamento passivo come forma di libertà paradossale). Insomma, guardatelo e basta.
Disponibile su Plex
19 giugno. Mio zio (1958) di Jacques Tati

Il risvolto comico e dissacrante di Le Samouraï sta proprio nel terzo lungometraggio di Jacques Tati. Ovunque si potrà leggere che qui il regista mette in scena il conflitto tra un mondo spontaneo e imperfetto, quello dello zio del titolo, e una società borghese sempre più ossessionata dall’efficienza, dagli oggetti e dall’ordine. Eppure, ciò che rende il film irresistibile è proprio la sua semplicità apparente, dietro alla quale si nasconde una costruzione formale raffinatissima, fatta di colori, suoni, scenografie e performance calibrati con precisione assoluta. È vero che poi lo zio viene progressivamente escluso dal mondo moderno, sconfitto da una borghesia che non riesce a comprenderlo, ma lascia comunque un’eredità, una speranza decisiva: il nipote Gérard riscopre il gioco e la complicità umana; persino il cane della famiglia Arpel è infine libero di correre per strada (esiste ancora una possibilità di fuga dall’alienazione?). Ed è curioso come, sotto molti aspetti, il discorso non sia poi così distante da quello di Mission: Impossible – The Final Reckoning. Ethan Hunt, come Hulot, diventa una figura anacronistica, un uomo che continua a credere nel corpo umano, nel contatto diretto e, in generale, nelle persone. Quando il mondo diventa troppo efficiente e automatizzato, l’unica vera forma di resistenza resta l’imprevedibilità profondamente umana dell’individuo.
Disponibile su Amazon Prime Video
21 giugno. Pulse (2001) di Kiyoshi Kurosawa

Kurosawa comprende che horror e commedia condividono lo stesso linguaggio dell’attesa e dello scarto improvviso, come dimostra lo stacco sulla bottiglia che cade alle spalle del giovane protagonista. Per questo il regista riorganizza continuamente lo spazio attraverso inquadrature apparentemente superflue, che sembrano allontanarci dalla narrazione, salvo poi rivelarsi decisive quando nuovi dettagli emergono nell’immagine. Alla fotografia slavata e piena di ombre e alle superfici che offuscano lo sguardo (tendaggi, vetri opachi, riflessi), viene unito un uso costante della profondità di campo, costruendo così una straordinaria economia narrativa e visiva. L’apparente immobilità del film diventa allora parte integrante del suo senso e i fantasmi del film finiscono per coincidere con l’immagine cinematografica stessa. Quindi l'orrore diventa il desiderio di morire, perché nella quotidianità, dove tutto si ripete uguale a sé stesso, ci sono solo ombre e solitudine, mentre il cinema approfondisce e mostra l’Altro da sé.
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24 giugno. Creep (2014) di Patrick Brice

Pochi soldi e tanta voglia di spaventare (e divertire). Qui il confine con la commedia è davvero sottile: Brice svuota il found footage di quasi tutti i suoi cliché e usa la struttura del mockumentary per trasformare situazioni ridicole in momenti profondamente disturbanti. Da una parte l’immediatezza della videocamera a mano crea intimità e vulnerabilità (opere come The Blair Witch Project o Rec l’hanno usata per mettere in scena qualcosa di “autentico”), dall’altra Mark Duplass, volto del film, improvvisa continuamente, oscillando tra goffaggine, tenerezza e follia. È proprio questa ricercata ambiguità a rendere Creep così efficace: l’idea che il vero orrore possa nascondersi dietro un sorrisorassicurante, un volto da commedia romantica, una richiesta d’aiuto o una conversazione falsamente innocua.
Disponibile su Netflix
27 giugno. L’angelo del male (1938) di Jean Renoir

Il film è talmente ricco di elementi che è difficile parlarne brevemente o pensare di poterlo cogliere appieno con una sola visione. In fondo, sono soprattutto due le sequenze attraverso cui Renoir mette in scena il senso profondo dell’opera: quella iniziale, dedicata a uno dei veri protagonisti del film, il treno, lanciato nella corsa tra Parigi e Le Havre, tra i gesti meccanici dei ferrovieri, il fumo, il fragore del ferro e il paesaggio che scorre veloce (ritratto di un’umanità trascinata verso un destino inevitabile); straordinaria anche la lunga sequenza della festa dei ferrovieri sospesa tra melodramma e noir (il ballo, gli sguardi tra Lantier e Séverine, il tentativo disperato dell’amico Pecqueux di evitare la tragedia e, infine, l’omicidio). Guardatelo, poi ne riparliamo.
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